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Full text of "Rivista italiana di numismatica e scienze affini"

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RIVISTA   ITALIANA 


DI 


NVMISMATICA 

E   SCIENZE    AFFINI 

FONDATA  NEL  1888  DA  SOLONE  AMBROSOU 

EDITA     DALLA 

SOCIETÀ    NVMISMATICA    ITALIANA 


ANNO  •  XXXIII  • 
SECONDA   SERIE 

VOL  •  III  • 
I  e  II   TRIMESTRE    1920 


MILANO 

REDAZIONE  ED  AMMINISTRAZIONI  MAURI,   8 


OCIKT^TNYMISMATICA  ITALIANA 

Via  Achille  Mauri,   8  —  MILANO 


S.  M.  IL  RE,  Presidente  Onorano,  v 

PAPADOPOLI  conte  sen.  NICOLÒ,    Vice-Presidente   Onorario     O 


STRADA  MARCO,  Presidente  effettivo. 
MONNERET  prof.  UGO,    Vice-Presidente  effettivo. 
CORNAGGIA  conte  GIAN  LUIGI,   Segretario. 
JOHNSON  STEFANO  CARLO,   Tesoriere. 
SOLA-CABIATI  conte  GIAN  LODOVICO,  Bihlioietmh. 
BONAZZrdott.  POMPEO,       Consigliere 
GAVAZZI  dott.  CARLO  " 

GRILLO  GUGLIELMO  " 

LAFFRANCHI  LODOVICO         "        l!  o 


K(a 


La  sede  della  Società  è  aperta  il  Sabato    dalle  ore  21    alle  22  '/. 


Rivista    Italiana    di    Numismatica 

Redazione  ed  Amministrazione:  Via  A.  Mauri,  8  -  Milano 

COMITATO  DI  REDAZIONE: 

BqNAZZI  dott.  P.  -   CORNAGGIA  conte  G.   L.   -   MoNNERET  prof.   U. 


Jlìybonamerìio  annuo  nel  Regno  L.  30  -  all'  Estero  L.  35. 


A.    SE  GRE 


CIRCOLAZIONE  TOLEMAICA 
E  PRETOLEMAICA  IN  EGITTO 


Industrie  Grafiche  AMEDEO   NICOl.A  &  C 

MlLANO-VAREbE 


Rivista  Italiana  di  Numismatica  e  scienze  aj^ini 
Anno  XXXIII.  Seconda  Serie  -  Voi.  Ili  -  I  e  II  trim.   1920 


CIRCOLAZIONE  TOLEMAICA 

E 

PRETOLEMAICA    IN    EGITTO 


LA    MONETA    PRESSO    I    POPOLI    PRIMITIVI 
IN   GENERALE. 

I  mezzi  di  scambio  dei  popoli  primitivi  quantunque  com- 
pletamente subordinati  alle  loro  occupazioni  ed  ai  loro  bi- 
sogni più  o  meno  immediati,  hanno  in  generale  il  carattere 
comune  di  merci  fungibili,  utili  e  così  largamente  diffuse  da 
non  presentare  forti  oscillazioni  nella  loro  domanda  ed  offerta. 
Inoltre  poiché  per  lo  più  i  popoli  più  antichi  sono  in  preva- 
lenza pastori  e  nomadi,  poi  si  fissano  e  divengono  agricoltori 
e  solo  in  uno  stadio  di  civiltà  più  avanzata  rivolgono  le  loro 
attività  ai  commerci  e  alle  industrie  a  ciascuna  di  queste  oc- 
cupazioni corrispondono  più  o  meno  mezzi  di  scambio  diversi. 
Il  bestiame  è  la  moneta  dei  pastori,  i  prodotti  dei  campi  (in 
specie  cereali)  quella  degli  agricoltori;  i  metalli  vili,  greggi 
o  lavorati  sotto  forma  di  oggetti  utili  o  i  metalli  nobili  fog- 
giati ad  ornamento  (^\  ed  infine  la  moneta  vera  e  propria 
fungono  invece  da  intermediari  degli  scambi  presso  i  popoli 
che  hanno  raggiunto  uno  stadio  economico  assai  più  avanzato. 

Questo  schema  che  come  s'intende  è  completamente  ar- 
tificiale e  come  tale   grossolanamente    approssimativo    deve 


(I)  Negli  ijoniiiii  primitivi,  forse  più  che  in  quelli  civili,  la  passione 
per  rahbigli.imento  e  la  soddisfazione  delle  vanità  legate  in  gran  parte 
a  questioni  sessuali  sono  spesso  non  meno  vive  dei  bisogni  elementari. 


essere  accettato  per  quel  che  vale,  perchè  come  nelle  scienze 
fisiche  la  sorgente  di  ogni  progresso  è  l'osservazione  diretta 
dei  fatti  e  l'esperimento,  così  ed  a  maggior  ragione  nelle 
costruzioni  storiche  le  teorie  anche  che  abbiano  un'apparenza 
logica,  devono  essere  completamente  subordinate  alle  poche 
conoscenze  positive  che  ci  restano  delle  età  passate. 

Per  dare  un'idea  dell'antica  circolazione  degli  Egiziani 
dovrò  passare  rapidamente  in  rivista  i  mezzi  di  scambio  usati 
dai  popoli  del  Mediterraneo  prima  dell'introduzione  delle 
monete  coniate  e  ciò  soltanto  per  mostrare  come  sotto  questo 
aspetto  l'Egitto  non  si  diversifichi  affatto  dalle  grandi  mo- 
narchie dell'Oriente  colle  quali  era  in  stretti  rapporti  d' in- 
teressi. Su  questo  argomento  poco  o  nulla  ho  potuto  ag- 
giungere di  nuovo  a  quello  che  è  stato  scritto  in  questi  ul- 
timi anni  (i). 

E  noto  che  nei  poemi  omerici,  che  si  riferiscono  ad 
un'epoca  anteriore  all'invenzione  della  moneta,  il  commercio 
si  effettua  in  generale  collo  scambio  di  oggetti  tipici  che 
nelle  parti  più  antiche  dell'epopea  sono  rappresentati  invece 
per  lo  più  da  capi  di  bestiame,  buoi  e  vacche,  quantunque 
sia  da  ritenere  che  l'uso  della  moneta-bestiame,  comune  ai 
popoli  prevalentemente  pastori  (2),  si  mantenga  come  residuo 
anche  in  epoche  relativamente  recenti  (3). 

Nei  poemi  omerici  insieme  al  bestiame-moneta  sono  usati 
i  metalli,  ferro,  rame  e  bronzo,  per  lo  più  foggiati  sotto 
forma  di  utensili-monete,  tripodi  e  lebeti  (4)  ed  asce  (5)  la  cui 


(i)  Per  una  ricapitolazione  dei  dati  relativi  alla  moneta  primitiva 
vedi  K.  Reclino  sotto  Geld  {Pauly  Wissowa  Real  EncycL). 

(2)  I  latini  con  le  parole  pecunia  da  pecus:  i  Germani  con  l'inglese 
fee  (tedesco  Vieh),  gli  indiani  rupia  dal  sanscrito  riipa  (gregge),  ecc. 

(3)  Leggi  di  Dracone  (fine  del  VII  secolo  avanti  Cristo).  Polluce, 
IX,  61. 

(4)  Tc,'liio8«(;  e  Xé^Y)xs<;  compaiono  ancora  nei  più  antichi  frammenti 
di  leggi  cretesi  a  Cnosso  e  Gortyna. 

(5)  Hesych.,  Script.  Metrol.y  I,  318,  'HjxiuéXsxxov  xpi}i.valùv  r^  Kevtà]j.vouv 
xò  'fàp  TCevtàp.voDv  néXsxo  xaXelxat  napà  Ilacp'loic  ed  Hesych.,  Script.  Mctrol., 
\,  318.  Il  TtéXexD  di  Cipro  probabilmente  non  era  che  uno  di  quegli  uten- 
sili-moneta comuni  in  Grecia  nell'ultimo  periodo  della  civiltà  micenea. 
Sul  TcéXexu  cipriota  vedi  anche  Hill,  BMC  Cyprus,  pag    xxxiii. 


grandezza  in  generale  non  essendo  uniforme,  né  regolata  a 
quanto  pare  secondo  principi  razionali,  deve  essere  indicata 
nei  singoli  casi  (i):  un  sensibile  progresso  è  rappresentato 
invece  dal  xé>.exu  Cipriota  al  quale  Esichio  attribuisce  una 
grandezza  determinata  (2)  e  più  ancora  dall'aystupa  di  Cipro 
e  dagli  òpzki<j-/.oi  di  ferro  dell'Heraeum  del  peso  di  una  mina 
eginetica  (3). 

Il  passaggio  fra  la  moneta-utensile  (4)  e  la  moneta  vera 
e  propria  che  avviene  naturalmente  quando  alla  prima  si 
attribuisce  un  peso  determinato  (5),  può  esser  seguito  nel- 
l'articolo di  A.  Evans,  Minoan  weights  and  mediums  of 
currency  front  Crete,  Mycenae  and  Cyprus  (Corolla  Numi- 
smatica, pagg.  336337),  il  quale  oltre  fornire  un  materiale 
veramente  prezioso  per  la  conoscenza  degli  antichi  mezzi 
di  scambio  pare  dimostri  come  la  circolazione  Cretese  ri- 
senta l'influenza  dell'Egitto  assai  più  che  quella  di  Babi- 
lonia. 

Durante  la  civiltà  micenea  il  rame  era  tesaurizzato  in 
pani  dalla  forma  caratteristica  O  trovati  prima  come  segni 
ideografici  nel  Palazzo  di  Knosso  scoperti  poi  in  numero  di 
19  ad  Hagia  Triada  presso  Festo  nel  1903  dal  prof.  Halbherr. 
Il  loro  uso  pare  fosse  diffuso  in  tutto  il  Mediterraneo  ;  uno 
ne  fu  rinvenuto  ad  Enkomi  presso  Salamina  (Cipro),  un  altro 
a  Makarska  sulla  costa  Dalmata  da  sir  John  Evans,  altri  fu- 


(i)  Iliade,  XXIII,  264  e  268. 

(2)  Ved.  la  tavoletta  Idalia  CDI,  60,  Hoffmann,  135,  dove  i  conti 
sono  tenuti  in  talenti  iCcXéxete;  e  SiBpa/fia  se  la  solita  risoluzione  delle 
abbreviazioni  we.  Ili,  Tts.  11  8t.  è  giusta.  Hill,  BMC.  Cyprus,  p.  xxii. 

(3)  Quando  Aristotele  {Polii.,  I,  6,  14-16),  accenna  al  fatto  che  i 
primi  metalli  usati  negli  scambi  avevano  un  valore  d'uso  ed  accenna 
in  modo  speciale  all'argento  ed  al  ferro  ha  evidentemente  sott'occhio 
l'evoluzione  monetaria  del  suo  paese  secondo  la  tradizione  che  attri- 
buisce a  Fidone  di  Argo  l'invenzione  delia  moneta. 

(4)  I  metalli  preziosi  sono  usati  nei  poemi  omerici  vicino  al  ferro 
od  al  rame,  in  generale  sotto  forma  di  «ggetti  ornamentali. 

(5)  Anche  i  Brittani  avevano  monete  del  tipo  di  Argo  e  di  Cipro. 
Cesare  trovò  presso  di  loro  Tuso  di  monete  d'oro  e  di  sbarre  di  ferro 
di  peso  determinato  :  uinHlitr  -  aut  aere^  aut  nummo  aureo  aut  takis 
ferreis  ad  certtim  pondus  exaìninatis  prò  nuinuio.  La  moneta  di  rame  yi 
era  invece  importata. 


8 

rono  trovati  in  mare  vicino  a  Chalkis  e  a  Serra  Ilixi  in 
Sardegna  (Evans,  op.  cit.,  pag.  355  e  segg.). 

Il  peso  medio  dei  pani  di  bronzo  micenei  di  Hagia  Triada 
di  kg.  29,320  che  corrisponde  con  una  grandissima  appros- 
simazione a  quello  del  talento  egiziano  Kkri^)  di  300  deben 
e  3000  kife  fa  ritenere  che  essi  dovessero  esser  usati  in  Egitto 
come  prova  la  pittura  murale  della  tomba  di  Reckhmara 
dove  i  capitani  Keftiu  li  portano  in  dono  agli  ufficiali  di 
Tothmes,  III  (2).  E  possibile  anche  che  questi  pani  di  rame 
del  peso  di  un  Kkr,  TaXavTov,  corrispondessero  in  valore  al  ta- 
lento d'oro  d'Omero  :  e  meglio  ancora  che  le  unità  d'oro  cor- 
rispondenti in  Egitto  (3)  ad  un  peso  di  circa  gr.  13,35  fossero 
gii  equivalenti  di  un  Kkr  di  rameU);  però  non  credo  che 
si  possa  argomentare  nulla,  anche  in  forma  dubitativa  dalle 
tavolette  di  Knosso  riprodotte    da  Evans,  op.  cit.,  pag.  361. 

Assai  interessanti  sono  pure  i  pezzi  d'argento  descritti 
(Evans,  op.  cit.,  363-67)  a  forma  di  disco  dittico  e  di  disco 
circolare  precursori  della  moneta  greca  primitiva  che  avrà 
dapprima  la  forma  elittica  poi  quella  circolare.  Prima  di 
questi  pezzi  i  metalli  preziosi  erano  usati  in  barre  che  ve- 
nivano ritagliate  per  gli  usi  correnti  (5). 


(i)  Per  quanto  io  sappia  in  Egitto  il  Kerker  ai  tempi  di  Tothmes  III 
non  compare  in  nessun  documento  ;  perciò  e  per  altre  ragioni  che  svol- 
gerò in  un  articolo  già  composto  di  metrologia  orientale  l'eguaglianza 
dei  pani  cretesi  al  Kerker  non  mi  riesce  completamente  persuasiva. 

(2)  Simili  pani  erano  portati  anche  dagli  Etiopi  e  dai  Rutenu  della 
Siria  settentrionale  (Virey,  Tombeau  de  Reckhamara  p.  VI,  VII). 

(3)  Vedi  pag.  15. 

(4)  Script.  Metro/.,  I,  282.  Poli.  On.  irspl  v6|A'.a|j.àTwv  :  oti  Se  uapà  tot? 
è®  'Offijpoo  òXiYÓv  TÒ  TdtXavTov  vjSóvaxo,  jxàOoK;  ctv  ex  t-^c  lTC7ro8po(Aiac,  ev  fy 
Tò)  jièv  Tp'lto)  TÒ  r/.H't.ov  èaxt  Xé^Y]?,  tò)  Sé  tstàpxco  8óo  -^pooolo  tàXavia.  Il  ta- 
lento di  Omero  potrebbe  corrispondere  ad  un'unità  presso  a  poco  eguale 
al  peso  di  un  siclo  sacro  o  di  un  tetradrammo  attico:  quando  si  asse- 
gnasse ad  esso  il  valore  di  un  Kerker  egiziano  di  kg.  29,11  circa  e  di  un 
talento  babilonese  di  kg.  30,13  circa  si  avrebbe  un  rapporto  fra  Toro  ed 
il  rame  compreso  fra  1:2000  ed  1:1500  circa  (ved.  Evans,  op.  cit., 
pagg.  361  e  segg.). 

(5)  Vedi  la  barra  di  elettro  di  Micene  di  gr.  22,6,  op.  cit.,  pag.  354, 
fig.  IO,  le  barre  di  Enkomi  di  gr.  72,12,  e  i  ritrovamenti  nelle  tombe 
submicenee  di  Amathus  di  22  ritagli  d'oro  di  un  peso  medio  di  gr.  4,662 
(Vi  kite?)  (EvANs,  op.  cit.,  pag.   355).    I    pezzi    descritti   in   Hill,  BMC. 


L'evoluzione  dei  mezzi  di  scambio  dei  Greci  è  sotto  al- 
cuni aspetti  diversa  da  quella  dei  popoli  orientali,  perchè 
mentre  questi,  organizzati  in  grandi  monarchie  ebbero  uno 
sviluppo  storico  probabilmente  molto  lungo  e  relativamente 
continuo,  i  popoli  ellenici  primitivi  si  trovarono  rispetto  agli 
Egiziani  e  agli  Assiro-babilonesi  in  condizioni  di  inferiorità 
dal  punto  di  vista  economico.  Così  la  breve  durata  in  Grecia 
di  quei  mezzi  di  scambio  ai  quali  accennai  nelle  pagine  pre- 
cedenti, e  l'assenza  dell'uso  dei  cereali  come  moneta  possono 
essere  facilmente  spiegate,  sia  colla  scarsa  importanza  che 
aveva  l'agricoltura  presso  la  maggior  parte  dei  popoli  elle- 
nici, pastori  e  navigatori,  sia  cogli  influssi  delle  civiltà  medi- 
terranee più  avanzate  che  erano  giunte  a  servirsi  nei  loro 
scambi  in  prevalenza  dei  metalli  preziosi. 

Quanto  ai  popoli  italici,  la  loro  monetazione  si  svolge 
sino  dagli  inizi  sotto  l'influenza  orientale  ed  ellenica.  Dalla 
moneta-bestiame,  gli  italici  passano  a  quella  di  rame  in  forma 
di  masselli  del  peso  di  una  libra  divisa  nei  suoi  sottomultipli 
caratteristici,  sinché  la  moneta  di  metallo  prezioso  coniata 
assai  tardi,  certamente  per  influssi  greci,  soppianta  di  fatto 
in  breve  volger  di  tempo  i  sistemi  monetari  indigeni  (0. 

L'Egitto  invece,  abitato  da  un  popolo  prevalentemente 
agricoltore  è  forse  l'unico  paese  del  mediterraneo  dove  molto 
probabilmente  i  cereali  servirono  a  lungo  come  mezzo  di 
scambio.  Il  che  appare  più  che  dai  documenti  antichi  da  al- 
cuni residui  di  economia  naturale  perduranti  nella  valle  del 
Nilo  in  epoche  che  seguirono  la  conquista  macedone.  Però 
per  i  popoli  dell'Oriente,  Egitto  compreso,  sino  dalle  epoche 
più  remote  della  loro  civiltà,  l'uso  di  monete-bestiame  e  di 
monete-merci  non  esclude  quella  di  lingotti  e  masselli  di 
metallo  di  peso  determinato,  che  generalmente  venivano 
scambiati  a  peso  e  richiedevano   l'uso   della    bilancia  (2).    In 


Cyprtis,  pag.  xx-xxii.  non  si  adattano  a  nessun  sistema  metrologico 
definito. 

(i)  Per  un  breve  accenno  all'evoluzione  delle  primitive  monete  ro- 
mane ved.  HuLTscH,  Griech  u.  rum.  Metrologie,  pagg.  188  e  segg. 

(2)  L'uso  della  bilancia  nei  pagamenti,  attestatoci  nei  paesi  italici 
dalla  fftancipntio  per  aes  et  librain  e  dai  vari  composti  di  pendere:  ex- 
pendittm,  stipendium,  dtspeudittm,  etc,  è  naturalmente  comune  a  tutti 
i  paesi  primitivi  che  si  servono  dei  metalli  come  mezzo  di  scambio. 


IO 

ultima  analisi  la  moneta  sia  pesata  che  coniata,  deve  essere 
considerata  come  merce  sui  generis  perchè  il  suo  potere 
acquisitivo  dipende  : 

i.°  Dal  suo  valore  intrinseco  ; 

2.°  Dal  suo  uso  comune  come  mezzo  di  scambio   ba- 
sato sulle  leggi  e  sulle  consuetudini. 

Senza  il  primo  la  moneta  avrebbe  un  corso  ristretto  al 
paese  al  quale  impera  la  legge  che  le  attribuisce  un  potere 
Hberatorio,  potrebbe  cioè  servire  solo  in  un  regime  di  eco- 
nomia chiusa,  senza  il  secondo,  invece,  le  mancherebbe  quella 
certezza  di  essere  accettata  da  tutti  come  mezzo  di  scam- 
bio, certezza  necessaria  a  tenerne  alta  la  domanda.  Il  che 
implica  anche  l'esistenza  di  una  moneta,  quale  era  quella 
usata  presso  gli  Egiziani,  i  Babilonesi  ed  i  popoli  di  civiltà 
minoica,  non  può  andare  disgiunta  da  un  grado  di  evoluzione 
economica  e  politica  assai   avanzato. 


LA    MONETA    IN    EGITTO 
PRIMA    DELLA    CONQUISTA    MACEDONE. 

Il  lavoro  più  completo  sulFuso  dei  metalli  come  mezzo 
di  scambio  in  Egitto  è  ancora  la  memoria  di  C  R.  Lipsius, 
Die  Metalle  in  den  Aegyptischen  Inschriften  [Abh.  d.  k.  Akad. 
d.  Wiss.  z.,  Berlin,  1871,  pag.  27  e  segg.),  illustrata  da  ap- 
posite tavole  tratte  dai  monumenti,  dalla  quale  si  ricava  che 
i  metalli  più  comunemente  usati  come  intermediari  degli 
scambi  in  Egitto  erano  l'oro,  l'elettro  e  l'argento.  • 

L'oro,  iiub,  era  raccolto  in  mucchi,  in  borse,  quando 
era  in  polvere  (^v^y^xa  toO  xP^^^o*^,  Diod.,  Ili,  14;  Herod.,  Ili,  96, 
tibber  degli  Arabi),  in  anelli,  come  ancora  in  Etiopia,  in  pia- 
stre rettangolari  ed  in  tegole. 

Nei  testi,  per  quanto  sappia  l'oro  è  misurato  in  debeìi 
e  kite  ed  in  una  unità  pek  (parte,  frazione)  eguale  ad  Vis* 
deben  o  764©  ^^^^  ^^^  (circa  gr.  0,758)  e  non  ad  un  obolo  attico 


(1)  Griffith,  Notes  oti  egyptian  weights  and  measures  PSBA.,  XIV, 
1892,  pag.  436. 


II 

come  erroneamente  Lepsius,  ma  piuttosto  a  Viso  ^^  ^^  ^g^-  15.  ^^ 
circa)  (i),  che  come  ho  dimostrato  nelle  mie  misure  tolemai- 
che e  pretolemaiche  corrisponde  ad  Vst  della  e.  d.  mina 
tolemaica. 

Anche  l'elettro  asem  e  l'argento  hat,  erano  tesorizzati 
nelle  stesse  forme  dell'oro  e  pesati  in  deben  e  kite.  Come 
mezzo  di  scambio  servivano  anche  il  rame,  il  ferro,  il  lapislaz- 
zuli, la  malachite,  ecc.;  ma  i  dati  dei  monumenti  che  in  gene- 
rale si  riferiscono  a  pesature  di  ingenti  quantità  di  metalli 
preziosi  dovuti  a  tributi,  bottini  di  guerra,  ecc.,  non  ci  per- 
metterebbero di  avere  delle  idee  precise  sull'uso  dei  metalli 
come  mezzo  di  scambio  negli  usi  correnti,  se  all'  uopo  non 
ci  soccorressero  i  numerosi  pesi  campioni  di  pietra  che  sino 
dalle  prime  dinastie  erano  destinati  alle  pesature  dell'oro  e 
dell'argento. 

Si  sa  infatti  che  ogni  commerciante  assiro  o  babilo- 
nese portava  per  suo  uso  corrente  in  una  tasca  di  cuoio  pic- 
coli pesi  di  pietra  che  gli  ebrei  chiamavano  perciò  pietre 
della  tasca  (babilonese  kisu)  che  servivano  per  le  pesa- 
ture dei  metalli  preziosi  (Weissbach ,  ZDMG.,  65,  pa- 
gina 635).  Simile  uso  era  naturalmente  comune  non  solo  agli 
egiziani,  come  ci  attestano  i  ritrovamenti  dei  piccoli  pesi 
campioni,  ma  alla  maggior  parte  dei  popoli  che  non  hanno 
una  moneta  coniata  (2).  Per  gli  Egiziani  la  moneta  peso  più 
importante  era  Viiien  che  aveva  in  origine  la  forma  di  anello 


(i)  pek  equivale  dal  punto  di  vista  ctniologico  al  babilonese  pitka 
=  Vs  di  siklit  (Weissbach,  ZDMG.,  65,  191 1,  pag.  625  e  segg.)  e  all'e- 
braico beka  o  mezzo  schekel. 

(2)  Per  l'uso  nell'antichità  di  pezzetti  di  metallo  ritagliati  a  scopi 
commerciali  cfr.  W.  Andrae,  Mitt.  d.  D.  Or.  Ges.,  n.  36,  pag.  22  e  gli 
scavi  di  Kalaah  Sergàt,  pag.  642:  ancora  pochi  anni  la  in  Mongolia  fra 
i  commercianti  cinesi  valeva  questo  uso  (Z.  /.  Ethnologie,  21,  i88g, 
590  e  segg.),  del  quale  del  resto  non  mancano  esempi  nel  nostro  medio 
evo  (A.  LuscHiN  v.  Ebengreuth^  Allg.  Miinzkunde  d.  Mttielalters,  pag.  110 
e  segg.).  Questi  dati  mi  risultano  dairarti«:olo  sopra  citato  di  Weissbach, 
ai  quali  si  devono  aggiungere  quelli  ricavati  dagli  scavi  di  Cipro  e  di 
Creta  di  cui  a  pag.  8  e  segg. 


12 


o  di  un  filo  piegato  (i)  ritagliato  in  trazioni  di  peso  determi- 
nato che  rendevano  più  facili  i  calcoli  per  i  bisogni  correnti 
del  commercio  (2). 

Il  sistema  monetario  egiziano  che  come  avviene  presso 
tutti  i  popoli  antichi  si  identifica  col  sistema  ponderale  che 
per  quel  che  si  riferiva  all'argento  si  basava  suW  uten  di 
gr.  97,06  (3)  e  sul  decimo  di  ulen,  la  kite,  di  gr.  9,706. 

Il  Griffith  (op.  cit.,  pag.  444),  ritiene  col  Petrie  (4^  che 
siano  esistiti  due  tipi  di  kife,  uno  pesante,  l'altro  leggero  e 
che  il  primo  di  essi  mostri  una  forte  preponderanza  sull'altro, 
io  invece  ritengo  che  i  pesi  legali  deWuleji  e  della  kife  fos- 
sero costanti  perchè  legati  a  misure  di  volume  e  di  lunghezza 


(i)  Anelli  d'oro  simili  a  quelli  egiziani  esistevano  in  Britannia  ai 
tempi  della  conquista  di  Ces  re,  nel  Caucaso  e  a  Micene  (Th.  Reinach, 
L'histoire  par  la  monnaie)  e  uittora  in  Etiopia  :  si  tratta  evidentemente 
di  una  forma  più  o  meno  coniane  di  tesaurizzazione  dell'oro  nelle  ci- 
viltà primitive. 

(2)  La  Cina  per  quel  che  riguarda  la  moneta  presenta  sotto  alcuni 
aspetti  delle  analogie  veramente  straordinarie  coli' Egitto.  Nel  Celeste 
Impero  non  esisteva  moneta  coniata  sino  all'avvento  degli  Europei  ed 
anche  ora  la  moneta  d'argento  indigena  è  rappresentata  da  piccole 
barre  d'argento,  ripiegate,  emesse  in  generale  da  banche  private  che 
ne  garantiscono  il  titolo  ed  il  peso  mediante  contromarche  proprie.  Per 
gli  usi  correnti  queste  barre  sono  ritagliate  in  pesi  unitari  che  presen- 
tano piccole  variazioni  da  una  regione  all'altra,  quindi  per  il  commercio 
ordinario  è  necessario  l'uso  delle  bilancie  tascabili,  molto  probabilmente 
come  presso  gli  antichi  popoli  del  mediterraneo  orientale.  In  Cina  non 
esiste  moneta  d'oro. 

(3)  Per  quanto  si  riferisce  alla  determinazione  del  peso  normale 
della  kite  rimando  al  mio  articolo:  Metrologia  tolemaica  e  preiolewaica. 
Aegyptiis,  1920,  fase,  II. 

(4)  Flinders  Petrie,  Kaìmn  Giirob  and  their  papyri.  L'origine  del- 
Vuten  leggero  è  probabilmente  dovuta  alla  tradizione  dei  vecchi  metro- 
logi  alia  quale  è  rimasto  attaccato  Hultsch,  Viedebannt  e  Lehmann- 
Haupt  (vedi  p.  e.,  Historisch-tnetrologische  Fomchiwgen  di  quest'ultimo 
in  Klio,  1913,  pag.  370)  e  di  tutti  quelli,  e  sono  i  più,  che  attingono  alle 
vecchie  fonti.  11  deben  e  la  Trite  eguali  a  90,96  e  9,096  grammi  sono  un 
frutto  delle  speculazioni  dei  metrologi  che  costruiscono  nel  vuoto  con 
una  facilità  veramente  incredibile.  La  tavola  dei  pesi  della  kite  di  pag.  I4 
basterà  per  dimostrare  luminosamente  quanto  ho  già  sostenuto  nella 
mia  Metrologia  tolemaica  e  pretolemaica. 


\ 


\ 


13 

che  non  sembrano  aver  subito  alterazioni  sensibili  nel  corso 
dei  secoli  (D. 

E  però  molto  probabile  che  anche  sotto  le  antiche  di- 
nastie accanto  dÀVuten  e  alla  kiie  reali  siano  esistiti  uten  e 
ktte  di  un  peso  un  poco  diverso,  perchè  anche  nell'epoca 
tolemaica  romana  e  bizantina  possiamo  constatare  l'esistenza 
di  misure  private  e  locali  accanto  ad  altre  di  carattere  uf- 
ficiale (2), 

Nulla  possiamo  dire  per  ora  sulle  prime,  non  si  può 
escludere  a  priori  che  queste  avessero  una  certa  importanza 
pratica;  ma  le  imprecisioni  delle  bilancie  e  la  conoscenza 
molto  approssimativa,  ma  non  esatta  del  peso  della  kiie  ci 
debbono  rendere  assai  cauti  nelle  induzioni  tanto  piia  che 
anche  la  separazione  netta  deìVuten  e.  d.  leggero  da  quello 
e.  d.  pesante  non  è  possibile  perchè  il  passaggio  dal  primo 
sistema  al  secondo  avviene  nei  campioni  di  pietra  raccolti 
per  gradi  insensibili  (3). 

Del  resto  i  seguenti  pesi  delle  kùe  egiziane  citate  da 
Weigall,  Some  Egyptian  Weights  in  prof.  Petrie's  colleciion 
(Proc.  of  the  Soc.  for.  Bibl.  Arch.,  XXXIII,  190 1,  pag.  390), 


(i)  Il  deposito  di  queste  misure  nei  templi  e  in  speciali  uffici,  co- 
mune agli  egiziani,  ai  greci,  agli  italici,  garantiva  la  inalterabilità  dei 
sistemi  metrici. 

(2)  Lo  studio  della  moneta  tolemaica,  romana  e  bizantina  nn  la  ri- 
tenere che  molte  delle  distinzioni  fra  kiie  reali  e  kiie  leggere  siano  in- 
sussistenti, e  che  la  grandissima  maggioranza  dei  pesi  debba  essere 
ritenuti  misure  ufficiali,  come  nell'epoca  bizantina  gli  exagia  cort  ispon- 
dono  sempre  ai  vofjL'vO|Aaxa  CuY<ì>  8Yjp.ooito.  Forse  non  sarà  troppo  azzar- 
dato spingere  le  analogie  fra  i  pesi  moneta  egiziani  antichi  e  quelli  bi- 
zantini sino  a  supporre  l'esistenza  di  kite  che  si  comportavano  rispetto 
a  quelle  reali  come  solidi  Ct>i'<ì>  IS'.toxixcI)  e  C.  'A).84ov5p5Ìa-  rispello  al 
vò)jiiO}i.a  C    fiirjfiooia). 

{3)  Le  kite  che  conosciamo  appartengono  in  generale  alla  XVIII  di- 
nastia e  sono  ad  essa  posteriori.  È  probabile  che  se  pure  esistessero 
varie  kiie  quella  tebana  finisse  col  diventare  la  misura  ufficiale,  in  ogni 
modo,  secondo  me  la  kite  pesava  in  generale  gr.  9,70  circa  sino  dalle 
prime  dinastie. 


14 


mi  sembra  dimostrino    abbastanza    bene    l'insussistenza    dei 
due  tipi  di  kite  pesanti  e  leggere  : 


N. 

Materiale 

Numero  delie  kite 

Pese 

unitario 

4700 

Calcare 

150    (I) 

g'-- 

9,88 

7000 

Granito  grigio 

150 

w 

8,92 

7001 

Calcare 

[100] 

^ 

10,108 

7002 

Bronzo 

[50] 

» 

10,27 

7003 

Calcare 

40 

„ 

9,72 

7004 

Basalto 

40 

i> 

9,345 

A  7005 

Quarzo  nero 

[25] 

1» 

9,51 

4914 

Alabastro 

20 

„ 

9,56 

7006 

Basalto 

10 

»» 

9,10 

7007 

Ematite 

10 

„ 

9.04 

7008 

Bronzo 

[10] 

w 

9,43 

7009 

Bronzo 

[lOJ 

,, 

9,76 

7010 

Sienite 

9 

l> 

9,51 

7011 

Bronzo 

[•^1 

» 

9.15 

7012 

Bronzo 

[■>] 

» 

9,98 

7013 

Rame 

[5] 

» 

9,85 

7014 

Calcare 

4 

M 

9,27 

7015 

Piombo 

3 

„ 

9,072 

7016 

Ematite 

[-*] 

W 

9,57 

7017 

Bronzo 

I-M 

»» 

10,18 

7018 

Bronzo  e  piombo 

\A 

„ 

9.95 

7019 

Ardesia 

1? 

» 

'.mi 

7020 

Basalto 

1? 

„ 

10,18 

7021 

Bronzo 

Il] 

M 

9,59 

7022 

Serpentino 

% 

•1 

9.17 

7023 

Steatite 

% 

„ 

9,09 

7024 

Cristallo  di  quarzo 

% 

n 

9,99 

7025 

Bronzo 

% 

n 

9.45 

7026 

Ematite 

V. 

n 

9.15 

7027 

Ematite 

V.. 

n 

9,91 

7028 

Serpentino 

^. 

n 

9,38 

L'unità  d'oro  egiziana  corrisponde  ad  un  peso  di  gr.  13.90, 
13.30  circa  che  è  assai  vicino  a  quello  di  molti  sicli  sacri 
delle  città  fenicie  come  appare  dalla  seguente  tabella  (cfr. 
Weigall,  op.  cit.,  pag.  392)  : 


(i)  I  dati  contrassegnati  nella  seconda  colonna  con  parentesi  quadra 
sono  dedotti  supponendo  i  pesi  multipli  della  ki/e,  gli  altri  dati  invece 
risultano  direttamente  da  iscrizioni  dei  catDpioni.  A  questa  lista  di  dati 
si  possono  aggiungere  alcuni  inediti  del  museo  di  Torino  pubblicati  nel 
mio  articolo:  MetroL  totem,  e  pretotemaica.  Aegyptiis,  1920,  fase.  II.  Non 
ritengo  sicura  la  denominazione  dei  nn.  7001,  7002,  7017,  7018  e  7020. 


1 


J5 


N. 

Materiale 

Numero  delle  unita 

1 

Peso   unitario 

4902 

Calcare 

60 

13,01 

7029 

M 

50 

13,55 

7942 

» 

40 

13,84 

7030 

w 

30 

13,98 

7031 

Steatite 

30 

13,89 

7032 

Calcare 

30 

13,92 

B  7033 

Alabastro 

19 

13,02 

C  7034 

» 

18 

1 3,69 

7035 

Calcare 

8 

12,21 

7036 

Basalto 

6 

13,77 

D  7037 

Serpentino 

5 

13,00 

7038 

Calcare 

4 

13,68 

7039 

Basalto 

2 

13,49 

7040 

Steatite 

o 

13,58 

7041 

Calcare 

>) 

13,88 

7042 

Steatite 

1% 

13,95 

7043 

Arenaria 

2 

14,16 

7044 

Steatite 

1 

12,61 

7045 

Alabastro 

1 

13,02 

7046 

Malachite 

1 

13,32 

7047 

Ematite 

1 

13,92 

7048 

Steatite 

% 

12,53 

7049 

Calcare 

V* 

12,29 

7050 

Rame 

'U 

12,99 

Il  peso  medio  di  questi  pezzi  dà  una  media  di  gr.  13,33 
e  poiché  gli  scarti  dal  valore  medio  nei  pesi  dei  singoli  cam- 
pioni sono  dello  stesso  ordine  di  grandezza  di  quelli  riscon- 
trati nelle  kùe,  si  può  supporre  un  peso  delTunità  d*oro  di 
gr.  13,90  circa  che  non  è  facilmente  commensurabile  con 
quello  delle  unità  fondamentali  d'argento.  Ne  segue  che  al 
contrario  di  quanto  accade  in  generale  per  la  moneta  per- 
siana e  greca,  non  si  può  escludere  che  il  piede  dell'oro 
egiziano  fosse  di  origine  diversa  di  quello  dell'argento  e  che 
non  si  può  per  ora  stabilire  se  il  rapporto  fra  il  valore 
dei  due  metalli  ha  avuto  un'influenza  sul  peso  dell'unità 
aurea  (i). 


(i)  Se  si  ammettesse  l'eguaglianza  dell'unità  d'oro  a  2n  kite  d'ar- 
gento, rapporto  simile  a  quello  che  si  riscontra  nel  darico  pcrsinno  eguale 
a  20  sicli,  si  avrebbero  i  seguenti  dati  : 


Peso  dell'unità  d'oro 


Kit. 


19,40 
16.16 
15,{,2 
14,56 
13,86 

12,!)2 


9,70 


12 
12  % 

14 
1:. 


i6 


Insieme  alle  kite  e  alle  unità  d'oro  sono  stati  trovati  in 
Egitto  pesi  classificati  come  shekel  fenici,  il  cui  peso  medio 
nei  pezzi  descritti  da  Weigall  (op.  cit.,  pag.  388-389  e  394)  (i), 
è  di  gr.  14,56.  Questi  shekel  possono  considerarsi  presso  a 
poco  come  eguali  a  Vjooo  ^i  talento  egiziano  Kerker  di 
gr.  29,11  mentre  i  pesi  piìi  alti  parrebbero  indicare  piut- 
tosto uno  shekel  vicino  ai  15,12  gr.  e  i  piìi  bassi  invece,  una 
unità  egiziana  eguale  ad  i  V2  kite.  1  due  multipli  del  doppio 
siclo  n.  7072  e  7074  corrispondono  probabilmente  ad  Viooo 
di  talento  egiziano  e  vanno  riconnessi  alla  monetazione  delle 
città  fenicie  (2). 

Le  classificazioni  degli  shekel  assiri  di  un  peso  medio  di 
gr.  8,16  corrispondente  a  quello  di  due  darici  d'oro  (gr.  8,37) 
sono  in  gran  parte  incerte  perchè,  ad  eccezione  dei  nn.  7051, 
E  7053  e  7055,  i  campioni  sono  tutti  anepigrafi;  è  però  molto 
probabile  che  il  n.  7051  indichi  30  unità  di  ferro  ciascuna  eguale 
a  Vg  ^^^^^^  babilonese  di  502  gr.  circa,  che  il  n.  E  7053  sia 
Vgo  di  mana  e  che  il  n.  7055  corrisponda  ad  Va»  di  mina  o  doppio 


(I) 


Shekel  fenicio 


N. 

Materiale 

Numero  delle  unità 

Peso  unitario 

7072 

Calcare 

20 

29,24  (doppio  siclo) 

H7073 

Bronzo 

50 

3,49  (V4  di  siclo) 

7074 

Calcare 

6 

29,24  (doppio  siclo) 

7075 

Basalto 

6 

14,92 

7076 

» 

2 

14,64 

7077 

Bronzo 

2 

13,608 

7078 

Ardesia 

1 

14,98 

7079 

Bronzo 

1 

14,97 

7080 

Calcare 

1 

14,60 

7081 

Sienite 

% 

15.21 

7082 

Rame  e  Piombo 

1 

14.06 

7088 

Bronzo 

1 

14,32 

7084 

»> 

% 

14,00 

7085 

w 

% 

15,03 

7086 

» 

.'4 

14,77 

(2)  Cfr.  i  dati  dei  talenti  di  Hagia  Triada  a  pag.  8  e  quel.i  relativi 
alla  monetazione  delle  città  fenicie  a  pag.  51  e  segg. 


darico  (i).  A  queste  unità  si  riconnettono  probabilmente  i 
sicli  persiani  corrispondenti  a  Vs  di  sialo  assiro  (Weigall, 
op.  cit.  pag.  389  e  pag.  394)  (2). 

Le  unità  di  piede  attico  (Weigall,   op.  cit.,    pag.    387    e 
pag.  393)  (3)  possono  essere  riportate  a   frazioni  di    un'unità 


(i)  I  pesi  dei  sicli  assiri  riportati  da  Weigall  (op.  cit.,  pagg.  386-87 
e  pag.  393),  sono  i  seguenti  : 


N. 

Materiale 

Unità 

Peso  Unitar. 

Annotazioni 

7051 

Sienite 

10 

8,19 

—  Unità  di  gr.  24,57  :  il 
n.  7051  reca  l'iscri- 
zione "  10  di  ferro  „. 

7052 

Calcare 

30 

8,36 

E  7053 

Basalto 

10 

8,44 

—  Unità  di  gr.  25,32:  il 
n.  7053  reca  l' iscri- 
zione «  =30  „. 

7054 

Vetro  Bleu 

l'I* 

8,06 

7055 

Serpentino 

8,14 

—  Unità  di  gr.  16,28:  il 
n.  7055  reca  1'  iscri- 
zione "  2*  „. 

7056 

Bronzo 

2 

8,29 

7057 

» 

1 

8,10 

7058 

w 

V2 

8,10 

7059 

Vetro  Bianco 

V, 

8,16 

7060 

Vetro  Bleu 

V2 

7,91 

7061 

Bronzo 

Va 

7,78 

7062 

Quarzo  Bianco 

Vs 

8,41 

(2)  Il  peso  medio  dei  sicli  persiani  è  di  gr,  5,604. 


N 

Materiale 

Unità 

Peso  Unit. 

Annotazioni 

7087 

Calcare 

5 

5,47 

L'unità  è  di  gr.  21,88 

7088 

4 

5,65 

7089 

4 

5,70 

7090 

Rame 

4 

5,65 

7091 

Bronzo 

2 

5,572 

(3) 
7063 

F  7064 
7065 
7066 
7067 
7068 
7069 
7070 

G  7071 


Bronzo  e   piombo 

Ematite 

Bronzo  e   piombo 

Bronzo 

Sienite  bruciata 

Ematite 

Bronzo 


50 
40 
40 
20 
20 
5 

10 
4 
o 


4,39 
4,51 
4,11 
4,3") 
4,37 
4,33 
4,32 
4,34 
4.3! 


L'unità  e  di  gr.   17,66 


i8 


eguale  ad  i  Va  volte  il  talento  egiziano  (29,11  X  i '/s  = 
kg.  43,66)  cioè  al  Kerker  giudaico  di  100  mine  attiche  (vedi 
pag.  55  e  segg.);  in  ogni  modo  credo  opportuno  di  rav- 
vicmare  al  Kerker  egiziano  e  ai  pesi  fenici  quelle  unità  elen- 
cate sotto  il  nome  di  piede  della  dramma  attica.  Anche  assai 
incerto  mi  sembra  il  ravvicinamento  di  pesi  di  circa  6  gr.  alle 
dramme  eginetiche  (Weigall,  op.  cit.,  pag.  390  e  pag.  395)  d). 


APPORTO    FRA    IL    VALORE    DELL'ORO 
E  QUELLO  DELL'ARGENTO  IN  EGITTO 
PRIMA    DELLA    CONQUISTA    iMACEDONE. 

Ben  poco  sappiamo  su  questo  argomento.  11  papiro  di 
Bulaq  II  dove  5  pezzi  d'argento  equivalgono  a  6  pezzi  d'oro 
si  riferisce  evidentemente  ad  unità  che  dobbiamo  presumere 
diverse  fra  loro,  perchè  i  rapporti  fra  i  due  metalli  usati  in 
Egitto  come  misure  dei  valori  non  potevano  differire  molto 
da  quelli  che  si  riscontrano  presso  gli  assiro-babilonesi  e 
presso  i  greci;  si  potrebbe  a  mo'  d'esempio  supporre  che 
l'argento  fosse  misurato  in  deben  o  kite  e  l'oro  in  un'unità  che 
corrisponderebbe  rispettivamente  a  qualcosa  come  ^"/^  od  7* 
di  unità  d'oro,  in  modo  che  il  rapporto  fra  i  due  metalli  si 
mantenesse  vicino  ad   i  :  14. 

Per  questa  ragione  anche  il  P.  Rhind,  pi.  XIX,  n.  62  (2) 
di  assai  incerta  interpretazione  non  può  secondo  me  indicare 
un  rapporto  fra  l'oro,  l'argento,  il  piombo  e  il  pezzo  di 
shaii   di    12:6:3:1;  che  se  questo  testo  indicasse  un  vero 


(I) 

N. 

Materiele 

Unità 

Peso  Unit. 

Annotazioni 

7092 
7093 
7094 
7095 

Basalto 
Bronzo 
Ematite 
Bronzo 

12 
2 
1 
1 

6,38 
5,961 

5,98 
5,72 

L'unità  e  di  gr.  12,76 

(2)  Griffith,  op.  cit.,  pag.  436. 


19 

rapporto  tra  i  valori  dei  metalli  usati  come  mezzi  di  scambio 
si  dovrebbe  necessariamente  supporre  l'uso  di  unità  ponde- 
rali diverse.  In  conclusione  è  presumibile  che  il  rapporto  fra 
l'argento  e  l'oro  si  aggirasse  almeno  dopo  la  XVIII  dinastia 
approssimativamente  fra  i  :  io  ed  i  :  15  e  che  sotto  il  do- 
minio persiano  corrispondesse  abbastanza  bene  a  quello  vi- 
gente in  Grecia,  in  Sicilia  e  in  Persia  presso  a  poco  nella 
medesima  epoca  U)  e  che  di  conseguenza  in  Egitto  come  nei 
dominii  del  gran  re  esistessero  due  piedi  unitari,  uno  per 
l'oro,  l'altro  per  l'argento,  calcolati  in  modo  che,  dato  il  rap- 
porto fra  i  valori  dei  due  metalli,  si  avesse  un  facile  rag- 
guaglio fra  le  due  unità  monetarie  (vedi  pag.  32  e  segg). 


VALORE   DEL   DANARO    IN   EGITTO 
PRIMA    DELLA    CONQUISTA    MACEDONE. 

Le  nostre  conoscenze  relative  al  potere  acquisitivo  della 
moneta  egiziana  sono  assai  scarse  sia  per  1'  esiguo  numero 
dei  dati  sia  per  le  difficoltà  che  presenta  V  interpretazione 
dei  testi. 

In  un  papiro  di  Kahun  del  regno  di  Amenhotep  111,  dove 
le  merci  sono  calcolate  a  "  pezzi  „,  un  bue  corrisponde  ad 
un  pezzo  d'argento  che  col  Griffith  ritengo  eguale  ad  un 
uten  (2). 


(1)  Come  è  noto  Erodoto  III,  95,  i  calcola  a  j  :  13  il  valore  dell'ar- 
gento in  oro  in  Pei  sia  ai  suoi  tempi  "tò  /puoiov  TpioxaiSBxaotóoiov  Xo^t- 
Cóp.tvov,  TÒ  •j^'^lffia  EÒptaxetai  èòv  Eòpoixv  ?j'fhori%ovz'x  xal  é^a^ooitov  xal 
Tetpaaj^'.Xituv  „,  ina  il  vero  rapporto  Iemale  tra  1  ilue  metalli  eia  certa- 
mente di  1 :  13  Vs  perchè  il  darico  che  pesava  gli  ^/g  dell'unità  d'argento 
corrispondeva  a  20  sicli.  Un  rapporto  analogo  troviamo  nella  stessa 
epoca  (438-7  a.  C.)  ad  Atene  nel  conto  degli  epistati  incaricati  di  sor- 
veglianza alla  fabbricazione  dello  statua  crisolefantina  d'Athena  come  si 
rileva  dal  CJA,  IV,  i,  3  (suppl.  del  tomo  I)  n.  298  bis,  pag.  146  dal 
quale  risulta  un  valore  dell'oro  in  argento  di  13,96-14,04,  confermato 
dal  CI8.,  I,  300-311  (434-433  a-  ^'•)- 

(2)  L'///'''"    ••fini  \/;ilc     in     lii<<ii     .1     C>J    (il-;iH1Plf     to!  (M 11  :i  i  l'iir. 


20 

In  un  conto  della  XX  dinastia  un  medimno  tolemaico 
o  doppia  artaba  di  grano  è  valutato  2  itteii,  un  bue  119 
uten,  un  asino  40  uten. 

Durante  la  XXII  dinastia  un  terreno  di  io  arure  ad  Abido 
è  affittato  e  venduto  ad  1  uten;  370  hin  di  miele  sono  pagati 
3  ^3  ^^i^^  d'argento,  cioè  circa  una  kite  per  io  hin,  mentre 
in  un  ostrakon  più  antico  5  uten  della  stessa  sostanza  sono 
valutati  4  uten  di  rame  (i).  E  probabile  che  il  rapporto  fra 
il  valore  del  rame  e  quello  dell'argento  non  dovesse  differire 
molto  da  i  :  80—  i  :  100,  quale  presso  a  poco  ci  risulta  dai  dati 
dei  testi  dell'epoca  bizantina  e  da  congetture  relative  al  corso 
dei  metalli  nella  monetazione  romana  e  siciliana  primitiva. 
Supponendo  un  rapporto  rame  argento  di  circa  i  :8o— i  :  toc 
si  viene  ad  assegnare  ad  i  uten  di  rame  il  valore  di  Vs  Vio 
kite  d'argento  e  ad  un'artaba  di  grano,  durante  la  XX  di- 
nastia il  prezzo  di  circa  due  oboli  d'argento  tolemaici.  Un 
bue  costa  circa  41-32  dramme  tolemaiche  durante  il  regno 
di  Amenhotep  III,  un  asino  quattro  o  cinque  dramme  to- 
lemaiche, uno  schiavo  nero  65  dramme  (2  deben  e  4  kite) 
nei  P.  Ryl.,  Ili,  pag.  15  della  XXV  dinastia.  Per  queiio  che 
si  può  indurre  di  questi  dati  assai  scarsi  e  poco  sicuri  il  po- 
tere acquisitivo  dell'argento  poco  prima  e  durante  la  con- 
quista persiana  doveva  essere  qualcosa  come  4  volte  mag- 
giore di  quello  dell'epoca  di  Tolemeo  Filadelfo,  cosa  del 
resto  prevedibile  perchè  l'introduzione  della  moneta  coniata 
aumenta  ovunque  di  molto  il  medio  circolante.  La  scarsezza 
di  accenni  a  monete-pesi  diversi  dal  deben  e  dalla  kite  nei 
documenti  demotici  del  periodo  persiano  e  la  rarità  di  nomi- 
nali stranieri  circolanti  in  Egitto  prima  della  conquista  mace- 
done fanno  ritenere  che  nella  valle  del  Nilo  sino  ai  tempi 
di  Alessandro  il  Grande  si  seguitasse  ad  usare  come  mezzi 
di  scambio  i  metalli  preziosi,  il  rame  e  Io  stagno,  pesati  e  che 
anche  sotto  il  dominio  persiano,  quando  l'uso  della  moneta 
era  divenuto  corrente  presso  quasi  tutti  i  popoli  del  medi- 
terraneo, in  Egitto  la  valuta  dei  singoli  paesi  doveva  essere 


(l)  Ponendo  eguali  i  due  prezzi  del  miele  si  ricaverebbe  un  rap- 
porto di  1 :  40  circa  fra  il  rame  e  l'argento,  ma  è  evidente  che  questo 
dato  ha  un  valore  quasi  nullo. 


21 


accettata  a  peso  e  probabilmente  ragguagliata  in  deben  e 
kite  dagli  indigeni  ed  in  unità  ponderali  nazionali  dagli  abi- 
tanti delle  colonie  greche  e  semitiche. 

Certo  è  che  le  monete  introdotte  in  Egitto  dai  Greci 
presso  a  poco  nel  periodo  persiano  dal  VI  al  I\'  secolo  a.  C. 
risultano  di  pezzi  di  origine,  di  tipi  e  di  pesi  assai  diversi.  Così 
nel  ritrovamento  di  Sokha  e  di  Sog-el-Hager  (Sais  e  Xois) 
descritto  da  Dressel  (Z.  /.  A^.,  22,  1900,  pag.  231  e  segg.) 
sono  rappresentati  nominali  di  Taso,  Lete,  Neapoli,  traco- 
macedoni  indeterminati,  di  Egina,  Corinto,  Nasso,  Taso,  Cla- 
zomene,  Focea  o  Teo  (?),  Chio  (?),  Samo  (?),  Idime,  Camiro, 
laliso,  Licia,  Sardi,  Fenicia,  Cirene  e  Cirenaica  e  da  parec- 
chi pezzi  di  origine  sconosciuta:  in  un  altro  ripostiglio  tro- 
vato nel  1860  presso  Memfi  insieme  ad  un  notevole  numero 
di  barre  d'argento  martellate,  furono  rinvenute  23  monete 
arcaiche,  descritte  da  Longpérier  {Rev.  Ntim.,  1861,  pag.  414 
e  segg.)  e  attribuite  da  questo  autore,  alcune  con  certezza, 
a  Lete,  Egina,  Corinto,  Nasso,  Focea,  Chio,  Cos,  Cipro  e  Ci- 
renaica, altre  con  minore  certezza  a  Maronea,  Ege,  Corinto, 
Eretria,  Ceo,  Calcedone,  Samo  e  Faselis.  Un  altro  ritrova- 
mento del  1887  nel  Delta  (W.  Greenwell,  A'^  Chr.,  1890,  pag.  i 
e  segg.),  ha  dato  24  monete  di  Taso,  Lete,  Mende,  Neapoli, 
Corinto,  Cizico,  Mileto,  Chio,  Samo,  Cos,  Licia,  Cipro,  Tiro, 
Cirenaica,  e  3  indeterminate  ;  contemporaneamente  arrivarono 
al  medagliere  di  Parigi  dei  pezzi  di  Dicea,  Sermile  e  Atene. 
Negli  scavi  di  Petrie  a  Naucrati  insieme  a  barre  d'argento 
tagliate  furono  rinvenute  15  monete  di  Siracusa,  Atene  (3 
esemplari),  Egina,  Chio,  Samo  (3  esemplari),  Mallos,  Licia 
e  Cirenaica. 

Le  barre  d'argento  ritagliate  nei  ripostigli  di  monete, 
le  tracce  di  forbici  in  alcuni  pezzi  arcaici  e  la  coesistenza  di 
nominali  coniati  in  uno  spazio  di  circa  250  anni  su  piedi  dif- 
ferenti (1)  dimostrano  che  la  moneta  greca  in  Egitto  prima  della 
conquista  macedone,  era  accettata  a  peso.  Si  può  dire  inoltre 


(i)  Nei  ripostigli  egiziani  sono  rappresentati  in  prevalenza  gli  sta- 
teri eginetici,  i  didraninii  attici,  i  nominali  niaceduni  di  circa  10  gr.  che 
hanno  spesso  un  peso  eguale  a  quello  della  Kite  (gr.  9,70)  e  i  pezzi  di 
Chio  e  delle  città  dell'Asia  Minore  di  gr.  7,80-7,40. 


22 


che  in  questi  ritrovamenti*  egiziani  siano  rappresentate  le 
principali  città  greche  che  coniavano  monete  fra  il  VI  ed  il 
IV  secolo,  eccezione  fatta  per  l'isola  di  Creta,  forse  più  che 
per  il  caso,  per  l'epoca  tarda  nella  quale  comincia  la  conia- 
zione dell'argento  nell'isola;  è  invece  assai  più  notevole  l'as- 
senza in  Egitto  di  sicli    d'argento  medici  (i). 

PIEDE   MONETARIO   TOLEMAICO. 

L'assenza  di  monete  coniate  in  Egitto  nel  periodo  per- 
siano non  meraviglia;  quando  si  pensi  che  paesi  civili  ave- 
vano fatto  a  meno  per  secoli  di  una  moneta  coniata  e  che 
il  commercio  internazionale  dei  greci  e  dei  romani  era  fatto 
per  lo  più  per  mezzo  di  metalli  preziosi  in  barre  o  in  pani 
pesati  e  spesso  anche  saggiati,  quindi  la  mancanza  della  mo- 
neta coniata  in  Egitto  non  poteva  costituire  che  un  piccolo 
inciampo  nelle  sue  relazioni  commerciali  cogli  altri  popoli. 

E  opinione  comune  di  tutti  gli  studiosi  che  la  conquista 
macedone  introducesse  in  Egitto  una  moneta  di  piede  e.  d. 
attico  di  gr.  4,30  circa  (2),  e  che  la  differenza  di  peso  fra  la 
dramma  primitiva  tolemaica  e  quella  attica  di  gr.  4,366  fosse 
cosa  di  poco  rilievo,  tanto  più  che  i  nominali  dei  primi  To- 
lemei  per  la  loro  affinità  coi  pezzi  attici  dovevano  finire  col 
circolare  alla  pari  con  essi  (3). 

Il  peso  di  gr.  4,2854  per  la  dramma  tolemaica  risulta  : 
i.°  dall'esame  dei  nominali  più  elevati  in  migliore    stato    di 


(i)  La  storia  di  Aryandes  (Herod.,  IV,  166)  che  preposto  da  Cambise 
alla  satrapia  dell'Egitto  offese  mortalmente  Dario  di  Hystaspes  coniando 
monete  d'argento  che  rivaleggiavano  in  purezza  coi  darici  d'oro,  quan- 
tunque non  abbia  sinora  una  conferma  nei  ritrovamenti  di  monete 
egiziane  rende  verosimile  l'ipotesi  di  una  circolazione  sia  pure  ristretta 
di  sicli  nell'epoca  saitica.  Però  i  sicli  circolanti  in  Egitto  dal  VI  al  IV 
secolo  a.  C.  non  sono  in  ogni  modo  medici,  ma  fenicio-giudaici,  come 
accennerò  dove  tratto  dei  rapporti  della  moneta  fenicia  con  quella  ales- 
sandrina. 

(2)  I  pezzi  coniati  sotto  Cleomene  e  sotto  la  satrapia  di  Tolemeo 
Soter  non  superano  mai  i  gr.  4,30. 

(3)  Pare  che  in  Egitto  sotto  il  dominio  persiano  fossero  alquanto 
diffuse  le  imitazioni  della  moneta  ateniese  del  "  Vecchio  stile  „.  Cfr. 
Head,  Hisf.  Num.,  pag.  377. 


23 

conservazione;  2.°  da  considerazioni  di  carattere  metrologico 
che  esporrò  in  questo  saggio. 

Un  attento  esame  dei  pezzi  di  Cleomene  e  della  Satrapia 
di  Tolemeo  Soter  permette  di  assegnare  alla  dramma  tole- 
maica della  fine  del  IV  sec.  a.  C.  il  peso  normale  di  gr.  4,2854 
eguale  a  quello  della  moneta  dei  Seleucidi  (v.  pag.  62  e  segg. 
e  a  quello  della  moneta  persiana  degli  Arsacidi  e  dei  Sassa- 
nidi  U)  la  cui  identità  con  quella  tolemaica  è  confermata  nella 
maniera  piii  brillante  dal  peso  normale  di  gr.  4,285  (21  del 
dinar  arabo  dei  Califfi  d'Oriente. 

Questa  dramma  che  si  riscontra  in  Siria,  sotto  i  Seleucidi, 
in  Egitto  sotto  i  Tolemei,  in  Persia  sotto  gli  Arsacidi  e  i 
Sassanidi  e  in  tutto  l'Oriente  sotto  forma  di  dinar  arabo 
deriva  probabilmente  dal  cubito  usato  in  Egitto  nel  periodo 
saitico  e  sotto  i  Tolemei:  infatti  dal  cubito  reale  eguale  in 
lunghezza  al  meh  suten  di  524,96  mill.  si  ricava  un  piede  di 
mill.  349,87  il  cui  cubo  corrisponde  a  Kg.  42,854  cioè  esat- 
tamente a  loooo  dramme  dei  primissimi  Tolemei  13). 

Il  sistema  monetario  tolemaico  presenta  quindi  i  seguenti 
rapporti  col  piede  cubico  reale  : 

Cubo  del  piede  di  un  cubito  reale  di  mill.  524,91  kg.  42,854  i 
Mina  di  dramma  tolemaica  (4)  gr.  428,54  100  i 

Mina  di  dramma  tolemaica  ridotta    „    357,1  120  1  Vs  i 
Dramma  tolemaica  gr.  4,2854  loooo  100  83  Vs  ^ 

Dramma  tolemaica  ridotta  gr.  3,571  120000  120  100  i  Vs  i. 


(i)  Per  la  moneta  degli  Arsacidi  e  dei  Sassanidi  cfr.  Vasquez 
QuEiPO,  Syst.  métr..  III. 

(2>  CtV.  A.  Segrè,  Moneta  bizantina.  Rendiconto  dell'Istituto  Lom- 
bardo, 1920,  pag.  329. 

(3)  Un  cubito  di  un  piede  cubico  eguale  a  loooo  dramme  attiche  do- 
veva essere  di  mm.  528,1.  Non  so  se  il  cubito  fiietereo  raggiungesse 
quella  lunghezza,  ma  è  probabile  che  se  non  era  identico  con  esso 
doveva  essere  equiparato  al  meh  sitteii  (vedi  A.  Segre,  Misure  totem,  e 
pretoleiiiaiche.  Aegyptus,  1920,  fase.  II).  Il  cubito  tolemaico  dovrebbe  es- 
sere secondo  me  eguale  a  quello  reale  quantunque  il  nxoXtixatxòi;  w'vix'^ 
del  Museo  di  Torino  sia  assai  vicino  a  526  mill.,  credo  che  la  sua  lun- 
ghezza teorica  fosse  quella  di  mill.  524,91  che  lo  renderebbe  facil- 
mente commensurabile  colla  dramma  monetaria. 

{\}  Chiamo  tlramma  tolemaica  quella  di  gr.  4,2854  e  dramma  ridotta 
quella  di  gr.  3,571  coniata  dopo  il  290  circa.  La  mina  tolemaica  di 
100  dramme  ponderali  di  gr,  4,2854  corrisponde  a  125  dramme  ridotte 
^'  Kf"-  3»57'  e  la  libbra  di  96  dramme  ridotte  a  gr.  342,8  cioè  a  circa 
loo  dramme  romane. 


24 

Devo  premettere  un  breve  riassunto  sulla  monetazione 
tolemaica  in  gran  parte  tratto  dalla  poderosa  opera  dello 
Svoronos,  "  Tà  vojjLiafxaTa  toO  /cpà-rou;  tOv  -jzTolzy.of.io}^  ^^,  riassunto 
che  è  necessario  presupposto  allo  studio  della  circolazione 
monetaria  del  regno  dei  Tolemei. 


MONETA   D'ORO    TOLEMAICA. 


La  moneta  d'oro  coniata  in  Egitto  sotto  Cleomene  e 
sotto  la  Satrapia  di  Tolemeo  I  ha  per  base  la  dramma  di 
gr.  4,2854.  In  questo  periodo  sono  coniati  tetradrammi  di 
gr.  17,1316,  dramme  e  tetroboli  (?)  (0.  Lo  statere  d'oro  fu 
ridotto  a  io  oboli  attico-tolemaici  nei  primi  anni  di  regno  del 
Soter  (2),  sotto  il  quale  in  Cirenaica  dove  fu  conservato  forse 
un  poco  più  a  lungo  che  in  Egitto  il  piede  attico-tolemaico  (3) 
furono  coniati  stateri  d'oro  di  gr.  8,571  (4)  contemporanei  ai 
tetroboli  egiziani  di  gr.  2,857  ^5).  Prima  adunque  della  riforma 
di  Tolemeo  I  sono  coniati  in  oro  lo  statere  e  la  dramma 
mentre  è  assai  incerto  se  il  didrammo  e  il  tetrobolo  appar- 
tengano allo  stesso  periodo  dei  nominali  d'oro  attici  coniati 
prima  della  riforma  monetaria  del  Soter  pare  siano  i  seguenti: 


(i)  I  nominali  d'oro  di  gr.  2,70  coniati  a  Cipro  da  Menelao  fratello 
di  Tolemeo  (312-311)  si  avvicinano  in  peso  ai  tetroboli  di  gr.  2,857. 

(2)  Mancano  criteri  sicuri  per  stabilire  con  precisione  la  data  della 
riforma  monetaria  di  Tolemeo  I. 

(3)  Dato  il  rapporto  di  6 : 5  fra  lo  statere  attico-tolemaico  d'oro  a 
quello  ridotto  è  talvolta  assai  difficile  poter  stabilire  se  alcuni  nominali 
d'oro,  appartengano  alla  serie  e.  d.  attica  e  a  quella  ridotta  e  se  il 
nuovo  piede  monetario  fosse  esteso  contemporaneamente  a  tutti  i  do- 
minii  dei  Tolemei.  Di  difficile  classificazione  sono  i  pezzi  d'oro  coniati 
dopo  il  308  con  due  nonnnali  un  tetradrammo  (?)  di  gr.  15,03  e  un  di- 
drammo (?)  di  gr.  6  89  e  6,71  dei  quali  per  ora  ci  contentiamo  di  se- 
gnalare l'esistenza. 

(4)  1  pesi  dello  statere  d'oro  della  Cirenaica  (vedi  Svor.  Classe  III, 
pag.  50  e  segg.),  sono  di  gr.  8,54  (n.  314)  e  gr.  8,55  (n.  315). 

(5)  1  pesi  osservati  dei  tetroboli  di  Tolemeo  Soter  sono  di  gr.  2.87, 
2.86,  2.85,  2.81  (2),  2.80  (2),  ecc. 


Nominali  d'oro  coniati  sul  piede  attico-tolemaico. 


!    Peso  nei      Valore  in  dramme  d'ar-  IValorc    in    dramme  ri- 
I        ed.         I     genio  (I)  col  rapporto  j     dotte  col  rapporto  oro 


Nominali  Peso 

attico-tolemaici      (in 

d'oro  grammi  !  oboli  attici  j     oro-argento  di  i  :  io 


argento  di  i  :  io 


Tetradramiiìo 

17,iaiG 

24 

40 

-iS 

Statere 

8,671 

12 

20 

24 

Dramma 

4,2854 

H 

10 

12 

Tetrobolo 

2,857 

4 

6-V:, 

8 

Tolemeo  Soter  (305-285)  introdusse  un  nuovo  tipo  di 
moneta  d'oro  che  si  mantenne  sotto  il  Filadelfo  presso  a  poco 
sino  al  271-70  a.  C.  E  questo  il  pentadrammo  o  rpij^puaov  (2) 
del  peso  normale  di  gr.  17,855  col  suo  decimo  o  triobolo  di 
gr.  1,7855  che  sono  i  nominali  d'oro  più  comuni  in  Egitto  in 
questo  periodo. 

Il  Tp()(^pi>(7ov  che  come  lo  indica  il  nome  corrisponde  a 
3  XP'^^QS  <7TaT7ipe;  o  a  60  dramme  d'argento  pari  ad  Vioo  eli  ta- 
lento (3)  probabilmente  deve  essere  identificato  col  talento 
d'oro  (4)  di  3  x?^<yoi  al  quale  accennano  Porfirio,  Polluce  e 
Snida  (5). 

Il  Tpi;^pu(Tov,  coniato  soltanto  da  Tolemeo  Filadelfo,  era 
considerato  forse  soltanto  come  unità  di  conto  sotto  il  nome 
di  /^pudoOv  TaXavTov  dai  Macedoni    e    forse    anche    dagli    altri 


(i)  Sul  rapporto  delle  dramme  d'oro  e  quelle  d'argento  vedi  pag.  28. 

(2)  Vedi  il  mio  articolo  negli  Atti  dell'Istituto  Veneto  a  proposito 
del  P.  Edgar  5. 

(3)  In  un  conto  inedito  di  una  banca  comunicatomi  gentilmente  dal- 
l'Edgar,  85  xpixpuoa  sono  cambiate  con  51  ^xvatìa, 

(4)  Non  veao  in  che  modo  a  questo  nominale  si  possa  assegnare 
l'usuale,  ma  non  necessaria  divisione  in  6000  parti. 

(5)  Porfirio  Script.  MetroL,  \,  299,  21.  tò  8è  MaxeSovtxòv  tàXavtov  tptt? 
•rjoftv  5^póoivot.  Polluce,  ntpl  vojitofxàttov,  Script.  Metro/,  I,  281,  11,  •/^Sóvoto 
Zk  tò  xoù  /puoioo  tàXavxov  xpslc.  ^(poao'Jc  'Axtuoì)?,  xò  8è  àpY'^p'.ou  é^-r^xovxa 
jivà^  'Axxtxòc.  Polluce,  ««pi  oxaxixij?,  Script.  .Metn)!.^  I,  297,  18,  ó  8è  ypuooù? 
oxfttTjP  ?óo  YjYb  8pa/jjLà:  'Axxtxàc,  xò  8è  xàXavxov  xptì?  y^puooò?.  Snida,  Loci 
ex  etym.  magn ,  Script.  Metrol.,  I,  354.  tò  xóXavxov  xaxà  xoù?  uaXaioòc 
Xpoooùc  ti^t  xptl;  8ià  «al  ò  <t>iXY]pL(uv  ó  xiupitxó(;  (piriai.  '$60  «l  Xà^ot  xóXavt« 
Xpoooò?  é4  s/iuv  ànoiotxai.  Sembra  nonostante  le  testimonianze  degli  scrit- 
tori metrologici  che  i  talenti  d'oro  di  questo  tipo  non  siano  stati  co- 
niati che  in  Egitto. 


26 


Greci  dell'epoca  Alessandrina  ed  era  ragguagliato  a  6  dramme 
attiche  all'epoca  di  Alessandro  il  Grande  quando  l'argento 
era  in  un  rapporto  di  i  :  io  coll'oro  e  a  5  dramme  quando 
il  rapporto  fra  i  due  metalli  fu  abbassato  ad  i  :  12. 

Non  so  se  debbano  essere  ravvicinati  ai  nominali  e.  d. 
attici  quei  didrammi  che  Svoronos  chiama  stateri  d'oro  di 
piede  fenicio  (i)  coniati  da  Tolemeo  Soter  fra  il  305  e  il  285; 
ma  da  quanto  si  è  detto  dai  primi  anni  di  Tolemeo  Soter 
sino  al  270  sono  coniati  con  certezza  sul  piede  di  una  dramma 
d'oro  di  gr.  3,571  solo  il  pentadrammo  o  Tot/^pu^ov  ed  il  trio- 
bolo  corrispondenti  rispettivamente  a  60  e  6  dramme  d'ar- 
gento come  risulta  dalla  tavola  seguente: 


Nominali  d'oro  sul  piede  della  dramma  di  gr.  3,57. 


Nominali 


Peso  in  gra.Timi  1    Peso  in  oboli        Valore  in  dramme  d'argento 


Pentadrammo 
Didrammo  ? 
Triobolo 


17,8-55 
7,142 
1,7855 


30 

12 

3 


60 
24 


L'emissione  dei  Toi^^pixia  che  recano  l'effige  di  Tolemeo 
Soter  anche  durante  il  regno  del  Filadelfo,  si  arresta  (2)  dopo 
la  morte  di  Arsinoe  Filadelfo  (270-71)  colla  comparsa  degli 
paeia  del  peso  normale  di  gr.  27,878  recanti  l'effige  della 
regina  divinizzata:  dal  270-71  a.  C.  in  poi  la  dramma  d'oro 
tolemaica  di  gr.  3,571   è  ridotta  a  gr.  3,4838. 

Sotto  Tolemeo  Filadelfo  sono  coniati  in  oro  gli  otto- 
drammi,  [AvasXa  di  gr.  27,868  del  tipo  descritto  da  Svoronos 


(i)  Svoronos,  op.  cit.,  pag.  18,  nn.  loi,  102,  ili,  121,  126,  128,  ecc. 
I  pesi  di  questi  nominali  sono  di  gr.  7.30,  7.19,  7.15  (2),  7.13  (2),  ma  la 
maggior  parte  di  essi  hanno  un  peso  inferiore  a  gr.  7.12.  Il  e.  d.  piede 
fenicio  corrisponde  secondo  l'opinione  comune  dei  metrologi  a  gr.  3.638 
quindi  dà  un  didrammo  di  gr.  7.276  mentre  il  piede  ridotto  tolemaico 
<^i  S^'  3-571  dà  un  didrammo  di  gr.  7.142. 

(2)  I  pentadrammi  emessi  nel  266-65  a.  C.  dovrebbero  ora  conside- 
rarsi come  eccezionali;  probabilmente  le  date  di  queste  monete  dovreb- 
bero essere  controllate. 


27 


(op.  cit.,  n.  605),  i  tetradrammi,  i  mezzi  pas^a  di  gr.  13,934  <^), 
i  didrammi  di  gr.  6,967  (2)  e  le  dramme  di  gr.  3,48385  (3'. 

Nominali  d'oro  di  Tolemeo  Filadclfo  coniati  sul  piede  della  dramma 

di    gr.  3,48. 


Nominali 


Dnmme  d'oro  di  gr.  3,48         Dramme  d'argento  di  gr.  ■^,571 


Mvatìov 

10 

100 

ictvtaxpoaov 

5 

50 

0'18pa)(jAOv 

2'/. 

25 

«potxfxYi 

l'A 

12  V. 

Dai  nominali  aurei  già  trattati  risulta  che  la  dramma 
d'oro  attico-tolemaica  di  4,285  gr.  sotto  Cleomene  è  ridotta 
a  gr.  3,571  sotto  il  Soter  e  a  gr.  3,48125  dopo  la  morte  di 
Arsinoe  Filadelfo,  quindi  non  credo  esatta  l'assegnazione  di 
Svoronos  al  legno  di  Tolomeo  III  Evergete  dei  seguenti  no- 
minali di  peso  attico  che  portano  l'immagine  di  Berenice, 
Rspsv'.xsia  vopdfAaTx  (Poli.,  Onom.,  t.  X,  84,  101). 


Decadrammo  d'oro  attico 

(4) 

P. 

n. 

gr. 

42,854 

Pentadranimo  (5) 

„ 

21.427 

Pentemidrammo  (6) 

n 

10,7315 

Dramma  (7) 

u 

4.2854 

Triobolo  (8) 

H 

2,1427 

Triemibolo  {9) 

n 

1,07135 

Certo  è  che  questi  pezzi  hanno  per  base  la  dramma 
d'oro  di  gr.  3,571  o  quella  di  gr.  4,2854  che  si  mantiene  con 
la  prima  in  un  rapporto  esatto  di  6  a  5  mentre  è  invece  as- 


(i)  Pesi  osservati,  Svor.,  11.  604. 

(2)  Pesi  osservati,  Svor.,  n.  605,  gr.  6,95. 

(3)  Pesi  osservati,  Svor.,  n.  606.  ji;r.  3,45. 

(4)  Per  ia  moneta  d'argento  dello  stesso  tipo  vedi  pag.  30-31. 

(5)  N.  972,  gr.  42.83,  42.81,  42,76  (2). 

(6)  N.  962,  gr.  21.42,  ecc.  (N.  978),  ^r.  21  40  (2),  ecc. 

(7)  N.  980,  gr.  4.30  (2),  4.28  (2),  4.27  (2),  ecc. 

(8)  N.  281.  gr.  2.15(2),  2.14(2),  2.13,  ecc. 

(9)  N.  982,  gr.  1.15,  1.08.  107(2),  1.06(2),  ecc. 


28 


solutamente  da  escludere  la  nuova  dramma  di  gr.  3,483  (i), 
quindi  i  pezzi  che  lo  Svoronos  e  tutti  coloro  che  si  sono  oc- 
cupati di  numismatica  tolemaica,  attribuiscono  a  Berenice  II 
e  quindi  al  regno  di  Tolemeo  III,  per  il  loro  piede  monetario 
appartengono  secondo  me  a  Berenice  I  e  precisamente  ai 
primi  anni  di  regno  del  Filadelfo,  sotto  il  quale  ebbe  luogo 
la  divinizzazione  della  madre  Berenice  I  (2).  Attribuendo  il 
BspevUsiov  vófy.tdfjLa  al  regno  del  Filadelfo  non  ci  resta  che  as- 
segnare a  quei  nominali  il  valore  che  ad  essi  conferisce  il 
confronto  con  la  moneta  coniata  prima  della  morte  di  Arsinoe. 
Poiché  il  così  detto  decadrammo  d'oro  con  un  rapporto 
oro-argento  di  i  :  io  corrisponde  a  loo  dramme  attiche  o 
120  tolemaiche  e  a  120  dramme  attiche  144  tolemaiche  con 
un  rapporto  di  i  :  12,  al  BspEvtxsiov  vóy/.^ay.  d'oro  si  possono 
assegnare  i  seguenti  valori  <3>  : 


Bepsvixeia  vofJtiojxata 


Oboli 

Oboli 

Pesi 

tole- 

attici 

maici 

Dramme  attiche 

rapporto 
oro     I     argento 
1  :  IO  I  :  12 


Dramme   tolemaiche 
rapporto 
oro  argento 

T  ;  IO    I        1:12 


Decadrammo 

Pentedrammo 

Pentemidrammo 

Dramma 

Triobolo 

Triemiobolo 


42,854 

(;o 

72 

100 

120 

120 

21,427 

30 

3(i 

50 

()0 

60     1 

10,713 

15 

18 

25 

30 

30 

4,2854 

6 

17  Vs 

10 

12 

12 

2,1427 

3 

375 

5 

() 

6 

1,0713 

IV2 

17. 

:^V. 

3 

3 

144 
72 
30 


(1)  In  questo  caso  il  dodecadrammo  di  questo  piede  monetano  cor- 
risponderebbe a  gr.  41.806  e  non  a  gr.  42.85,  e  i  nominali  inferiori  sa- 
rebbero ridotti  anch'essi  in  proporzione. 

(2)  Si  sa  che  sotto  il  regno  di  Tolemeo  II  Filadelfo  furono  tributati 
a  Berenice  onori  divini  insieme  al  suo  marito.  Theocr.  XVII,  121  e  segg. 
Kallixenos  F.  H.G.,  III,  59  e  65,  sul  culto  dei  Beol  ocoxvjpe?  cfr.  Wil- 
KEN,  Gel.  An.,  1895,  193  e  segg.,  con  accenno  all'iscrizione  Aduletana, 
GIG..  III,  5184-5797  {IGL,  727)  come  moglie  di  Tolemeo  I,  dove  sono 
nominati  i  Beol  ocDXYjpe?.  Come  madre  di  Filadelfo  e  di  Arsi  noe  è  nomi- 
nata in  due  iscrizioni  in  Olympia  {Dittenberg.  Sylloge,  152),  in  GlG.y 
III,  5184  e  5795  (=  IGL,  727),  come  moglie  di  Tolemeo  1  in  GIG.,  II, 
2614  (Pauly  Wissowa,  Realenz,  pag.  283,  sotto  Berenike). 

(3)  I  valori  del  Bepevóxeiov  vóixca|Aa  sono  stati  effettivamente  quelli 
indicati  nelle  colonne  6,  7  e  9  per  i  cambiamenti  di  rapporti  fra  l'oro  e 
l'argento  effettuatisi  nel  periodo  che  va  dagli  inizi  della  conquista  ma- 
cedone al  279-280  a.  C. 


29 

I  dati  della  quinta  colonna  della  tavola  di  pag.  28  con- 
frontati con  quelli  della  sesta  colonna  di  questa  dimostrano 
come  per  il  Bspevixstov  vójxidfAa  sia  più  probabile  il  rapporto 
fra  l'oro  e  l'argento  di  1  :  io  che  quello  di   i  :  12. 

L*  Evergete  coniò  invece  il  paeTov  di  gr.  27,868,  la  dramma 
di  gr.  3,483  e  Temidrammo  di  gr.  1,74(1):  i  suoi  successori 
mantennero  presso  a  poco  gli  stessi  tipi  monetari,  onde  quan- 
tunque la  maggior  parte  delle  congetture  dello  Svoronos  re- 
lativi alla  coniazione  dell'oro  tolemaico  dopo  il  Filopatore 
siano  assai  discutibili  (Head,  Hìst.,  Num.^,  pag.  855  e  segg.) 
si  può  tuttavia  ritenere  che  l'emissione  di  nominali  aurei 
cessi  soltanto  sotto  il  regno  dell'Aulete  (80-58  e  55-51),  quando 
il  tetradrammo  di  argento  divenne  una  moneta   di   biglione. 

MONETA    D'ARGENTO   TOLEMAICA. 

L'argento  fu  coniato  su  larga  scala  sotto  Cleomene  e 
sotto  la  Satrapia  del  Soter  sotto  forma  di  stateri  attico-tole- 
maici di  gr.  17,136  simili  ai  pezzi  ateniesi,  ma  mentre  i  te- 
tradrammi  mantengono  inalterato  il  loro  peso  legale  sotto  la 
Satrapia  di  Tolemeo  I,  le  dramme  e  i  trioboli  pare  abbiano 
il  peso  inferiore  al  normale  (2)  di  gr.  3,75  e  gr.  1,8725  (3). 

Nel  311-305(4)  e  forse  sino  ai  primi  anni  di  regno  del 
Soter  (5)  sono  coniati  stateri,  di  gr.  15,7098  (6),  su  un  piede 
di  una  dramma  di  gr.  3,927  che  lo  Svoronos  chiama  impro- 
priamente rodio  (7)  sinché  il  tetradrammo  tolemaico  sotto   il 


(i)  I  pesi  delle  dramme  d'oro  si  mantengono  generalmente  inferiori 
al  peso  normale  (n.  995)  gr.  3.08,  gli  emidrammi  non  superano  i  gr.  1.55, 
"•  935»  gr.  1.53.  ^52,  n.  983,  gr.  1.55,  n.  984,  gr.  I.51. 

(2)  Dato  il  numero  abbastanza  ragguardevole  di  pezzi  che  ci  sono 
rimasti  ed  il  loro  slato  di  conservazione  non  si  può  supporre  che  il 
basso  peso  delle  dramme  e  dei  triboli  sia  accidentale. 

(3)  Dran.ne  (n.  34)  gr.  3.74,  3.71,  3.8.  3.59,  3.51,  3.50,  ecc.;  Trioboli 
("•  35)  gr-  188.  180,  1.74,  1.71  ;  Dramme  (n.  43)  gr.  3.70,  350,  ecc.; 
Dramme  (n.  45)  ^v.  3.77,  3.70,  3.50;  Dramme  (n.  40)  p;r.  360,  3.55. 

(4)  Svoronos,  op.  cit.,  n.  96. 

(5)  Ctr.  classe  A,  serie  A  e  B,  di  T-'U-tn,-,,  1 

(6)  La  media  di  15.71,  15.65,  15.63. 

(7)  Di  questi  piede  non  esistono  clit    ^1:   suur:  •. 


3° 

Soler  subisce  una  nuova  riduzione  di  peso  ad  assume  il  tipo 
caratteristico  della  moneta  alessandrina;  da  ora  in  poi  esso 
recherà  l'effige  di  un  Tolemeo  al  diritto,  l'aquila  al  verso. 
A  questo  statere  del  peso  di  gr.  14,99  bacile  a  determinarsi 
data  l'abbondanza  e  la  buona  conservazione  dei  pesi  rimasti 
si  dovrebbero  accompagnare  didrammi  di  gr.  7,498,  dramme 
di  gr.  3,75,  trioboli  di  gr.  1,875,  ecc.;  forse  appartengono  a 
questa  serie  i  didrammi  (i)  della  Cirenaica  (304-285  a.  C.)  di 
cui  alcuni  recano  la  testa  di  Tolomeo  I,  altri  quella  di  Be- 
renice I  mentre  invece  la  serie  A  della  classe  B  (Svoronos, 
opera  citata)  di  Tolemeo  Soter  presenta  ottadranimi  che 
appartengono  almeno  dal  punto  di  vista  metrologico  al  piede 
monetario  di  gr.  3,57. 

Non  ci  si  può  nascondere  che  la  classificazione  della 
moneta  d'argento  alessandrina  nel  periodo  che  precedette 
Tolemeo  Filadelfo  presenti,  almeno  in  apparenza,  non  poche 
complicazioni  che  dipendono  generalmente  dalle  incertezze 
cronologiche,  dalla  varietà  delle  zecche  e  dalla  scarsità  dei 
materiali  (2). 

Ciò  nonostante  pure  attraverso  le  difficoltà  che  presenta 
lo  studio  della  valuta  egiziana  della  fine  del  IV  secolo  e  il 
principio  del  III  resta  accertato  negli  anni  che  precedono  il 
regno  del  Filadelfo  1'  uso  successivo  di  tetradraiiimi  di 
gr.  17.138,  15.098  e  14.996  (3)  ed  infine  di  gr.  14.284,  dopo 
Tolemeo  II  sotto  il  quale  la  moneta  alessandrina  acquista 
una  uniformità  di  peso  e  di  tipi  che  ne  rendono  assai  più 
agevole  lo  studio  dal  nostro  punto  di  vista. 

Anche  per  l'argento  secondo  me  va  attribuito  all'epoca 
del  Soter  e  ai  primi  anni  di  regno  del  Filadelfo  il  Becevì/ceiov 


(i)  Pesi  osservati  (n.  309)  gr.  7.42,  (n.  317)  7.42,  (n.  318)  gr.  7.46, 
7.45,  7.42.  Questi  nominali  appartengono  alla  stessa  serie  dei  trioboli 
d'oro  di  gr.  2,865  e  dei  didramini  di  gr.  8,56  v.  p.  25. 

(2)  Non  si  potrebbe  escludere  che  alcune  delle  complicazioni  della 
monetazione  tolemaica  della  fine  del  IV  e  principio  del  III  secolo  po- 
trebbero in  parte  avere  origine  dalla  coniazione  di  monete  di  piede 
straniero  destinate  quasi  esclusivamente  al  commercio  estero. 

(3)  Probabilmente  le  difficoltà  che  derivano  dall'uso  dei  sottomultipli 
il  cui  peso  non  si  accorda  sempre  con  quelli  degli  stateri,  potrannc 
essere  spiegate  con  una  revisione  della  cronologia  dei  pezzi. 


3t 

vó{jLi<7(j.a  che  Io  Svoronos  classifica  come  moneta  di  piede  at- 
tico di  Tolemeo  111  Evergete  (^)  costituita  da  pentadrammi 
attici  (p.  n.,  gr.  21426)  (2),  pentemidrammi  (p.  n.,  gr.  10,713)  (3) 
tetroboli  (p.  n.,  gr.  2,856)  Ù),  dioboli  (p.  n.,  gr.  1,428  (5>  e  da 
un  nominale  d' argento  di  cui  esiste  un  unico  esemplare 
(n.  988)  di  gr.  46,68  in  cattivo  stato  di  conservazione  al  quale 
si  può  assegnare  il  peso  approssimativo  di  12  dramme 
attiche. 

Come  ho  già  accennato  dopo  Tultima  riforma  monetaria 
del  Soter  si  intraprese  in  Egitto  la  coniazione  degli  stateri 
di  gr.  14,284  e  delle  dramme  di  gr.  3,571  che  fu  continuata 
ininterrottamente  <6ì  fino  all'epoca  del  triumviro  M.  Antonio 
il  quale  forse  tentò  di  introdurre  in  Egitto  per  breve  tempo 
e  senza  fortuna  il  denaro  repubblicano  di  Ve*  ^^  libbra  ro- 
mana. Gli  stateri  tolemaici  ridotti  a  moneta  di  biglione  sotto 
l'impero  da  Tiberio  (18-19)  furono  poi  coniati  sino  al  295  circa, 
anno  in  cui  ha  luogo  la  riforma  monetaria  di  Diocleziano  (7). 


(i)  Ved.  pag.  28  e  segg.  Questi  stessi  nominali  potrebbero  essere 
rispettivamente  esadrammi,  didrammi,  tetroboli  e  dioboli  tolemaici. 

(2)  (n.  963)  gr.  20.20,  20.17,  ("•  982)  gr.  21.12,  20.05,  19.92,  19.85. 

(3)  (n.  990)  gr.  10.17,  10.00,  (n.  991)  gr.  9.95. 

(4)  (n.  987)  gr.  227. 

(5)  (n.  985)  gr.  0.87,  0.76.  È  difficile  si  tratti  di  oboli  di  peso  ec- 
cedente. 

(6)  Dopo  il  270-71  sono  coniati  dal  Filadelfo  decadrammi  del  peso 
di  gr.  35,71  colla  testa  di  Arsinoe  e  tetradranmìi  di  gr.  14,284  sotto 
l' Evergete  si  continuano  i  tipi  monetali  del  Filadelfo;  sotto  Tolemeo  IV 
e  V  sono  comuni  i  didrammi,  sotto  V  Epifane  sono  coniati  ottodrammt 
(p.  n.  28,56)  (p.  oss.  gr.  28,47),  tetradramuìi  e  didrammi  e  forse  trio- 
boli,  dioboli  e  oboli.  Gli  altri  Tolemei  in  generale  emettono  stateri  che 
restano  sempre  la  moneta  tipica  alessandrina,  didrammi  e  a  volte 
dramme  e  frazioni  di  dramma.  11  triumviro  M.  Antonio  coniò  in  Cire- 
naica pezzi  di  gr.  15.61,  15.40,  15.27,  15.16,  15.08  eguali  in  peso  a  4  de- 
nari repubblicani  (Svoronos,  op.  cit.,  n.  1808)  e  in  Egitto  con  scrittura 
latina  nel  34-35  un  nominale  àp^opiov  Jvjvipiov  di  gr.  3,84  che  proba- 
bilmente più  che  a  sostituire  le  dramme  alessandrine  doveva  servire 
per  il  soldo  delle  legioni  romane. 

(7)  (n.  364)  gr.  3.57,  3,55  (n.  372)  gr.  3.33,  3.28,  3.13  (n.  570)  gr.  3.38 

(11.    '-JT^I    <' !       2,<(i    (Il      ZO^,\    V'f.     :>  on    (w      zr)~:  i    "T      o  ->T 


32 


RAPPORTO   FRA  L'ORO  E  L'ARGENTO   MONETATI 
NELL'EPOCA   ALESSANDRINA. 


Il  rapporto  legale  fra  rargento  e  Toro  in  Grecia  ai  tempi 
di  Alessandro  era  certamente  di  i  :  io  come  appare  da  varie 
iscrizioni  che  vanno  dal  336-335  al  306-305. 

Nei  conti  della  PouXyi  di  Delfi  e  sotto  l'arcontato  di  Dione 
(336-335  a-  C.)  BCH.,  XXIV,  1900,  pag.  124  e  segg.  ^i),  150 
filippi  d'oro  (il  filippo  è  uguale  al  didrammo  attico)  corrispon- 
dono ciascuno  a  7  stateri  eginetici  o  20  dramme  attiche  come 
sotto  Tarcontato  di  Theone  (328-7)  [BCH.,  XXIV,  pag.  475), 
dove  il  darico  è  ragguagliato  a  7  stateri  eginetici  (20  dramme 
attiche)  r^apsijcol  TpiTaxQCiot  sIjcogi  si;...  toÓtwv  ìtz'zx  cTocTfipcrc  ;  quan- 
tunque in  questa  stessa  iscrizione  (col  II  A  7),  àptG(7.e!:Tai  ^ì  ó 
^apsr/cò;  éfTUTà  (TTaTYip<7t  x]aì  ^pa/jy/7.  si  ha  invece  un  corso  al 
darico  forse  eccezionalmente  un  poco  più  elevato. 

Un  rapporto  assai  vicino  ad  i  :  io  (1:9,45)  risulta  dai 
conti  degli  hieropi  di  Delfi  dell'anno  329-328  (C.  /.  A.,  IV, 
28346)  dove  2  philippi,  I  dramma  ed  i  obolo  d'oro  corri- 
spondono a  50  dr.  5  '4  oboli  (i  dramma  calcidica       l'obolo). 

Il  solito  rapporto  può  esser  ricavato  dal  CI. A.,  II,  719 
(321-20  a.  C.)  ed  i  Did.,  728  (319-18)  e  dalla  rubrica  dei  conti 
dell'Arconte  Coroebus  (306-5  a.  C),  CI. A.,  II,  327,  che  ha 
maggiore  importanza  per  il  mio  studio  perchè  contemporaneo 
della  moneta  tolemaica  e  perchè  offre  un  ragguaglio  per 
somme  d'oro  e  d'argento  assai  rilevanti. 

Il  rapporto  di  i  :  io  fra  l'oro  e  l'argento  che  ricorre 
nelle  iscrizioni  della  fine  del  IV  secolo  compare  anche  negli 
scrittori  di  questo  periodo  come  risulta  dal  passo  della  Ilapa- 


ypoooù?  sxaxòv  TCevx-rjXovxa  Tsxaaxov   sv   éittà 
oxatTipoc,  Toùxo  Iy^vsxo  el;  àp^optoo  TCocXo-.ioy 


I 


33 

xaTa^YiìCTn  di  Menarra^Mi^ramandatoci  da  Polluce,  Script. 
MetroL,  I,  290. 

^  Tò  Sèypu^iov  oTi  ToO  àpyupiou  ^exaTU/.àGtov  y.v  <ia(pc5;  av  ti;  ex 
TYi;  Msvàv^pou  llxpaxaTaOr.xT,;  'j.àOoi.  7upO(Tei-a>v  yàp  óXxtiv  Tà).àvTOo 
^pu'jiov  GOt  icatStov,  sffTT.xa  rspwv,  STràys'.  {xstÌ  Ta'jxa  T^epì  tóutoo 
^.syoiv,   fxaxapco;  sxelvo-;  ^sxa  xàXavTa  xaTa(p«Ya>v   ,,. 

Anche  interessante  è  il  passo  di  Arriano,  IV,  18,  7  sul- 
l'assedio della  fortezza  dei  Sogdiani  dal  quale  si  ricava  il 
rapporto  di  i  :  10  fra  l'argento  e  l'oro,  dall'eguaglianza  di 
un  talento,  che  m  quell'epoca  deve  essere  attico,  a  300  da- 
rici  d'oro. 

Questo  rapporto  (2)  pare  sia  rimasto  tradizionale  in  Gre- 
cia, perchè  nel  189  nel  trattato  di  pace  cogli  Etoli  questi 
pagavano  ai  romani  l'indennità  di  guerra  ragguagliando  la 
mina  d'oro  a  io  mine  d'argento:  "  tóìv  (^£/,a  (/.vóiv  àpyjpiou  jivav 
<^i^óvTe;  (3)   „. 

Questi  dati  fanno  supporre  che  il  rapporto  fra  l'argento 
e  l'oro  che  sappiamo  vicino  ad  i  :  15  in  Atene  ai  tempi  di 
Pericle,  di  i  :  13  S,  in  Persia  nella  stessa  epoca  e  ad  i  :  12 
ai  tempi  di  Platone  (Ps.  Platone  Hipparchus,  pag.  241  D.),  si 
fosse  innalzato  ad  i  :  io  probabilmente  verso  la  metà  del 
IV  sec.  per  l'intensivo  sfruttamento  delle  miniere  aurifere 
del  monte  Pangeo  in  Tracia  da  parte  di  Filippo  di  Mace- 
donia (4).  Nello  stesso  senso  influirono  certamente  anche  le 
conquiste  di  Alessandro  che  riversarono  sulla  Grecia  tesori 
per  quei  tempi  immensi.  Però  a  questo  riguardo  devo  osser- 
vare che  non  basta  l'abbondanza  o  meno  dell'oro  nella  cir- 
colazione di  un  paese  per  inferirne  i  rapporti  legali  fra  la 
valuta  aurea  e  quella   d'argento,    che    come   dimostrerò   nel 


(i)  Menandro  fiori  fra  il  320  ed  il  292  a.  C. 

(2)  EsiCHio,  Script.  Metrol.,  I,  307,  '0  Ss  -^pììzùb:;  ittp'.  'Attixoìt;  Sóvatat 
t^ayj^ÒLZ  8óo  u>c  lloXé(iapxó(;  cpfj^t,  Spa)(|i-r]  2l  to6  ^puooò  voniafiato^  àp^upcoo 
3pa)r(i.à(;  3éxa  ptvàv  Sé  Xéfooo'.v  to'j<;  tcévte  ^puooò;  éxatov  Spaj^jxat  KOtoòoiv 
•j.vàv  |iiav 

(3)  PoLiB.,  6,  XXII,  15,  8,  confermato  da  Livio,  XXXVIII.  11.  *  Pro 
argento  si  auruni  dare  mallent.  darent  coiivenit  duiii  prò  arjienlcis  de- 
cem  aureus  unus  valeiet  ^  e  dal  commento  di  Zonara,  X,  540  B. 

.  (4)  Th.  Reinach,  l'Htsl.  par  la  wontiait,  pag.  52 

3 


34 

corso  di  questo  studio  l'oro  monetato  nell'epoca  ellenistica 
era  coniato  con  troppo  alti  rapporti  fissi  rispetto  all'argento 
per  poter  esser  considerato  semplicemente  come  una  merce 
nei  riguardi  della  circolazione  interna. 


RAPPORTO   FRA  IL  VALORE  DELL'ORO 
E  DELL'ARGENTO  MONETATO  PRESSO  I  TOLEMEL 


La  dramma  tolemaica  d'oro  è  successivamente  di  gram- 
mi 4,2854  sotto  Cleomene  ed  il  Soter,  di  gr.  3.571  sotto  il 
Soter  e  il  Filadelfo,  di  gr.  3,483  dopo  il  270-71.  Quella  d'ar- 
gento originariamente  di  gr.  4,2854  sotto  Cleomene  e  To- 
lemeo  I  è  ridotta  a  gr.  3,927  e  g^r.  5,75  sotto  il  Soter  che 
probabilmente  iniziò  anche  la  coniazione  della  dramma  ales- 
sandrina tipica  di  gr.  3,571-  1  dati  che  derivano  direttamente 
dallo  studio  delle  monete  e  quelli  che  possiamo  ricavare  dai 
documenti  ci  permettono  di  determinare  a  volte  con  certezza 
e  a  volte  invece  soltanto  con  molta  probabilità  il  rapporto 
fra  l'oro  e  l'argento  monetato  nel!'  Egitto  Tolemaico. 

Dall'epoca  di  Cleomene  alla  reggenza  di  Tolemeo  I, 
l'oro  e  l'argento  sono  coniati  su  uno  stesso  piede  di  gr.  4,2854. 
I  nominali  aurei- emessi  sono  il  tetradrammo,  il  didrammo(?), 
la  dramma  e  verosimilmente  il  tetrobolo. 


Nominali 

Peso  normale 

Dramme 

Oboli 

Rapporto  1:12 

Rapporto  1  :  IO 

Tetradrammo 

17,139 

4 

24 

48 

40 

[Didrammo] 

8,571 

2 

12 

24 

20 

Dramma 

4,285 

1 

6 

]0 

10 

[Tetrobolo] 

2,857 

Va 

4 

8 

6^/3 

Il  valore  dell'oro  in  argento  nella  fine  del  IV  secolo  era 
certamente  quello  che  riscontrammo  nei  documenti  di  que- 
st'epoca citati  a  pag.  32  e  segg.  Il  rapporto  decimale  fra  i  due 
metalli  che  in  Egitto  forse  come  in  Persia  era  gi.à  praticato  Ira 
le  unità  monetane  d'oro  e  d'argento  si  adatta  assai  bene  ai 
nominali  d'oro  di  Berenice  che  se  fossero  invece  multipli  di 


35 


dramme  tolemaiche,  sarebbero  coniati  in  un  rapporto  di  12 
coll'argento  (r)  e  darebbero  i  risultati  evidentemente  assai 
poco  soddisfacenti  dell'ultima  colonna  della  tavola  seguente  (2): 

Valori  in  argento  dei  nominali  d'oko  coniati  in  egitto 

PRIMA    DEL    270-71    a.    e. 


Pesi  no 

rmali  dei  no- 
i  in  grammi 

2  * 
■o- 

II 

._  0 

l'i 

0 

_T3 

:r:"u 

Rapporto  oro-argento 
di  1  :  IO 

Rapporto  oro-argento 

di    1:12 

minai 

dramme 

dramme 

dramme 

dramme 

e     . 
-  0 

e  0 

"  0 

-  2 

ed. attiche 

tolemaiche 

e  d. attiche 

tolemaiche 

^    gr. 

42.854 

IO 

12 

60 

72 

100 

120 

120 

144 

*    „ 

21,427 

5 

6 

30 

36 

50 

60 

60 

72 

„ 

17,85 

-tVe 

5 

25 

30 

41^3 

50 

50 

60 

■X-    ,■ 

Hi,71 

2  Va 

3 

15 

18 

25 

30 

30 

36 

„ 

8,57 

2 

2^5 

12 

14  75 

20 

24 

24 

28  Vs 

» 

7,142? 

1*/. 

0 

IO 

12 

18 

20 

20 

24 

„ 

4,2854 

l 

IV5 

6 

"''U 

10 

12 

12 

14% 

II 

2,87 

*u 

V. 

4 

4V5 

6^3 

8 

8 

9V. 

1» 

2,142 

'U 

'/5 

3 

3^/5 

5 

6 

6 

TVs 

l,7'-\5 

V,, 

V2 

2*/2 

3 

4  Ve 

5 

5 

6 

., 

1,071 

V4 

/IO 

IV3 

l*/5 

2V« 

3 

3 

3V5 

I  noriiilUili  contrassegnali  asterisco  ^  appartengono  esclusivaiiiente 
alla  categoria  del   Bep»vixetov  vó^itofia. 

Il  rapporto  fra  l'argento  e  l'oro  ai  tempi  di  Tolemeo  II 
prima  della  coniazione  degli  {xvaeia  fu  certamente  abbas- 
sato ad  I  :  12  <3),  come  dimostra  il  nome  di  Tpiypuffov  dato  al 
pentadrammo  d'oro  di  gr.  17,85  coniato  dal  Fiiadelfo  insieme 
al  triobolo.  Questo  nominale  che  compare  nel  P.  Edgar,  5,  2, 
è  cambiato  in  p-vaeTa  (vedi  pag.  26)  come  una  moneta  equi- 
valente a  60  dramme  tolemaiche. 

Il  passaggio  dal  rapporto  argento-oro  di  quello  di  i  :  10  a 
I  :  12  è  stato  secondo  me  graduale.  I  dati  di  cui  disponiamo 
fanno  ritenere  che  l'oro  fosse  coniato  su  piede  attico  sino 
ai  tempi  di  Tolemeo  II,  ma  è  molto  probabile  che  alla  dramma 
d'oro  attica  si  facessero  corrispondere  sino  ai  primi   anni  di 


(i)  I  dati  di  questa  tavola  sono  ottenuti  i  aggtiagiiando  k-  draninic 
tolemaiche  di  gr.  3,571  a  5  oboli  di  dramma  attico-tolemaica  di  gr.  4,2854. 

(2)  La  morte  di  Berenice  1  e  quindi  anteriore  all'emissione  dei  pen- 
tadramini  del  Fiiadelfo. 

(3)  Questo  rapporto  di  i  :  12  fra  l'argento  e  roro  tolemaico  è  iden- 
tico a  quello  che  vigeva  nella  stessa  epoca  in  Sicilia.  Vedi  A.  Skgrè. 
Note  di  monetazione  e  di  metrologia  stcìliana    (sludi    in    onore    di  Ors; 


36 

re^no  del  Filadelfo  non  più  di  io,  ma  12  delle  dramme  to- 
lemaiche coniate  sotto  il  Soter.  Poiché  il  primo  statere  ri- 
dotto di  gr.  15,71  corrisponde  esattamente  a  22  oboli  di 
dramma  attica  tolemaica,  il  secondo  di  gr.  14,99  a  21  oboli 
della  stessa  dramma  se  poniamo  un  didrammo  d'oro  tole- 
maico eguale  a  12  dramme  d'argento  si  ricava  un  rapporto 
fra  i  due  metalli  rispettivamente  di   i:ii   e  i  :  io  V2  ^^^• 

Dopo  la  riforma  monetaria  di  Tolemeo  Filadelfo  (271-70), 
sino  alla  conquista  romana  allo  statere  d'oro  di  gr.  13,9216 
si  fecero  corrispondere  25  dramme  d'argento  tolemaiche  di 
gr.  3,571  il  che  porta  ad  un  rapporto  fra  l'oro  e  l'argento 
di  I  :i2^Vi6.  Questi  dati  ci  risultano  con  sicurezza  dal 
nome  di  (xvaeia  dato  agli  ottodrammi  d'oro  tolemaici  del  peso 
di  gr.  27,845  e  da  un  passo  dello  2xut£u;  di  Heronda  del 
tempo  del  Filadelfo  dove  evidentemente  4  darici  d'oro  sono 
calcolati  come  una  somma  più  elevata  di  una  mina  o  penta- 
statere  d'oro  tolemaico  (2). 


(i)  Il  peso  dello  statere  attico-tolemaico  moltiplicato  per  12  è  eguale 
rispettivamente  ad  11  e  io '/a  didrammi  ridotti  di  gr.  7,851  e  gr.  7,445- 

(2)  Nel  mimo  di  Heronda  un  calzolaio  alla  moda  Kerdon  domanda 
una  mina  d'argento  per  un  paio  di  sandali  Fóvat,  pif^c;  fAV"^^  èouv  fi^tov 
i:oùxo  TÒ  CsùYO(;  ;  la  compratrice  si  lamenta  per  l'enormità  del  prezzo; 
un'amica  interviene  per  domandare  quanto  costa  un  altro  paio  di  cui 
Kerdon  ha  detto  sopra  (v.  30)  e  ritorna  a  dire  (v.  106)  che  è  della 
stessa  qualità  e  dello  stesso  valore  del  primo;  Kerdon  risponde  (v.  99)  : 

oxatYjpa?  névis   .  vai  [aoc  Hsobz.  cpoità 
Yj  'laKxy.'  EòetYjpti;  Yjfxépocv  TCàaav 
Xa^sìv  àva>Yoe)G\  àWh'^uì  jxiv    [èyOaJtpo) 
v.YjV  Téaoapàc  fxoi  oapeiv.oòc  ónóoxYjxa'..... 

Reinach  e  con  lui  la  maggior  parte  dei  commentatori  trovano  delle  oscu- 
rità sul  testo  perchè  ponendo  5  stateri  eguali  ad  l  mina  e  un  rapporto  fra 
l'oro  e  l'argento  i  :  io,  ritengono  implicitamente  che  si  tratti  di  nominali 
attici.  Il  ragionamento  non  è  esatto  come  dimostra  l'imbroglio  dei  com- 
mentatori di  fronte  ai  darici  del  verso  103.  Gli  stateri  di  cui  parla 
Kerdon  sono  quelli  dell'epoca  di  Tolemeo  Filadelfo  di  cui  5  formavano 
il  ^vaelov  o  ottodrammo  tolemaico  di  gr.  27,845.  In  questa  epoca  /poooó? 
o  xptJ30ó(;  oTttTYjp  è  semplicemente  un  nominale  d'oro  corrispondente  a 
20  dramme  d'argento,  quindi  quando  Kerdon  dice  è^Oaipto  xy^v  xéoaapàg 
jiéì  oapetv.oìx;  ÒTCÓoxviTat  intende  come  è  naturale  di  parlare  di  una  cifra 
più  elevata  :  infatti  4  darici  corrispondono  esattamente  a  33,52  gr.  d'oro 
o  120  dramme  d'argento  tolemaiche. 


37 

Il  rapporto  legale  fra  i  due  metalli  si  mantenne  di 
1 :  12  *Vie»  P^r  tutta  l'epoca  tolemaica.  Su  questo  nuovo  piede 
monetario  sono  coniati  i  seguenti  nominali  : 

Ottodrammo  o  jivatìov  (i)  gr.  27,843  =  d»-.  100 
Distatere  o  ntvt-rjxovTaipaxfxov  „  13,9216  =  ^  50 
Statere  „       6,966     =    „       25 

Dramma  „       3,483     =    „       12  V» 

Triobolo  „       1,741     =    „         7V4 

Lo  Statere  d*oro  prende  il  nome  di  xP'^aoO;  TaXavTOv,  che 
presso  l'anonimo  alessandrino,  Script.  MetroL,  I,  è  raggua- 
gliato a  due  dramme  attiche  di  tre  scrupoli  (2).  "'Ayei  oòv  tò 
ypudoO?    TaXavTOv    'ÀTTDtà;    5pay{j(,à;    Suo,    ypà{/,{xaTa    ?',     TETapTa? 

Questo  passo  messo  in  relazione  con  quelli  dell'epoca 
romana  ci  dà  le  seguenti  divisioni  del  pasTov  : 

MvaBÌov  gr.  27,868,       i 

atot^jp  „       6,968,       4,  I 

^P«XK''h  .;       3,4838,     8,  2,   I 

x»Tapr»i  „        1,7419,  16,  4,  2.   I 

Tpttfxjia  „        1,1613,  28,  6,  3,  I  Va,   i 

Il  XP'^<^°'^  èxKT/ifLou  avaelov  del  P.  Paris,  io,  è  con  ogni  pro- 
babilità identico  a  quello  che  compare  nei  papiri  dell'epoca 
romana.  Lo  statere  del  Filadelfo  pesante  circa  i  ^^/ ^^  del  di- 
drammo  d'argento  ha  tutta  l'apparenza  di  essere  coniato  su 
un  piede  affatto  indipendente  da  quello  tolemaico,  né  mi 
parrebbe  troppo  azzardato  supporre  che  come  la  dramma 
d'argento  di  gr.  3,571  è  il  pentobolo  della  dramma  e.  d.  at- 
tica di  gr.  4,2854,  così  lo  statere  tolemaico  posteriore  al 
270-71  corrisponde  ai  Vg  del  darico  d'oro  (3)  che  come  è  noto 


(i)  Come  moneta  d'oro  Suida,  Script.  MetroL,  I,  336. 

(2)  Al  solito  in  questo  passo  la  confusione  fra  le  drauuiie  attiche 
^'  g""*  4,366  con  quelle  romane  di  3  scrupoli  deriva  dall'equiparazione 
della  dramma  romana  a  quella  alessandrina  e  dalla  sostituzione  pres- 
soché costante  nei  passi  metrologici  del  denaro  neroniano  alla  dramma 
attica. 

(3)  Il  peso  del  darico  è  approssimativamente  di  gr.  8,37  (Hultsch, 
Griech.  u.  rom.  Metro/.,  pag.  129-34):  io  oboli  di  darico  corrispondereb- 
bero a  gr.  6,975  e  le  dramme  d'oro  a  gr.  3,487. 


38 

sino  alla  fine  del  IV  sec.  circolava  alla  pari  collo  statere  at- 
tico ed  alessandrino,  ed  era  almeno  sino  alla  conquista  ma- 
cedone la  moneta  aurea  piìi  diffusa  in  tutta  la  Grecia  (>). 


MONETA   DI   RAME  TOLEMAICA. 

Le  monete  di  bronzo  tolemaiche  presentano  m  .s:enerale 
una  grandissima  uniformità  di  tipi  (2),  e  caratteri  distintivi, 
in  generale  particolari  a  ciascuna  serie  e  non  a  ciascun  no- 
minale; perciò  data  la  natura  di  questa  mia  ricerca  nell'esame 
della  coniazione  del  rame  dei  Lagidi  terrò  conto  quasi  esclu- 
sivamente del  peso  normale  dei  singoli  pezzi,  tanto  più  che 
la  loro  grande  uniformità  di  tipi  e  di  pesi  fa  arguire  che  gli 
oboli  del  Filadelfo  seguitassero  a  circolare  in  Egitto  fin  sotto 
ai  primi  imperatori  di  casa  Giulia  i  quali  si  studiarono  di 
continuare  le  tradizioni  nazionali  nella  monetazione  del  rame 
come  in  quella  dell'argento. 

La  maggior  parte  delle  antiche  ricerche  sulla  moneta 
di  bronzo  tolemaica  hanno  perso  ormai  ogni  interesse  per- 
chè la  tesi  degli  antichi  metrologi  che  tentava  di  fare  di 
essa  una  moneta  vera  coniata  con  un  rapporto  fra  il  rame 
e  l'argento  di  i  a  120  è  ormai  completamente  caduta  in  sl 
guito  alle  fruttuose  ricerche  di  Grenfell,  P.  Tebtunis,  App.  II. 
pag.  580. 

La  stessa  sorte  hanno  quindi  subito  le  vecchie  equipa- 
razioni formulate  da  Hultsch  (3),  dei  nominali  di  bronzo  del 
sistema  egiziano  del  dehen  e  della  kite  con  gli  oboli  e  le 
dramme  di  rame. 

Il  bronzo  tolemaico  fu  coniato  su  due  piedi  monetari 
differenti.  La  classificazione  dei  pezzi  coniati  nel  periodo  che 
va  da  Cieomene  ai  primi  anni  di  regno  di    Filadelfo    è    per 


(i)  Hultsch,  op.  cit.,  pag.  179  e  segg.  La  menzione    dei    darici   da 
parte  di  Heronda  (v.  p.  36)  non  è  priva  di  interesse. 

(2)  Per  lo  più  al  diritto  porta  la  testa  di  Zeus  Amnione  e  al  verso 
una    o    due    aquile    con    le    ali    aperte  o  chiuse  e  la  scritta  ritoXBfiaioo 

(uT-ripo?  o  IItoX8{i.aioo   BaoiXéto?  in  epoche  più  recenti. 

(3)  Hultsch,  Die  Ptolemàischen  Miinz-und  Rechiungswerte  Abh.  K. 
Sachs.  Gesellsch.^  XVII,  Leipzig,  1903. 


39 


ora  puramente  ipotetica  per  le  incertezze  e  le  difficoltà  de- 
rivanti dalla  scarsità  dei  dati  e  dalla  prevalenza  di  nominali 
di  piccolo  peso.  In  ogni  modo  essa  rappresenta  certamente 
le  ordinarie  frazioni  di  dramma  attica  anche  per  i  suoi 
pesi  (i).  I  nominali  di  rame  anteriori  a  Tolemeo  11  possono 
essere  rappresentati  dalla  tabella  seguente  : 


Nominali 

Peso 

in  grammi 

Peso  in  unità  egiziane 

Valore   *n 
oboli 

Valore    in 
yaXxoi 

A 

17,14 

4 

(iraiiniie  e.  d.  attirhe 

I 

4 

B 

8,57 

2 

V 

^4 

- 

C 

4,285 

! 

., 

v« 

1 

D 

2,14 

Vir, 

V. 

E 

1,07 

Vs. 

Vi 

Questa  classificazione  quantunque  presenti  necessaria- 
mente una  certa  indeterminatezza  ed  arbitrarietà,  perchè 
nell'antica  moneta  di  rame  specie  per  i  pezzi  di  minor  peso 
si  passa  sempre  da  un  nominale  all'altro  per  gradi  insensi- 
bili, si  adatta  secondo  me  meglio  di  ogni  altra  ai  dati  che 
possediamo. 

Tolemeo  li  portò  un  completo  mutamento  nella  conia- 
zione del  rame  stabilendo  quei  tipi  e  quei  pesi  che  i  no- 
minali di  bronzo  tolemaici  mantennero  almeno  teoricamente 
inalterati  sino  all'epoca  di  Cleopatra  VII.  Data  l'importanza 
dell'argomento  e  l' interesse  che  ha  suscitato  presso  la  mag- 
gior parte  degli  studiosi  di  numismatica  e  di  metrologia  an- 
tica esporrò  brevemente  i  criteri  che  mi  hanno  guidato  nella 
classificazione  delle  monete  di  bronzo  tolemaiche  posteriori 
al  Filadelto. 

I  presupposti  necessari  della  mia  classificazione  sono  i 
seguenti  : 

i.°  -  La  moneta  tolemaica  di  rame,  come  risulta  dai 
papiri  corrisponde  a  nominali  greci  e  quindi  a  multipli  e  fra- 
zioni  di   <'h(    i    . 


(I)    V 
pag.  64  f 


malogie  la  moneta  contemporanea  dei  Scleucidi  a 


40 

2.°  —  I  nominali  di  Cleopatra  VII  contrassegnati  con 
TT  di  gr.  20,1  —  15,8  e  quelli  contrassegnati  con  M  di 
gr.  IO  —  7,891  (Regling,  Z.  /.  Num.,  1901,  pag.  115),  come 
assai  esattamente  ha  riconosciuto  Grenfell  (App.  P.  Tebi.,  I, 
595),  corrispondono  rispettivamente  a  80  e  40  dramme  di 
rame  —  cioè  ad  i  obolo  e  a  Vj  obolo  (i),  perchè  l'obolo  di 
rame  è  eguale  a  80  /aXxoO  ^^oLyj^oLi  e  il  talento  di  rame  tole- 
maico (2)  si  divide  come  segue  : 


XaXxoù  xàXavTOV 

I 

'Apyopioo  òoay[^'i\ 
'O^oXóc 
XaXxói; 
XaXv.oó  8paxM-*ri 

12  Vr 

600. 
6000, 

I 

6, 

48, 

480, 

I 

8, 
80, 

I 

IO, 

Partendo  dal  peso  dell'obolo  di  Cleopatra,  i  nominali  di 
bronzo  più  alti  di  gr.  100  —  92  negli  esemplari  ben  con- 
servati non  possono  esser  classificati  che  come  tetroboli  (3); 
donde  risulta  che  le  monete  di  rame  da  Tolemeo  II  in  poi 
sono  multiple  di  un  pezzo  di  5  dramme  di  rame  (Vg  xa>^^^?) 
che  è  il  nominale  piìi  basso  che  compaia  nei  papiri  (4).  11  peso 
del  tetrobolo  che  non  potrebbe  essere  determinato  con  esat- 
tezza matematica  senza  il  sussidio  dei  dati  della  metrologia 
egiziana  è  un  dehen  come  avevano  riconosciuto  giustamente 
Revillout,  Hultsch,  ecc.,  i  quali  però  erroneamente  (s)  lo  iden- 
tificarono   attribuendo    ad    esso    per  di  più  il    peso   inesatto 


(i)  La  monetazione  dell'Aulete  e  di  Cleopatra  VII  è  assai  trascu- 
rata, tanto  per  i  pezzi  d'argento  che  ormai  sono  tramutati  in  monete 
di  biglione  che  per  quelli  di  rame  ai  quali  non  si  può  assegnare  un 
peso  ben  definito  senza  riferirsi  ai  nominali  corrispondenti  più  antichi, 
che  invece  mancano  dei  contrassegni  del  valore. 

(2)  Ved.  pag.  46  e  segg. 

(3)  Qualunque  altra  classificazione  dei  nominali  di  bronzo  tole- 
maici posteriori  al  Filadelfo  incontrerebbe  difficoltà  insormontabili  per- 
chè dovrebbe  assegnare  ai  pezzi  di  rame  un  valore  esprimibile  facil- 
mente in  frazioni  attiche  di  dramma  e  compatibile  nello  stesso  tempo 
col  peso  dell'obolo  di  Cleopatra. 

C4)  Cfr.  Erone,  nveojiattxà,  1,  21,  dove  il  it^.'xàSpa^^iJLOv  vó|Aiofi.a  do- 
veva essere  una  monetina  di  rame  destinata  a  mettere  in  moto  delle 
macchine  che  fornivano  l'acqua  lustrale  all'ingresso  di  alcuni  templi 
di  Alessandria. 

(5)  A.  Segrè,  Misure  tolem.  e  pretolemaiche,  Aegyptus,  1920,  fase.  IL 


41 


di  gr.  90,96.  Assegnando  adunque  al  tetrobolo  il  peso  del 
deben,  50  dramme  di  rame  tolemaiche  corrispondono  a  ' /a^ 
di  deben  cioè  al  re,  unità  ponderale  usata  frequentemente 
nei  testi  almeno  sino  dalla  XVIII  dinastia  <J). 

Queste  premesse  mi  permettono  di  affermare  che  il  si- 
stema monetario  di  rame  tolemaico  deriva  da  un  adattamento 
del  sistema  ponderale  egiziano  a  quello  monetario  greco 
come  del  resto  risulta  ancor  meglio  dai  dati  raccolti  nella 
seguente  tabella  (2)  : 

Moneta  di  bronzo  tolemaica  posteriore  al  270-71  a.  C. 


Peso  dei  nominali 

di  bronzo 

Valori 
in   oboli 

Peso  in  decimi 
di  re 

Valore   in 

Valere  in  dram- 
me di  rame 

1  titen          gr. 

96,408 

4 

64 

32 

320 

*'/io  re         „ 

72,306 

3 

48 

24 

240 

5    ktìe 

48.204 

0 

32 

16 

160 

^Vio  re        „ 

36,153 

iV. 

24 

12 

120 

2  re 

30,127 

V, 

20 

10 

100 

2  V,  re 

24,102 

1 

16 

8 

80 

"/ao  re         „ 

18,076 

'U 

12 

6 

60 

1  re 

15,064 

';, 

10 

5 

50 

'Uo  re         „ 

12,051 

'/. 

8 

4 

40 

'1x0  re         .. 

9,038 

'. 

6 

3 

30 

^/,o  re         „ 

7,532 

'/., 

5 

2'/, 

25 

Vio  re 

6,026 

•/. 

4 

'> 

'20 

'Uo  re 

4,52 

»/,. 

3 

Tv. 

15 

*/.o  re         „ 

3,0 

'/, 

2 

1 

lo 

Vio  re 

1,51 

'/,, 

1 

V, 

5 

Assegnando  alla  dramma  di  6  oboli  il  peso  i  Vt  ki^e  si 
ricava  che  il  rapporto  fra  l'argento  e  il  rame  tolemaico  co- 
niati dopo  il  Filadelfo  è  di  40.50,  quello  fra  Toro  e  il  rame 
di  40.50  X  12  =  486  e  40.5  X  12.81  =  518.8  dopo  la  riforma 
del  Filadelfo  ;  in  questi  calcoli  non  si  tiene  conto  dei  cambi 
variabili  delle  dramme  dei  vari  metalli. 


(i)  A.  Segrè,  Aegypius^  1920,  fase.  II. 

(a)  Fondamentalinenle  errato  è  rarticolo  di  Hultsch,  che  serven- 
dosi degli  studi  di  Revillout  trasse  da  un  presunto  rapporto  di  i  ;  xao 
fra  il  rame  e  l'argento  una  classificazione  della  moneta  di  bronzo  to- 
lemaica che  non  si  accorda  né  con  i  dati  dei  papiri,  nò  con  quelli  della 
moneta  di  Cleopatra,  né  colla  divisibilità  che  presenta  il  nominale  (te- 
trobolo) del  peso  di   un  uien. 


42 


CIRCOLAZIONE    TOLEMAICA. 

Lo  studio  della  circolazione  tolemaica  quale  appare  dai 
papiri  richiede  una  distinzione  per  lo  meno  in  tre  periodi. 
Il  primo  che  va  dall'epoca  di  Cleomene  al  regno  del  Fila- 
delfo  è  assai  intricato  per  i  continui  cambiamenti  del  piede 
monetario  dell'argento  di  cui  ho  trattato  a  pagg.  29  e  segg.  il 
secondo  va  dal  270-71  fino  alla  fine  del  II  secolo  a.  C,  il 
terzo  da  quest'epoca  giunge  agli  inizi  dell'impero. 

I  papiri  anteriori  al  regno  di  Filadelfo  si  contano  sulle 
dita  :  perciò  poco  possiamo  dire  di  questo  periodo  che  è 
forse  il  più  complicato  della  monetazione  tolemaica.  Per  ora 
il  primo  esempio  di  dramme  egiziane  di  Alessandro  h  TTI 
àpyupioi»  'AXsJavSpeioo  compare  nel  P.  Eleph.,  I  (31 1-3 io),  i, 
11-12  se  il  Dittenberger.  Sylloge,  I,  3,  387,  non  è  piij  antico 
di  due  anni  (i). 

Le  dramme  alessandrine  di  questo  periodo  di  peso  e.  d. 
attico  prendono  costantemente  il  nome  di  'A>^£;av5p£iou  àpyupiou 
^^(x.jjxcf.1,  come  ci  risulta  oltre  che  dallo  scarso  materiale  epi- 
grafico, dai  pezzi  coniati  sotto  Tolemeo  Soter,  che  tranne 
qualche  rara  eccezione  portano  tutti  la  scritta  AAESANAPOT  (2). 
Il  passaggio  dall'unità  e.  d.  attica  a  quella  tipica  tolemaica 
può  essere  ricostruito  soltanto  mediante  induzioni. 

Ritengo  che  i  nominali  e.  d.  attici  quotati  alla  pari  della 
dramma  ateniese  (3),  per  il  commercio  estero  fossero  valu- 
tati a  Vg  di  dramma  tolemaica  perchè  il  loro  valore  in  que- 
st'epoca doveva  dipendere  quasi  esclusivamente  dal   peso  e 


(i)  RuBENSOHN  P.,  Eleph.,  I,  nota  21. 

(2)  Rari  pezzi  anonimi  furono  coniati  pare  dopo  la  morte  di  Ales- 
sandro IV  (SvoRONos,  n.  25  e  segg;.).  Un'altra  serie  di  monete  (Svoro- 
Nos,  n.  32)  reca  l'iscrizione  nTOAEMAIOT  AAEEANAPEION  (scil. 
vó|j.ta(Ji.a). 

(3)  La  quotazione  delle  dramme  di  Alessandria  alla  pari  colla 
dramma  attica  è  certa  perchè  la  differenza  di  peso  dei  due  nominali 
«  inferiori  a  quella  che  intercede  fra  lo  statere  attica  e  il  darico  che 
pure  corrispondevano  ad  egual  numero  di  dramme  d'argento. 


43 

dal  titolo.  Per  contro  nei  paesi  soggetti  al  dominio  dei  Tole- 
mei  il  potere  liberatorio  della  valuta  egiziana  dipendeva  tanto 
dal  suo  valore  intrinseco  che  dalla  legge,  quindi  non  è  im- 
probabile che  le  vecchie  dramme  di  peso  e.  d.  attico  fossero 
ritirate  dalla  circolazione  con  quei  mezzi  ai  quali  si  accenna 
nel  P.  Edgar,  5,  per  i  Tpi^^puaa  e  le  altre  monete  d'oro  (')  : 
è  quindi  probabile  che  l'argento  di  Alessandria  fosse  tolto 
di  mezzo  prima  da  una  bassa  valutazione  legale  che  ne 
rendeva  proficua  la  fondita,  l'esportazione  o  la  conversione 
in  moneta  nuova,  e  successivamente  da  leggi  fiscali  che  ne 
vietavano  l'uso. 

Sotto  Tolemeo  li  la  dramma  d'argento  serviva  come 
moneta  di  conto  effettiva,  però  il  suo  cambio  con  quella  di 
rame  non  era  fisso.  Lo  statere  d'argento  in  rame,  alla  pari, 
corrisponde  a  24  oboli,  come  risulta  dai  documenti  greci  e 
demotici  dell'epoca  tolemaica  dove  24  monete  di  rame  sono 
scambiate  con  due  unità.  Nei  papiri  demotici  dove  Grifììth 
legge  "  rame  24  =  2  kite  (2)  Spiegelberger  „  oboli  24  =  2 
kite  (Grenfell,  P.  Tebt.,  App.  II,  pag.  581-83),  il  senso  è  cer- 
tamente 24  oboli  =  I  statere  perchè  la  kite  nei  documenti 
demotici  è  eguagliata  costantemente  al  didrammo,  né  ormai 
si  hanno  più  dubbi  sull'interpretazione  di  questa  frase  che 
trova  il  suo  riscontro  nel  Revenue  Laws,  LX,  15,  Xr.^óixeSa 
si;  TÒv  (TTaTYipa  òpo>.où;  xS'  e  nel  P.  Eleph.,  17  (22322),  i,  27, 
yivovxai  yjxhioxj  et;  >c$   h^p,. 

Nel  periodo  anteriore  alla  fine  del  li  sec.  a.  C.  l'unità 
monetaria  tolemaica  è,  come  ho  detto,  lo  statere  d'argento 
che  fa  un  aggio  del  io  %  circa  sul  rame  (y7Xy.Q^  oò  àiWaL-^rì) 
quando  non  venga  a  stabilirsi  per  convenzione  un  cambio 
alla  pari  (^.a^itò?  ìdóvOfjLo;)  (3). 

Non  c'è  dubbio,  secondo  me,  che  il  corso  dell'argento 
abbia  un  carattere  puramente  legale   perchè    se    esso    fosse 


(1)  Vedi  pag.  45. 

(2)  Vedi  anche  Griffith,  F.  Ryi,  III,  XVB,  pag.  135,  a,  Il  e  pag.  137 
e  segg:.  P.  Ry/.,  Ili,  XVI,  pag.  140,  ecc. 

(3)  Un  fenomeno  analogo  si  riscontra  nei  primi  ire  secoli  dell'im- 
pero quando  il  tetradrammo  d'argento  è  quasi  costantemente  raggua- 
gliato a  28  oboli  di  rame. 


44 

dovuto  alle  condizioni  di  un  mercato  libero  si  riscontrerebbero 
nelle  valutazioni  dei  tetradrammi  in  rame  quelle  forti  oscil- 
lazioni caratteristiche  della  valutazione  dello  statere  tolemaico 
in  dramme  di  rame  o  del  solido  d'oro  bizantino  in  voo{y.fi,ia. 

Il  tetradrammo  d'argento  è  quasi  costantemente  raggua- 
gliato a  26  V2  oboli  di  rame  con  piccole  oscillazioni  quasi 
sempre  trascurabili,  ed  ancora  meno  accentuate  di  quelle 
che  appaiono  nella  valutazione  dello  statere  di  biglione  in 
oboli  sotto  l'impero  (i). 

Come  l'argento  fa  un  aggio  sul  rame  così  è  probabile 
che  l'oro  non  fosse  cambiato  alla  pari  cogli  altri  metalli,  ma 
nulla  possiamo  dire  di  preciso  su  questo  argomento.  Certo 
è  molto  probabile  che  si  tenessero  generalmente  separati  i 
conti  nelle  diverse  specie  monetarie  (2)  e  che  si  raggua- 
gliasse poi  tutto  in  unità  di  conto  tenendo  calcolo  del  corso 
dei  cambi. 

I  testi  dove  si  trovano  accenni  a  monete  d'oro  sono  per 


(i)  Sul  Revenue  Law.,  app.  II,  n.  5  in  un  conto  di  xepàtia  pel  pa- 
gamento deU'àicójAotpa  (III  secolo  a.  C.  metà)  si  hanno  i  seguenti  rag- 
guagli fra  U2:uali  valori  nominali  di  rame  e  d'argento  : 

rapporto 
rame  argento  rame  argento 

A)  col.  II       T157  dr.  3  ob.         =:     1043  dr.  3  ob.  11.09257     :     io 

B)  3429  dr.  Va  ob.     =     3091  di.  Vj  ob.         11.09257     :     io 

C)  3891  dr.  1V2  ob.    =    3399  dr.  4  Vi  ob.     11. 151         :     io 

Calcolando  in  questo  testo  un  rapporto  di  *°/,  fra  la  drannna  d'argento 
e  quella  di  rame  si  ricava  che  lo  statere  d'argento  è  ragguagliato  quj 
a  3673  oboli  di  bronzo.  Un  corso  di  26^3  oboli  di  rame  per  lo  statere 
compare  in  Wilcken  Ostraka,  I,  331,  nel  P.  Zois,  I,  33  (II,  sec  ),  ne] 
P.  Louvre,  62  col.,  5  1.,  16,  nel  P.  London,  III,  1200,  1.  10-12  (192-168 
a.  C.)  y^ctKiiob  èv  KS  e.  e  nel  P.S.  I.  V.,  518  (251-50  a.  C.)  dove  1408 
dr.  4  Vj  ob.  di  rame  corrispondono  a  1275  dr.  5  ob.  d'argento.  Nel  P 
S.  I.,  338  (244  a.  C),  invece  in  un  conto  di  à\iv.'f\  ed  altre  tasse  che  do- 
vevano essere  pagate  in  argento  lo  statere  è  di  26,43  oboli  di  rame 
perchè  a  61  dr.  i  ob.  di  rame  si  aggiungono  6  dr.  2  ob.  per  trasformare 
il  rame  in  argento  cfr.  i,  4346  è?  tò  ^aotXtxòv  Sci  xà^aoO-at  -/aXxo'I/ 
xal  àXla^y]  h  <;=  (h  4Cf).  Nel  P.  Hibeh,  1,  51  (245  a.  C.)  il  tetradrammo 
di  rame  pare  sia  quotato  ufficialmente  a  25  oboli,  xal  oópia?  Xàjipave 
é|(a8p)àxfiOoc  ^«l  ènaXXaYv)?  xo5  rni'iQOoc,  tòóv  Sfpa^iJLwv)  (Ò^oXòv)  (-^jitwpéXiov), 
TùooÒTo  fàp  txxEuat  èy  PaoiXixoù. 

(2)  Tale  è  l'uso  in  Grecia  e  nell'Egitto  sotto  il  dominio  romano. 


45 

ora  assai  rari  e  poco  importanti  fatta  eccezione  per  il  P. 
Edgard,  5  (del  25  anno  del  Filadelfo),  relativo  al  cambia- 
mento del  piede  monetario  aureo  avvenuto  sotto  Tolemeo  II. 
Il  P,  Edgard,  5,  è  interessante  per  la  politica  finanziaria  del 
Filadelfo  il  quale  colla  soppressione  dei  To{/pu<Tx  e  degli  altri 
nominali  attici  che  probabilmente  prima  del  270-71  erano 
già  valutati  a  12  volte  il  loro  peso  in  argento  aveva  tentato 
di  realizzare  un  discreto  guadagno,  costringendo  i  privati  e 
le  banche  a  cambiare  alla  pari  i  Tot/puda  cogli  (y-vaeta.  Questo 
cambio  che  dava  un  guadagno  al  re  del  8,55  V,,  circa  sulla 
moneta  d'oro  circolante  in  Egitto  prima  della  sua  iiforma, 
non  sembra  si  tosse  effettuato  colia  speditezza  desiderata, 
perchè  i  privati  avevano  preferito  tenersi  le  vecchie  monete 
che  seguitavano  a  circolare  ancora  nel  25  anno  del  Filadelfo. 

Interessante  è  anche  il  papiro  di  Zenone,  comunicatomi 
dall'Edgar,  per  il  cambio  alla  pari  dei  Tpi/pu<ya  in  paeToc  che 
è  necessario  complemento  per  intendere  il  P.  Edgar,  5. 

Gli  altri  testi  nei  quali  si  accenna  a  valuta  aurea  sono 
scarsi  e  poco  interessanti;  P.  Hibeh,  no  (270),  P.  Petrie, 
119,  verso  {III  sec.)  e  il  P.  Eleph.,  14  (223-22),  i,  7;  20,  i, 
i8-2o;  1.  30;  14,  22321,  I,  7  e  segg.,  ttì;  Tuàir;  TÌ]u.f.;  tò  ^' 
[xéoo;  ypu[<itou]  r  [àjpyupioo  toO  xaLvoO  vo|y-[i]'7(xaTo;  tò  Si  >.oi7coO 
/a[>./CoCI]  Axi  TT.v  £ì^i<7{Jt.svirjv  àX^ayriV  io;  tt.i  avaL  'X  ò[...t(ov  ^è 
à>.[>.oj]v  èvyattuv  /aXxoO  xal  tt.v  £t0'.<7(jL£vnv  àXXavYìv  'azI,  il  quale 
fa  supporre  che  l'oro  e  l'argento  circolassero  alla  pari  dopo 
le  riforme  del  Filadelfo,  perchè  in  esso  è  data  facoltà  di  pa- 
gare una  parte  delle  somme  dovute,  in  oro  o  in  argento 
ToO  xaivoO  vop.(<7fj(.aTo;  mentre  pel  rame  è  prescnito  il  solito 
aggio  TTiv  £Ì0'.(j(jLÌvyiv  xXkxyh  che  è  come  ho  già  dimostrato  a 
pag.  44  dovrebbe  essere  di  io  dr.  e  2  Vg  oboli  ('). 

La  mancanza  di  monete  d'oro  nei  testi  tolemaici  dimostra 
che  questo  metallo  non  era  usato  che  scarsamente  nell'in- 
terno dell'Egitto,  mentre  doveva  essere  meno  raro  ad  Ales- 
sandria ed  in  generale  negli  empori  coininerciali,  perchè  è 
più  che   probabile    che    l'uso    di    valuta    aurea    per  il    lom- 


(n  La  cifra  del  I'.  Eleph,  i^,  I.  9,  f  poco   chia:  >  nicnda- 

zioni  che  propone  Rubensolin  non  mi  sembrano  rntendibili. 


46 

mercio  internazionale,  specie  quando  nel  I  secolo  a.  C.  il  le- 
tradrammo  tolemaico  divenne  una  moneta  di  biglione.  1  ri- 
trovamenti di  nominali  d'oro  tolemaici  in  Egitto  confermano 
il  mio  punto  di  vista  sia  per  Tepoca  dei  Lagidi  che  per  il 
periodo  imperiale. 

Naturalmente  non  è  possibile  dire  se  l'oro  fosse  cam- 
biato sempre  alla  pari  coll'argento  specie  per  i  regni  degli 
ultimi  Tolemei  —  ma  non  è  improbabile  che  ciò  sia  avve- 
nuto per  il  basso  rapporto  fra  i  due  metalli  (12  'ViJ  fissato 
dal  Filadelfo  in  un'epoca  in  cui  l'argento  pare  valesse  circa 
un  decimo  dell'oro.  Non  sono  affatto  alieno  dall'ammettere 
che  anche  per  l'epoca  tolemaica  il  metallo  bianco  funzionasse 
da  moneta  vera,  perchè  è  evidente  che  non  si  può  parlare 
di  un  vero  bimetallismo  a  rapporto  fisso  nell'Egitto  dei  La- 
gidi quando  si  confronti  la  moneta  tolemaica  con  quella  con- 
temporanea degli  altri  paesi  del  mediterraneo  (i). 

E  opinione  comune  di  coloro  che  si  sono  occupati  di 
monetazione  tolemaica  che  nel  II  sec.  a.  C.  il  rame  acqui- 
stasse una  posizione  preponderante  nella  circolazione  egi- 
ziana. Quest'idea  che  spesso  va  accompagnata  col  vecchio 
pregiudizio  di  un  rapporto  di  i  :  120  fra  i  due  metalli  è  com- 
pletamente sbagliata. 

Innanzi  tutto  si  deve  osservare  che  sarebbe  stato  inve- 
rosimile che  un  paese  civile  quale  l'Egitto  dei  Tolemei  in 
pieno  II  sec.  a.  C.  fosse  tornato  da  una  moneta  vera  d'ar- 
gento ad  una  di  rame  che  evidentemente  non  avrebbe  mai 
potuto  soddisfare  alle  più  elementari  necessità  del  commercio, 
specie  quando  fosse  stata  moneta  vera  come  era  l'opinione 
dei  più  (2). 

La  differenza  fra  la  monetazione  del  III  sec,  e  quella 
della  fine  del  II  e  I  sec.  a.  C.  è  puramente  formale,  perchè 
in  quel  periodo  essa  resta  eguale  a  quella  del  Filadelfo  per 


(i)  Vedi  i  rapporti  fra  l'oro  e  l'argento  a  pagg.  34  e  segg. 

(2)  Anche  il  ferro  in  via  eccezionale  può  esser  considerato  come 
mezzo  di  scambio  nel  P.  Tebt.  I,  99  (148  a.  C),  xdiv  8' è^  è?petXY)}i.aTcijv 
(TCupoù)  a8  M  'Bttc6  xa(Xìco5)  où  {àlla-^ri)  xàXavta  jxC  'K^v  ta[o('vójJLOu)J  'AtS 
'Bot  atSYj(poo)  (tàXavTa)  2. 


47 

tipi,  pesi  e  nominali  coniati  e  solo  alle  vecchie  unità  di  conto 
che  prima  erano  lo  statere  e  la  dramma  d'argento  si  ag- 
giunge la  dramma  di  rame  (iccKK.orJ  Spa^^pL-f,)  unità  di  conto, 
che,  come  fu  dimostrato  da  Grenfell  nei  P.  Tebiunis  I,  App. 
II,  corrisponde  ad  Vjooo  —  ^/isoo  ^^  tetradrammo.  Il  rapporto 
di  I  :  500,  I  :  450  fra  la  dramma  di  rame  e  quella  d'argento 
ci  risulta  anche  da  un  passo  di  Festo  in  generale  passato 
sotto  silenzio  e  travisato  dagli  scrittori  perchè  in  contrasto 
colle  vedute  di  chi  si  occupava  di  monetazione  alessan- 
drina: questo  passo  {Script.  Meirol.,\\,^i)  che  sembra  sfug- 
gito anche  al  Grenfell  —  Talentorum  non  unum  genus.  At- 
ticitm  est  sex  milium  denariornm.  T^hodiuni  et  Cistophoriim 
quaituor  milium  et  quingentoriim  denarium,  Alexandrimnn 
XII  denarium^  Neapolitanum  sex  denarium,  Syracusantim 
triiim  denarium,  Rheginum  victoriati  —  vale  tanto  per  l'epoca 
alessandrina  che  per  il  principio  dell'  impero.  Esso  assegna 
al  talento  alessandrmo  12  dramme  e  per  conseguenza  alla 
dramma  di  argento  500  dramme  di  rame.  Si  tratta  però  di 
un  ragguaglio,  di  fatto  soltanto  approssimativo,  per  le  con- 
tinue oscillazioni  alle  quali  era  soggetto  il  rapporto  fra  i  no- 
minali d'argento  e  quelli  di  rame  che  molto  probabilmente 
fu  scritto  per  l'epoca  tolemaica  e  per  i  primissimi  anni  del- 
l'impero, come  fa  supporre  l'equiparazione  della  dramma 
alessandrina  al  denario  romano  (0.  Ora  il  rapporto  effettivo 
fra  le  dramme  d'argento  tolemaiche  e  quelle  di  rame  nel 
Il-I  secolo  a.  C.  è  stato  determinato  da  Grenfell  in  base  ai 
P.  Tebtunis  /,  né  dati  nuovi  sono  venuti  sinora  a  rischiarare 
i  problemi  connessi  colla  circolazione  della  moneta  tolemaica 
di  questo  periodo,  quindi  il  meglio  che  ci  resta  da  fare  è  di 
rappresentare  nelle  tavole  seguenti  i  corsi  del  tetradrammo 
tolemaico  in  dramme  di  rame  nel  II-l  sec.  a.  C. 


I  M     I 


(1)    L'I     «.  <1lll'.l.l     <JH  ■^^^•llu^l  I  Ili!     mii   ili.llC.i     tl.i     I  .1  j^^  u  .i  t;  1 1 .»  i.v    m    y^\ 

a  3  sesterzi,  ma  Festo  probabilmente    la  equipara  a  quella    neronuma. 

Anche  l'^-i    i  talenti    siciliani    si    osserva    una    inesattezza   dello    stesso 
generr. 


-|8 


o      »>Ì 

'i^        08           .io 

Testo 

Data 

f^  h  s 
§-2 

55        73    O 

a       -a 

a^-^ 

P.  Tebtunis  I,  113 

114-113 

8  +  8 

437  Va     1750 

I,  185 

112 

12 

375          1500 

I,  256 

112 

12 

410          1640 

I  112,  1,  122 

112 

4 

487  Va     1950 
475          1900 

„     h  111 

112 

8     ' 

I,  35 

III 

40 

500          2000 

1.  116,  184,5 

II  sec.  a.  C.  (fine) 

12 

450          1800 

^  „             1, 116,  1,  4,  5 

>f           »           » 

4  +  4 

460       ;    1840 

■  .            1>  1^79 

n              »               » 

20 

495       i   1980 

H  „            I,  120,  1,  108 

97  0  64                            , 

f      4 

^495      /  1980 

„        1,  40 

„       „                              ' 

\    49 

Ì487V2\  1950 

„       1, 51-54 

»             » 

,12  +  4 

487  Voi  1950 

.1,  140 

1 

'      -^    ( 

'425 

f  1700 

„        1,  175 

v          n 

8     ' 

475 

1900 

8 

462  7. 

1800 

:            I,  253 

96  o  69 

6 

450 

1800 

I,  121,  p.  502 

94  o  61 

4 

412  V. 

1650 

1,  1,  5 

,. 

260 

400 

1600 

I,  1,  39 

t       » 

6 

,, 

1,  1,  55 

}       }> 

8 

„ 

1,  1,  64 

t                M 

8 

,i 

» 

1,  1,  69 

;          -* 

4 

,^ 

ti 

ì,  1,  81 

,                  M 

8 

V 

1.  1.  139 

•          » 

4 

.. 

n 

I.  123,  1,  2-3 

I  sec.  a.  L.  (prii  e.) 

— 

462  V-, 

1850 

1,  l,  189 

< 

i       8 

400    \ 

i  1600 

I,  1.  209 

76 

^     12 

410 

>  1640 

76 

76 

16 

432  V2 

450 

458 

[  1730 

M                                             » 

4    < 

1  1800 

t»                               ,; 

20 

•  1832 

II,  475 

I  sec.  a.  C.  (fine) 

8 

400 

1600 

A  questi  dati  do 

bbiamo  a^g-jungeie  i 

seouenti  testi  : 

Testo 

Numero  delle 

Quotazione   e 

Iella 

Quotazione  del 

di 

amme  scambiate 

dramma 

tetradrammo 

450 

1800 

455 

1820 

P.  Paris,    59,  1,  2,  5 

8 

532  V, 

2300 

P.  London,  29,  1,  6 

8 

522  V 

2050 

P.  Petrie  II,  29  d. 

1 

>0 

625 

2500 

Dalla  fine  del  II  secolo  alla  metà  del  I  a.  C.  il  cambio 
della  moneta  d'argento  in  rame  non  presenta  più  il  solito 
aggio  del   10(1);  perchè  se  alla    pari   la    dramma    d'argento 


(i)  Quantunque  il  passo  di  Pesto  assegni  alla  dramma  d'argento 
il  valore  di  500  dramme  di  rame  i  corsi  dell'argento  nell'epoca  tole- 
maica sono  in  genere  un  poco  più  bassi. 


49 

doveva  valere  480  /aXxoO  W/f^at  (O  il  corso  dello  statere  a 
26  Vj  oboli  avrebbe  portato  ad  assegnare  alla  dramma  d'ar- 
gento 530  dramme  di  rame;  valutazione  che  alla  fine  del 
II  sec.  principio  del  I  sec.  a.  C.  non  trova  riscontro  in  nes- 
suno dei  testi  conosciuti. 

L'argento  in  quest'epoca  non  fa  più  aggio  sul  rame 
come  ai  tempi  del  Filadelfo,  anzi  nella  tavola  di  pag.  48 
dove  sono  riportati  i  valori  delle  dramme  d'argento  in  -/^oLky-oO 
^pa/(i.ai  spesso  è  il  rame  che  fa  aggio  sullo  statere,  il  che 
fu  supporre  che  in  quest'epoca  il  tetradrammo  di  fronte 
alla  moneta  divisionale  di  bronzo  non  serbi  la  posizione 
privilegiata  che  aveva  sotto  i  primi  Tolemei.  Non  credo  però 
che  il  ribasso  della  moneta  d'argento  rispetto  a  quella  di 
rame  sia  dovuta  ad  un  peggioramento  nella  coniazione  dello 
statere  tolemaico,  perchè  soltanto  sotto  l'Aulete  comincia 
l'emissione  dei  tetradrammi  di  biglione  che  diverranno  la 
moneta  alessandrina  per  eccellenza  (2). 

Il  corso  a  26 '^j  oboli  dello  statere  tolemaico  aveva  cer- 
tamente un  carattere  ufficiale  (vedi  pag.  44)  quindi  non  è  dif- 
ficile ammettere  che  quando  si  assegnò  alla  dramma  di  rame 
il  carattere  di  moneta  di  conto  si  migliorasse  la  sua  posi- 
zione rispetto  a  quella  d'argento  accordandole  una  maggiore 
protezione  legale  che  certamente  può  avere  influito  sul  corso 
dell'argento  nelFultimo  secolo  del  regno  dei  Lagidi.  Rimane 
ancora  però  da  sapere  se  i  nominali  dei  primi  Tolemei  cir- 
colassero alla  pari  insieme  a  quelli  dell'Aulete  e  a  quale 
epoca  precisa  si  possa  far  risalire  l'alterazione  del  titolo  dei 
tetradrammi  d'argento. 

Alla  prima  questione  si  può  tentare  una  risposta  basan- 
dosi dall'analogia  che  presenta  la  coniazione  del  denaro  ro- 
mano con  quella  del  tetradrammo  alessandrino.  In  generale 
le  monete  imperiali  d'argento    del    I  e  II  secolo    compaiono 


(i)  La  valutazione  delle  dramme  d'argento  a  450  dramme  di  rame 
assegnerebbe  all'argento  coll'aggio  un  corso  di  500  dramme,  però  se- 
condo me,  non  alla  pari  nonostante  i  dubbi  in  proposito  di  Grenfcll 
P.  Tebtunis  I,  Appendix  11,  pag.  600-601. 

(a)  Ancor  meno  si  può  pensare  ad  una  pletora  di  nominali  d'ar- 
gento, che  anzi  nel  II  e  1  sec.  a.  C.  sono  coniati  con  maggiore  parsi- 
monia che  ai  tempi  del  Filadelfo. 


50 

con  scarse  frequenze  nei  ripostigli  dove  prevalgono  i  denari 
di  biglione  del  III  sec.  a.  C.  perchè  certamente  i  vecchi 
pezzi  fatta  eccezione  per  quelli  repubblicani  che  in  linea  ge- 
nerale non  compaiono  nei  ripostigli  posteriori  alla  riforma 
neroniana  essendo  valutati  alla  pari  con  i  più  recenti,  veni- 
vano per  il  loro  forte  valore  intrinseco  demonetizzati  sia  da 
parte  dello  stato  che  dei  privati.  Analogamente  ritengo  l'ar- 
gento dell'Aulete  e  di  Cleopatra  III  fosse  calcolato  alla  pari 
con  quella  del  III  sec.  a.  C,  ma  che  i  Lagidi  facessero  la 
fruttifera  speculazione  di  emettere  nominali  di  biglione  e  di 
ritrarre  nello  stesso  tempo  gradualmente  i  pezzi  di  buona  lega. 

Il  corso  dei  cambi  della  moneta  tolemaica  d'argento  è 
assai  variabile  come  risulta  dalla  tavola  a  pag.  48;  negli 
stessi  testi  e  a  distanza  di  pochi  giorni  a  Tebtunis  il  corso 
dell'argento  subisce  notevoli  oscillazioni. 

Allo  stato  attuale  delle  nostre  conoscenze  è  difficile 
poter  stabilire  le  leggi  che  regolavano  1  cambi  dell'argento. 
Non  credo  possibile  che  nella  valutazione  dei  tetradrammi  si 
tenesse  conto  del  loro  peso  e  del  loro  titolo  come  per  i  so- 
lidi d'oro  bizantini,  che  un  simile  saggio  avrebbe  intralciato 
completamente  il  commercio;  merita  invece  maggior  favore 
l'ipotesi  di  un  cambio  indipendente  dal  valore  intrinseco  dei 
pezzi  che  però  ci  costringe  a  ricercare  le  cause  delle  oscil- 
lazioni della  valuta  nelle  condizioni  del  mercato  o  in  dispo- 
sizioni legali  che  attualmente  ignoriamo  nella  maniera  piij 
completa. 

Questo  stato  di  cose  muta  dopo  la  conquista  romana  : 
si  ritorna  allora  a  conteggiare  in  dramme  d'argento  perchè 
la  x°^ly.o\)  ^p«xP--n  tolemaica,  usata  piuttosto  di  rado  sotto  l'im- 
pero e  in  generale  con  un  rapporto  fisso  col  tetradrammo 
era  stata  già  abbandonata  dagli  ultimissimi  Tolemei,  l'Aulete 
e  Cleopatra,  che  erano  ritornati  ai  sistemi  di  conto  del  Fila- 
delfo.  Questi  però  col  loro  statere  di  biglione  diedero  ai  ro- 
mani un  esempio  di  frode  monetaria  che  i  nuovi  conquista- 
tori seguirono  co.i  entusiasmo. 


51 

MONETA   TOLEMAICA    NEI    TESTI   DEMOTICI. 

Non  è  dubbio  che  nei  documenti  demotici  siano  ripro- 
dotte le  unità  monetarie  usate  nei  testi  greci. 

In  linea  generale  si  può  affermare  che  il  debeìi  corri- 
sponde sempre  a  20  dramme,  a  5  stateri  e  a  io  kite.  Le 
dramme  sono  successivamente  quelle  di  Alessandro  di  gr. 
4,285  (i),  quelle  di  Tolemeo  Soter,  ed  infine  quelle  del  Fila- 
delfo  di  gr.  3,571  ed  anche  quando  si  sostituisce  alla  dramma 
d'argento  quella  di  rame  come  moneta  di  conto  si  seguita 
a  chiamare  deben  20  dramme  di  rame  equivalenti  al  TCTap- 
TTifxdptov  e  ad  indicare  col  nome  di  statere  e  di  kite  rispetti- 
vamente 4  e  2  dramme  di  rame  (2), 

Concludendo  le  unità  monetarie  dei  testi  demotici  sono 
le  seguenti: 

Kerker        i 
Deben     300       i 
Sttr       1500      5     I 
Kite      3000     IO    2     I. 

RELAZIONI    FRA   LA    MONETAZIONE   FENICIA 
E    QUELLA    TOLEMAICA. 

Sono  note  le  relazioni  commerciali  fra  i  paesi  fenici  e 
l'Egitto,  che  hanno  sempre  maggiori  conferme  nei  continui 
ritrovamenti  di  pesi  e  misure  fenicie  nell'Egitto  pretolemaico 


(i)  Nel  P.  Ryl.,  Ili,  pag.  144  del  regno  di  Alessandro  IV  2  pezzi 
d'argento,  eguali  a  io  stateri,  sono  pezzi  e.  d.  attici,  vedi  pag.  29. 

(2)  Nel  II  sec.  a.  C.  si  usavano  nei  documenti  demotici  le  unità  di 
rame;  come  risulta  dai  papiri  di  questo  periodo  (vedi  p.  es.  le  cifre 
dei  P.  Ryl.,  Ili,  XVI,  pag.  139;  P.  Ryl.,  lil,  XL,  pag.  64).  Quantunque 
manchino  perora  prezzi  di  mercanzie  di  uso  frequente  il  P.  Ryl.  XXXVII, 
pag.  162-63  della  tìne  del  II  sec.  a.  C.  assegna  ad  un'asina  il  prezzo  di 
300  pezzi  d'argento  che  corrispondono  ad  un  talento  di  rame  (12*/, 
dramme  d'argento  circa)  che  si  accorda  discretamente  con  altri  dati  dei 
testi  greci.  Per  le  monete  d'oro  invece  non  ho  potuto  per  ora  trovare 
dati  precisi.  Le  unità  d'oro  sono  accennate  nel  P.  Ryl.,  Ili,  XX,  149  (6) 
e  nel  P.  Ryl.,  Ili,  XXXVII,  pag.  163,  dove  a  piccoli  pezzi  d'oro  sono 
ragguagliati  a  40  pezzi  d'argento  cioè  a  800  dramme  di  rame.  In  questo 
caso  il  piccolo  pezzo  d'oro  corrispondeva  in  valore  a  5  oboli  d'argento 
ed  in  peso  di  '/xs  d'  dramma  d'oro. 


52 

e  di  misure  egiziane  nei  paesi  delle  coste  orientali  del  Me- 
diterraneo però  i  dati  monetari  per  la  loro  evidenza  e  per  la 
loro  importanza  si  distinguono  da  tutti  gli  altri. 

Il  gruppo  di  monete  di  Sidone  che  Baheìon  {Histoi're  de 
la  monnaie.  Descripiion  historique,  II,  2,  pagg.  561-671)  clas- 
sifica sotto  Bodastoret  (Bodastor)  380-374  a.  C.  e  che  reca 
al  verso  nel  carro  del  re  dei  re  un  personaggio  che  è  un 
Egiziano,  come  indicano  senza  che  sia  possibile  il  dubbio, 
il  suo  scettro,  il  suo  costume,  la  sua  pettinatura,  la  sua  at- 
titudine, la  sua  quadratura  di  spalle  e  le  sue  anche  strette, 
si  presenta  frequentemente  nei  ritrovamenti  in  Egitto,  in  Fe- 
nicia e  sulle  coste  meridionali  dell'Asia  Minore  (Dressel, 
Z.  /.  N.,  XXII,  pag.  243).  Queste  particolarità  e  sopratutto 
la  presenza  dell'Egiziano  dietro  il  carro  fecero  pensare  a 
Babelon  (op.  cit.,  pag.  563  e  segg.)  d)  che  queste  monete  fos- 
sero state  coniate  in  una  zecca  diversa  dalle  altre  e  che 
come  i  nominali  di  Sidone,  di  Stratone  III  (345-332  a.  C.) 
fossero  emesse  in  Egitto.  Del  pari  evidente  è  l'influenza  egi- 
ziana sulla  moneta  di  Tiro. 

Il  peso  nominale  delle  monete  fenicie  non  sembra  si 
possa  riconnettere  facilmente  con  quello  del  kkr  egiziano  di 
kr.  29.1,  ma  come  si  vedrà  in  seguito  sembra  piuttosto  che 
possa  essere  di  sovente  ricollegato  col  sistema  ponderale 
giudaico  ed  alessandrino  tardo  (2). 

La  moneta  delle  città  fenicie  coniata  prima  della  con- 
quista di  Alessandro  è  rappresentata  per  lo  più  dai  sicli  o 
tetradrammi  fenici  di  un  peso  oscillante  in  generale  fra  i 
14,28  ed  i  13,60  grammi  circa.  Come  dimostrerò  appresso 
in  questo  saggio,  il  talento  giudaico  era  effettivamente  di 
43,66  kg.  secondo  il  sistema  ponderale,  di  kg.  42,85  secondo 
il  sistema  monetario  e  si  divideva  in  50  mine  pesanti  eguali 
a  100  mine  leggere  che  corrispondevano  alla  loro  volta  rispet- 
tivamente a  60  e  30  sicli  sacri  di  gr.  14,18.  Questi  dati  però 
sono  confermati  solo  parzialmente  dai  pesi  dei  nominali  fenici 
perchè  la  monetazione  delle  varie  città  era  subordinata  ad 
esigenze  di  natura  economica  oltre  che  metrologica  (3). 

(i)  Babelon  pone  queste  monete  fra  il  380  ed  il  374  (pagg.  565-72). 

(2)  Vedi  le  mie  misure  alessandrine  dell'epoca  romana. 

(3)  Questi  argomenti  sono  ripresi  in  un  mio  saggio  di  metrologia 
orientale  che  uscirà  tra  breve. 


53 

Gebal  (Byblus)  conia  stateri  di  peso  in  generale  inferiore 
ai  14  gr.  (i),  Sidone  presenta  invece  una  serie  di  ottadrammi 
e  doppi  sicli  sacri  di  un  peso  assai  vicino  a  quello  di  otto 
dramme  alessandrine  che  parrebbero  far  supporre  che  il 
piede  fenicio  ivi  usato  avesse  per  base  un  siclo  di  gr.  14,20- 
14,00  quasi  identico  allo  statere  alessandrino  ^2);  ma  le  mo- 
nete di  Sidone  col  tempo  vanno  abbassandosi  di  peso  sino 
a  divenir  più  leggere  di  quelle  di  Tiro  coniate  su  uno  shekel 
di  gr.  13,80  circa  <3).  Come  si  vede  è  probabile  che  il  piede 
fenicio  differisse  di  qualche  decimo  di  grammo  da  una  città 
ad  un'altra  e  da  un'epoca  all'altra,  presso  a  poco  come  acca- 
deva per  i  solidi  bizantini  coniati  in  diverse  regioni. 

Una  reciproca  influenza  fra  l'Egitto,  la  Fenicia  e  la  Siria 
non  può  essere  negata  nel  V  e  IV  sec.  a.  C,  ma  essa  diviene 
molto  più  appariscente  nel  periodo  che  va  dal  IV  sec.  alla 
fine  del  IL  Allora  l'influsso  dei  Tolemei  e  dei  Seleucidi,  di- 
retto o  indiretto,  sulla  moneta  delle  città  fenicie  nell'epoca 
alessandrina  è  fortissimo,  sia  nel  periodo  del  dominio  tole- 
maico durato  a  Sidone  dal  261  al  202  e  a  Tiro  dal  267  al 
201-200  che  nel  periodo  del  dominio  seleucidico,  durato  a 
Sidone  dal  202  al  in  e  a  Tiro  dal  201-200  al  126-125.  Del 
resto  anche  la  coniazione  dei  nominali  autonomi  di  Sidone 
iniziata  dopo  il  in  non  si  sottrae  all'influsso  alessandrino  (4) 


(i)  Gli  stateri  di  Byblus,  coniati  dal  410  al  374,  pesano  gr.  13.89, 
13.67,  verso  il  360  gr.  14.35,  1412,  verso  il  340  gr.  13.27,  13.15,  verso 
il  333  g»"-  13-56.  13 ao,  1306  (Babelon,  op.  cit.,  pag.  535-552). 

(2Ì  Gli  ottodrammi  di  Sidone  coniati  verso  il  475  presentano  i 
pesi  di  gr.  27.40,  27.10  (frusto),  verso  la  metà  del  V  secolo  di  gr.  28.25, 
28.07,  28.01,  28.  Verso  il  400  a.  C.  i  doppi  sicli  pesano  gr.  27.50,  27,  fra 
il  380  e  il  374,  gr.  28.40,  28.33,  28.04,  27,  ecc.,  dal  373  al  362,  gr.  25.82, 
25.78,  25.75,  25.72,  ecc.,  dal  355  al  361  gr.  25.87,  25.80,  25.50,  ecc.,  sotto 
il  Satrapo  Mazaios  (359-55)  gr.  26,  25.82,  25.77,  dal  343  al  338  gr.  25.77, 
25.10,  dal  349  al  346  gr.  25.96,  25.91,  25.60,  ecc.,  dal  345  al  332,  gr.  25.72, 
25.70,  ecc.  (Babelon,  op.  cit.,  pag.  543-607). 

(3)  Siclo,  verso  il  470  gr,  13.80,  1360,  13.47,  15.15,  verso  la  metà  dei 
V  sec.  gr.  13,65,  dal  420  al  400  circa  gr.  13.54,  13.50,  13,40,  13.18,  al 
principio  del  IV  sec.  gr.  13.28,  13.24,  13.18  (metà  e  seconda  metà  del 
IV  sec.)  gr.  13.90,  13.57,  13-27,  ecc.  (Babelon,  op.  cit.,  pagg.  607-622). 

(4)  Vedi  p.  es.  il  tetradrammo  che  porta  al  verso  l'aquila  sulla 
prua  di  una  galera.  Head,  Hist.  Num.y  pag.  797;  statere  gr.  14.45.  di- 
drammo  gr.  7.01. 


54 

e  così  pure  quella  autonoma  di  Tiro  (126-125  a.  C.  56-57 
d.  C.)  (i).  Anche  Tottodrammo  d'oro  coniato  nel  103  sotto  l'in- 
fluenza di  Tolemeo  X  del  peso  di  gr.  28,33  non  può  essere 
che  il  solito  fxvaetov  alessandrino,  colla  differenza  però  che 
mentre  i  Tolemei  avevano  ridotto  le  dramme  d'oro  a  gr. 
3,48,  quelle  di  Tiro  avevano  mantenuto  inalterato  il  peso 
di  gr.  3,571  che  vigeva  in  Egitto  prima  della  riforma  mone- 
taria del  Filadelfo  (vedi  p.  26).  È  quindi  certo  che  nelle  città 
fenicie  come  nel  regno  tolemaico  il  rapporto  oro-argento  era 
esattamente  di  i  :  32  72  mentre  presso  i  Tolemei  nonostante 
si  facesse  valere  la  dramma  d'oro  12*  ^  volte  quella  d'argento, 
la  piccola  differenza  di  peso  fra  i  due  nominali  faceva  risa- 
lire il  corso  dell'oro  a  12  ^V^g  rispetto  a  quello  del  metallo 
bianco  (2). 

Tornando  alla  metrologia  delle  monete  fenicie  un'iscri- 
zione di  un  siclo  di  Tiro  ci  permette  di  ricostruire  il  sistema 
ponderale  fenicio  quale  è  applicato  alla  monetazione.  Esi- 
stono infatti  a  Tiro  due  shekel  d'argento  (Babelon,  op.  cit., 
pag.  611)  che  recano  nel  verso  l'iscrizione  schiloschon  che 
in  ebraico  vuol  dire  V30  [di  mina]  ed  un  mezzo  siclo  d'argento 
con  l'iscrizione  al  verso  fna-kntzi kesepk  (mezzo  siclo)  eguale 
presso  a  poco  in  peso  ad  una  dramma  alessandrina.  Questi 
dati  ci  permettono  di  stabilire  che  il  siclo  sacro  di  gr.  14,18 
era  eguale  ad  Vgo  di  un'unità  che  come  appare  immediata- 
mente non  può  essere  che  una  mina  di  gr.  428,5  (3)  i  cui 
centesimi  sono  probabilmente  spesso  quelle  unità  che  il 
prof.  Petrie  chiama  dramme  assire  o  dramma  attiche  ed  i 
cui  cinquantesimi  sono  coniati  frequentemente  dei  nominali 
di  gr.  8,80  circa  nei  pezzi  piìi  alti  (4). 

Ci  restano  da  esaminare  le  altre  frazioni  del  siclo.  il 
siclo  sacro  si  divideva  in  due  sicli  volgari,  60""  di  mina, 
questi  alla  loro  volta  in  2  mezzi  sicli  ma-hatzi-keseph  o  120°*' 


(i)  Vedi  la  moneta  di  Tiro  descritta  da  Head,  Hist.Num ,  pag.  800. 
Il  peso  del  tetradrammo  di  Tiro  in  questo  periodo  è  eguale  a  quello 
del  tetradrammo  alessandrino. 

(2)  Vedi  pag.  37. 

(3)  La  moneta  chiota  presenta  qualcosa  di  analogo  a  questi  30."^ 
colle  sue  xtoaapaxooxat  di  mina  eginetica. 

(4)  Gr.  8.B6,  8.85,  8.76,  8.71,  8.70,  8.68,  8.60,  8.42,  ecc. 


55 

di  mina  che  si  dividevano  alla  loro  volta  in  unità  di  0,86- 
0,80  gi\  che  Babelon  classifica  come  triemioboli  fenici.  Se  la 
classificazione  di  Babelon  fosse  esatta  questi  pezzi  corrispon- 
derebbero ad  V48  ^'  mina,  ma  non  è  affatto  detto  che  la  mo- 
netazione fenicia  ammettesse  divisioni  analoghe  agli  oboli 
greci,  anzi  da  Ezech,  XLV,  12  (testo  greco)  e  dalTExod. 
XXXVIII,  25,  26.  si  ricava  che  il  talento  doveva  essere  rag- 
guagliato come  in  antico  a  60  mine,  ma  la  mina  a  ^o  shekel 
soltanto  e  che  quindi  il  talento  era  uguale  a  3000  shekel, 
erano  divisi  in  metà  o  beka  Gen.,  (XXIY ,  22,  Ezech, 
XXXVIII,  22)  e  in  20"*  (Ezech.,  loc.  cit.),  chiamati  gerah  o 
grani  in  ebraico  ed  oboli  nella  versione  greca  {Jewish  En- 
cyclop.  sotto  Numismatica  voi.  IX,  pag.  350).  E  quindi  evi- 
dente che  quelli  che  Babelon  chiama  triemioboli  non  sono 
che  i  gerah  ventesimi  di  siclo  sacro  i  quali  alla  loro  volta 
si  dividevano  ancora  per  metà.  Prendendo  quindi  a  base  del 
sistema  monetario  di  quest'epoca  la  mina,  si  ricavano  le 
seguenti  frazioni  di  mina  che  costituiscono  una  gran  parte 
dei  nominali  coniati  nelle  città  fenicie. 

Mina                                  gr.  428,5,  l 
Siclo  sacro                      gr.  U,28.  30,  1 
Didrammo  e.  d.  attico  gr.  8,57,  50,  1  Vs.  1 
Siclo  volgare                  gr.  7,14,  60,  2,  1  V.v     1 
Dramma  e.  d.  attica      ^r.  4,285,  100,  3  V3,  ^.          l 'Ai     ^ 
Dramma  fenicia  o  mez- 
zo siclo  volgare      gr.  3,57,  120,  4,  2V5,     2,          1  Vv     1 
Gerah                                gr.  0,857,  500,  16  V3,  10,         8  V3,     5,       4  V^,    1 
Mezzo  gerah                    gr.  0,428,  1000,  33  7,,  20,        16  V3,  10,       8  V3,    1. 


Mentre  dai  dati  antichi  pare  che  gli  ebrei  usassero  in 
origine  un  talento  di  3600  sicli  (60  mine  di  60  sicli),  più  tardi 
dopo  la  cattività  di  Babilonia  il  sistema  ponderale  giudaico 
pare  fosse  mutato  in  modo  che  la  mina  ne  contenesse  sol- 
tanto cinquanta.  Secondo  me  è  probabile  che  il  talento  di 
3600  iiicli,  fosse  quello  assiro-babilonese  che  Erodoto  rag- 
guaglia a  70  mine  attiche  e  che  il  vero  talento  ebraico  fosse 
quello  che,  secondo  Giuseppe  Flavio,    corrispondeva   a    100 


56 

mine  (^)  che  equivalgono,  prendendo  come  unità  monetaria 
la  dramma  e.  d.  attica  usata  in  Siria  sotto  i  Seleucidi  e 
conservatasi  sotto  il  dominio  arabo  (2)  a  kg.  42,854. 

Un'altro  passo  attribuisce  alla  mina  ebraica  il  valore  di 
2  Vt  libbre  che  a  mio  avviso  potrebbero  essere  vere  e  pro- 
prie libbre  giudaico-alessandrine  e  non  libbre  romane  perchè 
dividendo  per  50  il  talento  ebraico  si  ricava  un'unità  ponde- 
rale di  gr.  857,08  che  corrisponde  a  due  mine  di  gr.  428,54 
e  a  2  Vs  volte  un'unità  ponderale  eguale  a  gr.  342,83  assai 
vicina  alla  libbra  ebraica,  secondo  me  eguale  a  quella  ales- 
sandrina di  gr.  349,83  (3). 

Il  talento  giudaico  in  ogni  modo  corrispondeva  a  3000 
sicli  sacri  eguali  al  tetradrammo  fenicio  o  a  6,000  sicli  voi" 
gari  eguali  al  didrammo  alessandrino.  Il  siclo  sacro  di  gr. 
14,28  corrispondeva  a  sua  volta  a  20  oboli  (gerah)  di  dramma 
seleucidica  o  alessandrina  di  gr.  4,285;  il  siclo  volgare  a 
IO  gerah. 

Sui  ragguagli  dei  sicli  coi  nominali  alessandrini  non  può 
esistere  dubbio  perchè  se  non  bastasse  la  testimonianza  degli 
scrittori  dell'età  bizantina  e  dei  commentatori  dei  testi  sacri, 
ci  restano  le  monete  attribuite  a  Simone  Maccabeo  (143-145 
a.  C.)  o  alla  prima  rivolta  dei  Giudei  di  un  peso  di  gr.  14,26 
recanti  la  scritta  shekel  Israel  e  i  mezzi  shekel  chatzi-ha- 
shekel  (cfr.  Head,  Hist.  Nitm.,  pag.  807)  il  cui  peso  si  ac- 
corda esattamente  con  quello  del  siclo  volgare  o  trentesimo 
di  Tiro  recante  l' iscrizione  ma-catzi-keseph. 

I  testi  bizantini  che  equiparano  il  siclo  a  V,    e    a  \'^^   di 


(1)  Il  talento  ebraico  kikkar  (pane,  cerchio,  disco)  indica  una  massa 
di  metallo  a  forma  di  disco  (cfr.  greco  «pBotSec  ^^puoioo)  del  peso  di  100 
mine  come  risulta  da  Ioseph,  Antiquitates,  86,  7,  nella  descrizione  dei 
candelabri  del  tempio  "  Ao/vio  ex  ^^poooù  xgxcuveDjisvfj  Siaxevo?  ota6fxòv 
•XODoa  }i.vac  Ixatòv,  "E^paìot  jaèv  xaXoùoiv  xt^/aps?,  «l?  3è  xyjv  'EXX*r)viX7]v 
f*.tTapaXXó|X8vov  yXòiooav  oirjjxaiVBt  taXavtov.  Il  talento  giudaico  equivaleva 
quindi  a  125  libbre  giudaico-alessandrine  come  dimostra  del  resto  anche 
il  ritrovamento  di  un  peso  campione  di  un  kikkar  di  kg.  42  circa  nel  tem- 
pio di  Gerusalemme  {The  Harvard  Theological  Review,  1915,  pag.  525). 

(2)  Joseph,  Antiquitaies,  XIV,  §  7,  i  Xaftpàvn  8è,  xal  Soxòv  èXoo<pi>pHq- 
XotTOV  xp"'3Yjv  ix  jivùiv  Tpiaxooicttv  7ie«0fr)|JLévYiv,  4)  8è  fi.và  :rap'  4)jjlìv  loxótt 
Xitpa?  Suo  xal  "/jiiioo. 

(3)  Alla  libbra  alessandrina  si  deve  assegnare  il  peso  di  gr.  349,33 
circa,  ved.  A.  Segrè,  Sistema  metrico  alessandrino  sotto  l' impero. 


57 

oncia  romana  sono  invece  inesatti,  perchè  partono  da  una 
dramma  neroniana  di  gr.  3,41  invece  che  da  quella  alessan- 
drina di  gr.  3,571,  essi  quindi  in  definitivo  non  fanno  altro 
che  ragguagliare  il  siclo  a  Vj  e  ad  V4  di  oncia  che  è  quella 
giudaica  e  non  quella  romana  di  20  e  io  gerah  (D. 

Altri  nuovi  contributi  alla  metrologia  e  alla  numismatica 
giudaica  sono  portati  dal  ritrovamento  di  alcuni  nuovi  pesi- 
campioni.  In  Palestina  sono  stati  trovati  6  pesi  chiamati 
neseph  e  2  pesi  di  V4  di  ntsephi^)  dei  quali  uno  reca  l'iscri- 
zione "  5  „.  I  pesi  del  neseph  sono  rispettivamente  di  gr.  10,20 
perfetto,  9,50  (rotto),  8,99  (rotto),  8,68  (bucato),  9,25  (perfetto); 
i  quarti  di  neseph  corrispondono  rispettivamente  a  gr.  2.54 
(perfetto)  e  gr.  2,50  ed  i  20'"'  a  gr.  0,54  circa.  Il  peso  del 
neseph  che  può  essere  calcolato  come  eguale  a  gr.  10,20 
circa  è  un  poco  troppo  alto  per  adattarsi  ad  essere  il  50.'"** 
della  mina  babilonese  (3),  mentre  può  essere  facilmente  il 
40."^"  di  una  mina  monetale  di  Tiro  (4),  tanto  più  che  è  più 
logico  ridurre  ad  un  piede  giudaico  pesi  trovati  in  Palestnia 
che  ad  un  piede,  che  probabilmente  era  estraneo  a  quella 
regione.  Altro  peso  della  Palestina  sono  il  payam  di  gr.  7,61 
e  7,27  (E.  Pilcher,  op.  cit.,  pag.  115)  che  può  essere  rag- 
guagliato a  %  di  neseph  e  quindi  a  metà  di  quel  nominale 
di  circa  15,30  gr.  coniato  ad  Arado  fra  il  137  e  il  46  a.  C. 
(vedi  pag.  58)  ed  il  beka   eguale  a  V^  siclo  sacro  rappresen- 


(i)  Hesych,  Strip/.  MetroL,  I,  325,  SixXo?  t«xpa8pax}iov  'Attixóv.  Dalla 
Gal.,  Scrip.  MetroL,  238,  io,  xò  oixXov  fj^ti  Po  xò?',  e.  Gal.  231  e  lab.  Orib. 
245  si  ricava  l'eguaglianza  in  peso  di  un  siclo  a  3  solidi  o  ad  i  statere. 
L'eguaglianza  del  siclo  sacro  a  20  gerah  risulta  da  Epiph,  Script.  Metrot., 
I,  275,  SixXo;  Si  èoxt  oxaOjAÒ?  «f?,  «pòi;  hi  xb  àp^ópiov  r^óo,  xat  f  ivovxoti  òpoXot, 
x'ó  Y^p  otxXoc  ó  ^aotXtxòc  x'  ò^oXoi  elatv  xal  reap'  aXXrj^  xò  téxaoxov  :•?]'; 
o(l)f*i*C,  tlai  l'^L'i  e  lexicis  veteris  tebtaiiienii,  Script.  Metro/.,  l,  304, 
ot/Xov  òpoXot  xéooapt^  ó  Jè  Hto8tt»pfjxo<;  èv  xoì?  ànópoi?  xr^z  YP*f*'l'»  ^•T*^ 
otxXov  x'  ò^oXoóc.  Negli  Script.  Metro/.,  I,  305,  naXiv  8è  xò  oixXov  3  foxiv 
•rjfitau  xou  oxaxr^'^oz,  Ttxapxov  xyjc  oò'Cfiaf:  ^x*'  Xenxà  x'  ed  in  EiMPH,  Script. 
Metro/.,  I,  266,  A«f«i  Y^P  ^^  '^4*  AtuiT'.x(p  xò  Sé  8i8pa/p.ov  «txooi  òpoXoi  Stt 
3è  xéxapxóv  èoxi  x-Fj^  oÒYxta?  xò  5t8pax|Aov,  -r^òe  £?ì'.Ò'Ì''/<l£v  som.»  .•.n.fnvi  1 
sacro  con  quello  vulj;are. 

(a)  Pilcher,  PStì/?,  XXXIV,  iQia,  pag.   .i-,. 

(3)  Al  solilo  il  peso  del  neseph  deve  essere  calcolato  nei  pezzi 
più  alti. 

(4)  Si  deve  ricordare  che  le  monete  di  Tiro  prima  della  conquista 
macedone  pesavano  un  poco  meno  di  quelle  di  Sidone,  il  siclo  p.  es. 
era  di  circa  gr.  13,70. 


58 

tato  per  ora    da    3    pesi    della    Palestina    di    gr.  6.55,    6.21, 

5.89  (■). 

Il  neseph  sul  cui  piede  sono  state  trovate  monete  nei 
paesi  fenici  (vedi  appresso)  potrebbe  anche  essere  stato  un 
peso  d'oro  corrispondente  a  io  sicli  reali  o  a  20  sicli  vol- 
gari (2),  ma  sinora  è  stato  trovato  soltanto  come  moneta  d'ar- 
gento ad  Arado  la  cui  monetazione  nonostante  le  apparenze 
si  riduce  facilmente  alle  solite  frazioni  di  mina. 

Il  neseph  aveva  ivi  un  peso  medio  di  gr.  10,60  (3)  così 
che  i  pesi  delle  monete  fenicie  potevano  esser  rappresentati 
dalla  tavola  seguente  : 

Peso  di  Sidone  —  Peso  di  Tiro 


mina                  gr 

.  428,5 

—    409,3       1 

i^/,  neseph  (4)  „ 

16,07 

—     1535      26 2 

/a  1 

neseph                „ 

10,71 

—     10,23     40 

IV.  1 

dramma  e.  d. 

attica  (5)         „ 

4,285 

—     109       100 

3^5    2^ 

/.  1 

V3  neseph  (6)    „ 

3,571 

—     341       120 

4, A    3 

IV5     1 

I/o  neseph  (7)     „ 

1,785 

—     170      240 

9          6 

2V5     2     1 

V,,  neseph  (8)    „ 

0,89 

—     0,85       480 

18       12 

5V5     4     2 

1 

\/,o  neseph  (9)    „ 

0,178 

—     0,170  2400 

90      60 

28      20  10 

5    1 

Vi2oneseph(io)„ 

0,089 

—    0,085  4800 

180     120 

56      40  20 

10    2 

(i)  Non  ritengo  esalto  il  ragguaglio  del  beha  a  ^j^  di  kiie  supposto 
di  Pilcher,  op.  cit.,  pag.  115.  Per  altri  pesi  fenici  vedi  Benziger,  He- 
bràische  Archàologie,  pag,  196. 

(2)  Il  rapporto  fra  Toro  e  l'argento  in  Palestina  molto  probabilmente 
doveva  essere  ai  tempi  di  Dario  eguale  a  13  V3  come  nel  regno  di 
Persia  quindi  il  neseph  molto  facilmente  era  un'unità  d*oro  che  si  com- 
portava rispetto  al  siclo  volgare  di  Tiro,  come  il  darico  rispetto  al 
siclo  medico.  Il  quinto  di  neseph  d'oro  è  eguale  a  2  sicli  d'argento. 

(3)  IV  sec.  a.  C-  princ.  Cfr.  Hill,  BMC.  Phoenicia  dal  quale  traggo  i 
pesi  delle  varie  monete  di  Arado  di  gr.  10.68,  10.63,  10.61,  10.59,  10.58(2), 
10.56,  ecc. 

(4)  Le  monete  coniate  ad  Arado  su  questo  piede,  fra  il  137  ed  il  465, 
gr.  15.36,  15.34,  15.32,  15.23(2),  15,20,  ecc.,  darebbero  come  le  dramme, 
una  mina  di  gr.  409  circa. 

(5)  La  dramma  coniata  dopo  il  374  pesava  gr.  4.18,  4.13,  4.11, 
410,  4.08. 

(6)  Vs  neseph  (IV  s.  princ),  gr.  3.35,  3.24  (IV  s.),  gr.  3.51,  3.47,  3  45. 

(7)  IV  sec.  princ,  gr.  1.65,  1.61,  1.41. 

(8)  IV  sec  princ,  gr.  0.71,  IV  sec,  gr.  0.94,  0.79,  0.78. 

(9)  IV  sec,  gr.  0.15,  0.13. 

(io)  IV  sec,  gr.  0.7,  ecc.,  alcune  monete  di  gr.  2.46,  2.36,  2.33  e 
gr.  1.81,  1.80,  coniate  fra  il  no  non  trovano  facile  sistemazione  con 
frazioni  di  mina,  ma  è  probabile  che  ciò  sia  dovuto  a  deficienza  di  peso 
di  quei  pezzi. 


59 

In  conclusione  pare  che  nei  paesi  fenici  ed  in  Palestina  (i) 
e  nei  paesi  filisto-arabi  fa)  fosse  usata  una  mina  di  gr.  428,5 
che  probabilmente  deve  essere  identificata  con  quella  egi- 
ziana, seleucidica  e  araba  dell'epoca  bizantina,   ecc. 

Secondo  me  quindi  questa  mia  ricerca  sposta  compieta- 
mefite  molte  questioni  di  metrologia  e  di  monetazione  egiziana, 
fenicia,  seleucidica,  ecc.  perchè  la  riforma  monetaria  di  To- 
lemeo  Filadelfo  che  conia  i  tetradrammi  di  piede  fenicio  non 
ha  queir  importanza  che  ad  essa  si  attribuisce  quando  si  am- 
metta che  la  monetazione  tolemaica  parta  da  una  mina  eguale 
a  quella  usata  in  Fenicia  prima  del   VI  secolo. 

La  moneta  delle  città  fenicie  inoltre  data  già  dal  VI  sec. 
a.  C.  mentre  quella  egiziana  risale  appena  alla  fine  del  IV  sec. 
onde  è  ragionevole  ammettere  che  sino  da  epoche  assai 
antiche  in  Egitto  si  computasse  oltre  che  in  kite,  in  sicli 
e  in  mine  fenicie,  come  del  resto  provano  i  numerosi  pesi 
ritrovati  in  Egitto  classificati  come  shekel  fenici  (vedi  pag.  16). 

Anche  la  quasi  equivalenza  di  un  doppio  shekel  a  Vi^^o, 
di  kerker  di  3000  kite  doveva  facilitare  l'adozione  da  parte 
degli  egiziani  del  piede  monetario  usato  a  Sidone,  d'altra 
parte  è  da  ritenere  che  più  tardi  1*  Egitto  più  ancora  che  la 
Siria  abbiano  esercitato  un'influenza  conservatrice  sulla  mo- 
netazione e  sui  sistemi  metrici  della  Fenicia  e  della  Pale- 
stina che  probabilmente  tendevano  ad  una  certa  anarchia  per 
il  predominio  delle  misure  locali  su  quelle  ufficiali  più  antiche. 

Perciò  io  credo  che  tutta  la  monetazione  giudaica  e  fe- 
nicia dopo  il  III  secolo  sino  alla  cessazione  completa  delle 
emissioni    autonome    si    svolga    sotto    influssi    paralleli    del- 


(i)  I  sicli  della  prima  rivolta  (66-70  a.  C),  G.  F.  Hill,  Palestine, 
pag.  xc  e  segg.  e  pag.  269  e  segg.,  pesano  gr.  14.27,  14.22,  14.14,  14.12, 
14.09,  1408,  ecc.,  i  mezzi  sicli  gr.  7.08,  G.99,  6.98,  il  quarto  di  siclo 
gr.  3.33.  I  sicli  della  seconda  rivolta  '^iss-iss),  BMC,  pag.  284  e  segg., 
gr.  14.90,  14.79,  14.68,  14.27,  14.04,  ecc.  Questi  pesi  sembrano  indicare 
l'esistenza  di  un  siclo  giudaico  eguale  al  tetradrammo  alessandrino  e 
non  al  tetradrammo  di  4  denari  di  gr.  13,64. 

(2)  Le  più  antiche  monete  della  Palestina.  G.  F.  Hill,  BMC,  Pale- 
stina, pag  176  e  segg.,  filisto-arabe  simili  alle  dramme  attiche  che  pe- 
sano gr  4.21,  4.07,  4.02,  4.00,  con  mezza  dramma  di  gr.  2.09,  2.08  e 
nominali  di  gr.  0.76,  0.74,  0.73,  0.68  fanno  supporre  una  mina  di  gr.  420 
circa. 


6o 

r  Egitto  e  della  Siria,  che  per  avere  goduto  di  un'unità  e  di 
un  accentramento  da  parte  delle  dinastie  dei  Tolemei  e  dei 
Seleucidi  erano  riusciti  ad  acquistare  i  sistemi  metrici  uffi- 
ciali stabili  di  uso  corrente.  Dopo  la  conquista  macedone 
sono  tolti  dalla  circolazione  egiziana  tutti  i  sistemi  monetari 
persiani,  assiri,  unità  di  oro,  ecc. 

I  ritrovamenti  di  numerosissimi  pesi  monetari  in  Egit- 
to, Palestina,  ecc.,  ecc.,  danno  all'antico  studio  di  metro- 
logia un  carattere  completamente  nuovo.  E  certo  che  col- 
Taumentare  dei  dati  i  problemi  si  vanno  continuamente  modi- 
ficando perchè  molte  opinioni  accettate  comunemente,  sono 
cadute  e  dubbi  e  certezze  nuove  vanno  continuamente  sor- 
gendo. Intanto  i  vecchi  sistemi  di  ricerca  hanno  un  valore 
assai  scarso  che  diviene  poi  nullo  quando  si  introducano 
tutte  quelle  ipotesi  ingiustificate  che  fanno  dello  studio  delle 
antiche  misure  un  inutile  giuoco  di  aritmetica. 


CIRCOLAZIONE   EGIZIANA   NELLE   COLONIE 
SEMITICHE    DELL'EPOCA    SAITICA, 

I  problemi  della  circolazione  egiziana  nelle  colonie  giu- 
daiche durante  l'epoca  saitica,  strettamente  collegati  col  pro- 
blema delle  relazioni  fra  i  sistemi  monetari  giudaico-fenici  ed 
egiziani  non  sono  secondo  me  risolti,  in  modo  soddisfacente 
da  Mayer  (i)  che  elaborò  i  dati  dei  testi  aramaici  del  V 
e  IV  sec.  a.  C.  Per  ora  è  certo  che  l'argento  era  computato 
in  questi  testi  in  kars  (2)  di  10  schekel  con  un  sistema  di 
conto  perfettamente  parallelo  a  quello  del  deben  e  delle  kite  (3> 
e  che  la  schekel  si  divideva  in  4  7  o  quarti  (YD)  7  ed  i  quarti 
a  loro  volta  in  io  challur  (4). 


(i)  Zu  den  aramaischen    Papyri   von    Elephantùie.    Sitztmgsb.    d.    k. 
preussl.  Ak.  zu  Berlin,  a.  191 1,  pagg.  1026  e  segg. 

(2)  Il  kars  era  eguale  ad  *|g  di  mina  assiro-babilonese  come  dimostra 
il  peso  di  2  kars  di  gr.  166,724.  Weissbach  {ZDMG,  61,402). 

(3)  Vedi  pag.  51. 

(4)  Nell'epoca    tolemaica    il    sckekel  era  equiparato  al  tetradrammo 
alessandrino,  il  quarto  alla  dramma  e  il  challur  {gerah)  ad  Vj,  di  sckekel 


6i 

Sin  qui  sono  d'accordo  con  Mayer,  dove  però  mi  sembra 
che  questi  abbia  torto  è  nell'interpretazione  della  frase  che 
ricorre  spesso  nei  testi  aramaici  '*  argento  2  7  (quarti)  per 
kars  o  argento  2  7  (quarti)  per  unità  di  io  sicli  „.  Secondo  il 
Mayer  il  kars  corrisponde  in  quei  documenti  a  io  sicli  me- 
dici d'argento  di  gr.  5,6  e  il  7  ad  */<  di  ^^^^  cosicché  colla 
frase  2  7  per  kars  si  verrebbe  ad  indicare  la  vera  unità 
kars  di  83,7  ^v.  Questa  interpretazione  ora  non  mi  sembra 
giusta  : 

i.°  perche  trovo  arbitraria  l'assegnazione  del  nome 
kars  che  era  V^  d'  marta  babilonese  ad  una  unità  di  io  sicli 
medici  che  per  quanto  ho  scritto  a  pag.  22,  n.  i  contraria- 
mente all'opinione  di  Mayer  non  ritengo  fossero  le  unità  d'ar- 
gento correnti  in  Egitto  sotto  gli  Achemenidi  ; 

2.°  ritengo  che  il  nome  (YD)  7  debba  indicare  il  quarto 
di  un  schekel  piuttosto  che  un  quarto  di  kars  ; 

3.°  perchè  secondo  Mayer  la  Irase   ''  argento  2  7  più 

1  kars  „  piuttosto  complicata  verrebbe  a  significare  sempli- 
cemente Vg  di  mina  babilonese  che  è  proprio  quello  che  si 
chiamava  kars. 

Un  altro  argomento  non  meno  probante  è  secondo  me 
offerto  dal  documento  L  di  Cowley  assegnato  da  questi  al 
primo  anno  d'Artaserse  I,  epoca  della  rivolta  di  Inaro,  dove 
la  formula  usata  per  indicare  l'unità  monetaria,  è  "  nel  peso 
campione  di  Ptah,  argento  un  schekel  per  io  unità  (kars)  „  nel 
quale  il  Ma^^er  attribuisce,  secondo  me  arbitrariamente,  a  kars 
il  significato  di  unità  di  io  doppi  sicli  persiani  d'argento  di 
gr.  11,20.  Nei  testi   di    Elephantina    dell'epoca    saitica    tarda 

2  schekel  d'argento  sono  sempre  equiparati  ad  uno  statere 
quando  le  relazioni  colla  Grecia  dettero  alla  valuta  ellenica 
una  certa  diffusione  nel  paese,  così  per  es.,  in  questo  periodo 
in  un  documento  di  Chabbas  del  340  a.  C.  (O,  il  deben  è 
ragguagliato  a  5  stateri.  Secondo  me  l'interpretazione  che 
si  deve  date  alle  formule  che  indicano  la  valuta  d'argento 
nei  testi  aramaici  è  completamente  diversa  da  quella  del 
Mayer:  per  me  il  kars  o  sesto  della  mina  babilonese  è  una 
unità  di  IO  sicli  di  gr.  83,7,  che  il  siclo  eguale  al  darico  era 


(i)  Mayer,  op.  e.;.,  |>ai4.  1034. 


62 

anche  una  unità  fondamentale  di  peso  mentre  il  siclo  medico 
introdotto  in  Persia  sotto  gli  Achemenidi  non  pare  avesse 
avuto  diffusione,  né  in  Fenicia,  né  in  Egitto  (vedi  pag.  22).  Il 
Y37  poi  secondo  me  nei  testi  citati  è  un  quarto  di  siclo  e  non 
un  quarto  di  kars  (i)  dimodoché  l'unità  di  misura  dei  papiri 
aramaici  sarebbe  in  generale  di  io  V^g  schekel  o  gr.  87,9  ed 
eccezionalmente  di  gr.  92,1  nel  testo  dell'epoca  di  Artesersel. 
Nel  primo  caso  l'espressione  corrente  si  presterebbe  a 
supporre  un'unità  di  misura  accomodata  ad  un  piede  fenicio 
od  attico  che  infatti  5  stateri  ateniesi  corrispondono  a 
gr.  87,33  ^  5  sicli-tetradrammi  o  sicli  fenici  di  gr.  16,145 
corrispondono  ad  un'unità  di  gr.  85,7  (2).  In  effetti  i  pesi 
sinora  raccolti  in  Egitto  (vedi  pag.  17,  n.  i)  ci  fanno  sup- 
porre che  il  piede  e.  d.  attico  o  assiro  fosse  più  assai  dif- 
fuso del  piede  del  siclo  persiano  e  che  le  kite  d'argento  fos- 
sero d'uso  corrente  anche  sotto  gli  Achemenidi  contraria- 
mente a  quello  che  sembra  ritenere  il  Mayer. 


RELAZIONI  FRA  LA  MONETAZIONE  DEI  TOLEMEI 
E    QUELLA    DEI    SELEUCIDI. 

Le  monete  dei  Seleucidi,  coniate  sullo  stesso  piede  mo- 
netario di  quello  di  Alessandro  il  Grande  e  dei  Tolemei 
hanno  per  unità  ponderale  la  dramma  di  gr.  4,285  ^3)  e  sono 


(1)  Se  dovessimo  invece  dare  al  YD7  il  significato  di  ^/^  di  kars  si 
otterrebbe  invece  il  peso  di  gr.  135,65. 

(2)  Si  deve  ricordare  ciie  deben  e  kite  nel  periodo  tolemaico  hanno 
sempre  indicato  unità  di  20  e  di  io  dramme  siano  queste  di  peso  at- 
tico, di  peso  e.  d.  fenicio  o  dramme  di  rame. 

(3)  Il  peso  dei  tetradrammi  d'argento  dei  Seleucidi  si  mantengono 
in  generale  inferiori  a  gr.  17,10  nel  BMC.  Seleucia  Kings  of  Syria  : 
su  un  rilevante  numero  di  tetradrammi  poco  più  di  una  dozzina 
superano  questo  peso.  La  media  di  questi  pezzi  più  alti  è  di  gr.  17.155, 
il  peso  da  me  stabilito  per  il  tetradrammo  attico-tolemaico  è  di  gr.  17,142 
mentre  quello  tradizionale  del  tetradrammo  ateniese  è  gr.  17,466.  Con 
questo  mi  sembra  dimostrato  che  la  moneta  tolemaica  come  quella  se- 
leucidica  deriva  da  una  dramma  di  Alessandro  di  gr.  4,2854. 


63 

assai  simili  a  quelle  dei  primi  Tolemei.  Come  nella  mone- 
tazione egiziana  ed  ateniese  per  unità  di  conto  lo  statere  è 
coniato  molto  più  abbondantemente  degli  altri  pezzi;  seguono 
subito  dopo,  in  ordine  di  frequenza  le  dramme,  i  dioboli,  i 
trioboli  e  gli  oboli.  Dal  regno  di  Alessandro  I  (150-145)  ri- 
comincia nelle  città  fenicie  l'emissione  sistematica  di  tetra- 
drammi  il  cui  peso  non  può  essere  determinato  esattamente 
per  la  poca  accuratezza  nella  loro  coniazione.  Poiché  però 
essi  nei  pezzi  meglio  conservati  non  superano  in  generale  il 
peso  di  gr.  14,25  (i>  è  da  ritenere  che  gli  stateri  fenici  co- 
niati sotto  i  Seleucidi  siano  senz'altro  di  peso  tolemaico  (2), 
tanto  più  che  l'influenza  egiziana  su  di  essi  anche  in  que- 
st'epoca è  notevolissima  (3).  E  da  ritenere  che  le  città  fenicie 
soggette  ai  Seleucidi  per  ragioni  di  indole  commerciale  si 
servissero  di  moneta  tolemaica  e  di  moneta  indigena  coniata 
sul  piede  tolemaico  insieme  a  moneta  di  piede  e.  d.  attico 
quale  è  quella  coniata  nella  Siria.  In  moneta  siriaca  di  peso 
e.  d.  attico  lo  statere  fenicio  corrispondeva  a  20  oboli. 


MONETA    D'ORO   SELEUCIDICA. 

L*oro  dei  Seleucidi  è  relativamente  scarso.  Il  nomi- 
nale coniato  con  maggior  frequenza  è  lo  statere  di  gr.  8,56 
che  almeno  sotto  i  primi  Seleucidi  doveva  corrispondere 
in  valore  al  )(pu<ToO;  di  20  dramme  d'argento  (4),  però  sotto 
Antioco  III  il  Grande  (223-186)  insieme  ai  soliti  stateri  che 
rimangono  sempre  la  moneta  d'oro  più  diffusa,  sono  co- 
niati   gli    ottodrammi    di    gr.    34,283  (5),    che    secondo    tutte 


(i)  Qualche  rarissimo  esemplare  giunge  a  gr.  14.40. 

(2)  Gr.  14,284. 

(3)  Il  peso  e  il  tipo  del  rovescio,  l'aquila  col  tulmine,  la  fattura, 
tutto  la  farebbe  considerare  come  moneta  alessandrina  se  mancassero 
in  esse  i  nomi  dei  Seleucidi. 

(4)  Vedi  pag.  34. 

(5)  Il  peso  massimo  riscontrato  negli  ottodrammi  d'oro  e  t..  ^i.  .^,-.. 
che  corrisponde  con  una  esattezza  notevole  al  peso  massimo  normale 
da  me  stabilito  per  questi  pezzi  che  non  possono  essere  considerati 
come  di  poso  fenicio,  perchè  almeno  alcuni  di  essi  sono  coniati  in  Siria 
(vedi  Hkad,  Hist.  Nitnt.,  pag.  761). 


64 

le  probabilità  dovevano  essere  considerati  come  pasta  di 
dramme  seleucidiche,  analoghi  sotto  questo  aspetto  ai  no- 
minali d'oro  dei  Tolemei  coniati  dopo  la   morte   di  Arsinoe 

Filadelfo  (i).  Secondo  me  quindi,  il  rapporto  oio-arg-nto  al- 
meno dagli  ultimi  anni  del  III  secolo  a.  C.  sino  alla  fine 
della  dinastia  dei  Seleucidi  era  di  i  :  12  "g. 

MONETA    DI    RAME. 


La  moneta  di  rame  dei  Seleucidi  relativamente  nume- 
rosa è  costituita  per  la  massima  parte  di  nominali  che  vanno 
da  un  diametro  di  21  mill.  e  di  un  peso  di  7  gr.  circa  a 
pezzi  di  circa  14  mill.  di  un  peso  di  gr.  2-3,50  la  classifi- 
cazione allo  stato  attuale  delle  nostre  conoscenze  non  può 
essere  che  ipotetica. 

I  primi  pezzi  che  portano  un  contrassegno  del  valore 
appartengono  al  regno  di  Antioco  IV  Epifane  (175-164)  e 
sono  un  TerpàyaXxov  (2)  contrassegnato  con  x  di  gr.  16,468 
(diametro  mill.  27,  lavato  in  un  bagno  d'argento),  un  ^^x*^' 
xov  (3)  contrassegnato  con  x  (diametro  mill.  18)  di  gr.  8,50 
circa  ed  un  y aXxó;  (4)  contrassegnato  x  (diam.  mill.  18,16)  di 
gr.  4,25  circa.  Contemporaneamente  sono  coniati  dai  Seleu- 
cidi nominali  di  tipo  egiziano  di  un  peso  di  gr.  38.88,  37.25, 
29.60  (5)  insieme  a  pezzi  di  gr.  17.62,  16.78,  14.20  (6)  e  ad  altri 
di  gr.  7.90,  6.42.  Si  può  tentare  una  classificazione  delle  monete 
di  bronzo  di  Antioco  IV  partendo  dai  pezzi  contrassegnati  coi 
segni  del  valore,  ammettendo  che  i  nominali  di  rame  abbiano 
un  valore  proporzionale  al  loro  peso  ;  in  questo  caso  la  mo- 
neta di  bronzo  dell'Epifane  potrebbe  essere  classificata  come 
segue  (7)  : 


(r)  Vedi  pag.  35. 

(2)  BMC.  Seleucidi  Kings  of  Syria,  pag,  36,  n.  23,  p.  o.  gr    1G.45. 

(3)  Op.  cit.,  pag.  36,  nn.  24-25,  p.  o.  gr.  8.68,  7.71. 

(4)  Op.  cit.,  pag.  36,  nn.  26-30,  p.  o.  5.44,  5.18,  4.41,  4.00,  3.95. 

(5)  Op.  cit.,  pag.  38,  nn.  42-44. 

(6)  Op.  cit.,  pag.  38,  nn.  45-47. 

(7)  Questa  classificazione  ciie  può  essere  considerata  come  esatta 
per  le  zecche  siriache  dei  Seleucidi  dei  tempi  di  Antioco  IV,  non  pare 
possa  valere  per  tutte  le  zecche  e  per  tutti  i  successori  di  questo  re. 


65 


Obolo           p.  n.  34,23 

=    H  dramma  di  rame 

dm.  mill.  27 

Tetracalco      ^       17,14 

=     4           „ 

IH 

Dicalco            „        8,57 

—     o 

16-17 

Calco               _       4,285 

=       1               „ 

14-15. 

Per  quanto  sia  per  ora  difficile  una  classificazione  pre- 
cisa della  moneta  di  rame  dei  Seleucidi  possiamo  conside- 
rare come  approssimativamente  esatta  quella  che  ci  risulta 
dai  pezzi  di  Antioco  IV  Epifane,  facendo  corrispondere  il 
^a^xd?  di  rame  al  peso  di  una  dramma  e.  d.  attica. 

Il  rapporto  rame-argento  di  i  :  48  che  ne  risulta  non  è 
lontano  da  quello  tolemaico  di  i  :  40,50. 

Il  confronto  della  monetazione  di  bronzo  dei  Seleucidi 
con  quella  tolemaica  del  periodo  di  Cleomene  e  dei  primi 
anni  del  Soter  ci  permette  di  riscontrare  una  corrispondenza 
tra  i  pezzi  tolemaici  e  quelli  seleucidici  che  fa  ritenere  come 
assai  probabile  la  classificazione  dei  bronzi  tolemaici  da  me 
indicati  a  pag.  39. 

Da  quanto  ho  sinora  esposto  risulta  che  la  moneta  di 
rame  presso  i  Seleucidi  più  ancora  che  presso  i  Tolemei  era 
moneta  divisionale  d'importanza  assai  scarsa,  rappresentata 
per  lo  più  da  ^i^aX^a  e  ji^olImì  II  rapporto  rame-argento  di 
1:48  che  era  molto  probabilmente  comune  a  tutte  le  mone- 
tazioni dei  primi  successori  di  Alessandro  ha  la  sua  origine 
probabilmente  nelle  monetazioni  elleniche  più  antiche,  non  in 
ogni  modo  in  quella  attica,  perchè  in  Atene  una  vera  pro- 
pria moneta  divisionale  di  bronzo  pare  fosse  coniata  sol- 
tanto dopo  il  339  (Head,  HisL  Niim.,  pag.  376)  (i),  con  pezzi 
di  19-17  mill.  che  probabilmente  vanno  ricollegati  coi  nomi- 
nali di  Eleusi,  nei  quali  lo  stesso  Babelon  riconosce  dei 
yaAxoi. 

Probabilmente  lo  sviluppo  della  monetazione  di  bronzo 
attica  non  può  avere  avuto  influenza  su  quella  seleucidica  o 
tolemaica  perchè  contemporanea  o  posteriore  alle  prime 
emissioni  delle  monete  di  Alessandro.  Anche  pel  rame  ate- 

(i)  La  moneta  di  bronzo  alla  quale  accenna  Aristofane  (Rane  725) 
ha  tutta  l'apparenza  di  essere  una  moneta  a  corso  forzoso  e  non  una 
moneta  divisionale.  In  ogni  modo  sarebbe  stata  ritirata  nei  393  (Ansi. 
Ecci,  819). 


66 

niese  una  classificazione  probabile  può  essere  tentata  rag- 
guagliando al  i(xX''^6q  i  pezzi  di  un  peso  medio  di  una  dramma 
di  rame. 

In  ogni  modo  la  coniazione  del  bronzo  che  nell'Attica 
è  scarsissima  si  sviluppò  in  vari  paesi  della  Grecia  prima 
che  in  Atene.  Così  nel  regno  di  Macedonia  i  nominali  di 
rame  la  cui  coniazione  risale  ai  tempi  di  Archelao  I  (413- 
399  a.  C.)  con  diametri  che  vanno  dai  20  ai  14  mill.  e 
pesi  fra  i  7  e  i  2  grammi,  corrispondono  probabilmente,  a 
2  yjxXvjìi.  In  generale  la  moneta  di  rame  manca  ovunque  di 
contrassegni  del  valore:  fanno  solo  eccezione  alla  regolagli 
oboli  di  Metaponto  (dopo  il  330  a.  C.)  del  peso  di  8  e  9  gr., 
alcuni  pezzi  seleucidici  siciliani  e  tolemaici.  Ma  tutti  questi 
casi  ci  permettono  di  stabilire  con  certezza  che  nei  paesi 
di  civiltà  greca  i  pezzi  di  bronzo  devono  essere  considerati 
come  moneta  puramente  sussidiaria  e  che  non  vi  è  paese  el- 
lenico dal  IV  sec.  in  poi  che  abbia  conservato  il  rame  come 
moneta  vera.  I  principali  appoggi  alla  teoria  del  rame  mo- 
neta-merce, erano  tratti  dall'Egitto  e  dalla  Sicilia:  ora  tanto 
per  l'una  che  per  l'altra  regione  la  vecchia  teoria  di  Mommsen 
è  completamente  caduta  ed  infatti  sarebbe  stato  praticamente 
impossibile  conservare  al  bronzo  il  carattere  di  moneta  vera, 
quando  i  metalli  preziosi  colla  relativa  loro  abbondanza  sui 
mercati  avevano  finito  col  perdere  gran  parte  del  loro  potere 
acquisitivo.  Si  può  quindi  ora  con  sicurezza  affermare  che 
in  epoche  già  molto  antiche  i  soli  argento,  elettro  ed  oro 
insieme  od  alternativamente,  rappresentavano  le  vere  monete 
antiche.  Anzi  mentre  la  coniazione  del  rame  come  moneta 
divisionale  è  comune  a  quasi  tutti  i  paesi  ellenici,  in  Atene 
la  serie  delle  frazioni  delle  dramme  giunge  sino  al  YipTSTap- 
TYipptov  d'argento  che  fu  sostituito  dal  x'^'kY.6;  pare  soltanto 
all'epoca  di  Alessandro  il  Grande,  tanto  era  radicato  nel  po- 
polo l'abitudine  di  considerare  la  moneta  come  una  merce 
che  col  suo  valore  intrinseco  garantiva  il  suo  potere  acquisito. 

Il  nominale  più  basso  che  si  incontra  nella  moneta  di 
tipo  attico  è  in  generale  il  TSTapTYippiov  o  ^t/a>./cov,  ma  come 
dimostra  la  monetazione  ateniese,  seleucidica,  tolemaica  e 
chiota  del  I  sec.  a.  C,  ecc.,  che  sono  tutte  più  o  meno  di 
tipo  attico,  ai  tempi  di  Alessandro,  il  jol\y.qz  era  certamente 


67 

coniato  in  rame  come  lo  dimostra  il  suo  stesso  nome.  La 
divisione  del  x*^^^*  *"  io  dramme  di  rame  è  invece  proba- 
bilmente esclusivamente  tolemaica  ('). 

E  certo  che  la  moneta  di  bronzo  che  aveva  funzione  di 
moneta  divisionale  aveva  naturalmente  un  corso  ristretto  al 
luogo  di  emissione.  Nei  mercati  dove  si  convenivano  greci 
di  tutte  le  regioni  come  p.  es.  a  Delo,  probabilmente  le 
banche  raccoglievano  il  rame  che  scambiavano  coll'argento 
e  coH'oro,  probabilmente  con  un  aggio  che  serviva  a  pagare 
il  servizio  che  esse  rendevano  al  pubblico.  L'ufficio  del  cam- 
biavalute (2)  aveva  nella  civiltà  ellenica  un'importanza  assai 
maggiore  di  quella  odierna,  dato  l'ingente  numero  di  stati 
autonomi  che  emettevano  moneta.  A  questo  proposito  si  deve 
dire  che  mentre  conosciamo  abbastanza  bene  le  leggi  colle 
quali  si  effettuava  il  cambio  variabile  della  moneta  divisio- 
nale y.h[LOi  nell'epoca  bizantina  (3),  fatta  eccezione  per  l'Egitto, 


(i)  Non  credo  si  possono  riferire  alla  moneta  attica  il  passo  tratto 
da  Fozio,  Script,  Meirol.y  I,  330;  Suida,  Script.  Metroi.,  \,  320,  è^oXóc  6 
tóxoc  ti^oi  vo}xia|*aTO':,  ò^oXòc  8è  nap'  'AQfjvatOK;  i^  toT'  ^(aXxcùv,  ó  òè  x**^- 
xoùi;  ).8TCiù»v  éntà-TÒ  de  TàXavxov  toù  ÀpYupcou  Xttpòjv  tóùv  vòv/8oaapu>v  xaì  vofii- 
3{iàTu>v  òxxòi  xal  e  »^^..  perchè  non  esistono  oboli  attici  di  6  x*^*o^  ^ 
non  c'è  traccia  di  una  divisione  del  x^^^^C  in  7  Xtictà.  Come  per  la 
moneta  Tolemaica  le  divisioni  della  dramma  attica  non  dovevano  an- 
dare oltre  il  mezzo  x*^*^^C  se  pure  non  si  arrestavano  al  x*^*^-  Po- 
trebbe forse  giovare  a  risolvere  le  questioni  relative  alla  moneta  di 
rame  attica  un  buono  spoglio  delle  iscrizioni. 

(2)  Il  cambiavalute  prende  vari  nomi  xoXXtxTdpto?.  àpYt>po{iotpóc, 
àpYopoicpàtTjc.  ecc.,  vedi  p.  es.  Script.  Metroi.,  I,  307,  xoXXtxtdipio?,  6  àp- 
Yupa}i.oi^ò(;  ì^TOt  ó  «ép(i.a  àvrl  àp^opioo  àXXaoaófxtvo;  xpaiitCt'Cf)(:,  ò  àpYO- 
poitpàxfj*;.  In  generale  xo^Xu^tCeiv  e  xtpfxaxt-^ttv  sono  sinonimi  (cfr.  Script. 
Metroi. f  I,  306,  xtpfiaTiCiiv  aòxò  tooxBoxi  xoXXo^tC«iv).  Anche  nell' Kgitto 
pare  esistessero  banche  la  cui  funzione  era  puramente  quella  di  cam- 
biare la  moneta:  xoXXopioxixal  xpanéCat.  P.  Oxy.,  XII,  141I,  BGU.,  74I, 
BGU.,  1053,  spesso  nel  BGU.,  1118-1156,  P.  Hamb  ,  i,  C.P.R.I.,  P. 
Strasse.,  34,  PSL,  204.  Quantunque  non  si  possa  con  sicurezza  limitare 
il  campo  delle  uoXXoPioxtxal  xpauéCac  al  cambio  delle  monete  è  giusta 
secondo  me  la  veduta  degli  editori  del  P.  Oxy.,  XII,  1419,  n.  4,  che 
vedono  nelle  xoXX.  tpait.  romane  un  equivalente  delle  àjioi^ixol  xpanéCoii 
tolemaiche  contrapposte  alle  xp'HH'-^'''"^*'^*-  ^  ttctx*r)pY,xat  xpcttiéCai  {/\  Oxy.^ 
XII,   1411.  n.  4). 

(3)  A.  Segre,  Monete  bizantine.  Rendiconti  dell'Istituto  Lombardo, 
a.  1920.  pag.  323. 


68 

nulla  sappiamo  di  preciso  delle  leggi  che  regolavano  lo 
scambio  dell'argento  e  dell'oro  in  moneta  di  bronzo  in  altri 
paesi.  Nelle  poche  iscrizioni  finanziare  che  si  riferiscono  al 
cambio  di  moneta  d'argento  p.  es.  nominali  attici  e  vopi 
HoCkiy.oi  in  dramme  eginetiche  di  Delfo  si  deve  ritenere  che 
i  cambi  si  effettuavano  alla  pari,  perchè  le  oscillazioni  dei 
rapporti  ponderali  fra  le  varie  specie  d'argento  sembrano 
dovuti  alla  imprecisione  delle  antiche  coniazioni.  Certo  per 
piccole  somme  non  si  bada  a  differenze  minime  di  peso  che 
d'altronde  anche  per  le  grosse  partite  sono  molto  spesso 
compensate  dalla  maggior  voga  dei  nominali. 

Per  es.  dalle  iscrizioni  si  rileva  che  l'argento  di  Ales- 
sandro (i)  di  piede  e.  d.  attico  circolava  alla  pari  con  quello 
ateniese  nonostante  tra  i  pesi  normali  i  due  tetradrammi  in- 
tercedesse una  differenza  di  circa  un  terzo  di  obolo.  Il  da- 
rico  d'oro,  il  xP^toO;  attico  e  quello  di  Filippo  di  Macedonia 
pare  fossero  egualmente  quotati,  quantunque  il  darico  avesse 
un  peso  inferiore  di  circa  un  quarantesimo  agli  altri  due  sta- 
teri: è  anche  probabile  che  qualcosa  di  simile  accadesse  coi 
nominali  d'oro  tolemaici  di  peso  ridotto  rispetto  a  quelli  di 
peso  intiero  e  di  peso  e.  d.  attico.  Si  capisce  come  nei  cambi 
la  maggior  diffusione  di  un  nominale  potesse  avvantaggiarlo 
di  un  poco  rispetto  a  quelli  meno  in  voga,  ma  si  tratta 
sempre  di  aggi  minimi  (2).  Sino  a  che  si  rimane  nel  cambio 
di  nominali  di  uno  stesso  metallo  non  si  superano  mai  certi 
limiti  che  presso  di  noi  sono  chiamati  punti  dell'oro  e  che 
presso  gli  antichi  forse  si  dovrebbero  piii  propriamente  chia- 
mare punti  dell'argento,  data  la  preferenza  che  generalmente 
si  accordava  dai  greci  al  metallo  bianco.  Quando  invece 
si  doveva  scambiare  un  metallo  con  un  altro  subentrano 
altre  considerazioni.  Così  come  ho  dimostrato  la  moneta 
d'oro  aveva  presso   i   Tolemei    un    valore    nominale    i2^7i« 


(i)  Naturalmente  sotto  il  nome  di  argento  di  Alessandro  si  inten- 
dono anche  i  pezzi  di  peso  e.  d.  attico  coniati  dai  suoi  successori. 

(2)  Vedi  p.  es.  l'iscrizione  del  Tholos  di  Epidauro,  Iscriz.  Arg.,  I, 
1485,  dove  la  valuta  eginetica  in  pieno  secolo  era  in  corso  alla  pari 
con  quello  attico.  Invece  per  un  caso  di  aggio  vedi  CIG.,  2334,  dove 
le  dramme  di  Tenos  a  parità  di  peso  con  quelle  Rodie  sono  scambiate 
col  5°/,  di  perdita,  Mommsen,  Mannaie  Rom.,  I,  51. 


69 

volte  superiore  a  quello  dell'argento,  presso  i  Seleucidi  12  V^ 
volte,  presso  i  Siculi  probabilmente  12  volte;  s'intende  quindi 
che  ove  esistesse  la  possibilità  di  un  facile  cambio  in  ar- 
gento, la  valuta  tolemaica  d'oro  doveva  essere  preferibile  a 
quella  seleucidica  e  siciliana  e  che  naturalmente  la  maggiore 
o  minore  difficoltà  del  cambio  in  argento,  a  parità  di  condi- 
zioni, doveva  influire  sul  corso  delle  varie  monete. 

In  generale,  sulla  fine  del  IV  sec,  filippi,  stateri  e  da- 
rici  correvano  alla  pari  ed  equivalevano  a  io  dramme  attiche, 
anche  nel  II  sec.  a.  C.  i  differenti  rapporti  legali  fra  l'oro  e 
l'argento  dovevano  creare  afflusso  di  oro  e  conseguente  uscita 
di  merci  e  d'argento  nei  luoghi  dove  questo  metallo  era  pa- 
gato più  caro.  E  possibile  che  in  questo  modo  si  possa  spie- 
gare la  relativa  abbondanza  di  nominali  aurei  nel  regno  dei 
Tolemei  rispetto  a  quello  del  regno  dei  Seleucidi  e  di  altre 
regioni,  ma  bisogna  andare  assai  cauti  in  questo  genere  di 
deduzioni  quando  si  rifletta  che  la  storia  antica  non  meno 
di  quella  moderna  è  ricca  di  spogliazioni  di  popoli  vinti  da 
parte  dei  vincitori.  Si  può  solo  affermare  che  un  basso  rap- 
porto fra  il  valore  dell'argento  e  quello  dell'oro  coeteris  fa- 
ribiis  contribuiva  a  mantenere  uno  stok  d'oro  nel  paese, 
ma  la  scarsità  di  nominali  aurei  nei  paesi  ellenici  non  va 
spiegata  tanto  colla  preferenza  che  i  Greci  dimostravano 
per  l'argento,  quanto  colle  spogliazioni  metodiche  delle  quali 
andarono  soggetti  i  paesi  di  civiltà  greca  da  parte  dei  ro- 
mani dell'ultimo  secolo  della  repubblica.  Evidentemente  i  rag- 
guardevoli stok  di  aurei  coniati  a  Roma  da  Cesare  in  poi  pro- 
vengono in  grandissima  parte  da  spogliazioni  di  tesori  greci. 

CAMBIO    DELLA    MONETA    VERA 
IN  MONETA   DIVISIONALE. 

È  probabile  che  il  cambio  del  rame  di  una  stessa  re- 
gione con  l'argento  e  l'oro  fosse  effettuato  generalmente  alla 
pari  a  meno  che  leggi  forse  di  carattere  fiscale  non  stabi- 
lissero un  corso  della  moneta  divisionale  un  poco  diverso  da 
quello  nominale  {xXkoL^rì)  come  avveniva  presso  i  Tolemei. 
Dalle  iscrizioni  anteriori  all'  impero  non  credo   che   un  fatto 


70 

simile  risulti  chiaramente  in  paesi  che  non  siano  soggetti  al 
dominio  dei  Tolemei.  E  del  pari  probabile  che  i  nominali 
antichi  di  bronzo  avessero  un  corso  ristretto  a  pochi  anni 
in  paesi  che  mutavano  di  regime  e  di  piede  monetario  con 
una  certa  frequenza.  Quanto  poi  alla  valuta  di  rame  straniero 
è  evidente  che  in  generale  esso  non  aveva  corso  e  che  il 
suo  cambio  portava  con  sé  una  certa  perdita  che  andava  a 
beneficio  del  cambiavalute.  Ma  in  generale  la  moneta  antica 
non  poteva  allontanarsi  molto  dal  suo  valore  nominale  rap- 
presentato quasi  interamente  dal  suo  valore  intrinseco  per- 
chè l'argento  che  è  quasi  sempre  la  moneta  vera  per  eccel- 
lenza nei  paesi  di  civiltà  ellenica  è  coniato  possibilmente 
puro  con  un  titolo  che  va  per  lo  piij  dal  96  al  98 '^  ^  ga- 
rantito per  l'eventualità  di  falsificazioni  (monete  di  piombo 
e  di  suberaté),  generalmente  assai  rare,  dalle  saggiature 
specie  nei  pagamenti  di  una  certa  entità  ù). 

Quanto  alle  monete  d'oro,  non  credo  privo  d'importanza 
l'aver  dimostrato  che  almeno  dal  II  sec.  a.  C.  i  Seleucidi, 
le  città  fenicie  e  i  Tolemei  (dal  270-71  a.  C.)  avevano  sta- 
bilito che  lo  statere  d'oro  valesse  25  dramme  d'argento. 
Mentre  sinora  si  era  creduto  che  nell'epoca  ellenistica  il  rap- 
porto legale  fra  l'oro  e  l'argento  fosse  di  i  :  io  i  documenti 
tolemaici  rettamente  interpretati  ci  danno  modo  di  stabilire 
invece  un  rapporto  fra  i  due  metalli  assai  vicino  ad  un 
1 :  12  Vg  il  che  prova  che  i  romani  derivarono  l'aureo  certa- 
mente dallo  statere  ellenistico  dei  Tolemei  e  dei  Seleucidi 
e  non  certamente  dai  '/^o\j(soX  attici  e  dai  pezzi  di  Filippo  e  di 
Alessandro.  La  imitazione  è  troppo  palese  per  non  essere 
immediatamente  ravvisata:  l'aureo  ha  in  origine  il  peso  esatto 
di  V.J2  di  libbra  e  di  due  dramme  ;  se  subisce  qualche  leg- 
giera modificazione  nel  peso  è  solo  per  adattarsi  ai  rapporti 
variabili  fra  i  due  metalli  preziosi  che  sono  a  base  della  mo- 
netazione romana  (2). 

A.  Segrè. 


(1)  Vedi  p.  es.    nel    CIA.y   II,    327,    àp^oplou    'AXs^avBpeiou  8oxip,aoTà 
xàXavxa. 

(2)  Vedi  A.  Segrè,  Moneta  Alessandrina  dell'Impero. 


FALSIFICAZIONI    DI    DENARI 

DELLA 

REPUBBLICA    ROMANA 


Nell'estate  del  1918,  durante  una  mia  breve  permanenza 
a  Roma,  mi  vennero  offerti  alcuni  denari  della  Repubblica 
Romana,  di  una  certa  rarità,  che,  ad  un  esame  sommario, 
mi  parvero  abili  falsificazioni,  poiché  le  leggende  non  corri- 
spondevano né  al  tipo  né  allo  stile  delle  monete  cui  si  ri- 
ferivano. 

Le  giudicai  falsificazioni  imperfette  atte  a  gabellare  dei 
semplici  collezionisti,  non  già  degli  studiosi  che  avessero 
rocchio  esercitato  sulle  monete  consolari.  Rimasi  però  col- 
pito per  r  imitazione  perfetta.  Per  fattura,  qualità  del  metallo, 
superficie,  patina,  in  nulla  differivano  da  denari  autentici. 

Ora  la  cortesia  di  un  amico  (i)  che  aveva  acquistato  un 
certo  numero  di  questi  denari  sofisticati  insieme  ad  un  mi- 
gliaio di  denari  comuni  ma  di  ottima  conservazione,  mi  ha 
permesso  di  farne  un  esame  attento  che  mi  condusse  ai  se- 
guenti risultati. 

Si  tratta  di  una  quarantina  di  monete  che  hanno  l'aspetto 
di  denari  consolari  del  tutto  normali,  di  buona  conservazione 
e  indubbiamente  antichi  ed  autentici. 

Questo  aspetto  al  primo  momento  mi  sconcertò  alquanto, 
perché  non  potevo  fare  a  meno  di  dire  a  me  stesso  :  Se  è 
possibile  eseguire  con  conii  moderni   monete    di    tale    appa- 


(I)  L'ingegnere  Pietro  Gariazzo  di  Torino  che  gentiimcnle  ha  tallo 
dono  degli  esemplari  stessi  alla  Società  Numismatica  Italiana. 
A  nome  della  Società  ringrazio  sentitamente. 


72 

renza  in  tutto  simili  alle  antiche,  come  distinguere  le  mo- 
nete autentiche  da  quelle  falsificate  ? 

Ma  questa  mia  meraviglia  ebbe  breve  durata,  perchè 
ben  presto  mi  accorsi  che,  benché  non  si  vedesse  traccia  di 
bulino,  un  abile,  perfetto  ritocco  aveva  contraffatti  dei  comuni 
denari  facendone  risultare  denari  rari,  altri  con  strane  va- 
rianti, altri  ancora  con  leggende  o  gruppi  dì  lettere  scono- 
sciuti. 

Come  dissi,  il  lavoro  di  ritocco  è,  specialmente  in  alcuni 
esemplari,  assolutamente  perfetto  ;  con  forte  ingrandimento, 
e  se  si  è  prevenuti,  appena  si  riesce  a  vedere  una  lieve  al- 
terazione della  superfice  laddove  è  avvenuto  il  lavorìo  del 
bulino.  Il  colore  nella  località  lavorata  è  perfettamente  ac- 
compagnato col  resto  della  moneta.  Però,  esaminando  alcuni 
esemplari  con  ingrandimento  e  a  luce  radente,  si  riesce  a 
distinguere  una  differenza  lieve  di  colore,  una  tenue  sfuma- 
tura che  corrisponde  alle  lettere  o  punti  asportati.  Questo 
in  conseguenza  della  compressione  più  o  meno  forte  del 
conio  a  seconda  delle  parti  rilevate  o  compresse,  il  che  pro- 
duce un  grado  diverso  nell'  aggregazione  molecolare  del 
metallo. 

Ho  già  detto,  che  malgrado  la  loro  onesta  apparenza 
di  autenticità,  detti  denari  non  possono  certo  trarre  in  inganno 
chi  ha  famigliarità  colle  monete  in  questione  per  il  fatto  che, 
leggende,  monogrammi,  ecc.,  non  combinano  col  tipo  normale 
al  quale  si  riferiscono,  trovandosi  una  dicitura  riferentisi  ad 
un  personaggio  su  di  un  denaro  che  appartiene  ad  un  altro 
magari  di  epoca  assai  anteriore  o  posteriore. 

Credo  utile,  non  solo  a  titolo  di  curiosità,  ma  anche  allo 
scopo  di  mettere  in  guardia  gli  amatori  e  collezionisti,  di  il- 
lustrare alcuni  di  questi  tipi  falsificati  o  per  dir  meglio  con- 
traffatti. 

I  (due  esemplari).  Col  denaro  di  Cneus  Lucretius  Trio  a 
leggenda  CN  •  LVCR  nel  rovescio  sotto  i  Dioscuri  e  TRIO 
al  diritto  dietro  la  testa  di  Roma  (Babelon  (i),  Liicretia, 


(i)  Babelon,  Monn.  de  la  Rep.  Rom.  Paris. 


73 


n.  t)  fig.  I,  si  è  fabbricato  un  pseudo  denaro  di  Quintus 


Fig.  I. 

Lutatius  Catulus  (Bab.,  LiUatia,  n.  i)  togliendo  le  let- 
tere N  •  V  •  R  al  rovescio  e  TRI  al  diritto;  il  primo  C  è 
stato  abilmente  tramutato  in  Q  (osservando  bene  se  ne 
vede  la  traccia);  nel  diritto  poi  l'O  di  TRIO  figura  come 
un  simbolo  con  l'apparenza  di  una  coroncina,  fig.  2.  La 


Fi! 


moneta  non  può  appartenere  a  Q.  Lutatius  Catulus  non 
solo  per  il  fatto  della  scoperta  sofisticazione,  ma  perchè 
in  tutto  diversa  per  stile.  Basti  confrontare  la  testa  di 
Roma  del  denaro  autentico,  vedi  fig.  3. 


I^'g-  3. 


74 


2.  11  denaro  di  Q.  Marcus  Libo,  con  Q  •  MARC  al  rovescio  e 
LIBO  dietro  la  testa  di  Roma  (Bab.,  Marcia,  n.  i)  fig.  4, 


Fig-  4. 


opportunamente  lavorato,  diventa  un  denaro  a  leggenda 
C  .  AL  riferibile  a  C.  Allius  (Bab.,  Alita,  n.  2).  Nel  di- 
ritto, con  criterio  analogo  al  precedente,  si  cancella  LI  O 
e  si  ricava  dal  B  uno  strano  simbolo,  fig.  5. 


Fig.  5. 


3.  La  stessa  leggenda,  vedi  fig.  4,  è  trasformata  in  un'altra: 
AVR  legata  in  monogramma  che  vorrebbe  rappresentare 
un  denaro  di  Aurelius  (Bab.,  Aurelia,  n.  8)  fig.  6. 


Fig.  6. 


75 

4.  Pure  dalla  stessa  moneta  di  Q.  Marcius  Libo   è   ricavato 
il  seguente  denaro  con  Q .  L  •  C  sotto  i  Dioscuri,  fig.  7. 


Fig.  7. 

Il  lavoro  è  buono;  si  osservi  però  lo  sforzo  per  ottenere 
la  lettera  L  restando  Q  e  C  invariati.  Si  distingue  per 
il  tipo,  vedi  fig.  3. 

5  {sette  esemplari).  Comuni  denari  di  C.  Valerius  Flaccus 
(Bab.,  Valeria,  n.  7)  con  leggenda  al  rovescio:  C  •  VAL  • 
C  •  F  •  in  basso  e  FLAC  in  alto,    fig.  8   sono    trasformati 


Fi-.  8. 


in  fantastici  denari  di  Allius  e  C.  Allius  togliendo  parte 
della  leggenda  in  basso  e  FLAC  in  alto,  fig.  9  e  io.  La 


Fig.  9. 


Fig.  IO. 


76 

contraffazione  è  assurda  portando  i  denari  autentici 
(Bab.,  Alita,  n.  i  e  2)  i  Dioscuri  nel  rovescio  e  non  la 
Vittoria  in  biga,  tipo  questo  assai  posteriore. 

6.  Si  comprende  che  il  falsario  aveva  spiccata  simpatia  per 
il  nome  di  Allius  perchè  opera  una  quarta  trasforma- 
zione in  suo  favore,  riducendo  il  denaro  di  Caius  Ante- 
stius  con  C  •  ANTESTI  al  rovescio  e  cane  corrente  al  di- 
ritto dietro  la  testa  di  Roma  (Bab.,  Antestia,  n.  2),  fig.  11, 


Fig.  II 


in  un  altro  tipo  di  Allius  (Bab.,  Alita,  n.  i).  Nel  diritto 
il  cane,  con  metamorfosi  degna  di  Ovidio,  si  trasforma 
in  una  specie  di  coppa,  fig.  12. 


Fior.     12. 


7.  Riduzione,  sempre  collo  stesso  sistema,    di   un  denaro  di 
C.  Plutius  (Bah..  Fluita,  n.   i).  fig.  13,  in  uno  di  L.  Itius 


77 


'Bab.,  Itia,  n.  i),  fig.   14.  Anche  in  questo  caso  la  con- 


Fig.  14. 

trafifazione  è  assolutamente  ridicola,  dato  lo  stile  barbaro 
del  denaro  di  C.  Plutius  in  confronto  al  normale  stile 
romano  dell'autentico  denaro  di  L.  Itius,  fig.   15. 


Fig.  15. 

8  [quattro  esemplari).  Per  costruire  il  raro  denaro  di  M.  Au- 
fidius  (Bab.,  Atifidia,  n.  i)  è  stato  scelto  quello  di  L. 
Antestius    Gragulus    (Bab.,    Antfistiay   n.  9),    fig.  16.    La 


Eig.  16. 


leggenda  al  rovescio  è  stata  opportunamente   cambiata 
in  M  •  AVF,  creando  una  M  a  spese  di  due  gambe  di  ca- 


78 


vallo.  Si  osservi  che  le  gambe  dei  cavalli  nella  pseudo 
Aufidia  sono  6  anziché  8,  fig.  17. 


Fig.  17. 


La  figura  18  rappresenta  un  denaro  con  iscrizione  ME  le- 
gati in  monogramma  ma,  che  dovrebbe  riferirsi  a  un 
Metellus  (Bah.,  Caecilia,  n.  i)  con  quadriga  invece  dei 
Dioscuri.  Si  tratta  invece  della  comunissima  moneta  di 
P.  Maenius  Antiaticus  (Bah.,  Maenia,  n.  7)  con  leggenda 
alterata,  fig.  19. 


Fig.  18. 


Fig.  19. 


Credo  inutile  consumare  altro  spazio  per  illustrare  altre 
falsificazioni  sempre  dello  stesso  genere;  mi  limiterò  ad  enun- 
ciarle semplicemente  : 

10  (due  esemplari).  Una  strana  fantastica  leggenda:   CARISI 

{sic)  tratta  dal  denaro  di  C.  Aburius  (Bab.,  Aburia,  n.  i). 

11  {sei  esemplari).  Varianti    di   S.    Afranius   (Bab.,  Afrania, 

n.  2)  con  S  •  AFRA  all'esergo  sotto  ROMA.  Non  è  che  il 
denaro  di  Baebius  Tampilus  (Bab.,  Baebia,  n.  12). 

12  {due  esemplari).  Denaro  con  AVR  in  monogramma,  ridotto 

dal  denaro  di  Garbo  (Bab.,  Fapiria,  n.  7). 
13.  Denaro  con  la  Vittoria  in  biga,  sotto  A.  È  quello  di  Sa- 
ranus  (Bab.,   Atiliay  n.  i)  tolte  le  lettere  S  ed  R. 


79 

14-  Altro  denaro  di  L.  Itius  ricavato  da  M.  Atilius  (Babelon, 

Attila,  n.  9). 
15.  Denaro  con  leggenda  A  •  RI  (?)  Alterazione  di  C  •  ÀBVRI. 

Infine  alcuni  altri  denari  con  lettere  insignificanti  e  fan- 
tastiche ottenute  sempre  mutilando  leggende  di  denari  comuni. 

Per  imbrogliare  maggiormente  la  matassa  tra  i  detti 
denari  ve  ne  erano  alcuni  abbastanza  rari  ed  autentici  :  due 
di  Itius,  uno  di  Aufidius,  due  con  testa  femminile  sotto  i 
Dioscuri  (Bab.,  Horatia,  n.   i). 

*  * 

Come  si  vede  l'opera  dei  falsari  è  indefessa  e  non  si 
raccomanderà  mai  abbastanza  di  mettersi  in  guardia  e  di 
stare  al  corrente  di  ogni  nuova  mistificazione.  È  appunto 
con  questo  criterio  che  ho  illustrato  uno  degli  ultimi  pro- 
dotti in  materia  di  falsificazioni. 

L'arte  di  contraffare  monete  autentiche  per  trarne  va- 
rianti o  addirittura  monete  rare  da  monete  comuni  non  è 
certo  di  oggi,  ne  di  ieri.  Anche  in  tempi  lontani  e  forse  più 
di  oggi,  questo  sistema  di  contraffazione  è  stato  in  onore. 
Antiche  e  rinomate  raccolte  pubbliche  e  private  ne  sono  più 
o  meno  inquinate,  ed  una  revisione  attenta  di  certe  raccolte 
da  lungo  tempo  abbandonate  e  sepolte  nei  musei,  non  solo 
farebbe  risultare  che  la  mia  opinione  non  è  errata,  ma  senza 
dubbio,  riserverebbe  molte  sorprese  in  materia  di  falsificazioni. 

Per  quanto  riguarda  le  monete  cosidette  consolari,  colgo 
l'occasione  per  raccomandare  che  i  conservatori  dei  musei 
e  i  collezionisti  abbandonino  una  buona  volta  l'antiquata  ed 
illogica  classificazione  alfabetica,  o  come  suol  dirsi,  per  fami- 
glia. Se  Tordinamento  cronologico  preconizzato  da  Goltz  e 
desiderato  dal  Cavedoni  d)  fin  dalla  metà  del  secolo  scorso, 
presentava  difficoltà  allora,  bisogna  riconoscere,  che  dopo 
gli  studi  e  le  ricerche  del  Salis,  Bahrfeldt,  Grueber,  Hill,  ecc., 
oggi  l'ordinare  cronologicamente  le  monete  della  Repubblica 


(I)  Cavedoni,  Ragguaglio   storico   archeologico   citi  precipui   riposti- 
gli, ecc.,  prefazione  pag.  9. 


8o 

Romana  riesce  sufficientemente  agevole.  Valga  l'esempio  del 
catalogo  del  British  Museum  compilato  dal  Grueber  (^i)  che, 
salvo  qualche  lieve  modifica  in  rapporto  a  studi  ulteriori,  si 
può  considerare  perfetto  come  base. 

Col  metodo  di  classifica  per  famiglie,  essendo  impossi- 
bile avere  sottocchio  le  monete  contemporanee  di  date  epo- 
che, si  può  incorrere  precisamente  nel  pericolo  di  essere 
ingannati  da  monete  abilmente  contraffatte  del  tipo  delle 
suddescritte. 

Basterà  invece,  mettere  una  di  esse  tra  quelle  che  do- 
vrebbero essere  contemporanee,  perchè  l'occhio  più  malde- 
stro riconosca  subito,  dalla  fattura,  dallo  stile  o  dal  tipo,  un 
anacronismo  palese. 

Febbraio,  1920. 

Pompeo  Bonazzi. 


(i)  Grueber,  Coins  of  the  Roman  Republic  in  the  Brithis  Miiseum. 


L  GROSSO  AUTONOMO  DI  COMO 


Rileggendo  attentamente  l' interessante  opuscolo  del 
compianto  numismatico,  dott.  Solone  Ambroscli,  L'Ambro- 
sino d'Oro  (J),  argomento  da  me  già  trattato  (2)^  e  sul  quale 
ho  intenzione  di  ritornare,  mi  vien  fatto  di  rilevare  una  nota 
la  cui  importanza  mi  era  altre  volte  sfuggita.  Si  tratta  pre- 
cisamente della  nota  (3)  nella  quale  si  espone  che  nel  ripo- 
stiglio di  Cameri  (Novara)  ed  in  quello  bergamasco  i  quali 
non  possono  essere,  come  è  stato  luminosamente  dimostrato, 
posteriori  alla  metà  del  secolo  XIV,  si  è  trovato  il  grosso 
autonomo  di  Como  (fig.  i),  attribuito  dal  Friedlaender  alla 
breve  Repubblica  Abbondiana  del  1447-48,  e,  malgrado  i 
serii  dubbi  del  Caire  e  dell'Ambrosoli  (4),  fino  ad  ora  dai 
numismatici  ritenuto  per  tale. 

Or  bene,  per  questa  circostanza,  e  per  altre  ragioni  che 
andrò  esponendo,  con  "  buona  pace  del  tedesco  autore  „ 
come  ben  diceva  il  Caire  "  non  solo  il  fatto  sembra  poco 
**  probabile  „,  ma  sono  arrivato  alla  persuasione  che  il  grosso 
autonomo  non  possa  essere  stato  coniato  sotto  il  governo 
popolare  del   1447-48. 

L'argomento  dei  ripostigli  è  dei  più  serii  e  dovrebbe 
sempre  far  pensare  gli  studiosi;  è  impossibile  che  si  riscon- 
trino anomalie,  e  se  a  tutta  prima  queste  sembrano  esistere, 
andando  in  fondo  alla  questione  si  potranno  trovare  cose 
nuove;  anomalie  mai.  Parliamo  un  po' del  nostro  grosso. 

È  mia  abitudine  limitarmi  ad  un  campo  assai  ristretto 
di  studi,  a  quello  che  per  ragioni  speciali  di  località  e,  dirò. 


(1)  L* Ambrosino  d'oro  (ricerclie  storiche  numismatiche).  Milano» 
tip.  editrice  !..  F.  Coghati,  1897  (estratto  del  volume:  Ambrosiana,  scritti 
varii  pubblicati  pel  XV  Centenario  della  morte  di  S.  Ambrogio. 

(2)  Rivista  Italiana  di  Numismatica,  1912,  pag.  203. 

(3)  ^P-  <^i^M  L' Ambrosino  d'oro,  pag.  la  e  13,  nota  2". 

(4)  GaMteita  Numismatica,  Como,  1881,  pag.  47  e  i88a,  pag.  85. 


82 

di  simpatia,  si  presenta  più  indicato  ;  e,  per  quanto  le  mo- 
deste cognizioni  lo  permettono,  approfondirlo. 

Como  (la  cui  zecca  abbracciava  sotto  la  sua  giurisdizione 
anche  il  caro  mio  paesello  natale)  per  il  grande  interesse 
delle  sue  vicende  storiche  ed  artistiche,  delle  quali  magnifici 
campioni  ci  sono  rimasti,  ebbe  sempre  per  me  un  fascino 
particolare,  e  le  sue,  non  molte,  ma  interessanti  monete,  fu- 
rono da  parte  mia  oggetto  di  costante  studio  ed  osservazione. 

Orbene,  confesso  che  al  mio  sguardo  il  grosso  auto- 
nomo, così  interessante  per  sé  stesso,  ha  sempre  avuto  un 
non  so  che  di  speciale,  una  fisionomia  particolare,  per  il  che 
ebbi  come  la  sensazione  che  non  fosse  al  suo  posto.  Troppa 
differenza  presentava  con  quello  della  Repubblica  Ambro- 
siana del  1447-50;  un  regresso  artistico  anziché  un  progresso 
su  quello  di  Franchino  II  Rusca  (1408-12)  (fig.  3)  che  pure 
era  la  copia  perfetta  del  grosso  di  Giangaleazzo  Visconti 
per  Milano  (1378-1402)  (fig.  4)  :  ma  pur  sotto  questa  sensa- 
zione non  riuscivo  ancora  a  fermarmi  su  qualche  cosa  di 
positivo,  e  mi  domandavo  perchè  solo  questa  moneta  non 
aveva,  come  le  altre,  corrispondenza  in  quelle  milanesi. 

Una  circostanza,  che  per  se  stessa  non  avrebbe  alcun 
interesse,  ne  acquista  invece  messa  in  relazione  con  le  altre. 
Qualche  anno  fa  trovai  assieme,  in  una  cittadina  nelle  vici- 
nanze di  Como,  due  monete  d'argento  talmente  ed  ugual- 
mente ossidate  di  nero  che  sembravano  coperte  di  pece  e 
quasi  irriconoscibili;  certamente  queste  due  monete  dovevano 
aver  passato  assieme  dei  secoli  I  ripulitele,  una  di  esse  era 
il  nostro  grosso  autonomo,  l'altra  il  grosso  di  Azzone  Vi- 
sconti per  Milano;  entrambi  della  medesima  buona  conser- 
vazione. 

Colla  mente  sotto  queste  impressioni  rilessi  le  note  del 
Caire  e  dell'Ambrosoli ;  fu  una  rivelazione!  ecco  il  motivo, 
dirò  così,  della  mia  diffidenza,  ecco  il  motivo  della  compa- 
gnia secolare  dei  due  grossi  suaccennata,  ecco  perché  il 
grosso  di  Como  si  trova  nei  ripostigli  di  Cameri  e  di  Ber- 
gamo, che  non  possono  essere  posteriori  della  metà  del  se- 
colo XIV:  perchè  é  stato  coniato  precisamente  prima  di  que- 
st'epoca; invero  confrontandolo  colle  monete  di  Azzone  Vi- 
sconti (1335-1339)  risulta  luminosamente  come  sia   stato   co- 


83 


niato  contemporaneamente  o  quasi  al  suo  mezzo  grosso 
(fig.  2);  lo  giudichi  dalle  illustrazioni  il  cortese  lettore.  La 
figura  del  Santo,  le  lettere  singolarissime,  tutto  insomma  di- 
rebbe che  i  due  conii  vennero  incisi  dalla  medesima   mano. 


Fig.  I. 


Fig.  2. 


Fig.  3- 


''A-    }■ 


84 

E  come  ciò?  Mi  mancano  il  tempo  ed  i  mezzi  per  poter 
far  ricerche  particolareggiate,  e  d'altronde  in  questo  campo 
è  sempre  arduo  trovare  la  documentazione  perfetta,  ed  il 
più  delle  volte  si  deve  fermarsi  ad  induzioni. 

Può  darsi  che  il  grosso  autonomo  sia  stato  coniato  prima 
che  Azzone  assumesse  la  Signoria  della  città  di  Como,  dopo 
aver  scacciato  Franchino  I  Rusca  (1335)  lasciando  un  mo- 
mento r illusione  ai  comaschi  d'aver  ricuperato  l'autonomia 
comunale;  oppure  subito  dopo  l'immatura  sua  morte  (1339) 
allorché  la  Signoria  della  città  passò  agli  eredi  dei  Visconti, 
che  però  non  si  curarono  di  battervi  moneta  (0;  quello  che 
è  certo  si  è  che,  per  le  suesposte  circostanze  e  ragioni,  cor- 
roborate dal  confronto  delle  monete,  non  vi  ha  dubbio  che 
il  grosso  autonomo  fin  qui  dato  alla  Repubblica  Abbondiana 
del  1447-48,  debba  essere  riportato  a  mio  avviso  indietro  di 
oltre  un  secolo,  verso  l'epoca  della  Signoria  di  Azzone  Vi- 
sconti, e  per  ora  sotto  la  seguente  denominazione  :  Moneta 
autonoma  della  prima  metà  del  secolo  XIV. 

Torno  (Como),  agosto  19 19. 

Pietro  Tribolati. 


(i)  Solo  nel  1408  venne  riaperta  la  zecca  allorché  la  città  di  Como 
passò  di  nuovo  alla  famiglia  Rusca  (Franchino  II)  precisamente  all'epoca 
del  dissolvimento  del  ducato  di  Milano  per  opera  del  malgoverro  di 
Giovanni  Maria  Visconti. 


Tessere  di  Savoia  inedite  o  corrette 


Come  contributo  alla  pregiata  opera  di  Vincenzo  Promis 
sulle  Tessere  di  Principi  di  Casa  Savoia  o  relative  ai  toro 
antichi  Stati  (i)  ho  il  piacere  di  presentare  ai  lettori  della 
Rivista  due  tessere  molto  interessanti. 

La  prima  che  io  ritengo  inedita,  venne  coniata  a  ricordo 
del  matrimonio  di  Emanuele  Filiberto  duca  di  Savoia,  con 
Margherita  di  Francia,  duchessa  di  Berry,  avvenuto  nel- 
l'anno 1559. 


Porta  nel  campo  del  diritto  lo  stemma  inquartato  di  Sa- 
voia, con  la  corona  ducale  e  col  collare  dell'Annunziata  sul 
quale  è  ripetuto  quattro  volte  il  motto:  FERI,  ed  in  girci  la 
leggenda  esplicativa  del  motto  stesso,  cioè:  FORTITVDO  • 
ElVS  -   RODVM  •  TENVIT. 

Nel  campo  del  rovescio  sono  raffigurati  due  guerrieri 
che  si  appoggiano  alla  lancia  con  la  mano  sinistra  e  con  la 
destra  sostengono  un  giglio  fiorito.  Sopra  lo  scudo  di  Francia 
entro  contorno  a  cartocci,  fra  i  segni  zodiacali  di  Marte  e 
di  Venere.  Ai  piedi  del  guerriero  di  smistra  vi  è  un  piccolo 


(1)  Torino,  1879. 


86 


toro  ed  un  gallo  è  ai  piedi  del  guerriero  di  destra,  all'esergo 
due  rami  d'alloro  intrecciati.  Attorno  la  leggenda:  GALLIA- 
FORTIT  per  Galliae  Fortitudo. 

Data  l'allusione  del  toro  al  Piemonte  e  del  gallo  alla 
Francia,  completata  dai  simboli  di  Marte  e  di  Venere  troppo 
chiara  risulta  Tallegoria,  che  non  ha  quindi  bisogno  di  ulte- 
riore spiegazione. 

La  seconda  tessera  è  illustrata  dal  Promis  al  n.  8i  del- 
Topera  citata,  ma  in  modo  non  esatto,  forse  per  la  cattiva 
conservazione  dell'esemplare  da  lui  studiato. 


È  stata  coniata  nel  1558  in  onore  di  Michele  Borgarelli 
da  Poirino,  consigliere  del  re  di  Francia,  dalla  Camera  dei 
Conti  di  Piemonte  e  Savoia. 

Mentre  in  quella  riportata  dal  Promis  la  leggenda  del 
diritto  è  trascritta  così  : 

MIC  •  B&ARL  POD-  IVAR  •  9DNS  •  E  •  COS  cioè:  Michael 
Burgarellus  Podiovarini  Condominus  et  Consiliarius  —  nel- 
l'esemplare da  me  riprodotto  in  figura  si  legge  chiaramente 
R  •  COS  •  in  fine  di  leggenda,  cioè  :  Regiiis  Consiliarius. 

Nel  rovescio  è  perfettamente  uguale  a  quella  pubblicata 
dal  Promis,  cioè  porta  entro  ricca  corona  d'alloro  e  di  fiori 
la  leggenda  in  7  righe  :  •  LACH  —  AMBRE  •  -  •  DESCOMP 
—  TESDEPIE  —  DMONTET  —  SAVOIE  •  -  1558,  con  sopra 
una  piccola  crocetta. 


Torino,  novembre  1919. 


Emilio  Bosco. 


I 


IL  CARDINALE  LAMAKMORA 


E    LE    ZECCHE    DI 


CREVACUORE  e  MESSERANO 

PARTE    SECONDA  (1) 

BIBLIOGRAFIA 


Adriani  (G.  B.).  —  Lettere  e  monete  inedite  del  secolo  XVI  appartenenti 
ai  Ferrerò  Fieschi,  antichi  conti  di  Lavagna  e  marchesi  di  Messerano, 
iltustrnte  con  nuove  annotazioni.  Torino,  Fontana,  185I  (2  varianti 
di  Promis,  VI,  11,  colla  data  1572  e  una  variante  di  Promis,  IV,  6, 
ed  è  tutto). 

Ambrosoli  (dott.  Solone).  —  Di  un  singolare  cavallotto  al  tipo  bellinzo- 
nese  in  R.  L  N,,  1896,  pagg.  435-446  (cavallotto  anonimo,  che  però 
egli  attribuisce  alla  zecca  di  Messerano  dal  motto  Non  nobis,  ecc., 
del  diritto,  quantunque  il  rovescio  abbia  S.  Martinus  Episcopus, 
giacché  questo  Santo  lo  troviamo  anche  in  un  testone  di  Ludo- 
vico II  Fieschi,  edito  da  Vincenzo  Promis  e  in  un  altro  di  Pier 
Luca  II,  edito  dal  conte  Papadopoli). 

Ansberoer  (D*).  —  V.  D'A. 

Argelati  (Filippo).  De  Monetis  Italiae,  vmriorum  illusttium  virorum  Dis- 
sertationes.  Milano,  1750-59,  6  Tomi,  con  tavole  e  figure    nel  testo. 

Beeldenaer  of  te  figuer  hook  dienende  op  te  nieuve  ordonnantie  van  der 
munte,  ecc.  Aja,  1608,  in-4  (pag.  25,  Ludovico  II  Fieschi,  dalle  Ta- 
vole sinottiche  di  V.  Promis). 

Bellini  (ab.  Vincenzo,  f  1783).  —  De  Monetis  Italiae  Medit  Aevi  hacttnus 
non  evulgatis.  Dissertazione  prima,  alquanto  varia  dalle  susseguenti 
e  meno  corretta,  in-4.  Ristampata  in  Argelati,  Tonio  V. 

Idem.  —  Idem.  Disscrtationes  quatuor,  volumi  4.  Ferrara,  1755-79,  in-4* 
Vedi  Tomo  3»,  tav.  VI,  n.  i,   Ludovico  II    e  Pier    1.!    :    1'    «    ^      'i  ; 


(1)  Vtdi  pane  prima  tlN,  a.  XXXII,  acconda  «erir,  4  »  irimeatre,  i^iq,  pagg.  ai9-39Q 


88 

Tomo  i»,  pag.  50,  n.  3,  Ludovico  II  Fieschi  ;  Tomo  2°,  pag.  60,  n.  i, 
Lud.  II  Fieschi;  Tomo  3°,  tav.  VI,  n.  2,  Lud.  II  Fieschi;  Tomo  I, 
pag.  50,  n.  1-2,  Pier  Luca  Fieschi. 

Berg  (Adam).  —  Neu  mùntz  biieck.  Miinchen,  1597  (riporta  monete  di 
Messerano,  come  può  vedersi  nelle   Tavole  sinottiche  di  V.  Promis). 

Billon  d'aur  et  d'argent  de  plusieurs  royaumes,  etc.  Gand,  1552,  in-12 
(pagg.  24,  37,  50,  158,  Ludovico  II  Fieschi.  dalle  Tavole  sinottiche  di 
V.  Promis). 

Bollettino  Italiano  di  Numismatica,  1909.  —   v.  Cunietti. 

Idem,  1911.  —  V.  Bosco. 

BoRELLi  (Gio.  Battista).  —  Editti  antichi  e  nuovi  dei  Sovrani  principi 
della  R.  Casa  di  Savoia,  delle  loro  tutrici  e  dei  Magistrati  di  qua  dai 
monti.  Torino,  1681,  in-fol.,  fig.  (pagg.  324,  327,  329,  Fr.  Fil.  F.  F.  ; 
pagg.  355.  356,  n.  I,  3,  4,  Paolo  Besso  F.  F.  ;  pag.  365,  Paolo 
Besso  F.  F.  ;  pagg.  355,  356,  n.  2,  Carlo  Besso  F.  F.). 

Bosco  (ing.  Emilio).  —  Torino.  Attribuì  a  Pier  Luca  Fieschi  una  falsi- 
ficazione in  rame  del  testone  bellinzonese  in  Boll.  It.di  Num.,  1911, 
pag.  67. 

Brambilla  (Camillo).  —  Alcune  annotazioni  numismatiche.  Pavia,  1867, 
in-8  (tav.  ann.,  n.  11,  Ludovico  lì  Fieschi,  dalle  Tavole  sinottiche  di 
V.  Promis  ;  n.  12,  attribuito  a  Francesco  Ludovico  Ferrerò  Fieschi, 
principe  (1667-85),  come  rilevasi  dalla  R.  1.  N.,  1918,  pag.  127,  ove 
è  detto  trattarsi  di  un  quattrino  del  tutto  simile  a  quello  pubblicato 
ivi  dal  Cunietti,  salvo  che  nel  diritto  invece  di  LAETA  .  BEAT  . 
PAX  reca  ALIS  TEGIT). 

Idem.  —  Altre  annotazioni  numismatiche.  Pavia,  1870,  in-8  (pubblicò 
'    qualche  altra  moneta). 

Bullettino  di  Numismatica  Italiana.  —  Firenze,  anno  li,  1867-8,  v.  Caucich; 
anno  III,  1868-9  (pubblicò  una  moneta  inedita,  posteriormente  alla 
Memoria  di  D.  Promis.  Forse  fu  lo  stesso  Caucich,  che  infatti  con- 
tribuì qualcosa  di  Messerano  all'annata  III,  ma  non  ho  potuto  ve- 
dere questa  ormai  vecchia  pubblicazione). 

Carli-Rubbi  (conte  Gioan  Rinaldo).  —  Delle  monete  e  delle  istituzioni 
delle  zecche  d'Italia  sino  al  secolo  XVII.  Mantova,  1754. 

Carte  on  liste  contenant  le  prix  de  cìiacun  niarq^  etc.  Anvers,  1627,  in-4 
(pagg.  45»  74»  Ludovico  II  Fieschi  ;  pagg.  224,  229.  236,  250,  270, 
280,  285,  Fr.  Fil.  F.  F.  dalle  Tav.  sin.  di  V.  Promis). 

Caucich  (A.  R.).  —  Monete  inedite,  corrette  o  rare.  Masserano,  in  Bul- 
lettino di  Numismatica  Italiana,  anno  II,  n.  i.  Firenze,  novembre 
dicembre  1867,  pag.  5,  tav.  I,  n.  2,  Paolo  Besso  F.  F.,  dalle  Tav. 
sin.  di  V.  Promis  (pubblicò  anche  qualcosa  di  Messerano  nello 
stesso  Bull,  di  Num.  Ital.,  anno  111,  n.  a,  pag.  17,  variante  dello 
scudo  di  Paolo  Besso,  Promis,  XII,  i  e  non  so  se  altro,  non  avendo 
avuto  modo  di  vedere  tale  antica  pubblicazione). 


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Ciani  (nob.  dott  Giorgio,  di  Trento,  /-  13-1-17).  —  (pubblicò  due  mone- 
tine in  R.  I.  N.,  1896,  pagg.  76-78  :  la  contraffazione  anonima  d'un 
quattrino  del  doge  Marino  Grimani,  con  S.  Teonesto  e  nel  rovescio 
il  motto  NON  NOBIS  D...  che  assegna  a  Francesco  Filiberto,  e 
la  contraffazione  pure  anonima  della  gazzetta  veneta  del  1570,  con 
FACTVS  •  MAIOR  •  VEHITVR  invece  di  Sanctus  Marcus  Venetus, 
che  il  Ciani  attribuisce  alla  zecca  di  Messerano  perchè  sarebbe  il 
pezzo  da  6  quattrini  che  Francesco  Filiberto  contraffaceva  a  quelli 
di  Venezia,  la  gazzetta  valendo  2  soldi,  ossia  6  X  4  =  24  denari, 
come  ricorda  D.  Promis,  pag.  106). 

Corpus  Nummorum  Itaiicorum.  —  (il  volume  II,  uscito  nel  191 1,  include 
la  zecca  di  Crevacuore,  pagg.  ai8  a  220  e  la  zecca  di  Messerano, 
pagg.  296  a  357  e  pag.  497). 

CuNiETTi-CuNiETTi  (ten.-col.  barone  cav.  Alberto).  —  Roma  (pubblicò  in 
Boll.  hai.  di  Num.  e  di  Arte  della  Medaglia,  dal  1906  al  191 1,  alcune 
varianti  di  Messerano). 

Idem.  —  (pubblicò  in  R.  I.  N.,  1909,  pagg.  474-8,  dalla  collezione  Luigi 
Cora  di  Torino,  un  tirolino  di  Crevacuore,  anonimo  dei  Fieschi,  e 
due  varianti  di  monete  già  conosciute  di  Messerano  :  il  doppio  giulio 
contraffatto  da  Francesco  Filiberto  e  uno  scitdo  o  tallero  di  Paolo 
Besso,  imitato  a  quelli  di  Casale). 

Idem,  col  modificato  cognome  Cunietti-Gonnet.  —  (pubblicò  in  R.  1.  W 
1918,  pag.  127  un  quattrino-.  LAETA  .  BEAT  .  PAX,  testa  a  de- 
stra, cerchio  lin.,  rovescio  .  SI .  ROSTRO  .  FERIT,  aquila  spiegata 
con  la  testa  a  sin.,  e.  Un.,  che  attribuì  a  Francesco  Ludovico  Fer- 
rerò Fieschi,  principe  (1667-85)  e  alia  zecca  di  Messerano). 

Damoreau.  —  Traile  des  négociations  de  banque  et  des  monnaies  etran- 
gères.  Paris,  1727,  fol.  (tav.  I,  pag.  176,  n.  5,  Ludovico  II  Fieschi; 
tav.  II,  pag.  176,  n.  20,  Fr.  Fil,  F.  F.,  dalle  l^av.  sin.  di  V.  Promis) 

D'Ansberger.  —  (tavole  di  monete,  menzionate  dal  Viani  nelle  sue  an- 
notazioni al  manoscritto  del  card.  Lamarmora). 

Demole  (E.).  —  Monti,  inéd.  dans  le  livre  de  Zuric/i  (citato  dal  Corpus 
al  n.  15  di  Paolo  Besso  ;  è  il  suo  Monnaies  inedites  d'Italie,  Bru- 
xelles, 1888?). 

Documenti  inediti:  Tra  le  lettere  di  Gaetano  Marini,  bibliotecario  della 
Vaticana  scritte  tra  il  1777  al  1790  al  celebre  G.  A.Zanetti  e  pub- 
blicate nel  1916  a  Roma  da  Enrico  Carusi,  scrittore  della  Biblio- 
teca Vaticana,  ve  ne  sono  alcune  con  cui  il  Marini  manda  all'amico 
dei  documenti  sulle  zecche  di  Messerano  e  Montanaro.  Il  chiaris- 
simo Ercole  Gnecchi,  nella  R.  1.  N.,  1916,  pag.  421,  scriveva  :  **  Di 
**  queste  zecche  non  vi  è  traccia  nell'opera  dello  Zanetti.  Se  ne 
•  troverà  probabilmente  tra  i  numerosi  suoi  mss.  che  da  tempo 
"  giacciono  inediti  e  dimenticali  e  che  forse  presto  vedranno  la 
**  luce  ,. 


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Documenti  Visconieo-Sforzeschi  per  la  storia  della  secca  di  Milano,  pub' 
blicati  da  Emilio  Motta  in  R.  l.  N.  (1893,  1896),  vi  trovo  i  seguenti 
accenni  alle  zecche  di  Messerano  e  Crevacuore  : 

39  XII  1519,  Novara.  —  Scuti  novi  de  ...  Messerano  (i)  L.  4  s.  2  d.  —  ; 
Testoni  (di  Messerano)  da  s.  16  dané  3  l'uno  s.  15  d.  6;  Grossi 
(di  Messerano)  da  s.  7  dané  3  l'uno  s.  7  d.  — . 

15  IX  1522,  Pavia.  —  Divieto  d'importazione  e  spendizione  delle  monete 
delle  zecche  forestiere  di  ...  Crevacuore  ...  Messerano  .... 

I  X  1524,  Milano.  —  Bando  "  dei  dinari  appellati  da  cornoni  dui,  sive 
da  Cavatoti  tri  fabricati  ne  la  cecha  di  ...  Misserano  ...  quali  pen- 
sandosi non  fosseno  fatti  in  le  ceche  predicte  per  la  varietate  nova 
del  stampo,  se  spendevano  per  s.  20  e  ale  volte  per  grossono  i 
per  caduno  „. 

19  II  1527,  Milano.  —  "  et  anchora  sono  comparsi  de  dicti  denari  (gros- 
soni)  da  s.  17  fabricati  ne  la  cecha  de  Messerano,  quali  hanno  da 
uno  canto  una  Aquila,  et  da  l'altra  uno  homo  armato  in  pede . . . . 
valeno  solum  s.  7  per  caduno  „.  Di  nuovo  si  bandiscono  le  monete, 
tra  altre,  di  Crevacuore  e  Messerano. 

31  I  1530,  Milano.  —  Bando  delle  monete,  tra  altre,  di  Crevacuore. 

I  III  1530,  Milano.  —  Bando  delle  monete,  tra  altre,  di  Crevacuore. 

Dotti  (E.).  —  Tariffa  ....  secondo  l'ordine  seguito  dal  Corpus  Nummo- 
rum  Italicorum,  voi.  2*.  Milano,  U.  Hoepli,  1913  (è  quello  che  in- 
clude Crevacuore  e  Messerano). 

DuvAL  et  Froelich.  —  v.  Monnaies,  etc. 

Erbstein.  —  (citato  dal  Corpus  al  n.  74  di  Francesco  Filiberto). 

Ferrara  (Franc).  —  Esame  storico  critico  di  Economisti  (Ter.  U.  T.  E., 
1890)  (contiene  considerazioni  economiche  sulle  monete  di  queste 
zecche,  voi.  II,  parte  i*,  pag.  336,  nota  2). 

Ferrerò  (Gio.  Stefano,  vesc.  di  Vercelli).  —  Sancii  Eusebii  Vercellensts 
Episcopi  et  Martyris  ejusque  in  episcopatu  successorum  viice  et  res 
gestce.  Vercelli,  1609,  in-4  (riproduce  a  pag.  129  la  moneta,  Pri-mis. 
IV,  6  o  una  sua  variante).  Una  prima  edizione  di  quest'opera  porta 
la  data,  Roma,  1602. 

Fioravanti.  —  Antiqui  romanorum  pontificum  denarii.  Roma,  1738,  in-4 
(pag.  263,  Ludovico  II  Fieschi  e  Pier  Luca  Fieschi,  dalle  Tav.  sin. 
di  V.  Promis.  Ma  F  .  IO  come  è  in  dette  Tavole  stampato  e  che 
corrisponde  alla  suddetta  opera,  è  un  errore  per  F'II  cioè  il  Fio- 
rino d'oro  illustrato,  del  Vettori). 

Fiorino  {II)  d'oro  antico  illusirato.  Discorso  di  un  accademico  etrusco. 
Firenze^  MDCCXXXVIII,  nella  stamperia  di  S.  A.  R.,  per  i  Tartini 
e  Franchi,  v.  Vettori. 

Frova  (Filadelfo  Libico).  —  Lettera  al  can.  F.  I.  Fileppi.  Venezia,  176 1 
(riproduce  nel  frontispizio  una  variante  di  Promis,  IV,  9  e  il  IV,  6). 


(i)  Anteriore  al  1521,  cioè  del  periodo  anonimo  dei  Fieschi,    esiste 
uno  scudo  d'oro  del  sole  {Corpus,  Messerano,  n.  5). 


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Gazzetta  Numismatica.  —  Como,  1881,  anno  I,  v.  Miari. 
Idem.  —  anno  I  e  IV,  v.  Rossi. 

Gradhnigo.  —  Lettera  su  quattro  monete  dei  secoli  di  mezzo.  Venezia. 
1758,  in-8  (il  n.  2  della  tav.  II,  Crevacuore).  —  Indice  delle  monete 
d'Italia  raccolte  ed  illustrate  dal  fu  monsignor  G.  A.  Gradenigo  ve^ 
scovo  di  Ceneda  (il  n.  60  della  tav.  VI,  Crevacuore);  dalle  Tav.  sin. 
di  V,  Promis. 
Grillo  (Guglielmo).  —  Contributo  al  Corpus  Nummorum  Italicorum.,  in 
Riv.  Hai.  di  Num.,  1914,  fase.  364,  pag.  365  (In  questo  articolo, 
del  gennaio  1914,  vi  sono  le  seguenti  varianti  e  una  moneta  nuova 
spettanti  alla  zecca  d»  Messerano  : 

Anonime  dei  Fieschi  :  la  contraffazione  finora  inedita  d'una  mo- 
raglia  modenese  con  MO  '  NOV  •  C  ■  M  •  C  nel  diritto  e  S.  GER- 
MANVS  nel  rovescio  e  un  sesino  contraffatto  a  quelli  di    Milano; 

Pier  Luca  Fieschi:  due  testoni; 

Filiberto  F,  F.  :  due  contraffazioni  di  Milano  e  un  quarto  con 
grande  F; 

Besso  F.  F.  :  tre  quarti,  due  soldi^  il  quattrino  papale  t  la  contraf- 
fazione di  Lucerna  ; 

Francesco  Filiberto  F.  F.  :  la  contraffazione  veneta  e  due  quat- 
trini col  busto  a  destra  e  la  leggenda  FRANCISCVS  nel  diritto 
e  rispettivamente  NON  "  NO  '  DO  *  SED  '  NO  '  TVO  "  D  •  GL  e 
SALVS  NOSTRA  nel  rovescio  attorno  alla  croce  ; 

Paolo  Besso  F.  F.  :  quattrino  contraffatto  a  quelli  di  Milano  ; 

Anonime  degli  ultimi  F.  F.  :  quattrino  del  leone  di  S.  Marct»  colla 
leg-enda  FACTVS  '  MAIOR  '  VEHITVR  nel  diritto  e  DILIGITE 
IVSTITIAM  nel  rovescio. 

E'  da  osservare  che  il   primo    dei    due    suddescritti    quattrini    di 
Francesco  Filiberto,  dato  come  inedito  dal  Grillo,  era  già  stato  pub- 
blicato in  un  oscuro  giornale   di    provincia.    V Eco    dell'Industria    di 
Biella,  del  15  novembre  1885,  ^^  Cesare  Poma,  sotto  il    titolo:    Di 
una  monetina  inedita  della  zecca  di  Messerano. 
HoFFMANN.  —  Alter  und  neuer   miinz-schlussel.    Norimberga,   1692,    in-4 
(tav.  xii,  xiv,  xvii  bis,  xlììì  bis  —  Ludovico  II  Fieschi;  tav.  xxvii  bis, 
XLviii,  xLviii  bis  —  Fr.  Fil.  F.  F.,  dalle  Tavole  sinottiche  di  V.  Promis). 
JoACHiM  (Johann  Friedrich).  —  Das  neu  eròfnele  Miinzcabinet,  eie.   No- 
rimberga, 1761,  in-4,  a  spese  di  Giorgio    Bauer   (tav.  xxx,    n    i    — 
Carlo  Besso  F.  F.,  dalle   Tav.  sin.  di  V.  Promis). 
KoEHLER.  —  Historische  mùnz-belustigung.  Norimberga,  1729-50,  voi.  22, 
in-4  (tav.  ix,  pag.  113  —  F'r.  Fil.  F.  F.  ;  tav.  xxii,  pa^.  17         Paolo 
Besso  F.  F.,  dalle  Tav.  sin.  di  V.  Promis). 
KuNZ.  —  Miscellanea  numismatica  italiana.  Venezia,  1867,  in-tì  (lav.  ami., 

n.  10  —   Fr.  Fil.  F.  F.,  dalle  Tav.  sin.  di  V.  Promis). 
Lamarmoka  (Cardinale).     -  Memorie  relative  alla  zecca  e  monete  di  .Messe- 
rana  e  Crevacuore  battute  dai  Fieschi  e  Ferrerò  Fieschi   —    MS  drl- 
PArchivio  Lamarmora,  palazzo  Lamarmora,  Biella-Piazz> 


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LiTTA  (PoMPEOj.  —  Il  fasc.o  dei  Ferrerò  in  Fani.  Celebri  Italiane.  Milano, 
1841  (Le  monete  incise  dal  Litta  gli  furono  comunicate  dall' insigne 
Domenico  Promis,  come  questi  ricorda  nella  prefazione  alla  sua 
propria  opera). 

Loopliede  handboucxkin.  Gand,  1546,  in-12  (pagg.  90,  106,  185  —  Ludo- 
vico II  Fieschi,  dalle  Tav.  sin,  di  V.  Promis). 

Maestri  (Augusto).  —  Zecca  di  Messerano,  doppia  d^oro  inedita  del  prin- 
cipe Paolo  Besso  F.  F.  Modena,  tip.  G,  Ferraguti,  1915,  in-8,  pag.  9, 
ed.  di  100  es.  fuori  comm.  (è  una  contraffazione  del  1631  circa, 
colla  leggenda  P  ■  FER  "MA'  IDUX  "  AC  •  S  ■  R  '  E  •  P  '  >^  V  e 
al  rovescio  AV  '  MO  "  DV  '  FLOR  ritrovata  a  Spilamberto  (Mo- 
dena) nell'aprile  1915). 

Manuael  of  liiste  naer  de  welche  de  ivissel-bancken,  etc.  Aja,  1630,  in-4 
(pag.  29  —  Fr.  Fil.  F.  F.,  dalle   Tav.  sin.  di  V.  Promis). 

MiARi  (conte).  —  (Pubblicò  qualche  moneta  di  queste  zecche  in  Gaz- 
zetta Numismatica,  anno  I,  Como,  1881). 

Molano  (?)  Giovanni.  —  De  Historià  SS.  Imaginum.  Lovanio,  1594  (ci- 
tato da  Zanetti,  III,  205-6  -iccome  menzionante  le  monete  di  Mes- 
serano con  S.  Teonesto) 

Mowiaies  en  argent  du  Cabiiul  de  Vienne  (Dnval  et  Froelich).  Vienna, 
1769,  in-fol.,  2.*  ediz.  (pag.  468  —  Fr.  Fil,  F.  F. ;  pag.  469  —  Paolo 
Besso  F.  F.;  pag.  469  —  Carlo  Besso  F'.  F.,  dalle  Tav.  sinottiche 
di  V.  Promis). 

Monnaies  en  or  du  Cabinet  de  Vienne  (Duval  et  Froelich).  Vienna,  1759, 
in-fol.  (pag.  260  e  suppl.  74  —  Besso  F.  F.;  pag.  260  —  Fr.  Fil. 
F.  F.  ;  pag.  260  —  Paolo  Besso  F.  F.  ;  supplemento  74  —  Fr.  Lud. 
F.  F.,  dalle   Tav.  sin.  di  V.  Promis). 

MoREL  Fatio.  —  Imitations  ou  coìitrefa^ons  de  la  monnaie  suisse.  Zu- 
rigo, 1862  (tav.  II,  n.  II  —  Besso  F.  F.  ;  tav.  II,  n.  12  —  Fr.  Fil. 
F.  F.,  dalle  Tav.  sin.  di  V.  Promis). 

Idem.  —  Monnaies  inédites  de  Genève  et  imitations  italiennes,  Zurigo, 
1866,  in-8  (tav.  ann.,  n.  4  —  ma  l'attribuzione  a  Fr.  Fil.  F.  F.  non 
è  sufficientemente  provata  ;  dalle   Tav.  sin.  di  V.  Promis). 

Idem.  —  V.  Revtie  Numismatique  belge. 

Motta  (Emilio).  —  v.  Documenti  visconteo-sforzeschi. 

Muratori  (Lud.-Ant.).  —  De  Moneta  sive  jure  cudendi  numnios  in  An- 
tiquitates  lialicae  Medii  Aevi;  Diss.  XXVII,  T.  II,  Milano,  1739,  con 
disegni,  ecc. 

Museum  Nummarium  Milano- Viscontianum  hoc  est  quod  vir  illustris 
atque  nobilissimus  Gisbertus  Franco  de  Milan-Visconti,  ex  antiquis- 
sima  Vicecomitum  mediolanensium  progenie  ortus,  Liber  Baro  S. 
Rom.  Imperli  Germanici,  Dynasta  Hinderstenii,  Valdhusii,  Bylen- 
veldae,  Rosweidoe,  Reyerskopii,  Lictenbergae,  veteris  Rheni,  et 
Kej^kopii,  Supremo  Procerum  Trajectinorum  Senatui  ab  actis,  et 
Consiliis  rei.  rei.  Incredibili  studio  et  opera  nec  mmori  sumptu  a  maio- 


93 

ribus  suis,  avo  et  patre,  apparatum  servavit  et  locupletavit  — 
Trajecii  ad  Rhenum  apud  Bartolonieum  Wild,  MDCCLXXXII  (opera 
menzionata  dal  cardinale  Lamarmora  a  pag.  153  delle  sue  memorie^ 
che  ne  vide  una  copia  nel  1800  circa  in  Casale  presso  il  marchese 
Mosòi  di  Merano). 

Ordonnance  du  Roy  sur  le  descry  de  monnoyes  de  billon  ètrangères. 
Lyon,  1578  (citata  da  D.  Promis  a  proposito  di  V.  9  e  V,  io  —  ma 
resta  dubbio  se  tratti  direttamente  di  queste  due  monete  oppure 
di  quelle  di  cui  desse  sono  imitazioni). 

Ordonnance  du  Roy  sur  le  faide  et  règlentent  general  de  ses  monnoies. 
Paris,  1615,  i""8  (pagg'  93-94  —  Fr.  Fil.  F.  F.,  dalle  Tav.  sinottiche 
di  V.  Promis), 

Ordonnance  pour  les  changeurs  (o  Ordonnances  et  instruction?)  Anvers, 
1633,  fol.  (pagg.  37,  66,  206  —  Ludovico  II  Fieschi  ;  pagg.  189,  193, 
198,  210,  217,  224,  229  —  Fr.  Fi'.  F.  F.,  dalle  Tav.  sin.  di  V.  Promis). 

Papadopoli  (conte  sen.  comm.  Nicolò).  —  (Pubblicò  16  monete  di  Mes- 
serano  e  Crevacuore  in  R.  1.  N.,  1896,  faso.  3.°). 

Placcard  du  roy  sur  le  reglement  de  ses  monnoyes.  Anvers,  1644,  in-4 
(pag.  36  —  Ludovico  li  Fieschi,  dalle  Tav.  sin.  di  V.  Promis), 

Plantino,  1575  (in  una  sua  opera  intitolata....  menziona  le  monete  di 
Messerano  con  S.  Teonesto,  a  detta  dello  Zanetti,  III,  205-6). 

Poma  (Cesare).  —  Di  una  monetina  inedita  della  zecca  di  Messerano  nel- 
VEco  dell'Industria  di  Biella,  15  novembre  1885  (E*  il  quattrino  ri- 
pubblicato recentemente,  come  inedito,  da  G.  Grillo,  R.  I.  iV.,  1914, 
Contributo  al  Corpus,  n.  94). 

Idem.  —  A  proposito  della  zecca  di  Messerano  e  di  alcuni  punzoni  di 
monete  sconosciute  (/?.  /.  N.,  1918,  fase.  3-4). 

Promis  (Domenico).  —  Monete  delle  zecche  di  Messerano  e  Crevacuore  dei 
Fieschi  e  Ferrerò.  Memoria.  Torino,  1869,  in-4  (Nella  prefazione  av- 
verte che  per  le  incisioni  si  valse  anche  degli  esemplari  della  col- 
lezione Lamarmora). 

Promis  (Vincenzo).  —  Tavole  sinottiche  delle  Monete  Italiane.  Torino,  1869. 

Idem.  —  Monete  di  zecche  italiane  inedite  o  corrette^  Memoria  4.*  Torino, 
1882,  in-4  ('  ""•  34-25  della  tav.  II  (Crevacuore);  n.  32,  tav.  III  (Lu- 
dovico II  e  Pier  Luca  II  Fieschi  —  oro).  E*  uno  scudo  d'oro  del 
sole:  uno  di  questi  fu  pagato  L.  265  alla  vendita  Durazzo,  in  Ge- 
nova, nel  1896;  n.  33,  tav.  Ili  (contraffazione  antica  in  rame  d'un 
testone  d'argento  di  Ludovico  li  Fieschi);  n.  34,  tav.  Ili  (Besso  F.  F.); 
n-  35,  tav.  IV,  Besso  F.  F.;  nn.  36  a  39,  tav.  IV,  Fr.  Fil.  F.  F.  ; 
nn.  40  a  ^a,  tav.  IV,  Paolo  Besso  F.  F.  ;  n.  43,  tav.  V,  Fr.  Lud.  F.  F.). 

Reformatio  monetarum  auri  et  argenti  in  ditione  citramontanà  111.  D. 
Saò.  Duci  suddita.  Torino,  1529,  tav.  in-fol.  (nn.  4.  6,  Ludovico  II 
e  Pier  Luca  II  Fieschi;  nn.  2,  3,  5,  8,  Pier  Luca  F^ieschi,  dalle  Ta- 
vole sin.  di  V.  Promis). 

Revut  de  la  Numismatique  belge,  sèrie  V,  voi.  I.  Bruxelles.  1869  (L'il- 
lustre Morel-Falio  vi  descrisse  a  pp.  257-8,  posteriormente  alla  Me- 


94 

moria  di  D.  Promis,  un  pezzo  inedito,  Io  scudo  d'oro  esistente  a 
Parigi  nel  Cabinet  des  medailles). 

Revue  numismatique  frangaise.  Parigi,  190I,  pag.  76  (pubblicò  la  moneta 
che  nel  Corpus  è  il  n.  i  di  Filiberto  F.  F.  (tav.  xxix,  io  e  che  è 
uno  scudo  d'oro  contraffatto  a  quelli  del  Delfinato  con  leggende 
fantastiche). 

Rivista  Italiana  di  Numismatica,  1896,  v.  Ambrosoli,  Ciani,  Papadopoli; 
1909,  V.  Cunietti;  1914,  v.  Strada  e  Tribolati.  Grillo;  1915,  v.  Za- 
netti; 1918,  V.  Cunietti,  Poma. 

Rivista  Numismatica  Italiana,  1865,  sospesa  dopo  un  fase,  dell'anno  II, 
da  non  confondersi  colla  R.  1.  K. 

Rossi  (dott.  Umberto)  in  Gazzetta  Numismatica,  anno  I,  n.  5,  15  luglio 
1881,  a  pagg.  25,  26  (Alcune  monete  inedite  di  Messerano,  cioè  ro- 
labasso  e  cavallotto  contraffatti  a  quelli  trivulziani  di  Mesocco  e 
Roveredo).  —  Osservazioni  sopra  alcuni  sesini  di  Messerano,  ibidem, 
a  pagg.  33-34.  D.  Promis  lasciò  in  dubbio  l'attribuzione  di  tre  se- 
sini che  i  Fieschi  contraffecero  a  quelli  di  Francesco  II  Sforza  per 
Milano.  Il  Rossi  adduce  varii  motivi  per  poterli  attribuire  a  Fili- 
berto Ferrerò  Fieschi.  In  ultimo  dà  poi  notizia  di  un  altro  sesitio 
di  Paolo  Besso,  col  motto  SALVS  '  MONDI  :  il  Rossi  però  non 
propenderebbe  a  considerare  questa  moneta  come  contraff"atta  ai 
sesini  di  Piacenza,  ma  bensì  a  stimarla  "  uno  dei  pochi  prodotti 
genuini  dell'officina  di  Messerano  „.  —  Pubblicò  anche  qualche  altra 
cosa  di  Messerano  in  Monete  inedite  del  Piemonte  {Gazz.  Num., 
a.  III,  pagg.  82-94;  a.  IV,  pagg.  57-62;  a.  VI,  pagg.  81-83),  "la  '" 
quale  dei  citati  volumi  e  quali  monete    non  ho  modo   di   accertare. 

Saraceno  (V.).  —  //  corso  delle  monete  seguito  negli  Stati  del  Re  di  Sar- 
degna e  particolarmente  nel  Piemonte  dal  ijoo  sino  al  presente,  To- 
rino, 1782,  Toscanelli,  in-4. 

Savoia  (Tariffa  di),  v.  sub  Torino. 

ScHòTTLE  (dott.  Gustav).  —  Die  Mì'inzfàlschungen  von  Masserano  iind 
Crevacuore,  und  ihre  Einfuhr  nach  Deutschland  ums  jahr  16-20  (Ber- 
liner  BIàtter,  n.  143,  nov.  1913). 

ScHWEiTZER.  —  Indice  delle  zecche  italiane  (il  n.  9  della  tav.  Ili,  Cre- 
vacuore, dalle  Tav.  sin.  di  V.  Promis). 

Sommario  dei  delitti  che  vengono  ascritti  al  signor  I.  F.  F.  F.  principe 
di  Messerano.  MS  della  Bibl.  del  Re,  Torino,  mise.  v.  Ili  (In  questo 
processo,  preparato  tra  il  1620  e  il  1625,  e  citato  da  D.  Promis, 
uno  dei  capi  di  accusa  si  riferisce  alle  contraff"azioni  di  questo  prin- 
cipe. Da  questo  processo  devono  essere  estratti  i  16  capi  d'accusa 
noverati  in  un  MS  intitolato:  Memorie  d'Antichità  del  Principato, 
presso  il  geom.  A.  Gibba  Mecco  di  Crevacuore  e  dei  quali  quello 
delle  contraffazioni  è  il  n.  Io). 

Strada  (M.)  e  Tribolati  (P.).  —  Varianti  inedite  di  monete  di  zecche 
italiane  appartenenti  alla  collezione  M.  Strada  di  Milano  in  R.  I.  N.^ 
1914,  fase.  1,  pag.  57  (In  questo  articolo,  del  novembre  1913.  di  ag- 


95 


giunta  al  Corpus^  vi  sono  le  seguenti  varianti  e  una  moneta  nuova 
di  Messerano  ; 

Anonime  de'  Fieschi  —  una  terlina  del  K  —  3  sesini  contraffatti 
a  quelli  di  Milano  ; 

Besso  F.  F.  —  2  soldi  e  i  quarto  ; 

Paolo  Besso  F.  F.  —  una  trillina  contraffatta  a  quelle  di  Filippo  IV 
per  Milano,  con  PBF  nel  centro  del  diritto  sormontato  da  corona, 
inedita;  e  una  variante  inedita  di  quattrino. 
Tariffe  citate  in  D.  Promis,  Monete  di  Messerano  e  Crevacuore  e  in  V. 
Promis,  Tavole  sinottiche: 

Torino,  1529  —  v.  Torino. 

Gand,  1546  —  v.  Loopliede. 

Gand,  1552  —  v.  Billon. 

Tolosa,  1558  —  V.  Tolosa. 

Lione,  1578  —  V.  Ordonnance  (resta  però  dubbio  se  tratti  diret- 
tamente di  monete  di  Messerano). 

Anversa,  1580  —  v.  Tresoor. 

Monaco,  1597  —  v.  Berg. 

Aja,  1608  —  v.  Beeldenaer. 

Parigi,  1615  —  v.  Ordonnance. 

Anversa,  1627  —  v.  Carte. 

Aja,  1630  —  V.  Manuael. 

Anversa,  1633  —  v.  Ordonnance. 

Anversa,  1644  —  v.  Placcard. 

Norimberga,  1692  —  v.  Hoffmann. 

Parigi,  1727  —  V.  Damoreau. 
Tariffe  citate  dal   card.  Lamarmora,   siccome    contenenti    menzione    di 
monete  di  Messerano  e  Crevacuore  : 

Parma,  1519  —  14  agosto  e  22  ottobre:  vedi  Zanetti,  op.  cit.,  T.  V. 
pagg.  121-125. 

Germania,  1546  —  E'  la  tariffa  di  Gand,  1546,  che  il  Cardinale 
chiama  di  Germania,  come  risulta  dal  confronto  delle  pagine  da 
lui  citate,  cioè  Der  Looplieden  Handbouxkin.  Gand,  1546  —  v. 
Loopliede. 

Germania,  1548  —  ? 

Germania,  1550  —  deve  essere  quella  chiamata  fiamminga  dal 
Viani,  qui  appresso. 

Anversa,  1580  —  v.  Tresoor. 

Germania  o  Anversa,  1633  —  è   la  stessa,  citata  sotto  due  nomi 
diversi  —  v.  Ordonnance. 
Tariffe  citate  dal  Viani  nei  suoi  appunti  manoscritti   alle  memorie  del 
cardinale  Lamarmora  : 

Mantova,  1519  —  7  febbr.,  2<i  ffhhr.  <•  iS  «ittobrc  v  rimami. i  a 
Gobio,  Tractatus  varii. 

Ferrara,  1526  (febbraio)  —  e  rnnaiuia  a  nriimi,  t  unantu"  /  ira 
ftrrarese. 


96 

Mantova,  1528  (23  aprile)  —  e  rimanda  a  Gobio,  ut  supra. 
Fiamminga,  1550  —  dev'esser  la  stessa  che  il    Cardinale    chiama 
di  Germania. 

Fiamminga,  1559  —  ? 

Mantova,  1614  (19  settembre)  —  è  una  grida  e  rimanda  a  Gobio. 
ut  supra. 
Tolosa  (tariffa  di),  dal  titolo:  S'ensuit  la  forme    et   manière    de   cognot- 
stre,  etc.  —  Tolosa,  1558  (citata  da  D.  Promis,  ha  due  testoni  di  Lu- 
dovico Il  Fieschi.  Promis,  II,  4  e  III,  11). 
Torino  (Grida  impressa  nel  settembre  1529  in),  il  suo  titolo  è:  Qua  sotto 
è  depinto  et  descripto  singularmente  il  valore  delle  monete  quale   non 
è  lecito  expenderky  ma  suono  reducte  a  bigUone  (citata  da  D.  Promis 
che,  per  essere  stata  emessa  da  Carlo  III  duca  di  Savoia,  la  chiama 
anche   Tariffa  di  Savoia^    ha    l'impronta    dell' ongaro    anonimo    dei 
Fieschi.  Promis,  I,  2  e  il  testone  di  Lud.  II  Fieschi.  Promis,   II,  4). 
Trattner.  —  Mon.  d'oro  e  d'argento  del  Museo  imp.  di  Vienna  (Il  Car- 
dinale cita  queste  opere  sotto  il  nome  di  Trattner,  ma  questi    non 
è  che  lo  stampatore  e  le  opere  sono  certamente  le  Monnaies  en  or 
(en  argent)  du  Cabinet  de  Vienne  (Duval  et  Froelich),  vedi  sub  Mon- 
naies, e  Duval  et  Froelich.  Infatti  trovo  :  Monnoies  en  or  qui  com- 
posent  une  des  différentes  parties  du  Cabinet  de  S.  M.  l'Empereur, 
depuis  les  plus  grandes  pièces  jusqu'aux  plus  petites.  Vienne,  chez 
Jean  Thomas  Trattner,  MDCCLIX. 
Tresoor  oft  schat  van  alle  de  specien,  figuren  en  sorten  van  gouden  ende 
silveren  munten,  etc.  Anversa,  1580,  in-8  (pagg.  62,  99,  136,    400   — 
Ludovico  II  Fieschi,  dalle   Tav.  sin.  di  V.  Promis). 
Trésor  de  numismatique  et  de  glyptique.  Paris,  1846,  in-fol.  (tav.  xxxviii, 
n.  14,  16  —  Ludovico  II  Fieschi;  n.  15  —  Pier  Luca  Fieschi,  dalle 
Tav.  sin.  di  V.  Promis). 
Tribolati  (P.).  —  v.  Strada. 

Vettori.  —  E'  l'autore  di  //  Fiorino  d*oro  antico  illustrato.  Firenze, 
1738,  in-4,  v.  sub  Fiorino;  v.  l'errore  sub  Fioravanti  (descrive  a 
pagg.  203  e  263  due  monete  di  Ludovico  II  Fieschi;  a  pag.  263  una 
moneta  di  Pier  Luca  Fieschi). 
Zanetti  (Guido  Antonio).  —  Nuova  raccolta  delle  monete  e  zecche  d'Italia. 
Bologna,  Lelio  dalla  Volpe,  1775-1789,  5  voi.  in-4  con  tavole  (Inoltre, 
nella  sua  lettera  n.  151  da  Bologna,  12,  xii,  1781  in  R.  I.  N.,  1915, 
scrive  :  «  tengo  ....  una  moneta  d'argento  del  valore  più  d'un  paolo 
"  ....  nel  diritto  il  busto  d'un  Papa  colle  parole  Martinus  Papa  lUI 
"  e  nel  rovescio  un  leone  colla  bandiera  ed  il  motto  :  Bona  boni 
"  docent  ^;  egli  pensò,  quantunque  esponga  diverse  obbiezioni,  che 
potesse  essere  d'Orvieto  —  ma  ora  questa  contraffazione  del  bianco 
bolognese  è  assegnata  alla  zecca  di  Messerano,  v.  Corpus,  pag.  297, 
n.  7,  tav.  xxvii,  11). 

Biella,  Piazzo  34. 

Cesare  Poma. 


RITROVAMENTI 


Ripostigli  registrati  nelle  «  Notizie  degli  Scavi  » 

(Anno  1918,  Fase.  4). 

Sardinia. 

I.  Decimoputzu  (Cagliari).  Scoperta  di  un  ripostiglio  dt 
bronzi  di  età  romana  a  monte  de  sa  Idda.  Importante  ripo- 
stiglio di  bronzi  nuragici;  fra  l'altro  vennero  trovate  io  pa- 
nelle  di  rame  lenticolari  e  parallelepipede  e  kg.  12  di  fram- 
menti di  panelle  e  frustoli  di  rame  per  la  fondita.  Tutto  il 
materiale  è  attualmente  al  Museo  Naz.  di  Cagliari. 

III.  (I)  NuRAGUS  .  .  .  una  moneta  di  Claudio  Gotico  di 
piccolo  modulo. 

Notizia  di  A.   Taramela. 

Regione  Vili.  Cispadana. 

CoppARo fra    le    tombe    due    monete  di  bronzo 

romane  consunte  dell'alto  impero  (?). 

Notizia  di  A.  Negrioli. 

Fascicolo  VI.  Sicilia. 

I.  Siracusa.  Catacomba  Trigilia,  sepolcro  n.  31 

sul  basso  petto  di  uno  dei  due  scheletri  si  trovò  un  peculio 
di  31  monete  in  bronzo,  di  piccolo  modulo,  molto  ossidate 
dell'epoca  di  Costantino  e  successori  circa  il  350  d.  C 

VII.  Catania.  Scavi  del  1913  regione  Orto  del  Re,  predio 
Manola,  una  ventina  di  monete,  metà  bizantine,  una  Catana 
in  bronzo;  delle  romane  la  più  antica  un  Domiziano. 


(I)  Vedi  ii  paragrafo  li  (ripostiglio  di    Viiia    Lrr);ina)    in:    Kurina- 
mentii  RIN,  anno  1919,  tasc.  I,  pag.  49. 

7 


98 

JX.  Paterno.  Ripostigli  monetali.  Neil'  inverno  del  1915 
in  contrada  Molinazzo  un  contadino  trovò  una  quarantina  di 
pezzi;  il  proprietario  del  suolo  riuscì  a  ricuperarne  14  pezzi 
e  cioè:  di  Messana  2  tetradrammi  arcaici,  i  di  transizione; 
di  Siracusa  7  tetr.  are;  di  Gela  i  didramma  are;  di  Agri- 
gento 3  didr.  are.  Nel  1914  si  ritrovò,  dicesi  dentro  il  paese, 
un  tesoretto  di  denari  consolari;  157  ne  acquistò  il  Museo 
di  Siracusa  che  rappresentano  44  famiglie  oltre  qualche  ano- 
nima e  7  inclassificabili. 

XII.  AiDONE.  Altipiano  di  Serra  Orlando.  Un  oggetto  stra- 
nissimo e  di  grande  curiosità  cioè  un  (zocpauTriov  o  "  marsu- 
pium  „  in  forma  di  portafoglio  moderno  di  mm.  145X103 
in  spessa  lamina  di  piombo  accuratamente  ripiegata,  il  quale 
racchiudeva  un  peculio  di  89  denari  vittoriati  quasi  tutti  fior 
di  conio. 

XIV.  Terranova  Sicula.  Nel  191 1  in  contrada  Feudo  in 
un  pentolino  27  pegasi  o  stateri  di  Corinto  tutti  in  mediocre  o 
cattivo  stato  di  conservazione. 

Notizia  di  P.  Orsi. 

Fascicolo  VII.  Regione  I.  Latium. 

VI.  Ostia.  Edificio  delle  Pistrine,  n.  38  monete,  di  cattiva 
conservazione  avendo  subito  il  fuoco  ed  una  profonda  ossi- 
dazione, che  abbracciano  il  periodo  da  Claudio  I  a  Gallieno. 

Notizia  di  G.  Calza. 

Fascicolo  Vili.  Regione  I.  Campania. 

Vili.  Pompei.  II  zona,  Reg.  II  ins.  Ili,  n.  i,  gennaio  1915, 
dodici  monete  di  bronzo;  2  GB  di  Vespasiano  (Cohen,  313 
e  433);  I  MB  di  Ottaviano  (228);  i  MB  di  Claudio  (84); 
5  MB  di  Vespasiano  (71  (?),  151,  152,  396  e  411);  3  MB  di 
Tito  Cesare  (326  (?)). 

Reg.  Ili,  ins.  IH.  Meda  bronzi:  di  M.  Agrippa  i  (Cohen, 
TI.  2)  ;  di  Tiberio  con  l'effigie  del  padre  i  (228)  ;  di  Claudio 
I  (47)  ;  di  Galba  i  (16)  ;  un  GB  di  Vespasiano  (239)  ed  un 
denaro  d'argento  di  impossibile  classificazione. 

{Continua). 


LIBRI  RICEVUTI 


Hill  G.  F.  Medals  of  the  Renaissance.  Oxford,  at  the  Cla- 
rendon  Press,  1920,  pagg.  204,  tav.  30  (Scell.  50). 

Interessante  studio  d'assieme  sulla  medaglistica  del  rinascimento, 
con  un'accurata  bibliografia  e  delle  magnifiche  tavole  tratte  in  gran 
parte  da  esemplari  esistenti  nel  British  Museum. 

Papadopoli  Aldobrandini  Nicolò.  Le  Monete  di  Venezia 
descritte  e  illustrate  con  disegni  di  C  Kunz.  Parte  III. 
Da  Leonardo  Dona  a  Lodovico  Manin,  1606-1797.  Testo. 
Milano,  U.  Hoepli,  1919,  pagg.  1102;  Tavole.  Milano, 
U.  Hoepli,  1919,  tavv.  LII-CL. 

Con  questi  due  volumi  si  completa  l'opera  monumentale  del  P. 
sulla  ricca  e  variata  monetazione  di  Venezia,  opera  che  mantiene  il 
suo  pregio  anche  dopo  la  pubblicazione  del  Corpus,  per  il  testo  e  la 
documentazione  accurata. 


Martinori  Edoardo.  Annali  della  Zecca  di  Roma.  Giulio  III- 
Pio  IV.  Roma,  1918,  pagg.  90;  Pio  V-Gregorio  XIII. 
Roma,  1918,  pagg.  iii;  Sisto  V-lnnocenzo  IX.  Roma, 
1919,  pagg.  83;  Clemente  VlII-Paolo  V.  Roma,  1919, 
pagg.  140;  Sede  vacante  (1621)  -  Urbano  Vili.  Roma, 
1919,  pagg.  Ili;  Sede  vacante  (1644)  -  Clemente  IX. 
Roma,  1919,  pagg.   112. 

Dell'importante  lavoro  ci  riserbiamo  di  parlare  distesamente  a  pub- 
blicazione ultimata. 


lOO 

Gli  atti  del  Comune  di  Milano  fino  all'anno  MCCXVI  a  cura 
di  C.  Manaresi.  Milano,  Capriolo  e  Massimino,  1919,  vo- 
lume di  pagg.  CLxx-730,  con  7  tavole  eliotipiche. 

Il  massimo  nostro  istituto  bancario,  la  Banca  Commerciale  Italiana, 
per  celebrare  il  venticinquesimo  anniversario  della  sua  fondazione,  con 
gesto  di  alta  munificenza  e  di  profondo  senso  culturale  ha  voluto  sop- 
perire a  tutte  le  spese,  per  compiere  l'edizione  di  questa  raccolta  di 
documenti,  che  il  dott.  Manaresi  ha  raccolto  ad  illustrare  la  storia  po- 
litica e  giuridica  di  Milano  innanzi  la  promulgazione  delle  Consuetudines. 

Sono  402  documenti  editi  con  cura  malgrado  qualche  inesattezza 
quasi  inevitabile  in  un  simile  lavoro:  così  il  Manaresi,  pubblicando  l'atto 
piacentino  del  7  ottobre  1172,  lo  da  di  su  la  recente  copia  del  Bonomi, 
non  avendo  rintracciato  l'originale  che  sta  alla  Biblioteca  Reale  Pala- 
tina di  Parma,  N.  3652,  ne  conosciuta  l'edizione  che  di  questo  originale 
è  data  in  un'opera  fondamentale  per  lo  studio  dell'epoca  federiciana, 
cioè  H.  SiMONSFELD,  Urkundefi  Friederich  Rothbarts  in  Italien^  sechste 
Folge,  in  Sitzungsberichte  d.  K.  Bayer.  Akad.  d.  Wiss.  Phil.-Philol. 
und  Hist.  Kl.  Monaco  1911,  14  Abhandlung.,  pagg.  34-35.  Il  Manaresi 
poi  assevera  a  pag.  548,  nota  i,  che  nessuna  fonte  ci  dice  aver  avuto 
luogo,  nel  1190,  la  "  quarta  consularia  „.  Egli  ha  trascurata  la  Chronica 
archiepiscoporutn  itiediolanensium,  condotta  fino  al  1318,  testo  non  privo 
d'importanza  malgrado  sia  giunto  sino  a  noi  in  un  solo  manoscritto 
{l'Ambrosiano  H.  56.  sup.  copiato  nel  1438)  assai  scorretto  e  trascurato, 
nelle  date  sopratutto.  Anche  questa  cronaca  non  è  inedita  perchè  fu 
pubblicata,  un  po'  affrettatamente  è  vero,  dal  Savio  nella  Rivista  di 
scienze  storiche,  voi.  V,  Pavia,  1909.  Essa  contiene  proprio  il  passo  : 
In  MCXC  facta  quarta  consularia.  Cosi  sarebbero  da  tener  presenti  i 
dati  di  essa  Cronaca  relativi  al  governo  del  Podestà  Rodulfuc  de  Con- 
cesso ed  alla  quinta  consularia  del  1191,  nonché  quelli  degli  anni  1203- 
1204  relativi  ai  vari  podestà  ed  alla  Società  de  Galiardia.  I  dati  della 
cronaca,  che  fu  una  delle  fonti  del  Fiamma,  coincidono  in  molte  parti 
con  quelli  degli  Annales  tnediolanenses  minores  e  della  Cronaca  dei  Po- 
destà di  Milano  usata  dal  Giulini. 

Per  i  numismatici  il  volume  del  Manaresi  è  interessante  perchè 
riproduce,  copiandolo  dalla  edizione  Lehmann-Sachsse,  lo  statuto  del 
1204  (doc.  N.  CCLXVII)  contro  i  fabbricatori  e  gli  spenditori  di  mo- 
nete false. 

Ai  dirigenti  della  Banca  che  con  si  alto  spirito  ci  hanno  procurata 
questa  signorile  edizione,  deve  andare  tutta  la  riconoscenza  degli  stu- 
diosi e  dei  milanesi. 

U.    MONNERET. 


ATTI 


DELLA 

SOCIETÀ    NVMISMATICA    ITALIANA 


(Estratto  dai  verbali). 
Assemblea  ordinaria  e  straordinaria  del  25  gennaio  1920. 

Indetta  dal  Presidente  il  24  dicembre  1919  per  le  ore  15 
del  25  gennaio  1920  nei  locali  sociali  col  seguente 

ORDINE   DEL    GIORNO  : 

I.  —  Lettura  del  verbale  dell'Assemblea  ordinaria    e    straordinaria  del 

2  febbraio  1919; 

II.  —  Modificazioni  agli  articoli  3°,  5°  e  6»  dello  Statuto  Sociale; 

III.  —  Ricupero  delle  attività  sociali  non  ancora  ottenuto    e   provvedi- 

menti relativi; 

IV.  —  Raccolte  sociali  e  loro  sistemazione; 

V.  —  Bilancio  Sociale; 

VI.  —  Nomina  di  tre  membri  del  Consiglio  Direttivo  in  luogo    rispetti- 

vamente dei  Consiglieri  Cagiaii  e  Laffranchi  scaduti  per  anzianità 
e  Ricci  dimissionario. 

La  seduta  è  aperta  dal  Presidente  alle  ore  r6.  Sono  pre- 
senti Laffranchi,  Cornaggia,  Sola  Cabiati  con  procura  Can- 
ziani,  Strada  con  procura  Rosa,  Gavazzi,  Ratto,  Cagnoni, 
Grillo,  Bonazzi,  Ravajoli,  Tribolati,  Hirschler,  Monneret  e 
Johnson. 

I.  —  È  approvato  il  verbale  dell'Assemblea  del  2  febbraio  1919  ; 

II.  —  L'articolo  3*  dello  Statuto  Sociale    non    viene   modificato,   ma    sj 

delibera  che  per  Atti  Sociali  si  intendano  i  soli  verbali  delle 
Assemblee  Generali  dei  Soci.  L'art.  5"  rimane  invariato.  L'art.  6« 
viene  modificato  nella  quota  dei  Soci  che  viene  portata  col  i»  gen- 
naio 1921  a  L.  40  ; 

III.  —  Il  Presidente  ed  il  Segretario  danno  relazione  dei    ricuperi   otte- 

nuti e  da  ottenere.  Dopo  lunga  discussione  viene  approvata  la 
proposta  Cagnoni  che  chiede  sia  conferito  aila  Presidenza  11  più 
largo  mandato  a  definire  le  pendenze; 


102 


IV.  —  Vien  proposto  il  riordino  del  Medagliere.  Si  approva  la  selezione 

del  materiale  sociale  e  la  cessione  ai  Soci  di  tutti  quei  pezzi  che 
risulteranno  non  avere  un  interesse  numismatico.  Della  selezione 
vengono  incaricati  Bonazzi,  Laffrancìii,  Grillo  e  Ravajoli'. 

V.  —  Si  approva  all'unanimità  il  Bilancio  sociale  consuntivo  dell'eser- 

cizio 1918  e  1919  e  preventivo  1920  come  segue  : 

Situazione  patrimoniale  della  Società  al  31  Dicembre  1919. 

Attività:  Cassa  esistenza L.     8.146.35 

Mobiglio    .... 

Biblioteca  .... 

Monete  e  Medaglie 

Pubblicazioni  sociali 

Annate  sociali  arretrate 

Crediti  vend.  pubbl.  e  abbon.  arretrati 

L.  20837.35 
Debiti  verso  fornitori L.     1.330. — 


i.ooo. — 
7.000. — 
i.ooo. — 
i.ooo. — 
430.— 
2.261. — 


Passività 


Contributi  Soci  anticipati 
Abbonamenti  anticipati  . 
Svalutazione  per  quote  inesigibili 


360.— 

40.— 

491.— 


Patrimonio  sociale  netto 


L.  2.221. — 
L.  18.616.35 
L.  ao.837.35 


Rendiconto  della  gestione  1918  e  1919. 

Entrata:  Contributi  Soci  perpetui L.  4.500. — 

„              ,      annuali ,  2.660. — 

„            anticipati 360. — 

y,            arretrati „  240.— 

Contributo  speciale  del  sig.  Stefano  Carlo  Johnson     ,  2.570. — 

„          del  comm.  Paolo  Caldara  Monti  .               -  150. — 

L.  10.480.— 

Abbonamenti  Rivista „  2.062. — 

„               anticipati ^  40. — 

,              arretrati „  82. — 

L.  2.184.— 

Vendita  libri L.  180.85 

^         pubblicazioni  sociali ,  704. — 

„         monete ^  189. — 

L.  1.073.85 

Interessi  su  depositi L.  398.10 

Sopravvenienze  attive  e  rimborsi y,  417-05 

Ricupero  attività  ex-Circolo  Numismatico  Milanese    .       .       .^  268.15 

Totale  generate    L.  14.821. 15 


Uscita 


Rivista  ed  estratti 

Stampati  sociali 

Affitto  ed  illuminazione  Sede 

Spese  postali     .... 

Sconti  a  Librai 

Spese  generali 

Acquisto  mobili        .... 

w        pubblicazioni 

Liquidazione  ex-Circolo  Numismatico  Milanese 
Sopravvenienze  passive  1917      .... 


103 

1  .  12.377.65 
481.— 
220. — 
436.80 
38.80 
43205 

^        485.- 

23.— 

880.— 

737-50 

L.  16.111.80 


Eccedenza  uscita     L,     1.290.65 
L.  i4.82x.15 


Bilancio  preventivo  1920. 

Entrata:  Contributo  Soci 

„  arretrati 

Abbonamenti  Rivista 

„  arretrati 

Vendita  pubblicazioni 

„         monete 
Interessi  su  depositi 


L.  1.500.— 
100. — 

2.000. — 
200. — 
250.— 

2.000. — 
250. — 


fatate  entrata    L.  6.300. — 


Uscita:  Rivista  ed  estratti 
Affitto     . 
Spese  postali 
,       generali    . 


1  .  4-500.- 
200.- 
200.- 
400.- 


Totale  uscita     L.  5.300. — 


VI.  —  Il  Consiglio  propone  all'Assemblea  la  riconferma  di  Laffranchi 
e  la  nomina  di  Bonazzi  e  Gavazzi.  Vengono  acclamali  all'  una- 
nimità. Cagnoni  propone  all'Assemblea  un  volo  di  plauso  alla 
Presidenza  per  il  suo  operato  a  favore  della  Società.  Tulli  i  pre- 
senti si  associano. 

Alle  ore  17.25  la  seduta  è  tolta. 


//  Presidente 

Marco  Strada 


Il  Segretario 
G.    CORNAGGIA. 


I 


I04 


NUOVI    SOCI. 


2  gennaio  1920 
6  febbraio      „ 

IO  n  V 

21  maggio       ,, 


Lemmi  prof.  Nazzareno. 
Besozzi  Carlo. 
Corradini  rag.  Angelo. 
Lancellotti  Vitige. 
Corvini  dott.  Giovanni. 


DONI  RICEVUTI  AL  30  APRILE  1920. 

Ratto  Rodolfo.  3  fascicoli  Periodico  di  Numismatica  e  Sfragistica 
dello  Strozzi.  Repertoire  des  Collectionneurs  1895-96.  Cinque  falsifica- 
zioni di  bronzi  romani.  —  Cornaggia  Gianluigi.  Una  medaglia  del  Sa- 
ronni.  Quattro  falsificazioni  di  bronzi  romani.  —  Gariazzo  ing.  Pietro. 
37  falsificazioni  in  argento  di  monete  consolari.  —  Sola  Cabiaii  Gian- 
lodovico.  Una  cassetta  per  schede.  —  Mattai  Edoardo.  Una  vetrina  per 
medaglie. 


CATALOGHI  RICEVUTI. 

Rodolfo  Ratto.  Catalogo  di  libri  di  Numismatica.  Vendita  all'asta  il 
405  maggio  1920,  n."  868.  Milano  (1920)  pagg.  43. 

P.  e  P.  Santamaria.  Catalogo  delle  monete  di  Zecche  Italiane^  ecc.  Ven- 
dita all'asta  il  26  aprile  1920,  n.''  320.  Roma  (1920),  pagg.  52  con 
12  tavole  eliotipiche. 

Louis  Ciani.  Catalogne  illustre  des  Monnaies  fratifaises  de  la  Guerre 
1914191^.  N.""*  1136.  Parigi  (1920),  pagg.  39  con  illustr. 


CONDOGLIANZE. 

Inviamo  sincere  condoglianze  al  nostro  socio  ing.  Emilio 
Bosco  che  nel  febbraio  del  corrente  anno  ebbe  la  sventura 
di  perdere  la  madre. 


Romanenghi  Angelo  Francesco,  Gerente  responsabile. 

Industrie  Grafiche  AMEDEO  NICOLA  &  C.^  -  Milano- Varese. 


LA    FIGURA   TAURINA 

SULLE  MONETE  DELLA  MAGNA  GRECIA 


Chi  si  proponga  di  studiare  i  culti  delle  colonie  greche 
deir  Italia  Meridionale  sotto  un  punto  di  vista  al  tempo  stesso 
antiquario  e  storico,  deve  considerare  le  monete  coniate  dagli 
Italioti  come  una  delle  principali,  se  non  addirittura  la  prin- 
cipale fonte  di  informazione. 

Solo  di  poche  fra  quelle  città  parlano  un  po'  più  ditVu- 
samente  gli  antichi  testi,  per  molte  di  esse  non  ci  offrono 
che  scarse  notizie,  di  alcune  tacciono  affatto.  Manca  sopra- 
tutto, per  la  conoscenza  della  diffusione  dei  diversi  culti 
nella  Magna  Grecia,  il  sussidio  dell'opera  che  fornisce  a  chi 
si  proponga  una  siffatta  indagine  per  la  Grecia  propriamente 
detta,  la  più  copiosa  miniera  di  dati  :  la  descrizione  di  Pau- 
sania.  E  d'altra  parte  non  possiamo  attingere  che  pochissimo 
alle  fonti  monumentali:  il  suolo  della  Magna  Grecia,  specie 
in  tutta  la  regione  che  cinge  il  Golfo  di  Taranto,  attende 
ancora  il  lavoro  assiduo  e  sapiente  del  piccone  che  penetri 
ad  esplorarne  i  misteri  :  quanto  codesta  esplorazione  —  al- 
lorché sarà  intrapresa  —  potrà  aggiungere  alle  nostre  co- 
noscenze in  mento  alla  religione  stessa  ed  ai  culti  degli 
Italioti,  si  può  immaginare  facilmente  considerando  come  i 
felici  scavi  praticati  ripetutamente  da  Paolo  Orsi,  da  tren- 
t'anni  a  questa  parte,  nella  Calabria  meridionale,  ci  abbiano, 
direi,  permesso  di  ricostruire  la  vita  religiosa  dei  Locresi 
Epizefirl,  nel  V'I  e  nel  V  secolo  a.  C.  Naturale  conseguenza, 
in  parte,  della  scarsa  indagine  archeologica  di  queste  regioni 


io6 

é  la  relativa  esiguità  di  testi  epigrafici,  specialmente  arcaici, 
venuti  finora  in  nostro  possesso.  Cosicché  alle  monete,  le 
quali  per  fortuna  abbondano,  dobbiamo  specialmente,  e  in 
qualche  caso  unicamente  rivolgerci,  per  conoscere  resistenza 
e  la  storia  dei  culti  e  dei  miti  delle  colonie  greche  in  Italia: 
alle  monete,  sulle  quali  —  come  ha  riconosciuto  uno  studioso 
illustre  di  numismatica  —  è  impressa  tutta  la  storia  di  al- 
cune di  quelle  città. 

Procedendo  in  codesta  ricerca,  c'imbattiamo  in  un  gruppo 
di  monete,  quasi  tutte  arcaiche,  appartenenti  a  località  e  ad 
epoche  diverse,  le  quali  debbono  essere  studiate  tutte  in- 
sieme da  chi  voglia  arrivare  a  conoscere  il  significato  reli- 
gioso del  tipo  impresso  su  di  esse  :  giacché  a  concetti  reli- 
giosi sono  quasi  universalmente  ispirati  i  soggetti  delle  mo- 
nete greche  più  antiche.  11  simbolo  a  loro  comune  è  quello 
del  toro,  rappresentato  sotto  aspetti  differenti;  ma  sull'inter- 
pretazione che  ad  esso  debba  darsi,  v'é  discordia  di  pareri 
e  molteplicità  di  ipotesi. 

Il  presente  studio  si  propone  appunto  di  esporre  e  rias- 
sumere la  complessa  questione  e  di  additarne  la  soluzione 
più  probabile. 

Ecco,  senz'altro,  la  serie  dei  tipi  (i)  : 
I.  Sybaris.  Monete  d'argento  incuse. 

^'  —  VM  Figura  del  toro,  con  la  testa  voltata  a  guardare 

indietro. 
^    —  Lo  stesso  toro,  incuso. 

Epoca:  tipo  anteriore  al  510  a.  C.  (data  della  distruzione  di  Sibari). 
(Gardner,  tav.  I,  n.  11;  Imhook-!3lumer-Keller,  tav.  Ili,  n.  28,  pag.  20; 
Babelon,  II,  I,  pag.  I4H,  tav.  LXVIl  ;  Head,  pag.  84). 


(i)  Le  monete  sono  citate  dalle  opere  seguenti  : 
British    Museum    Catalog   of  greek    coins,  lialy,    by    R.  Stuart  Poole^ 

Londra,  1873. 
Gardner.   The  types  of  greek  coins.  Cambridge,  1883. 
ImhoofBlumer  u.  O.  Keller.  Tier-und  Pflanzenbilder  atif  Miinsen    tiìid 

Geiìimen  der  klass.  Alierthmns.  Leipzig,  1889. 
E.  Babelon.   Traile  des  tnonnaics  grecques  et  romaines.  II,  i.  Paris,  1907. 
B.  V.  Head,  Historia  Numonun.  2.»  ed.  Oxford,  191 1. 


2.  Sybaris  (tentativo  di  restaurazione)  ["  hekte  ,X 
^  —  VM  Posidone  che  vibra  il  tridente. 

9    —  MOn  Figura  del  toro  stante. 
Epoca:  emessa  nei    cinque    anni   di    vita    di    questa    seconda    città 
(453-448  a.  C),  in  alleanza  con  Posidonia. 

{Br.  M.  Cai.  It ,  pag.  287;  Head.  pag.  85). 

3.  Thurioi.  Distinguiamo   tre    tipi    di    monete  con  la  figura 

taurina  :  a)  ["  Trite  „]. 
^  —  Testa  di  Atena,  rivestita    delTelmo    con    corona    di 

olivo. 
9    —  lYBAPI  Toro  con  la  testa  voltata  a  destra,  a  guar- 
dare indietro. 

Epoca:  emessa  nei  primi  anni  della  vita  di  Turii,  e  cioè  fra  il 
443  (data  della  fondazione)  e  il  431  circa.  La  moneta  non  può  attribuirsi 
a  Sibari  sul  Traente,  com'è  l'ipotesi  dell'Head,  per  le  ragioni  addotte 
da  Beloch  {Griech.  Gesch.  IF,  i,  pag.  200,  nota  4). 

(Gardner,  lav.  I,  nn.  31,  34;  Head,  pag.  85;  cfr.  Br.  M.  C,  It., 
pag.  286). 

ò)  ["  Nomos  „]. 
JB'  —  Testa  di  Atena,  elmo  con  serto  di  olivo. 
9    —  eOYPin(N)  Toro  gradiente:   nell'esergo,  un  pesce. 
Epoca:  di  poco  posteriore  al  tipo  precedente  e   probabilmente    an- 
teriore al  431  a.  C. 

(Imhoof-Blumer- Keller,  tav.  Ili,  n.  29,  png.  21.  Lo  stesso  tipo,  con 
qualche  variante,  in  Gardner,  tav.  I,  n.  32,  pag.  103,  e  Head,  pag.  86). 

c)  ["  Nomos  „]. 
/B"  —  Testa  di  Atena  :  sull'elmo,  Scilla. 
R)    —  eOYPiriN    Toro  che  si    slancia    alla    carica,  con  la 

testa  bassa:  nell'esergo  un  pesce  (occorrono  anche 

altri  simboli). 

Epoca:  400350  a.  C.  Il  tipo  del  rovescio  continua  anche  sulle  mo- 
nete del  III  secolo. 

(Gardner,  tav.  V,  nn.  17,  24;  Imhoof-Blumer-Kellkk,  tav.  Ili,  n.  30, 
pag.  21  ;  Head,  pag.  86  e  seg.). 

4.  Laos.  Stateri  incusi. 

r^  —  Z^^i  Toro  androprosopo  barbato,  con  la  testa  vol- 
tata a  sinistra,  a  guardare  indietro  (il  disegno  e 
la  posa  delle  gambe    e    del    corpo,    della   coda  e 


io8 

della  testa  sono  identici  a  quelli  della  figura  tau- 
rina sulla  moneta  di  Sibari,  descritta  al  n.  i);  nel 
campo,  al  disotto,  una  ghianda. 
^    —  MON  Toro  androprosopo,  incuso. 
Epoca:  è  il  tipo  comune  deile  monete  arcaiche  di  questa  città,  fino 
alla  metà  del  V  secolo. 

(Gardner,  tav.  I,  n.  35  ;  Babelon,  II,  l,  pag.  14I9,  tav.  LXVIII,  n.  i 
Head,  pag.  74,  cfr.  Imhoof-Blumer-Keller,  tav.  XIII,  11.  17,  pag.  76). 

5.  PosEiDONiA.  Stateri  d'argento. 

3'  —  TT02EIAANIATAZ  (più  o  meno  abbreviato).  Posidone, 
vestito  di  clamide,  in  atto  di  colpire  col  tridente. 
Di  rado  è  aggiunta  qualche  altra  iscrizione;  come 

A^(I3^ 

1$    —  nOIEIA  Toro  stante. 

Epoca:  è  un  tipo  che  si  ripete,  con  qualche  variante,  per  tutto  il 
corso  del  V  secolo,  dal  470  in  poi,  e  cessa  solo  con  la  caduta  della 
città  nelle  mani  dei  Lucani,  al  principio  del  IV  secolo. 

(Gardner,  tav.  I,  nn.  14,  15,  V,  n.  5  ;  Babelon,  II,  i,  pag.  1435 
Head,  pag.  81.  Cfr.  Im.Bl.  Keller,  tav.  Ili,  n.  31,  pag.  21  [diobolo]). 

6.  SiRis  in  alleanza  con  Pyxus.  Staterò. 

(B'  —   MOM^^^M  (2i:lvo;).  Toro  voltato  a  guardare  indietro 

(simile  a  quello  di  Sibari). 
I^    —  PVXOEM  (Uiilóz;).  Stesso  tipo,  incuso. 
Epoca  :  questo  staterò  si  dovè  coniare  verso  la  metà    del    VI  sec, 
perchè  Siris  fu  distrutta  da  Metaponto,  Sibari  e  Crotone   collegate,  nei 
primi  decenni  della  seconda  metà  del  secolo  stesso. 

(Babelon,  li,  i,  pag.  1407,  tav.  LXXVII,  n.  2;  Head,  pag.  83). 

7.  Metapontion.  Distinguiamo  anche  qui  tre  tipi  : 

a)  l"  hede  „]. 

^  —  META  Spiga  di  grano,   accompagnata    spesso    dalla 

locusta. 
F$    —  Testa  di  toro,  di  fronte  ;  incusa. 

Epoca  :  circa  550-470  a.  C. 

(Babelon,  II,  i,  pag.  1403,  n.  2080;  Head,  pag.  75). 

b)  [staterò]. 

^  —  AT3M    Spiga    di    grano,    spesso    col    simbolo    della 
locusta. 


I09 

t^  —  Il  fiume  Acheloo,  in  forma  umana,  barbato,  con 
corna  e  orecchie  di  toro,  nudo  e  stante  ;  tiene 
nella  destra  una  lunga  canna  palustre  e  nella  si- 
nistra una  patera.  Talvolta,  un  delfino  nel  campo. 

Iscrizione:    ^^^^^^ 

Epoca:  il  tipo  è  emesso  certo  nel  V  secolo;  il  Babelon,  in  base 
alia  paleoo:ratia  dell'iscrizione  e  allo  stile  della  rappresentanza,  ne  de- 
terminerebbe la  cronologia  al  primo  quarto  del  V  secolo  (Traité,  II,  i, 
pag.  1405.  n.  2082)  ;  l'Head  (pag.  76)  assegna  invece  la  moneta  al  pe- 
riodo 470-400  a.  C. 

(Babelon,  II,  i,  pag.  1405,  tav.  LXVI,  n.  20;  Head,  pag.  76). 

c)  [''  hecte  „]. 

^  —  Eguale  al  precedente. 

9     —     Testa  di  toro  androprosopo,  in  profilo. 

Epoca  :  V  secolo. 

{Br.  M.  C,  It.,  pag.  244;  Head,  pag.  76). 

8.  Rhegion.  Dracme  arcaiche  incuse. 

B'  —  VIOMDES  Toro  androprosopo:   in  alto,  una  locusta. 

1^    —  Lo  stesso  tipo,  incuso. 

Epoca  :  530-494  a.  C. 

(B.\BELON,  II,  I,  pag.  1469,  tav.  LXXI,  n.  8;  Head,  pag.  107). 

9.  Neapolis.  Nella  serie  più  antica  di  monete  (classificazione 

del  Sambon,  Les  monnaies  antiqiies  de  V Italie,  tomo  I 
(Paris,  1903),  pagg.  193  e  segg.)  troviamo  il  didramma 
del  seguente  tipo  : 

^  —  Testa  di  Atena,  con  elmo;  oppure:  testa  di  giovane 
divinità  femminile. 

9    —  NEOnOAITHI  Toro  androprosopo. 

Epoca:  450-340  a.  C.  Questo  tipo  si  ripete  nei  didrammi  del  III  se- 
colo, che  portano  sul  rovescio  il  toro  androprosopo  incoronato  da  una 
Vittoria. 

(Gardnkr,  tav.  XI,  n.  19;  Head,  png.  39). 


no 


II. 


Nella  serie  dei  tipi  ora  descritti,  la  rappresentazione 
della  figura  taurina  comparisce  sotto  tre  aspetti  distinti:  negli 
antichi  stateri  incusi  di  Sibari  e  nella  hecte  della  seconda 
Sibari,  nelle  diverse  monete  di  Turii,  nei  coni  del  V  se- 
colo di  Posidonia,  nello  staterò  antichissimo  di  Siris  e  Pyxus 
strette  in  lega  e  infine  nella  hecte  di  Metaponto,  il  toro  è 
rappresentato  nella  sua  integrità  (salvo  sulla  moneta  di  Me- 
taponto, ov*è  incusa  soltanto  la  testa),  in  pose  e  in  atteggia- 
menti diversi;  non  vi  si  riscontra  alcun  elemento  estraneo 
alla  sua  natura,  che  informi  la  rappresentazione  ad  un  ca- 
rattere mostruoso  o  fantastico. 

E  questo  invece  il  caso  di  un  secondo  gruppo  dei  tipi 
della  nostra  serie  :  vale  a  dire,  degli  antichi  stateri  incusi  di 
Laus,  delle  due  monete  di  Metaponto,  delle  dracme  incuse 
di  Reggio,  della  lunga  teoria  dei  didracmi  neapolitani.  Il  tipo 
di  tutte  queste  monete  (tranne  una)  è  il  toro  androprosopo, 
un  toro  cioè,  la  cui  testa  è  trasformata,  nella  metà  inferiore, 
in  una  faccia  umana.  Notiamo  anche  qui  come  la  moneta  "  e  „ 
di  Metaponto  porti  sul  rovescio,  invece  dell'intiera  figura 
taurina,  la  semplice  testa  del  toro  androcefalo. 

In  uno  infine  dei  tipi  descritti,  e  cioè  sul  rovescio  dello 
staterò  metapontino,  il  toro  è  richiamato  soltanto  da  due  at- 
tributi che  manifestamente  gli  appartengono  —  le  corna  e 
le  orecchie  —  aggiunti  ad  una  figura  virile,  rappresentata 
nuda  e  stante. 

Vediamo  ora  di  determinare  il  significato  della  figura 
taurina  sotto  questi  tre  diversi  aspetti,  ma  specialmente  sotto 
quello  che  si  presta  alle  interpretazioni  piij  disparate  e  che, 
perciò  appunto,  più  c'interessa:  il  primo.  Giacché  sul  valore 
degli  altri  due  consente  ormai  la  quasi  generalità  degli 
studiosi. 

La  figura  del  toro  androcefalo  non  occorre  in  verità  con 
molta  frequenza  sulle  monete  della  Grecia  propriamente  detta 


Ili 


e  del  mondo  coloniale  ellenico  d' Oriente  (0;  mentre  è  in- 
vece uno  dei  tipi  più  soliti  a  riscontrarsi  sui  coni  dell'Occi- 
dente greco,  di  una  regione  cioè  che  abbraccia  la  Sicilia,  la 
Magna  Grecia  e  i  territori  a  Nord  del  Golfo  di  Patrasso 
(Acarnania),  donde  probabilmente  questa  rappresentazione  ri- 
pete le  sue  origini  mitiche. 

In  Sicilia,  essa  comparisce  sulle  monete  di  almeno  do- 
dici città:  in  primo  luogo,  a  Gela  e  a  Catana;  ma  poi  anche 
a  Megara,  Selinunte,  Tauromenio,  Etna,  Alunzio,  Agyrium, 
Entella,  Mozia,  Erice,  Panormo.  E  se  anche  alcuni  di  questi 
tipi  sono  derivazioni  o  copie  (come,  per  esempio,  quelli  delle 
tre  città  puniche  o  quelli  di  Etna,  derivati  dai  tipi  campani, 
o  anche  quelli  di  Tauromenio).  non  si  potrebbe  certo  negare 
Toriginalità  di  altri  (Gela,  Catana).  Nella  Magna  Grecia,  tro- 
viamo il  toro  androprosopo  sui  coni  di  Metaponto,  di  Lao, 
di  Reggio,  di  Neapolis  ;  sulle  monete  neapolitane  sono  natu- 
ralmente modellate  quelle  di  parecchie  città  campane  esi- 
benti lo  stesso  tipo  (Cales,  Hyria,  Nola,  Suessa  Aurunca, 
Teanum  Sidicinum).  Chiudono  la  serie  i  tipi  monetari  degli 
Acarnani  (2). 


(i)  Ricordo,  nello  scarso  numero  di  tipi  col  toro  androprosopo  :  lo 
staterò  d'argento  di  Phaselis,  in  Licia,  della  prima  metà  del  V  secolo 
<Gardner,  pig.  96,  tav.  IV,  n.  i;  Head,  pag.  696);  le  monete  di  Cizico, 
della  seconda  metà  del  V  secolo  (Im.-Bl.-Keller,  pag.  77,  tav.  XIII,  n.  23; 
Head,  pag.  525);  quelle  di  Cipro  {^Br.  M.  C,  Cyprus,  tav.  VII,  nn.  1,3, 
XXI,  n.  I  e  pe2:jT.  ;  Head,  pag.  470  [Paphos,  prima  metà  V  sec.]),  di 
Mallos  (Imhoof-Blumer,  Monn.  grecq.,  360;  Head,  pag.  723)  e  di  Phae- 
stus  (Creta)  e  alcuni  coni  iberici  (Heiss,  Descripfion  gen.  des  me- 
dailUs  ant.  de  l* Espagne,  tav.  I,  nn.  12,  13,  XL).  È  probabile  che  i  tipi 
<Ji  Cizico  e  di  Mallos  siano  imitazioni  di  quelli  siciliani  (Waser  in  R.E.^ 
VI,  2781),  specialmente  di  quelli  gelei  (Holm,  Storia  della  Sicilia  nell'an- 
iichità,  voi.  III,  parte  2.»  (trad.  ital.  Kirner),  Torino,  1906,  pag.  59;  cfr. 
Head,  pag.  525). 

(2)  Le  monete  siciliane  col  toro  androprosopo  si  trovano  in  Head, 
pajj^i.  115  e  segg.  ;  i  tipi  più  caratteristici  si  possono  vedere  anche  in 
Imhoof-Blumer-Keller,  tav.  XIII,  nn.  18  e  segg.,  pagg.  76  e  segg.  e 
tav.  VI,  n.  4  e  Vili,  n.  40;  in  Gardner,  tav.  II.  Una  esposizione  com- 
pleta della  nuuiismatica  siciliana  è  quella  dcll'HoLM,  parte  2.»  del  III  vo- 
lume della  Storia  della  Sicilia  e  l'altra  qWW  \\\l\.,  Coirts  of  ancient  Sicily, 
Westminstcì,  1903.  Per  le  monete  campane  vedi  l'opera  del  Sambon, 
Alonnaies  ant.  de  l'Italie,  tomo  I,  pagg.  137  e  segg.  ;  per  i  tipi  degli 
acarnani,  Head,  pagg.  328  e  sgg.;  Im.-Bl.-Keli.eu,  tav.  Ili,  n.  22,  pag.  77. 


112 


Dovremmo  meravigliarci  se  questa  rappresentazione,  ca- 
ratteristica comune  di  una  zona  relativamente  limitata  del 
mondo  ellenico  più  antico,  non  rivestisse,  dovunque  appare, 
lo  stesso  significato  e  non  si  richiamasse  ad  una  origine  co- 
mune. Come  ho  già  avvertito,  tutti  —  o  quasi  tutti  —  sono 
d'accordo  nel  riconoscere  nel  toro  androprosopo  inciso  sulle 
monete  il  simbolo  d'un  fiume  o  di  un  dio  fluviale  che  s'iden- 
tifica col  fiume  stesso  :  è  questa  l'opinione  così  degli  studiosi 
più  insigni  di  numismatica  —  dal  Gardner  all' Imhoof-Blumer 
e  all'Hill,  dall'Head  al  Babelon  —  come  degli  storici  e  degli 
antiquari  dell'Occidente  greco  —  dall' Holm  al  Busolt  e  al 
Beloch  — .  E  del  resto,  basta  osservare  più  da  vicino  questi 
caratteristici  tipi  monetari  per  farci  persuasi  dell'  evidenza 
dell' interpretazione  generalmente  accolta.  Sui  tetradracmi  di 


Gei 


luppiO] 


Gela,  dove  del  toro  androprosopo  è  riprodotta  solo  la  parte 
anteriore,  il  mostro  è  indubbiamente  rappresentato  nella  po- 
sizione del  nuoto;  e  sui  tetradracmi  di  Catana  il  toro,  che 
atteggia  le  gambe  allo  stesso  movimento,  è  accompagnato 
da  un  uccello  palustre  (oca  selvatica)  o  da  un  pesce  (mug- 
gine), disegnati  rispettivamente  al  di  sopra  e  al  di  sotto  di 
esso(i):  il  toro  stante,  sulle  monete  di    bronzo    di    Alunzio, 


(i)  Queste  figure  secondarie  che  accompagnaro  il  tipo  del  toro  an- 
droprosopo, non  offrirebbero  certo,  da  sole,  un  argomento  decisivo,  e 
SI  potrebbe  attribuir  loro  tutt'altro  significato,  quando  si  volesse  ricon- 


vomita  dalla  bocca  un  abbondante  getto  d'acqua  (hinooF- 
Blumer-Keller,  tav.  XIII,  n.  21,  pag.  77),  e  un  tipo  di  Ca- 
tana ce  Io  presenta  in  compagnia  di  un  serpente  marino  e 
di  un  Sileno  volteggiante  al  di  sopra  di  esso  (i)  ;  mentre, 
sulle  monete  di  Selinunte,  la  sua  essenza  fluviale  è  caratte- 
rizzata dalla  foglia  del  "  selinon  „,  la  pianta  alla  quale  il  fiume 
e  la  città  dovettero  il  loro  nome  (2). 

L'origine  mitica  di  questa  figurazione  deve  ricercarsi 
nell'altra  regione  che  la  porta  pure  impressa  sulle  sue  mo- 
nete :  in  Acarnania.  Là  appunto  scorre,  segnando  col  suo 
corso  inferiore  il  confine  tra  l'Acarnania  e  l'Etolia,  TAcheloo 
(l'Aspropotamos  moderno),  il  massimo  fiume  della  Grecia 
propriamente  detta.  Come  tale  lo  riconobbero  e  lo  venera- 
rono gli  Elleni  fin  dal  primo  loro  stanziarsi  nel  mezzogiorno 
della  Penisola  Balcanica,  e  lo  chiamarono  con  un  nome  che 
sembra  aver  designato  in  origine  l'elemento  stesso  dell'acqua 
scorrente  (3).  11  fiume  grande  e  benefico  venne  naturalmente 
divinizzato,  e  fu  TAcheloo  il  vero  re    dei    fiumi    greci  ;    così 


giungerle  alla  serie  numerosa  di  quelle  che  si  trovano  incise  nell'esergo 
delle  monete  siceliote  ed  italiote  —  qualunque  ne  sia  il  tipo  —  per  se- 
gnalare uno  dei  prodoiti  principali  della  città  e  del  suo  territorio.  Vedi 
però  Hill,  Coins  0/  arte.  Sic ,  pag.  49. 

(1)  Non  trajiga  in  inganno  il  carattere  dionisiaco  del  Sileno  (come 
accade  a  Lknormant  in  Daukmberg-Sac.lio,  I,  pag.  620);  i  Sileni  (o  Sa- 
tiri) non  ci  si  presentano,  nel  loro  primo  significato,  quali  seguaci  di 
Dioniso,  bensì  come  divinità  delle  fonti  e  delle  sorgenti,  ed  hanno  a 
compagne  le  Ninfe.  Questo  anzi  è  il  loro  aspetto  più  familiare  in  Si- 
cilia e  in  Italia,  e  ne  sono  documento  evidentissimo  appunto  le  monete 
(sui  tetradrammi  di  Imera  un  Sileno  accompagna  la  Ninfa  eponima 
della  città:  Hill,  op.  cit.,  pag.  67;  Head,  pag.  145).  Vedi  Preller-Robert, 
Griech.  Mythotogie,  I,  pag.  730;  Kuhnert  in  Roscheu,  Lex.,  IV,  51I.  Il 
passagi^io  dei  Satiri  nell'ambito  del  culto  dionisiaco  si  spiega  facilmente 
ricordando  che  Dioniso,  nel  suo  carattere  originario  di  divinità  fecon- 
datrice, è  strettamente  collegato  con  le  acque  piovane  e  sorgive  e  con 
quella  costellazione  del  toro  che  gli  antichi  ritenevano  dispensatrice  di 
pioggia  (Gruppe,  Griech.  Mytholoi^ie,  I,  pag.  343;  II,  pag.  1147). 

(2)  Cfr.  Plut.,  De  Pythiae  ornculis,  12. 

(3)  Sull'Acheloo  vedi  Roschkr,  Lex.,  I,  pagg.  6  e  segg.  (Stoll)  ; 
R.  E.,  I,  paga.  213  e  sfgg.  (W'entzel)  e  VI,  2791  (Waser).  I  nofui  : 
*AyeX(Bo;,  'Ayéc,u>v,  "Iv/^^oi;  sono  [M.-babilineiite  (ormati  su  una  radicale 
comune  :  'z/    -  aqua. 


114 

che  Achille  ricorderà  —  in  Omero  —  che  v*  è  solo  Zeus 
Cronide,  tw  obU  xpsioiv  'Ay/kóìio;  Inoo^oCCzi  (//.,  XX I,  194).  I! 
suo  culto  fu  per  tempo  largamente  diffuso;  numerosi  altri 
fiumi  delle  regioni  abitate  dai  Greci  presero  il  suo  stesso 
nome;  e,  nelle  più  antiche  rappresentanze,  esso  è  raffigurato 
come  l'origine  prima  di  tutte  le  acque  dei  fiumi  e  delle  sor- 
genti. Ed  anche  il  mito  ebbe  modo  di  svilupparsi  attorno  al 
venerato  dio  fluviale  (0:  una  saga  era  specialmente  nota  a 
tutti,  quella  che  narrava  della  lotta  sostenuta  da  Eracle  contro 
Acheloo  per  il  possesso  di  Deianira,  la  bella  figlia  di  Oineus. 
Durante  la  fiera  tenzone,  Acheloo  aveva  fatto  appello  alla 
sua  facoltà  di  assumere  forme  e  aspetti  svariati  (2),  e  s'era 
mutato  prima  in  serpente,  poi  in  toro;  ma,  in  questa  sua 
ipostasi,  era  stato  afferrato  per  le  corna  dal  figlio  di  Alcmena 
che,  rimasto  in  possesso  di  uno  dei  corni,  spezzatosi,  l'aveva 
regalato  ad  Oineus,  quale  dono  nuziale  (3). 

Il  racconto  della  metamorfosi  di  Acheloo  in  toro  dovè 
colpire  in  special  modo  l'immaginazione  degli  artisti  greci, 
poiché  essi  amarono  rappresentarlo  sotto  quest'aspetto,  ca- 
ratterizzandone però  la  figura  con  una  faccia  umana  sosti- 
tuita a  quella  taurina  (4).  E  cosi  che  il  toro  androcefalo  passò 


(i)  Gli  dei  fluviali  fanno  parte  del  più  antico  Olimpo  ellenico  :  i 
poemi  omerici  li  hanno  familiari.  Nel  periodo  più  arcaico  della  poesia 
e  delle  arti  rappresentative,  essi  sono  immaginati  come  vere  e  proprie 
personalità  divine,  aventi  figura  umana  come  gli  altri  dei.  Vedi  Roscher, 
Lex.,  I,  1487  e  segg.  (Leiinerdt)  e  R.  £.,  VI,  2774  e  segg.  (Wasek)  ; 
Welcker,  Griech.  Gòlterlehre,  I,  652  e  segg.  ;  III,  44  e  segg.  Non  ho 
potuto  esaminare  lo  studio,  del  resto  assai  antico,  del  Gardner,  Greek 
river-worship^  in  "  Transact.  of  the  R.  Society  of  literatur  „,  sec.  ser., 
XI  (1878),  pag.  173. 

(2)  E  questa  una  facoltà  peculiare  delle  divinità  deli'eleniento  liquido  : 
si  ricordino  Neieo,  Proteo,  Tetide,  e,  tra  i  fiumi,  cltre  all'Aclieloo,  il 
Crimiso  (vedi  Roscher,  Lex.,   I,  1488). 

(3)  Le  più  antiche  fonti  letterarie  della  saga  sono  Pindaro  ((r.  2490, 
Schroeder)  e  Sofocle  {Trach.,  6  e  segg.,  504  e  segg.).  La  lotta  tra 
Acheloo  ed  Eracle  è  raccontata  diffusamente  da  Ovidio,  Metani.,  Vili, 
879-IX,  97. 

(4)  La  figura  taurina  per  le  immagini  dei  fiumi  comparisce  assai 
per  tempo  nelTarte,  a  lato  a  quella  umana.  Essa  fu  pt  obabilmente  sug- 
gerita agli  antichi  dal  confronto  tra  l'irruenza  e  il  muggito  del  toro  e 
il  fragore  e  la  violenza  delle  acque  fluviali;    confronto    a    cui  alludono 


115 

a  designare,  sui  monumenti  figurati,  il  fiume  Acheloo  ;  e 
poiché  "  Acheloo  „  era  il  re  dei  fiumi,  il  "  fiume  per  eccel- 
lenza „,  così  il  suo  simbolo,  il  toro  androprosopo,  fu  anche 
il  simbolo  di  un  qualunque  fiume  divinizzato.  Ne  ci  sembra 
in  realtà  tanto  strana,  quanto  parve  all'Eckhel,  TafTermazione 
di  quell'erudito  Ignarra  del  XVIII  secolo:  "  A  veteribus 
"  omnium  terrarum  fluvios  dictos  fiiisse  Acheloos,  Acheloos 
"  adeo  esse  ipsos  etiam  Campaniae  et  Siciliae  fiuvios,  numos 
*  Acheloi  huius  imagine  insignes  jure  dicendos  Ache- 
''   loicos  „  (I). 

Tornando  ora  alle  monete  di  Metaponto,  di  Laus,  di 
Neapolis,  di  Reggio,  è  chiaro  che  dovremo  riguardare  il  toro 
androprosopo  in  esse  rappresentato  come  la  figura  di  un 
qualche  dio  fluviale  che  in  codeste  città  aveva  culto,  oppure 
dello  stesso  vero  e  proprio  Acheloo,  col  quale  esse  città  si 
sentissero  ancora,  in  base  a  qualche  tradizione  o  per  ragioni 
etniche,  strettamente  collegate. 


Metaponlion  (al  doppio! 


già  parecchi  passi  dei  poemi  omerici  (per  es.  //.,  XXI,  237  :  ^epLuxòj(; 
Y/jte  taùpoc;  parlando  dello  Scamandro)  e  di  altri  poeti  antichi.  Secondo 
l'opinione  comune  (art.  cit.  di  Lehnerdt  e  Waser),  questa  maniera  di 
rappresentazione  avrebbe  preso  le  mosse  dal  mito  di  Achtloo  e  sa- 
rebbe passata  da  questo  agli  altri  fiumi;  poi,  nelle  arti  rappresentative, 
si  sarebbe  attribuita  al  toro  fluviale  —  per  distinguerlo  dal  toro  co- 
mune —  una  faccia  umana:  e  così  sarebbe  nato  il  toro  androprcisopo. 
io  credo  che  le  cose  stieno  in  parte  diversamente,  e  lo  dimostrerò  in 
seguito, 

(i)  De  Palaestra  Neapolilana,  pag.  232.  Citato  dall' Kckhel,  Doctiiua 
numonitn  veleritin,  F,  pag.  131. 


ii6 

Che  la  venerazione  di  Acheloo  fosse  viva  a  Metaponto 
è  dimostrato  a  sufficienza  dall'iscrizione  che  si  legge  sul  ro- 
vescio di  quello  staterò  del  V  secolo,  nel  quale  codesto  fiume 
è  rappresentato  sotto  forma  umana,  con  corna  e  orecchie  di 
toro:  un  genere  di  figurazione,  questo,  che  se  è  solitamente 
usato  per  gli  dei  fluviali  in  generale,  più  di  rado  compari- 
sce a  simbolizzare  il  vero  e  proprio  Acheloo;  ma  la  nostra 
moneta  ci  esibisce  appunto  una  di  queste  meno  frequenti 
rappresentanze.  Siamo  evidentemente  dinanzi  ad  un  tipo 
"  agonistico  ,;,  del  genere  cioè  al  quale  appartiene  forse  la 
più  gran  parte  dei  tipi  italioti  più  antichi  (D;  la  moneta  dovè 
esser  coniata  in  occasione  di  un  agone  celebrato  a  Meta- 
ponto in  onore  dell'Acheloo,  in  cui  ai  vincitori  si  offri  forse 
—  come  suggerisce  il  Lenormant  [La  grande  Grèce^  I,  pa- 
gina ii8)  —  anche  un  premio  in  danaro.  E  importante  ri- 
cordare come  anche  in  Acarnania  si  tenesse  un  agone  in 
onore  di  Acheloo  K^)\  cosi  che  non  sembra  si  possa  dubitare 
che  il  culto  di  Acheloo  a  Metaponto  derivasse  direttamente, 
anche  nelle  sue  forme  esterne,  da  quello  degli  Acarnani. 

Meno  sicuro  è  il  significato  del  toro  androprosopo  im- 
presso sul  rovescio  dei  tipi  metapontini  già  descritti.  In  ge- 
nerale si  ritiene  di  dover  vedere  anche  in  questo  il  simbolo 
dell'Acheloo  (3);  ma  non  è  da  trascurare  l'ipotesi  del  Gar- 
rucci,  il  quale  vi  riconosce  l'immagine  del  fiume  che  scorre 
a  lato  della  città,  il  Casuento  (4).  In  realtà,  noi  potremo  as- 
sicurarci, nel  seguito  di  questo  articolo,  che  un  culto  fluviale 
non  manca  quasi  mai  in  queste    colonie    italiote,    situate    in 


(i)  È  questa  la  teoria  sostenuta  costantemente  dall' Head  (v.  Inirod.. 
pagg.  Lvii  e  segg.,  lxxii,  e  poi  passim,  specialmente  a  pagg.  80  e  se- 
guente e  99). 

(2)  SchoL  ad  lliad.,  XXIV,  616.  Non  riesco  a  capire  perchè  il  Ba- 
belon,  seguendo  un'ipotesi  del  De  Luynes,  voglia  identificare  l'Acheloo 
venerato  a  Metaponto  col  piccolo  fiume  peloponnesiaco  affluente  del- 
TAlfeo,  solo  per  trovare  una  spiegazione  plausibile  al  culto  dei  Nelidi 
a  Metaponto  {Traile^  II,  i,  pag.  1396). 

(3)  Di  questa  opinione  fu  già  il  Minervini  {Saggio  di  osserv.  riunì., 
pag.  124),  seguito  dal  Poole,  Br.  Al.  C,  It.,  pag.  244,  e,  con  qualche  ti- 
tubsj^  a,  dall' Head,  pag.  76. 

Garrlcci,  Le  monete  dell'Italia  antica^  II,  pag.  135  (ta\ .  CV,  n.  7).. 


117 

una  regione  dove  un  rivo  d'acqua  vai  meglio  di  un  filone 
d*oro  ;  d'altra  parte,  tracce  di  un  culto  fluviale,  diverso  da 
quello  dell'Acheloo,  troveremo  anche  nella  prima  delle  mo- 
nete metaponiine  prese  in  esame  :  a  ragione  quindi  si  può 
dubitare  se  questo  tipo  del  toro  androcelalo,  emesso  su  per 
giù  nella  stessa  epoca  nella  quale  a  Metaponto  si  disegnava 
l'Acheloo  in  figura  umana  a  corna  taurine  ^^\  fosse  destinato 
a  rappresentare  anch'esso  l'Acheloo  medesimo,  o  non  stia 
invece  a  simbolizzare  il  vero  e  proprio  fiume  della  città,  il 
Casuento  (l'attuale  Basento),  o,  come  mi  sembra  anche  più 
probabile,  il  Bradano  che,  oltre  ad  essere  il  maggiore  de' 
due  fiumi  che  abbracciavano,  coH'estrema  parte  del  loro  corso, 
il  territorio  della  città,  era  forse  quello  dalla  cui  vicinanza 
Metaponto  traeva  i  massimi  vantaggi,  anche  di  ordine  com- 
merciale (2). 

Poco  abbiamo  da  trattenerci  sul  toro  androprosopo  di 
Laus.  Questa  città  conia,  fino  dalla  seconda  metà  del  VI  se- 
colo, monete  incuse  i  cui  tipi  ripetono  quelli  della  madre 
patria,  Sibari.  Così  come  quelle  di  Sibari,  le  monete  più  an- 
tiche di  Laus  presentano  il  tipo  del  toro,  con  la  variante 
però  della  faccia  umana.  È  questa  la  più  antica  rappresen- 
tanza che  ne  troviamo  sulle  monete;  e,  al  più,  potrà  dividere 
con  essa  il  primato  di  antichità  quella  delle  dracme  incuse  reg- 
gine (vedi  più  oltre).  Il  fiume  simbolizzato  dalla  figura  taurina  è 
qui  certamente  il  Laos,  omonimo  della  citta  (l'odierno  Lao)  (3). 


(i)  In  verità,  nelle  singole  serie  di  rappresentanze,  ma  specialmente 
in  quelle  nimiismatiche,  è  quasi  sempre  lecito  stabilire  una  successione 
cronologica  in  base  alla  quale  il  dio  fluviale  comparisce  prima  sotto 
l'aspetto  di  loro  androprosopo,  poi  sotto  forma  umana  con  corna  tau- 
Tine.  Però  Tintervallo  di  tempo  che  separa  i  due  tipi  di  rappresenta- 
zioni, è  in  generale  cosi  esiguo,  spesso  anzi  inapprezzabile  (cfr.  Lehnerdt 
in  RoscHEM,  Lex.,  I,  1490),  che  non  si  può,  a  rigore,  escludere  la  con- 
temporanea comparsa  dell'Acheloo  in  due  monete  metapontine  dello 
stesso  periodo,  sotto  il  duplice  aspetto  taurino  ed  umano. 

(2)  Per  la  topografia  di  Metaponto,  vedi  Nissen,  I/ai.  Laitdeskunde, 
II,  pagg.  911  e  segg.,  e  cfr.  "  Not.  Scavi  „,  1877,  pagg.  96  e  segg.,  1883, 
pag-  350. 

(3)  PoOLE,  Br.  M.  C,  It.,  pag.  235  ;  Head,  pag.  74  ;  Babelon,  Tratte, 
li,  1,  pagg.  1419  e  sejìg.  Diverso  è  il  parere  del  Gardner  (Types^  pa- 
gma  88)  sul  significato  del  toro  androprosopo  sui  tipi  italioti;  e  ce  ne 
occupcicmo  in  seguito. 


ii8 

Anche  a  Reggio  le  monete  incuse  più  antiche,  contem- 
poranee air  incirca  di  quelle  di  Laus,  portano  il  tipo  del  toro 
androprosopo,  nel  quale  fu  già  dall' Holm  (Storia  della  Sic. ^ 
I,  pag.  360)  ravvisato  il  simbolo  del  fiume  Apsias,  presso  le 
rive  del  quale  era  stata  fondata  la  città  (i). 

Per  determinare  il  significato  del  toro  androcefalo,  che 
è  il  tipo  comune  del  rovescio  delle  monete  neapolitane,  fa 
d*uopo  richiamarci  ad  un'altra  parte  della  tradizione  mitolo- 
gica spettante  al  ciclo,  dirò  così,  acheloico.  Acheloo,  che  è 
il  progenitore  delle  Ninfe  dell'acqua  e  di  tutte  le  fonti  —  di 
Dirce,  di  Castalia,  di  Kallirrhoe  —  è  fatto  dal  mito  anche 
padre  delle  Sirene,  ch'egli  avrebbe  generato  accoppiandosi 
con  una  Musa  (Calliope,  Melpomene  o  Terpsicore),  oppure 
con  Sterope,  la  figlia  di  Porthaon  (2).  Se  si  pensa  che  Par- 
tenope,  la  divinità  poliade  di  Neapolis,  l'eponima  dell'antica 
città  che  la  tradizione  voleva  distrutta  dai  Cumani  e  da 
loro  stessi  riedificata  sotto  nuovo  nome  (^3),  era  appunto  una 
Sirena,  e  il  culto  di  questa  dea  uno  dei  piij  vetusti  e  impor- 
tanti della  città,  s'intende  facilmente  come  dovesse  imporsi 
all'immaginazione  di  quei  coloni,  accanto  alla  leggiadra    fi- 


(\)  Il  Babelon  (li,  I,  pag.  1469)  sulle  orme  del  Garruccf,  ricorda 
anche  che  uno  dei  parecchi  torrenti  che  raggiungono  il  mare  nelle  vi- 
cinanze di  Reggio,  sembra  essersi  chiamato   Taurociniim. 

(2)  Vedi  le  fonti  della  tradizione  nei  citati  articoli  in  Roscher,  Lex.^ 
I,  7  e  7?.  £".,  r,  215. 

(3)  I  discordi  pareri  sulle  origini  di  Neapolis  si  raggruppano  attorno 
a  due  tesi  distinte:  l'una  vuole  che  la  "  Nuova  Città,,  sia  stata  real' 
mente  preceduta  da  una  "  Città  Vecchia  „  (Palepoli)  il  cui  nome  sarebbe 
stato  appunto  quello  di  Partenope,  e  che  ai  Rodi  dovrebbe  la  sua  fon- 
dazione, secondo  la  notizia  di  Strab.,  XIV,  654  (Pais,  Sloria  della  Si- 
cilia e  della  Magna  Grecia,  pagg.  313  e  segg.;  Busolt,  Griech.  Geschichie, 
P.  pa?.  395);  l'altra  sostiene  invece  che  nessuna  città  esistè  prima  di 
Neapolis,  la  quale  fu  semplicemente  una  colonia  di  Cunia  (Mommsen, 
C  /.  L.,  X,  pag.  170;  BiìLOCH,  Campanietr^,  "  Ergànzungen  „,  pag.  440; 
cfr.  Griech.  Geschichte,  P,  i,  pag.  243;  P,  2,  pag.  230  ;  Byvakck,  De  Ma- 
gnae  Graeciae  hisioria  antiquissinio,  Hagae,  19 12,  prg.  122).  In  ogni 
modo,  un  santuario  della  Sirena  Partenope  doveva  esistere  nel  luogo 
ove  poi  sorse  Neapolis,  anche  prima  della  fondazione  (o  della  riedifi- 
cazione) di  questa  città  da  parte  dei  Cumani  (Beloch,  Griech.  Gesch.y 
loc.  cit.).  Sul  mito  di  Partenope  a  Neapolis,  vedi  Ciaceri,  La  Alessandra 
di  Licofrone,  Catania,  1901,  pag.  241. 


119 

gura  della  Ninfa,  quella  mostruosa  del  padre  sventurato^ 
nella  sua  ipostasi  più  familiare  a  tutto  il  mondo  greco,  e 
come  s'affrettassero  i  Neapolitani,  appena  liberi  dalla  sog- 
gezione di  Cuma,  a  coniare  le  loro  monete  col  tipo  della 
Sirena  Partenope  —  o  di  Pallade  Atena  —  sul  diritto,  e 
con  quello  di  Acheloo  sul  rovescio  (i). 

Anche  un  altro  dio  fluviale  suo  proprio  dovè  riconoscere 
Neapolis:  T  omonimo  del  minuscolo  Sebethos  che  veniva 
quasi  a  lambire  i  margini  meridionali  della  città.  A  questa 
culto  annette  il  Beloch  grande  importanza;  e  lo  considera, 
insieme  a  quelli  di  Partenope  e  di  Afrodite  Euploia,  fra  gli 
antichissimi  che  sopravvissero  alla  colonizzazione  cumana: 
e  ciò  può  ben  ammettersi,  se  si  consideri  la  parte  lasciata 
al  Sebeto  nella  saga  delle  origini  di  Neapolis  (2).  Mancano 
però  a  sostegno  dell'ipotesi  indizi  monumentali  o  tradizioni 
letterarie  ;  poiché  l'asserzione  del  Beloch,  che  "  das  Bild  des 
"  Flussgottes  zeigen  einige  der  àltesten  Munzen  Neapels  „ 
{CampanieHy  pag.  52),  sarebbe  vera  solo  se  volessimo  rico- 
noscere questa  immagine  del  dio  fluviale  nel  toro  androce- 
falo:  ma  il  Beloch  stesso  lo  identifica  col  simbolo  dell' Acheloo 
(Camp.,  pag.  36).  Il  fiume  Sebeto  comparisce  invece  sul  ^ 
di  un  obolo  del  IV  secolo,  in  forma  di  un  giovane  dio  flu- 
viale, accompagnato  dalla  scritta  SEFEIOO^  ;  e  una  sua  edi- 
cola è  ricordata  in  una  tarda  iscrizione  latina  (3).  Non  è  per- 
tanto da  dubitare  che  il  toro  androprosopo  di  Neapolis  stia 
veramente  a  testimoniare  sulle  monete  il  culto  di  Acheloo; 
il  Sebeto  non  vi  comparisce  che  più  tardi,  sporadicamente 
e  sotto  forma  umana,  come  fu  anche  d'uso  comune  rappre- 
sentare, in  ogni  epoca,  le  divinità  fluviali. 


(i)  Le  monete  di  Neapolis  non  cominciano  prima  della  metà  del 
V  secolo,  evidentemente  perchè  non  prima  di  quest'epoca  la  città  avrà 
potuto  rendersi  del  tutto  indipendente  da  Cuma  (Beloch,  Griech.  Gesch.y 
l",  2,  pag.  230;  cfr.  Campanien,  pag.  30).  La  testa  di  Atena  sulle  monete 
neapolitane  è  un  indice  della  colonizzazione  ateniese  della  città  (Beloch, 
Camp.,  paj^.  30;  Pais,  Storia  della  Sic,  pag.  323).  Vedi  la  serie  delle 
monete  neapolitane  in  Sambon,  op.  cit.,  pagg.  173  e  segg.,   193  e  segg. 

(2)  Beloch,  Canipanien^  pagg-  28,  51  e  segg. 

(3)  La  moneta  in  Samhon,  op.  cir.,  pag.  181  e  Hlad,  pag.  40.  Per 
il  culto  del  Sebethos  a  Neapolis,  vedi  Beloch,  Cavip.^  pag.  52. 


I20 


Neapolis  (al  doppio). 

Non  si  dimentichi  per  altro  una  differente  interpretazione 
di  alcuni  i  quali  vedono  nel  toro  delle  monete  neapolitane, 
piuttostochè  la  rappresentazione  deirAcheloo,  il  simbolo  di 
Dionysos  Hebon,  il  cui  culto,  com'è  noto,  fu  assai  diffuso 
nella  Campania  (i).  Questa  ipotesi  fu  formulata,  per  la  prima 
volta,  da  Matteo  Egizio  e,  sulle  sue  orme,  dal  Martorelli  ; 
eppoi  ripresa  e  sostenuta  dall'  Eckhel,  il  quale  volle  dimo- 
strare che  non  solo  in  Campania  ma  anche  in  Sicilia,  il  toro 
androprosopo  inciso  sulle  monete  rappresenta  Dionysos  He- 
bon (2).  Condivisero  più  tardi  il  parere  dell'  Eckhel  —  però 
solo  in  quanto  riguarda  le  monete  campane  e,  al  più,  quelle 
catanesi  —  il  Lenormant  (in  Daremberg-Saglio,  I,  620),  il 
Gruppe  (anche  riguardo  a  Tauromenium  ;  Griech.  Myth.,  I, 
P^Rg"-  3^7'  3^^'  noi^  6),  il  Gardner  [Types,  pag.  183),  al 
quale,  nell'asserire  che  i  fiumi  non  ebbero  culto  speciale  in 
Campania  e  che,  per  questo,  il  toro  androprosopo  non  dovè 
stare  sulle  monete  ad  indicare  un  fiume,  sfuggirono  i  legami 
del  mito  che  riunivano  Neapolis  alTAcheloo,  riguardato  quale 
padre  della  Sirena  Partenope  e  perciò  lì  onorato,  indipen- 
dentemente dalla  sua  identificazione  con  qualsiasi  fiume  (3). 


(i)  Su  questo  cuìro  c'informa  Macrobio,  Saturn.,  I,  18,  9;  il  dio  è 
chiamato  nelle  epigrafi  ó  èttt'f avéorato;  ftióc  (/.  C,  "  ft.  Sic.  „,  nn.  716, 
717)  ed  era  venerato  nei  Misteri  dionisiaci  ncapolitani  (vedi  Farnjell, 
The  Cults  of  the  greek  staies,  Oxford,  1896-1909;  V,  pag.  286).  Il  Beloch 
crede  questo  culto  originano  da  Cuma  {Cantpanien,  pag.  157)  e  più  re- 
mote origini  beotiche  gli  ascrive  il  Gruppe  {Gr,  Myth.,  I,  pag.  367) 

(2)  V'idi,  anche  per  tutta  la  storia  della  questione,  Eckhel,  Docir. 
JSum.  vet.,  1,  Diss'  rt.  Ili,  pagg.  129  e  segg, 

(3)  Un  .ilro  sostenitore  della  tesi  dt-lT  Eckhel  fu  il  Sacken  (Z)/V  a«/. 
Bronzen  der  k.  k.  Miim^und  Antìken    Cabinetes   in    Wien.    Wien,  1871, 


121 


Qualcuno  ha  considerato  senz'altro  questa  pretesa  rap- 
presentazione di  Dionysos  Hebon  sotto  forma  taurina  in  Cam- 
pania, come  un'erronea  deduzione  dalla  notizia  di  un  antico 
erudito,  basata  appunto  sulla  falsa  interpretazione  di  questi 
tipi  monetari  (i).  Le  testimonianze  di  un  culto  di  Dionysos 
Hebon  —  epiteto  ignoto  al  di  fuori  della  Campania  —  sono 
in  realtà  tutte  di  epoca  molto  recente  (2);  ma,  com'è  il  parere 
del  Beloch,  questo  dio  fu  certamente  conosciuto  e  venerato 
fin  da  antico  in  Neapolis,  che  dovette  riceverlo  da  Cuma. 
Dioniso  è  del  resto  una  delle  divinità  che  emigrarono  in  Oc- 
cidente con  la  corrente  colonizzatrice  beoto-ionica  (calcidese); 
e  qua,  sede  principale  del  suo  culto  fu  Nasse,  in  Sicilia,  che 
s'ebbe  forse  dalla  fertile  isola  egea  il  nome  e  la  divinità  pa- 
trona della  città.  E  la  testa  di  Dioniso  è  appunto  il  tipo  delle 
più  antiche  monete  di  Nasso  (dal  480  a.  C.  in  poi,  per  tutto 
il  corso  del  V  secolo  :  Hill,  pag.  39  ;  Head,  pagg.  159  e 
segg.)  ;  su  di  esse  il  dio  è  rappresentato  barbato  e  coronato 
di  quercia,  alla  moda  arcaica.  Se  i  cittadini  di  Catana  aves- 
sero voluto  incidere  sulle  loro  monete  la  figura  di  questo 
dio,  avrebbero  preso  a  modello  i  coni  di  Nasso,  loro  madre 
patria,  piuttosto  che  rappresentare  Dioniso  in  una  foggia 
poco  familiare  all'arte  greca,  la  quale,  se  conosce  e  fa  ricor- 
dare spesso  l'origine  e  la  natura  taurina  del  dio,  non  è  usa 
a  raffigurarlo  sotto  l'ipostasi  del  toro  (3). 


P^r^S-  59  ^  segg.),  il  quale  crede  che  anche  il  toro  androprosopo  di  Gela 
e  di  Selinunte  rappresenti  Dionysos.  Vedi  la  bibliografìa  dell'argomento 
alla  nota  9  delia  pag.  59. 

(1)  Nel  passo  citato  (Safurn.,  I,  18,  9),  Macrobio,  accennando  ai  vari 
aspetti  in  cui  si  suole  rappresentare  Dioniso  —  simulacra  parihn  ptte- 
y'tli  aetaie  partim  juvetiili  fingimi  —  aggiunge  semplicemente  :  "  Prae- 
"  terea  barbata  specie,  senili  quoque,  uti  Graeci  eius  quern  paaoapéot, 
"-  item  qnem  Ppioéa  appellant,  et  ut  in  Campania  Neapolitani  celebrant 
"•  "il^cuva  c(»gnominantes  „.  Della  figura  taurina  non  si  fa  in  verità  pa- 
rola. Clr.  SroLL  in  Roscher,  Lex.,  I,  1149. 

(2)  Le  due  epigrafi  già  ricordate  (/.  C,  XIV,  716,  717)  suno  di  epoca 
romana  (cfr.  C.  l.  G,  III,  5790,  5790  b,  pagg.  722,  1255J. 

(3)  L'origine  taurina  di  Dionysos  sarebbe  denunziata  dal  fatto  che 
esso  ha  sostituito,  in  alcune  regioni  (per  esempio  nell' Elide),  rautico 
feticcio  del  toro  simbolizzante  il  Sole  che,  al  suo  passaggio  per  questa 

•costellazione  zodiacale,  raggiunge  la  sua  massima  potenzialità    ed    effi- 

9 


1 


122 

Ma,  per  quanto  riguarda  Neapolis  —  e  di  conseguenza 
le  altre  città  campane  —  credo  sia  da  accogliersi  senz'altro 
la  felice  ipotesi  del  Sambon.  L'insigne  studioso  della  numi- 
smatica dell'Italia  antica  non  esita  naturalmente  a  ricono- 
scere l'Acheloo  nella  figura  taurina  dei  didracmi  neapoli- 
tani  ;  e  si  sofferma  anzi  a  far  notare  l'affinità  di  alcuni  tipi 
neapolitani  del  IV  secolo  con  quelli  acarnanici  :  tali  somi- 
glianze spiega  coi  frequenti  rapporti  commerciali  tra  Napoli 
e  la  costa  occidentale  della  Penisola  Ellenica  in  quest'epoca, 
né  trascura  di  ricordare  la  tradizione  secondo  la  quale,  nel 
più  remoto  periodo  dell'espansione  greca  in  Occidente,  si 
sarebbero  stabiliti  a  Capri  quelli  stessi  Telebi  che  si  ritro- 
vano nelle  piccole  isole,  chiamate  appunto  Teleboidi,  fra 
l'Acarnania  e  l'isola  di  Leucade  (Verg.  Acji.,  VII,  733  segg.  ; 
Tac.  Ann.,  IV,  67;  Plin.  Nat  HisL,  IV,  12,  53).  Ma  il  Sam- 
bon ammette  la  possibilità  che  i  neapolitani,  perduto  di  vista 
il  significato  originario  della  figura  taurina,  l'abbiano  a  poco 
a  poco  rivestita  di  un  nuovo  carattere,  fino  a  riconoscervi 
l'immagine  simbolica  di  quel  Bacchus  Hebon,  il  cui  culto, 
dopo  la  fine  del  IV  secolo,  andava  assumendo  importanza 
sempre  maggiore,  come  dimostra  anche  l'abbondanza  di  sog- 


cacia  generativa  e  fertilizzante  (cfr.  Grcppe,  Gr.  Myth.,  II,  pag.  1427)^ 
Ma  se  gli  epiteti  dati  al  dio  nelle  formule  del  culto  e  in  allusioni  delle 
fonti  scritte  ci  presentano  assai  di  sovente  un  Dioniso  concepito  setto 
il  simbolo  del  toro  (ricordo  solo  Pluf.,  De  Is.  et  Os.,  35:  taupójjiopcpa 
Atovuaou  TCOioùaiv  àYaXjiaxa  tzoWoX  tcLv  'EXX*f]vu)v),  non  consta  che  l'arte 
abbia  dato  espressione  a  questa  forma  di  rappresentazione:  in  generale 
essa  si  è  limitata  ad  assegnare  al  nuovo  dio  alcuni  attributi  dell'antico 
feticcio  taurino  (le  corna  o  la  pelle),  raffigurandolo,  nel  periodo  arcaico, 
in  forma  di  uomo  barbato,  e  più  tardi,  dal  V  secolo  in  poi,  con  aspetto 
giovanile  (vedi  Stoll  in  Roscher,  Lex.,  I,  1149;  Kern  in  R.  E.,  V^ 
1041,  1044  e  segg.  Lenormant  in  Daremberg-Saglio,  I,  619,  attribuisce 
una  parte  più  notevole  all'ipostasi  taurina  di  Dioniso  nell'arte;  ma  il 
solo  gruppo  di  monumenti  ch'egli  cita  in  proposito  —  a  lato  di  altri 
due  o  tre  meno  significativi  ed  esibenti,  del  resto,  la  figura  del  toro 
ordinario  e  non  quella  del  toro  androcefalo  —  è  questo  appunto  delle 
monete  di  Neapolis  e  di  Catana).  E,  in  generale,  "  bei  den  Griechen 
"  finden  wir  kaum  ein  bemerkenswerthes  Beispiel  dass  ein  Gott  in 
"  volstàndiger  Thiergestalt  vorgestellt  oder  nach  ihr  genannt  wàre  „. 
(Welcker,  Griech.  Gòtterlehre,  I,  pag.  63  ;  cfr.  II,  pag.  597  e  segg.,  e 
vedi  quanto  scrive  lo  stesso  Sacken,  op.  cit.,  pag.  59). 


123 

getti  relativi  ai  misteri  dionisiaci  sui  vasi  campani  (').  La  tesi 
del  Sambon  è  da  ritenersi  la  più  prossima  al  vero  ;  e  ve- 
dremo in  seguito  com'essa  debba  applicarsi  anche  ad  alcune 
apparizioni  del  toro  androprosopo  su  monete  siciliane,  ove 
sarebbe  difficile  riconoscere  al  mostro  la  funzione  di  simbolo 
fluviale. 

III. 

Ritorniamo  ora  al  primo  gruppo  di  monete,  le  quali 
portano  l'eflìgie  del  toro,  rappresentato  sotto  il  suo  aspetto 
ordinario:  come  risulta  dal  nostro  specchietto,  questo  gruppo 
comprende  i  due  coni  della  prima  e  seconda  Sibari,  i  tre 
tipi  di  Turii,  gli  stateri  d'argento  di  Posidonia  e  di  Siris 
e  un  "  hecte  „  di  Metaponto. 

Il  significato  della  figura  taurina  si  presenta  su  tutte 
queste  monete  assai  pili  incerto;  conseguenza  di  tale  incer- 
tezza è  la  diversità,  ed  il  contrasto  anzi,  delle  interpretazioni 
per  essa  proposte.  Su  un  punto  solo  sembrano  concordare 
i  pareri  degli  studiosi:  sul  carattere  fluviale  del  toro  degli 
stateri  di  Turii  (2.°  e  3.°  tipo  della  nostra  serie);  carattere 
che  sarebbe  in  modo  abbastanza  palese  indicato  dal  pesce 
che  è  di  solito  inciso  nell'esergo,  e  dall'aspetto  stesso  del 
toro,  rappresentato  nell'atto  di  slanciarsi  alla  carica,  quasi  a 
render  l'immagine  dell'impeto  delle  acque  del  fiume.  Questo 
,So'j;  Oo'jzio;  starebbe  a  simbolizzare  qui,  secondo  alcuni,  la 
fonte  Oooiia,  la  quale  pare  sgorgasse  fuori  dalle  rocce  nelle 
vicinanze  della  città  che  da  essa  appunto  avrebbe  preso  il 
nome;  secondo  altri,  esso  raffigurerebbe  invece,  più  sempli- 
cemente, il  fiume  Crathis  (2). 

Ma  nel  toro  Sibarita,  accanto  a  coloro  che    lo    conside- 


(1)  Samhon,  Monnai^'s  uni.  de  l'Italie,  I,  piig.  173,  nota  i  e  pag.  181. 
Alla  tesi  del  Sambon  aderisce  I'Hiìad,  pag.  39.  Sulla  sostituzione  di  si- 
gnillcato  intravista  dai  Sambon  influirono  indubbiamente  le  affinità  che 
ravvicinano  Acheloo  a  Dioniso,  sia  nel  culto  —  specie  quale  esso  era 
in  Acarnania  e  in  Etolia  —  sia  negli  elementi  originari  costitutivi  delle 
due  figure  divine  (Guuppe,  Griech.  Myih.,  I,  pag.  343). 

(2)  Alla  prima  tesi  è  favorevole  il  Gahdnkk,  Typ.,  pag.  123;  alla 
seconda  THead,  pag.  87. 


124 

rano  come  un  simbolo  del  fiume  Crathis,  v'è  chi  vede  sol- 
tanto un  rappresentante  dell'armento  bovino,  fonte  di  ric- 
chezza per  la  città,  e  chi  lo  riguarda  invece  come  un  em- 
blema del  culto  di  Posidone,  che  gli  Achei  avrebbero  por- 
tato dalla  madre  patria  nelle  loro  colonie,  denominando  anzi 
dal  nome  di  questo  dio  una  di  quelle  città,  Posidonia  (i).  La 
stessa  divergenza  di  interpretazioni  si  ripete  pei  tipi  di  Po- 
sidonia, nella  cui  figura  taurina  non  si  può  non  riconoscere 
uno  sviluppo  di  quella  di  Sibari;  sicché  anch'essa  viene  ri- 
guardata come  la  rappresentazione  di  un  fiume  oppure  del 
dio  protettore  della  città,  di  quel  Posidone  che  è  raffigurato 
in  atteggiamento  pieno  di  fierezza  e  di  maestà,  sul  diritto 
delle  stesse  monete  (Head,  pag.  80). 

In  verità,  la  figura  del  toro  ordinario,  a  differenza  di 
quella  del  toro  androprosopo,  riveste,  nelle  arti  rappresen- 
tative e,  per  quel  che  particolarmente  ci  concerne,  sulle  mo- 
nete, un  significato  di  volta  in  volta  diverso,  nelle  differenti 
località  e  nelle  varie  epoche,  a  seconda  dei  culti  o  delle  leg- 
gende predominanti  nelle  singole  regioni  (2),    È    noto  d'altra 


(i)  Per  il  CraUiib  sianm;  n  uaiu-j.dxn,  i  ntuc,  11,  i,  pagg.  I412  e  segg. 
e  r  Head,  pag.  84;  la  seconda  interpretazione  è  quella  del  Pais,  S/orm 
della  Sic,  pag.  36,  seguito  dal  Bu.solt,  Griech.  Gesch.,  P,  pag.  399,  nota  3 
(vedi  anche  Millingen,  Consid.,  pag.  10);  per  Posidone  sta  infine  il 
Gardner,  TypeSj  pagg.  38  e  segg.,  il  quale  è  pertanto  costretto  ad  am- 
mettere che  il  toro  sibarita,  passando  sulle  monete  di  Turii,  mutò  si- 
gnificato e,  anziché  rappresentare  il  dio  del  mare,  divenne,  quale  fjohi 
Ooópios,  un  simbolo  fluviale.  Indirettamente  si  dichiara  contrario  a  rico- 
noscere in  queste  figure  taurine  un  simbolo  fluviale  il  Leiinerdt  (in 
RoscHER,  Lex.,  I,  1489),  in  quanto  afferma  che  "  i-t  in  der  That  kein 
"  Monumeut  bekaunt,  wo  ein  Fiussgott  als  reiner  stier  erschiene  „.  Per 
la  figura  taurina  in  rappresentanza  di  Posidone  sulle  monete,  vedi 
EcKHEL,  Doctrina  Num.  vet.,  I,  Dissert.  Ili,  pagg.  129  e  segg.;  sul  toro 
nel  culto  di  Posidone,  vedi  Groppe,  Griech.  Myth.,  II,  pag.  I138. 

(2)  In  Macedonia,  sulle  monete  di  Orrescii,  troviamo  disegnati  i 
buoi  intenti  al  lavoro  dei  campi  (Im.-Bl. -Keller,  tav.  Ili,  n.  27,  pag,  20; 
Head,  pag.  195);  sui  tipi  delle  città  cretesi,  il  toro  con  i  piedi  legati, 
come  a  Phaistos,  ricorda  una  delle  imprese  di  Eracle  (Im.-Bl.-Keller, 
tav.  HI,  n.  32,  pag.  21;  Head,  pag.  473),  oppure  è  il  simbolo  del  mito 
di  Europa,  come  a  Phsistos  stessa  (Head,  pag.  473)  o  a  Lappa  (Im.-Bl.- 
Keller,  tav.  III,  n.  42,  pag.  22;  Head.  pag.  470):  ma  in  qualche  altra 
località,  anche  al  di  t'uori  dell'Occidente  greco,  lo  vediamo  comparire 
in  funzione  ai  simbolo  fluviale. 


125 

parte  che  ii  toro  si  trova  fra  gli  animali  che  stanno  al  se- 
guito di  Posidone  e  di  Dioniso  e  che  anzi,  quest'ultimo  dio 
è  spesso  raffigurato,  se  non  in  fii^ura  taurina,  almeno  però 
con  attributi  propri  di  quella  fiera  (i).  S'intende  bene,  così, 
come  il  IVIillingen  e  il  Pais  abbiano  pensato  che  i  coloni  di 
Sibari  e  di  Siris  incidessero  sulle  loro  monete  il  toro,  quale 
indice  delle  prospere  condizioni  agricole  di  quelle  regioni, 
seguendo  del  resto  in  ciò  una  consuetudine  generale  degli 
italioti  a  cui  ho  già  accennato  (pag.  112,  nota  i)  e  della  quale 
sono  tipico  esempio  i  coni  incusi    di    M'i^taponto    esibenti   la 


/ 


Sybaris  (al  doppio). 


spiga  di  grano,  emblema,  almeno  in  origine,  non  del  culto 
di  Demetra,  come  generalmente  si  crede,  ma  della  coltiva- 
zione dei  cereali  (2).  Meno  giustificata  è  l'ipotesi  del  Gardner, 


(i)  Cfr.  quanto  ho  scritto  a  pag.  121,  nota  3. 

(2)  L'interpretazione  corrente  della  spiga  di  grano,  sulle  monete 
arcaiche  di  Metaponto,  come  simbolo  di  Denictra,  ha  generato  l'opinione 
comunemente  accolta,  che  il  culto  di  questa  dea  sia  stato,  tìn  da  antico, 
il  più  importante  della  città;  mentre  altri  vede  in  Apollo  il  dio  princi- 
pale dei  Metapontini  (Busolt,  Griecìi.  Gesc/i.,  I^,  pag.  41 1).  In  realtà  la 
spiga  di  grano  è  piuttosto  uno  "  stemma  „  della  città,  che  ne  riassume 
il  carattere  essenzialmente  agricolo  (Busolt,  pag.  cit.,  nota  2),  ed  è 
tipo  che  si  ripete  costante  sulle  monete  di  Metaponto,  in  unione  con  la 
figura  di  divinità  diverse.  È  inoltre  da  not;ire  ciie  la  spiga  di  grano  è 
attributo  di  Demetra  solo  nel  cullo  eleusino  (/(*.  /'..,  IV,  2749). 


120 


che  il  toro  stia  sulle  monete  italiote  (all' infuori  di  quelle  di 
Turii)  a  simbolizzare  il  culto  di  Posidone.  Mancano  argo- 
menti per  sostenere  siffatta  tesi;  giacché  questo  culto  non  è 
testimoniato  altrimenti  per  Sibari,  per  Siris  e  per  Metaponto, 
mentre  a  Posidonia,  dov'esso  teneva  invece  il  primo  posto 
fra  quelli  della  città,  la  magnifica  figura  del  dio  occupa  tutto 
intiero  il  campo  degli  antichi  stateri  incusi  e  delle  successive 
monete.  La  comparsa  in  queste  del  toro  sibarita  (sul  rove- 
scio dei  tipi  con  Posidone)  non  convalida,  ma,  secondo  me, 
infirma  la  teoria  del  Gardner. 

Io  credo  invece  che  la  figui'a  del  toro  sia  dappertutto, 
su  queste  monete,  un  simbolo  fluviale. 

E  se  ne  osservi,  in  primo  luogo,  il  disegno  sui  diversi 
tipi.  II  toro  delle  monete  della  prima  e  della  seconda  Sibari 
e  di  quelle  di  Siris  è  evidentemente  lo  stesso;  e  se  lo  rav- 


Laos  (al  doppio). 

viciniamo  al  toro  androprosopo  degli  stateri  di  Lao,  ci  ac- 
corgiamo subito  della  stretta  parentela  che  intercede  fra 
questo  e  quelli.  Sul  rovescio  degli  stateri  di  Posidonia,  l'at- 


Poseidonia  (al  doppio). 


127 

teggiamento  del  toro  è  un  po'  mutato:  l'animale  non  è  più 
disegnato  immobile,  fermo  sulle  quattro  zampe  e  voltato  a 
guardare  indietro;  ha  invece  la  testa  protesa  in  avanti,  al- 
quanto abbassata,  come  si  preparasse  a  camminare.  In  una 
posa  identica  lo  vediamo  ritratto  sui  coni  più  antichi  di 
Turii,  dai  quali  derivano,  con  progressivo  sviluppo,  i  tipi 
successivi  dei  nummi  del  V  e  del  IV  secolo,  sui  quali  il  toro 
ha  accentuato  la  sua  posizione  di  marcia,  fino  ad  apparire, 
sui  tipi  più  tardi,  come  lanciato  ad  un  furioso   galoppo.   Fi- 


Thurioi  (al  doppio). 

nisco  con  un  raffronto  dei  disegni  metapontini:  questa  città 
che  incide,  nelle  sue  monete  del  V  secolo,  una  testa  di  toro 
androprosopo,  a  rappresentare  uno  dei  fiumi  che  le  erano 
sacri  (sia  esso  qui  l'Acheloo  o  il  Bradano),  aveva  già  co- 
niato un  antico  "  sesto  „  incuso,  probabilmente  anteriore  al 
500,  con  una  testa  di  toro. 

Da  tutto  ciò  è  facile  tirare  la  conclusione  :  dovunque, 
sulle  monete  delle  città  italiote,  troviamo  il  toro  ordinario, 
lo  vediamo  sempre  svilupparsi,  in  tipi  derivati  e  più  tardi, 
in  una  figura  taurina  che  ha  evidenti  le  caratteristiche  del 
simbolo  fluviale;  sia  questo  il  toro  androprosopo  di  Lao  e 
di  Metaponto  o  il  toro  caricante,  accompagnato  dal  pesce, 
degli  stateri  di  Turii.  Quando  dunque,  poco  dopo  la  metà 
del  VI  secolo,  le  città  della  Magna  Grecia  hanno  incomin- 
•ciato  a  batter  n'.oneta,  gli  artisti  di  quelle  zecche  adottavano 


128 

ancora,  come  simbolo  della  divinità  fluviale  —  e  fors'anche 
dell'Acheloo  stesso,  perchè  nulla  vieta  di  identificare  col  dio 
acarnano-etolico  la  testa  di  toro  dell'antica  "  hecte  „  meta- 
pontina  (i)  —  la  figura  del  toro  ordinario.  Seguendo  la  cor- 
rente predominante  nelle  arti  rappresentative,  questa  figura 
si  è  trasformata  ben  presto  in  quella,  pili  significativa,  del 
toro  androprosopo;  e  a  Turii,  dove,  per  ragioni  che  chia- 
merò "  araldiche  ,;,  si  è  preferito  conservare  intatta  la  figura 
taurina  che  era  stata  lo  stemma  di  Sibari,  alle  mosse  del 
toro  fu  aggiunta  Tevidenza  dell'impeto  e  dello  slancio  delle 
acque  torrenziali,  indicate  anche  chiaramente  dal  pesce  na- 
tante nella  stessa  direzione  del  toro. 

Ho  detto  che  quando  le  città  italiote  emisero  i  primi 
tipi  monetari,  gli  artisti  che  li  disegnarono,  "  adottavano  an- 
cora „  la  figura  del  toro  ordinario  come  simbolo  fluviale  : 
intendevo  con  ciò  significare  che  il  loro  disegno  presentava 
già  fin  d'allora  un  carattere  arcaicizzante,  giacché  la  sosti- 
tuzione del  toro  androprosopo  al  semplice  toro  doveva  es- 
sere ormai  un  fatto  compiuto.  Ed  ecco  perchè  Laus,  le  cui 
prime  monete  non  possono  essere  che  di  qualche  decennio 
posteriori    a    quelle    di    Sibari    e    di  Siris  (2),    disegna  già  il 


(r)  Cfr.  Head,  pag.  75. 

(2)  Benché  alcuno  giudichi  in  modo  diverso  (L.acava,  Del  silo  di 
Blanda,  Lao  e  Tebe  Lucana,  Napoh,  1891,  pag.  37),  è  evidente  che  Laus 
fu  fondata  dai  Sibariti,  a'  cui  floridissimi  collimerei  necessitava  uno 
sbocco  sul  Tirreno  (Nissen,  Ital.  Landesk.^  II,  pag.  921),  qualche  decennio 
prima  della  loro  caduta  (Busolt,  Griech.  Gcsch.,  I-,  pag.  400;  Beloch, 
GriecJi.  Gesch.,  1-,  i,  pag.  238)  forse  anteriormente  alla  fondazione  della 
stessa  Posidonia  (vedi  Pais,  Storia  della  Sic,  pag.  247;  Galli,  Per  la 
Sibarilide,  Acireale,  1907,  pag.  119;  Byvanck,  De  Mngnae  Gracciae  hist., 
pag.  108);  e  quest'ultima  città,  la  cui  esistenza  alla  metà  del  VI  secolo 
si  rileva  da  Erodoto  (1,  167),  era  probabilmente  già  in  vita  da  un  pezzo 
all'epoca  del  ricordo  erodoteo  (vedi  Pais,  Storia  della  Sic,  pag.  246  e 
app.  IX;  Beloch,  Griech.  Gesch.,  1^,  2,  pag.  230).  Non  è  verosimile 
però  che  Lao,  la  quale  non  fu  fino  al  510  che  uno  scalo  commerciale 
della  sua  grande  metropoli,  abbia  battuto  moneta  prima  di  Sibari  :  e 
perciò  i  suoi  tipi  col  toro  androprosopo  saranno  certo  posteriori  a  quelli 
sibariti  col  toro  comune,  e  quindi  anche  per  il  disegno  i  primi  derivati 
dai  secondi.  Mi  sembrerebbe  anzi  piij  naturale  pensare  che    Lao  abbia. 


7 


129 

fiume  omonimo  della  città  sotto  forma  di  toro  androprosopo 
(insieme  a  quello  di  Reggio,  l'esempio  più  antico  che  cono- 
sciamo), mentre  il  toro  comune  si  mantiene  immutato,  per 
forza  di  tradizione,  a  Sibari,  fino  alla  caduta  della  città 
{510  a.  C.)  e  si  ripete  poi  sui  tipi  di  Posidonia  per  ragioni 
che  potrei  anche  qui  chiamare  araldiche  e  che  meglio  indi- 
cherò come  politiche:  delle  quali  vengo  ora  a  parlare. 

Riprendiamo  la  tesi  del  Gardner  (vedi  pag.  126),  che  il 
toro  sulle  monete  di  Sibari  e  di  Posidonia  sia  l'emblema  del 
culto  di  Posidone:  come  ho  detto,  la  comparsa  del  toro  si- 
barita sul  rovescio  dei  tipi  posidoniati  rappresenta  un  argo- 
mento in  opposizione  a  questa  teoria. 

Secondo  la  tradizione  generalmente  accolta,  Sibari  sa- 
rebbe stata  fondata  da  coloni  achei  e  trezeni,  che  avevano 
scelto  a  loro  ecista  un  certo  Is  di  Elice  (i).  In  progresso  di 
tempo,  intervenute  gravi  discordie  fra  i  due  principali  ele- 
menti costitutivi  della  città,  i  trezeni,  che  dovevano  essere 
in  minoranza  di  numero,  si  videro  costretti  a  sloggiare,  ed 
andarono  a  fondare  sulle  coste  tirrene,  presso  le  foci  del 
Silaro,  la  nuova  colonia  di  Posidonia  (2).  Di  lì  a  non  molto 
però,  la  potenza  e  l'orgoglio  dei  sibariti  furono  fiaccati  nella 
guerra  contro  Crotone.  Rovinosamente  vinta,  Sibari  fu  di- 
strutta (510  a.  C.)  e  i  suoi  cittadini  costretti  ad  emigrare  in 


cominciato  a  coniare  i  suoi  stateri  solo  verso  il  500,  posteriormente  cioè 
alla  caduta  di  Sibari.  Anche  Scidro,  fondata  dai  Sibariti,  a  simiglianza 
di  Lao,  nel  periodo  della  loro  massima  espansione  commerciale  e  presso 
a  poco  dunque  alla  stessa  epoca  (Pais,  op.  cit.,  pag.  247  ;  Busolt,  op. 
cit.,  1-,  pag.  400;  Galli,  Sibarit ,  pagg.  119  e  segg.),  non  battè  mai  mo- 
neta per  proprio  conto,  nemmeno  dopo  la  catastrofe  della  madre  patria, 
di  cui  risenti  forse  il  contraccolpo  più  rudemente  della  città  sorella. 

(i)  La  fonte  principale  della  tradizione  è  Strabone,  VI,  pag.  263; 
della  partecipazione  dei  Trezeni  serba  il  ricordo  Aristotele,  Pol.^  V,  5» 
IO  (pag.  1303).  Vedi  Pais,  Storia  della  Sic,  pag.  190  e  Ricerche  sloriche 
e  geogr.  sull'Ital.  ani.,  pagg.  43  segg.;  Busolt,  Griech.  Gesc/i.,  V\  pag.  398. 

(2)  Secondo  un'interpretazione  delle  fonti  proposta  dal  Pais  [Storia 
della  Sic,  app.  IX,  pagg.  533  e  segg.)  e  accolta  favorevolmente  (cfr. 
Busolt,  Griech.  Gesch.^  1",  pag.  400;  Byvanck,  op.  cit.,  pag.  iio).  Con 
essa  sembrano  concordare  i  dati  offei  ti  dalle  monete. 


I30 

altre  terre  in  cerca  di  asilo  (i).  Qualche  decennio  piij  tardi, 
approffittando  della  debolezza  di  Crotone,  dilaniata  dalle  di- 
scordie civili  suscitate  dal  movimento  pitagorico,  i  Sibariti 
tentarono,  con  l'aiuto  dei  Posidoniati,  di  ricostruire  la  loro 
città;  ma,  dopo  esservisi  mantenuti  cinque  anni  (453-448),  ne 
furono  di  nuovo  scacciati  dai  Crotoniati.  Chiamarono  essi  al- 
lora nuovi  coloni  dalla  Grecia  ;  e  ne  vennero  da  ogni  regione, 
e  a  capo  dell'impresa  si  pose  Atene  che  stava  allora  ag- 
giungendo successo  a  successo  nella  sua  attiva  e  feconda 
politica  occidentale.  Fu  fondata  così,  nell'anno  attico  444-3, 
nel  luogo  ov'era  sorta  l'antica  Sibari,  la  città  che  si  chiamò 
più  tardi  Turii.  Ma  i  sibariti  non  poterono  ottenere  —  o 
mantenere  —  nella  nuova  colonia  la  posizione  privilegiata 
che  avevano  sperato;  dovettero  perciò  s'oggiare  anche  di 
qui,  e  fondarono  allora  una  nuova  (terza)  Sibari  sul  fiume 
Traente  (2). 

Vediamo  ora  se  e  come  i  tipi  delle  monete  accompa- 
gnano lo  svolgersi  di  questi  avvenimenti.  I  coloni  stabilitisi 
a  Sibari  non  poterono  coniare  che  per  pochi  decenni  :  dalla 
metà  del  V  secolo  circa  al  510,  anno  della  distruzione  della 
città.  Perciò  le  loro  monete  non  presentano  che  un  solo  tipo: 
quello  del  toro  incuso.  Ed  è  esso  il  fiume  Crathis,  la  cor- 
rente benefica,  irrigatrice  e  fecondatrice  della  pianura,  fat- 
tore indispensabile  di  produzione  e  di  vita  Ì3\   Ma  i  trezeni, 


(i)  Per  la  storia  di  questo  periodo,  vedi  Galli,  Per  la  Sibaritide, 
pagg.  56  e  segg.,  139  e  segg.  ;  Beloch,  Griech.  Gesc/i.,  1-,  i,  pag.  383. 
La  tradizione  vuole  che  Lao  e  Scidro  abbiano  ospitato  i  Sibariti  cac- 
ciati dalla  loro  città  (le  fonti  raccolte  da  Byvan'CK,  op.  cit.,  pag.  126, 
nota  2). 

(2)  Beloch,  Griech.  Gesch.,  IP,  i,  pagg.  199  e  segg.  Sulla  fondazione 
di  Turii,  vedi  Galli,  Per  la  Sibaritide,  pagg.  144  e  segg.  Per  Sibari 
sul  Traente,  vedi  anche  Nissen,  Ital.  Landesk.,  II,  pag.  935.  Sulle  vicende 
dei  Sibariti,  dopo  la  distruzione  della  loro  città,  vedi  le  conclusioni  del 
Kahrstedt,  Ziir  Geschichte  Grossgriechenlands  in  V  Jahrhunderi^  in 
"  Hermes  „  LUI  (1918),  pag.  180  e  segg. 

(3)  Non  soltanto  per  Sibari  fu  il  Crathis  oggetto  di  venerazione, 
fin  dai  tempi  più  antichi  ;  anche  il  giovane  dio  fluviale  che  occupa  il 
rovescio  delle  monete  di  Pandosia  della  seconda  metà  del  V  secolo,  è 


131 

costretti  a  cercarsi  una  nuova  dimora  e  stabilitisi  alle  foci 
del  Silaro,  imprimono  le  loro  monete  con  un  tipo  diverso  ; 
con  la  figura  del  loro  dio  piìi  venerato,  di  Posidone,  la  cui 
religione  non  avevano  forse  potuto  far  prevalere  sufficien- 
temente fra  i  coloni  di  Sibari  ;  quivi  infatti  di  un  culto  di 
Posidone  manca  qualsiasi  testimonianza  (i).  Ma  nel  secolo 
seguente,  le  monete  posidoniati  si  arricchiscono  di  un  nuovo 
tipo  :  del  toro  sibarita,  leggermente  modificato  nel  disegno. 
Il  suo  significato  non  può  essere  dubbio:  poiché  i  Trezeni 
ben  altrimenti  disegnavano  sulle  loro  monete,  fin  dalla  prima 
emissione,  la  venerata  loro  divinità  marina,  così  il  toro  non 
potrà  esser  qui  in  rappresentanza  di  Posidone;  non  resta 
allora  che  attribuirgli  quel  valore  che  già  avevamo  proposto 
di  riconoscergli  sui  coni  sibariti,  quello  cioè  di  simbolo  flu- 
viale. L'accoglimento  dello  "  stemma  „  di  Sibari  sulle  mo- 
nete di  Posidonia  sarà  dovuto  certamente,  come  ha  sugge- 
rito il  Pais,  all'arrivo  nella  città  tirrenica  di  un  abbondante 
nucleo  di  fuggiaschi  sibariti,  i  quali  avranno  prescelto  a  loro 
nuova  dimora,  insieme  agli  stabilimenti  di  Laus  e  Scidrus 
da  loro  stessi  fondati,  anche  la  prospera  colonia  edificata  dai 


chiaramente  identificabile  col  fiume  Crathis,  il  cui  nome  è  inciso  nel 
campo,  a  fianco  della  figura  (Head,  pag.  105).  Del  tutto  favorevole  alla 
nostra  tesi,  ci  si  presenta  un  antico  staterò  d'argento  incuso,  coniato 
quale  moneta  d'alleanza  fra  Crotone  e  Pandosia,  alla  fine  del  VI  secolo 
(Head,  pag.  95):  esso  esibisce  sul  diritto  il  tipo  crotoniate  del  tripode 
delfico,  e  sul  rovescio  il  toro  sibarita,  con  la  leggenda  IIANAO  (llav- 
JoG'.a).  Questo  toro  è  evidentemente  il  predecessore  del  giovane  dio 
fluviale  delle  monete  più  tarde,  e  sta  a  dimostrare  che,  nel  VI  secolo, 
anche  a  Pandosia  si  rappresentava  il  Crathis  con  lo  stesso  simbolo  in 
uso  a  Sibari. 

(i)  I  tipi  delle  monete  di  Trezene  (Head,  pag.  443)  sono  informati 
al  culto  delle  due  divinità  più  venerate:  Atena  e  Posidone;  Faus.,  II, 
30.  6;  xal  hi  xal  vópLiojJioc  abxolz  xò  àpy^alov  ènóa7]|xa  e/et  Toiatvav  v.al  AQvjvà'; 
Kpóotoitov  :  la  testa  di  Atena  è  di  solito  sul  diritto,  il  tridente  di  Posidone 
sul  rovescio.  Sull'eminente  posizione  di  Posidone  tra  le  divinità  venerate 
in  Trezene,  vedi  S.  Wide,  De  sacris  Troezertioritm,  Henniou.,  Epidau- 
rioriim,  Upsala,  1888;  Gruppe,  Griech,  Mylh.^  I,  pagg.  190  e  segg.  ; 
Meyer  in  RoscHER,  Lex.,  Ili,  2847.  La  città  stessa  era  soprannominata 
fIooti8(uvia  (Strab.,  VITI,  6,  14). 


132 

loro  antichi  e  malvisti  compagni  trezeni  (0.  L'avvenimento 
si  riflette  dunque  chiaramente  sui  tipi  monetari  di  Posidonia; 
le  nuove  monete  posidoniati  (II  periodo:  dal  principio  alla 
fine  del  V  sec.)  presentano  sul  diritto  la  figura  di  Posidone 
e  sul  rovescio  il  toro  fiuviale  sibarita,  simbolo  però  ora  non 
pili  del  lontano  Crathis,  ma  del  fiume  Silaros,  al  quale  ve- 
rosimilmente i  Posidoniati  già  rendevano  onore  (2). 

Queste  monete  sono  le  stesse  che  i  Sibariti  coniarono 
nella  nuova  città  ricostruita  alla  metà  del  V  secolo  in  al- 
leanza con  Posidonia  e  durata  in  vita  solo  cinque  anni.  E 
quando,  nel  444-3,  sorse  la  colonia  panellenica  di  Turii, 
gli  Ateniesi,  che  ne  furono  fin  da  principio  —  di  fatto  se 
non  di  diritto  —  a  capo,  fecero  imprimere  sul  retto  delle 
monete  la  testa  della  propria  dea,  e  sul  rovescio  il  toro  di 
Sibari,  qual'era  sui  tipi  di  Posidonia,  e  che  ritornava  qui  a 
simboHzzare  il  Crathis,  il  fiume  onorato  dagh  antichi  sibariti. 

A  questo  punto,  ci  sia  lecito  ritornare  all'elenco  dei  tipi 
descritti  al  principio  del  nostro  studio  e  aggiungere  a  cia^ 
scuna  delle  figure  taurine  che  vi  compaiono,  il  significato, 
che,  secondo  quanto  ci  resulta,  essa  dovette  rivestire. 

Il  toro  comune  effigiato  sulle  monete  incuse  di  Sibari, 
è  il  simbolo  del  fiume  Crathis;  simbolo  che  si  ripete  sugli 
stateri  di  Pandosia  in  alleanza  con  Crotone,  sui  tipi  della 
seconda  Sibari,  coniati  in  alleanza  con  Posidonia,  e  su  quelli 
di  Posidonia  stessa,  dove  però  passò  probabilmente  a  rap- 
presentare il  fiume  sacro  alla  colonia  tirrenica,  il  Silaro.  Il 
toro  sibarita  fu  scelto  anche  per  ornare  il  rovescio  delle  mo- 


(i)  Pais,  Storia  della  Sic,  pag.  537;  cfr.  Macdonald,  Coiiis  Type^, 
Glascow,  1905,  pag.  115;  Head,  pag.  81. 

{2)  Si  ricordi  la  scritta  ^i^ElAA,  che  comparisce  sporadicamente  sul 
diritto  di  queste  monete,  a  lato  della  figura  di  Posidone.  L' iscrizione 
non  dovrà  probabilmente  essere  integrata  come  -slXa[po5]  ;  giacché  il 
nome  del  fiume  sarebbe  stato  più  a  proposito  sul  rovescio  degli  stateri, 
accanto  al  toro  che  lo  rappresenta.  Si  dovrà  piuttosto  leggere,  come 
propone  1'  Head,  pag.  81,  Ì^£iXà[pia],  con  evidente  allusione  a  qualche 
festa  che  si  celebrava  sulle  rive  del  Silaro,  in  onore  di  quel  fiume,  e 
in  occasione  della  quale  vennero  emesse  quelle  monete  (cfr,  lo  staterò 
di  Metaponto  con  'AjeXoio  asfjXov). 


133 

nete  emesse  dalla  città  panellenica,  erede  di  Sibari  ;  la  città 
che  assunse  in  seguito  il  nome  di  Turii.  La  figura  taurina 
fu  di  nuovo  qui  il  simbolo  del  Crathis;  ma  non  è  da  esclu- 
dere che  più  tardi,  i  turini  l'abbiano  riguardata  come  rap- 
presentante di  quella  fons  Thtiria,  da  cui  la  città  trasse  il 
nome.  Ed  anzi  a  questo  nuovo  significato  si  potrebbe  rial- 
lacciare il  tipo  più  tardo  del  toro  taurino,  rappresentato  in 
quell'atteggiamento  di  galoppo  impetuoso,  che  dà  più  una 
sensazione  di  violenza  che  non  di  forza  e  di  maestà.  Il  toro 
sibarita  comparisce  ancora  sulle  antichissime  monete  di  Siris 
in  alleanza  con  Pyxus,  simbolo  del  fiume  omonimo  della  città. 

Nel  più  antico  dei  tre  tipi  metapontini  descritti  troviamo 
ancora  una  volta  la  testa  del  toro  comune,  probabilmente  in 
rappresentanza  del  maggior  fiume  prossimo  alla  città,  il  Bra- 
dano,  o  forse  invece  simbolo  dell'Acheloo.  La  stessa  incer- 
tezza permane  nei  riguardi  della  seconda  moneta  metapon- 
tina  col  toro  androcefalo:  incertezza  che  trova  la  sua  ragione 
nell'esistenza,  a  noi  nota,  di  un  vero  culto  dell'Acheloo  a 
Metaponto,  al  quale  dovranno  forse  ricollegarsi  tutte  le  mo- 
nete di  questa  città  con  tipi  fluviali. 

II  toro  androprosopo  di  Lao,  derivato  nel  disegno  da 
quello  di  Sibari,  è,  come  abbiamo  visto,  il  simbolo  del  fiume 
chiamato  appunto  Lao;  e  quello  di  Reggio  sta  a  rappresen- 
tare il  torrente  Apsias,  che  scorreva  non  lungi  dalla  città. 

A  Neapolis  infine,  il  toro  androcefalo  riproduce  le  sem- 
bianze del  mitico  Acheloo,  considerato  qui  non  tanto  sotto 
il  suo  aspetto  fluviale,  ma  piuttosto  come  padre  della  sirena 
Partenope.  In  progresso  di  tempo  però,  sembra  che  la  figura 
taurina  di  Neapolis  abbia  cambiato  totalmente  il  suo  signi- 
ficato, trasformandosi  nel  simbolo  di  una  peculiare  divinità 
campana,  Bacchus  Hebon. 


IV. 


I  risultati  cui  siamo  finora  pervenuti  con  la  nostra  ri- 
cerca, ci  permettono  di  procedere  verso  altre  conclusioni  di 
carattere  più  generale,  relative  ai  culti  fluviali  nelle  colonie 
della  Magna  Grecia. 


134 

Dispongo  pertanto,  in  un  quadro  sinottico,  i  tipi  mone- 
tari delle  città  italiote,  simbolizzanti,  sotto  diversi  aspetti, 
un  culto  fluviale. 


Città 


Seconda  metà  VI  sec. 


V  secolo 


IV  secolo  ed  oltre 


Metapontion 

Siris 

Sybaris 

Kroton 

Pandosia 

Kaulonia 

Laos 

Poseidonia 

Metauron 
Hipponion 
Rhegion 
Neapolis 


toro 


toro 
toro 


toro 
toro  androprosopo 

toro  androprosopo 


toro  androprosopo 
e  figura  virile 


figura  giovanile 
figura  giovanile 


[toro] 


figura  giovanile 


figura  giovanile 

figura  giovanile 

(Paestum) 

(figura   virile)?   (i) 

figura  giovanile 


^ 


toro  androprosopo  [tcro   androprosopo] 
I     e  figura  giovanile. 


Dallo  specchio  così  tracciato  risulta  anzitutto  con  inne- 
gabile evidenza  la  grandissima  diffusione  dei  culti  fluviali 
nelle  città  italiote  e  la  loro  straordinaria  importanza,  docu- 
mentata dal  fatto  che  ogni  città  dedica  ad  essi  un  tipo  mo- 
netario. Le  città  notevoli  sulle  cui  monete  non  si  rifletta  un 
culto  siffatto,  non  sono  che  due:  Taranto  e  Locri;  alle  quali 
si  potrà,  se  mai,  aggiungere  Velia.  Di  altre  due,  Scylacium 
e  Scidrus,  non  abbiamo  monete  ne  notizie  di  altra  fonte,  se 
non  in  misura  scarsissima;  Terina,  Medma  e  Cuma,  infine, 
venerano  ognuna,  al  posto  di  un  dio  fluviale,  una  ninfa  delle 
fonti,  eponima  della  città,  e  ne  riproducono  l'immagine  sui 
tipi  monetari.  Si  può  dunque  asserire  che  ogni  città  italiota 
ebbe  un  culto  fluviale;  se  codesto  manca,  troveremo  che  un 
culto  affine  ne  teneva  il  posto  oppure  che  non  c'era  il  fiume 
stesso;  un  fiume,  intendo,  appena  degno  di  questo  nome,  il 
cui  corso  lambisse  i  confini  della   colonia    (com'è    verosimil- 


(i)  Sulle  monete  di  Medma. 


135 

mente  il  caso  di  Taranto,  di  Temesa  e  di  Locri)  (i).  E  la  vi- 
cinanza di  un  corso  d^acqua  fu  normalmente  ricercata  dagli 
ecisti  delle  città  italiote,  in  una  regione  in  cui  era  quella  la 
condizione  essenziale  per  un  felice  svolgimento  dell'attività 
agricola;  ciò  che  a  quei  coloni  —  specialmente  agli  "  achei  „ 
e  ai  "  locresi  ,;   —  sopratutto  premeva. 

A  tre  possono  ridursi  i  tipi  simbolizzanti  la  divinità  flu- 
viale ;  giacché  essa  comparisce  disegnata  in  figura  di  un  toro, 
di  un  toro  androprosopo  o  di  un  giovane  dio,  con  l'aggiunta, 
sporadica,  delle  corna  taurine  e  con  quella,  assai  pili  fre- 
quente, degli  attribuiti  propri  delle  divinità  fluviali  (2). 

Il  nostro  quadro  ci  permette  anche  di  fissare  la  crono- 
logia assoluta  e  relativa  di  questi  tre  tipi,  nelle  colonie  della 
Magna  Grecia. 

La  figura  del  toro  comune  ci  è  offerta  soltanto  dalle 
monete  di  quelle  città  che  già  coniavano  nella  seconda 
metà  del  VI  secolo,  e  non  riapparisce  mai  in  epoca  poste- 
riore al  500  a.  C.  La  figura  del  toro  androprosopo  si  con- 
fonde cronologicamente,  al  suo  apparire,  con  quella  del  toro 
ordinario  (giacché  le  monete  di  Laus  e  di  Reggio  sono  con- 
temporanee, o  di  poco  posteriori,  a  quelle  di  Sibari)  ;  ma,  a 
diff'erenza  di  codesta,  continua  nel  V  secolo,  durante  il  quale 
comparisce  dovunque  la  figura  giovanile  del  dio  fluviale. 
Questa  guadagna  sempre  maggior  diffusione  e  domina  com- 
pletamente i  tipi  del  IV  secolo,  dai  quali  è  ormai  definitiva- 
mente scomparso  anche  il  toro  androprosopo,  per  non  ri- 
presentarsi mai  più. 

Ho  racchiuso  in  parentesi  quadre  i  tipi  di  Posidonia  e 
di  Neapolis,  inquantochè  la  loro  emissione  e  il  disegno  ob- 
bediscono a  particolari  esigenze  di  carattere  politico  ed  aral- 


(i)  Ma  Elicile  Taras  non  è  in  origine  altro  che  l'eroe  eponimo  del 
fiume  e  della  città. 

(2)  La  divinità  fluviale,  quando  sia  rappresentata  sotto  aspetto 
umano^  ci  si  presenta  generalmente  in  figura  di  un  giovane  nudo,  più 
di  rado  di  un  uomo  barbato  (talora  soltanto  la  testa):  le  corna  taurine 
mancano  di  sovente,  specialmente  in  Sicilia  e  nella  Magna  Grecia.  Il 
giovane  dio  Ouviale  è  accompagnato  spesso  da  un  cane  o  è  rappresen- 
tato nell'atto  di  versare  la  libagione  da  una  patera  ;  frequentemente 
tiene  in  mano  un  ramo  di  alloro  o  la  cornucopia  (vedi  R.  £.,  VI,  2784). 


136 

dico,  che  abbiamo  del  resto  già  segnalate  nel  corso  di  questo 
articolo.  Posidonia  indica  col  toro  l'accoglimento  dei  fuggia- 
schi di  Sibari,  il  cui  tipo  monetario  unisce  al  proprio  (Po- 
sidone);  Neapolis  conserva  gelosamente  la  figura  dell'Ache- 
loo,  il  padre  della  "  sua  „  Partenope:  e,  quando  sarà  sce- 
mata la  venerazione  del  mitico  personaggio  acarnano,  i  Nea- 
politani  riconosceranno  nel  toro  androprosopo  l'immagine 
di  un  nuovo  dio,  il  cui  culto  era  venuto  intanto  fra  loro  in 
favore  ;  di  Bakchos  Hebon.  Si  noti  per  altro  che  i  Neapo- 
litani  stessi,  coniando,  nel  IV  secolo,  gli  oboli  col  dio  fluviale 
Sebeto,  lo  disegnano  in  figura  di  giovane  divinità  virile. 


Senza  pretendere  di  "  incasellare  „  in  periodi  cronolo- 
gici rigorosamente  determinati  fatti  di  per  sé  così  complessi 
com'è  quello  della  successione  dei  tipi  monetari  nelle  varie 
regioni  e  nelle  diverse  epoche,  non  si  trascuri  di  passare  in 
rapida  rassegna  le  rappresentazioni  di  divinità  fluviali  sulle 
monete  siciliane,  dove  esse  compariscono  con  frequenza  non 
minore  che  sui  tipi  della  Magna  Grecia.  E  facile  accorgersi 
che,  nel  rappresentare  il  simbolo  fluviale,  le  monete  siceliote 
si  comportano  nella  stessa  guisa  di  quelle  italiote,  con  l'unica 
peculiare  caratteristica  della  molto  maggior  popolarità  e  dif- 
fusione della  figura  del  toro  androprosopo,  il  quale  seguita 
a  dominare  i  tipi  sicelioti  assai  oltre  i  termini  cronologici 
fissati  per  le  monete  dell'Italia  Meridionale.  Le  apparente- 
mente pili  numerose  "  irregolarità  „  contro  le  norme  che  ab- 
biamo or  ora  delineate,  non  sono  invece  che  il  portato  di 
influssi  esterni  che  agirono,  per  ragioni  sopratutto  politiche, 
sui  tipi  monetari. 

Poiché  la  figura  della  divinità  fluviale  comparisce  sulle 
monete  siceliote  un  po'  più  tardi  che  nella  Magna  Grecia  i^), 
così  noi  abbiamo  a  che  fare  qui  soltanto  con  le  due  forme 
più  recenti  di  rappresentazione;  quella  del  toro  androcefalo 
e  l'altra  del  dio  fluviale  in  figura    umana.    Anche    la    flgura 


I 


(i)  Non  saranno  forse  da  ritenere  anteriori  al  500  le  monete  di 
Gela;  e  di  qualche  decennio  posteriori  sono  certamente  quelle  di  Ca- 
tana (HoLM,  Scoria  della  Sicilia,  III,  2,  pagg.  33,  50). 


I 


137 

■del  toro  comune  non  dovè  però  restare  del  tutto  ignota  ai 
sicelioti,  se  dobbiamo  credere  alla  informazione  di  Timeo,  che 
ad  un'immagine  del  dio  fluviale  Gela,  sotto  aspetto  di  toro, 
si  prestava  culto  nella  città  di  Agrigento  (i). 

La  figura  del  toro  androcefalo  va  assumendo,  sui  tipi  di 
Gela,  un  aspetto  sempre  più  umano,  nel  corso  del  V  secolo, 
alla  fine  del  quale  troviamo  la  testa  del  giovane  dio  fluviale, 
col  solo  attributo  delle  corna  (Hill,  pag.  8i).  Però  il  toro 
androprosopo  era  per  Gela  ciò  che  il  toro  comune  era  stato 
per  Sibari  e  fu  poi  per  Turii:  Io  stemma  della  città;  per- 
ciò lo  vediamo  ancora  riapparire  verso  il  400  (Hill,  pag.  123), 
per  far  posto  di  nuovo  alla  testa  umana  del  dio,  alla  fine 
del  IV  secolo. 

Sui  tipi  di  Catana,  il  fiume  Amenanos  è  raffigurato  in 
forma  di  toro  androprosopo  (Holm,  pag.  50;  Hill,  pag.  48; 
Head,  pag.  131);  ma  negli  ultimi  decenni  del  400  troviamo 
la  faccia  umana  con  o  senza  l'attributo  delle  corna  (Hill, 
pag.  133;  Head,  pag.  133). 

Anche  Entella  e  Stiela  —  lo  stabilimento  succeduto  a 
Megara  —  portano  sulle  litre  e  sulle  dracme  del  V  secolo 
il  toro  androprosopo  (Hill,  pagg.  91,  92  ;  Head,  pagg.  137, 
151);  tipo  che  non  si  ripete  più  nel  secolo  successivo.  Più 
significativa  è  la  seiie  monetaria  di  Agyrium  :  ivi  il  fiume 
Palankaios  è  rappresentato  in  forma  di  toro  androprosopo 
a  partire  dal  420  a.  C.  fino  agli  ultimi  decenni  del  IV  secolo 
fHiLL,  pag.  139  ;  Head,  pag.  124),  quando  il  suo  posto  è 
preso  dalla  figura  umana  del  dio  fluviale  (2). 

Il  toro  androprosopo  che  troviamo  sulle  monete  di  Aetna, 
dalla  seconda  metà  del  IV  secolo  in  poi,  è  di  tipo  affine  a 
quelli  della  Campania  (Hill,  pag.  182;  Head,  pag.  119)  ed 
è  appunto  un  riflesso  dell'insediamento  di  una  guarnigione 
di  mercenari  campani  nella  città,  avvenuto  nel  396  a.  C, 
per  opera   di    Dionisio  (3):    ed    è    probabile    che    anche    qui. 


(i)  Timeo  in  Schol.  ad  Pinci.,  Pyth.,  I,  185  (/'.  H.  G.,  I,  pag.  222. 
n.  118):  Tòv  '(àp  (xa-jpov)  iv  x-q  TióXet  8Eiv.vópLevov  tr?|  slvai  to'j  <l>aXapi8o^, 
'/.OihàKzp  'f,  TtoXX'f]  y.aT6/6'.  8ó^a,  àXX'er/wv  t-zzi   réXcovo?  xoò  Trota jjlo'j. 

(2)  L'  Hill  (pagg.  177,  220)  interpreta  diversamente   questa   lignra. 

(3)  Holm,  op.  cit.,  II,  pag.  250. 

10 


138 

come  nella  regione  di  Neapolis,  esso  sia  passato  di  li  -a 
poco  a  rappresentare,  sotto  aspetto  tauriforme,  Dionysos 
Hebon  (D. 

Non  m'intrattengo  sul  toro  disegnato  sul  rovescio  deile 
monete  di  Tauromenio,  che  non  sta  lì  come  simbolo  di  una 
divinità  fluviale,  ma  soltanto  come  la  pii^i  naturale  illustra- 
zione del  nome  della  città  ;  esso  è  raffigurato  in  fogge  di- 
verse, con  disegni  in  generale  presi  a  prestito  dalle  altre 
città  siceliote  (cfr.  Hill,  pag.  171). 

/Vncora  due  parole  sulla  figura  del  toro  comune  in  fun- 
zione di  simbolo  fluviale,  che  comparisce,  a  partire  dal  400^ 
a.  C.  circa,  sui  tipi  monetari  di  quattro  città  siciliane.  Per 
prime,  Catana  e  Leontmi  coniano,  alla  fine  del  V  secolo, 
delle  monete  di  alleanza  che  portano  sul  rovescio  il  toro  ga~ 
loppante,  con  un  pesce  disegnato  nell'esergo  (Hill,  pag.  133; 
Head,  pag.  134).  Nella  seconda  metà  del  IV  secolo,  anche 
Adranum  conia  monete  che  portano  effigiato  il  dio  tluviaje 
Adranos  sotto  un  duplice  aspetto:  come  figura  umana  sul 
diritto  e  come  bue  galoppante  sul  rovescio  (Hill,  pag.  176; 
Head,  pag.  119).  Abacaenum  rappresenta  sulle  monete  del 
III  secolo  il  piccolo  torrente  montano  Helicon  in  figura  di 
un  bue  gradiente  (Hol:\i,  pag.  240;  Hill,  pag.  220;  IIi:Ar», 
pag.  118).  Infine  a  Gela,  il  ricordo  dell'antico  aspetto  tau- 
rino del  dio  fluviale  informa  il  disegno  di  alcune  monete  di 
bronzo  della  fine  del  IV  e  della  seconda  metà  del  III  secolo, 
le  quali  presentano  il  toro  ordinario,  ritto  in  mezzo  ad  un 
campo  di  orzo  {Br.  M.  C,  Sic,  pag.  73;  Holm,  pag.  113; 
Hill,  pag.  166  ;  Head,  pag.  142).  Per  poco  che  si  osservino 
codeste  figure,  ci  si  accorge  come  esse  non  siano  se  non  la 
riproduzione,  più  o  meno  pedissequa,  del  tipo  in  voga  a 
Turii  fino  dalla  seconda  metà  del  V  secolo  ;  esso  sembra 
esser  penetrato  in  Sicilia  per  la  via  di  Leontini,  la  fedele 
alleata  di  Atene,  ed  essersi  di  lì  diffiiso  in  qualche  altra  re- 
gione dell'isola. 


(i)  Lo  stesso  accadde   probabilmente    anche    a    Tauromenio  :    vedi 
Hill,  pag.  200. 


\)A  4ija;iUj  Meli  lu  \ -liuti  finora  considerando,  e  rifacen- 
domi all'accenno,  dato  più  addietro  in  una  nota  fpa^.  114, 
nota  4),  sulla  questione  dell'uso  della  figura  taurina  come 
simbolo  fluviale  nelle  arti  rappresentative,  sembra  che  il 
complesso  dei  ricordi  letterari  e  delle  testimonianze  monu- 
mentali offerteci  da  queste  monete,  ci  permetta  d:  venire 
alle  seguenti  conclusioni. 

L'origine  della  figura  taurina  come  simbolo  iluvia.^  nun 
è  certamente  da  ricercarsi  nel  mito  di  Acheloo,  bensì  nel 
ravvicinamento  del  fiume  al  toro,  suggerito  all'  irnma;i;na- 
zione  degli  antichi  da  alcuni  caratteri  di  somiglianza  che  si 
potevano  scoprire  fi'a  la  natura  dell'uno  e  quella  dell'altro  (J^). 
Più  che  r impeto  e  la  violenza  —  j)ropri  dei  torrenti  e  meno 
assai  dei  grandi  fiumi  —  dovè  imporsi  il  confronto  tra  la 
benefica  azione  fec(jndatrice  dei  fiumi  e  la  proverbiale  capa- 
cità generativa  del  toro.  E  che  sopratutto  quest^azione  fe- 
conda delle  acque  abbiano  visto  i  Greci  riflessa  nel  toro,  mi 
sembra  lo  dimostri  la  denominazione  di  ^'  Toro  „  data  alla 
costellazione  zodiacale  corrispondente  al  periodo  delle  bene- 
fiche pioggie  prinìaverili,  promessa  di  un  dovizioso  raccolto. 

Da  questa  assimilazione  del  toro  coi  fiumi  prese  le 
mosse  il  mito  di  Acheloo.  Poiché  la  sua  natura  acquatica  di 
dio  fluviale  suj)poneva  in  esso  la  possibilità  dì  metamorfosi 
(c^V.  pag.  114,  nota  2j,  così  il  mito  immaginò  per  lui  quelle 
due  che  pei-  un  fiume  erano  le  più  ovvie  :  la  trasformazione 
in  serpente  e  quincli  in  toro.  La  prima  riflette  semplicemente 
l'immagine  di  un  corso  d'acqua  osservato  dall'alto,  la.  se- 
conda ne  riproduce  la  natura  ne'  suoi  caratteri  essenziali. 

Nel  peri(jdo  più  arcaico  del  loro  sviluppo,  le  art:  rap- 
presentative (xjnobbero  soltanto  la  figura  umana  degli  dei' 
fluviali;  e  anche  |)iù  tai'di,  l'ebbe^ro  sempre  più  familiare. 
Però,  verso  il  VI  secolo,  a  lato  dell'aspetto  umano  del  elio, 
comparisce  la  sua  immagine  taurina.  K,  lì  per  lì,  sembra  che 
questa  rappresentazione  si  sia  informata  a  due  tipi  fJistinti  : 
il  tipo  del  toro  ordinario  per  i  fiumi  in  generale,  ;1  tipo  del 


(1)   t-ii.     -i  iKH.   UH    ì .yi:i>j)iiy .^    \ .    yvf 


(pópo')':   K'i'.  p.O'Jv.K'fi/.o',,;  \'.z''i'[rjn'Vt ^    '."Ani^  S'.v.  To   pt'/.'.ov  v.al    v^/'s'ìf;    y.ul 


140 

toro  androprosopo  per  l'Acheloo  in  particolare.  Questa  figura 
del  toro  androcefalo  nacque  forse  dal  desiderio  di  riunire  le 
membra  umane  del  dio  fluviale  Acheloo  con  quelle  taurine 
che  esso  assunse  nella  sua  lotta  con  Eracle;  e  fu  preferita 
subito  dagli  artisti,  come  quella  che,  per  la  sua  singolarità, 
rivelava  a  colpo  d'occhio  all'osservatore  il  suo  significato. 
D'Altra  parte  Acheloo  fu  l'unico  dio  fluviale  la  cui  rinomanza 
non  fosse  esclusivamente  locale;  tanto  che  si  può  dire  che 
ila  pittura  vascolare  non  conosca  altre  rappresentanze  di  di- 
vinità fluviali  in  forma  taurina,  all' infuori  di  quella  di  Acheloo 
in  lotta  con  Eracle  (i):  al  tempo  stesso,  egli  era  il  massimo 
fiume  della  Grecia,  noto  a  tutti,  quello  al  quale  si  usava 
identificare  ogni  altro  corso  d'acqua.  Così  che  la  rappresen- 
tazione del  toro  androprosopo  —  propria  dell'Acheloo  — 
prevalse  rapidamente  sull'altra  e  rimase  la  sola  usata  ad 
esprimere  le  divinità  fluviali. 

Data  la  precoce  vittoria  del  tipo  del  toro  androprosopo, 
le  rappresentazioni  della  figura  taurina  comune  in  funzione 
di  simbolo  fluviale  dovettero  essere  scarsissime;  non  tanto 
però  che  noi  non  possiamo  ancor  oggi  comprovarne  l'esi- 
stenza. Accanto  al  ricordo  dell'antico  toro  di  Gela,  conser- 
vatoci dallo  scoliasta  di  Pindaro,  e  al  noto  passo  di  Eliano  (2) 
—  per  non  citare  altre  non  meno  evidenti  testimonianze  dei 
testi  antichi  —  abbiamo  le  serie  monetarie  delle  città  italiote, 
facenti  capo  al  tipo  sibarita,  le  siceliote,  imitate  da  Turii, 
e,  al  di  fuori  dell'Occidente  Greco,  quelle  di  Fliunte  <3).  Sulle 


(i)  Acheloo  comparisce  dapprima  sui  vasi  a  ligure  nere  in  l'orma 
dì  toro  con  tutta  la  parte  superiore  del  corpo  e  le  braccia  umane  (Rei- 
NACH,  Reperioire  des  vases,  I,  pag.  55,  n.  7  ;  pag.  458,  n.  6;  Calai.  0/ 
vases  in  Br.  Ahts.,  II,  un.  B  228,  313),  poi  in  forma  di  toro  andropro- 
sopo (Reinach,  Bep.,  1,  259,  4  ;  393,  4,  ecc.). 

(2)  Ael.,  Varia  IJisL,  II,  33:  'I'tjV  tojv  r^o-'xy.ò»'^  zóz'.y  v.u\  -za  ó^iOpa  c/.rJtùiv 

«j,èv  àvhpiuKoii.ó^-DCU':  a'noóc,  ISpóoavTo,  o:  Zi  '^^^jùjy  tiZoz.  aòioìc  irepiéG-rjv.av, 
^0031  [lìv  oùv  £ÌxàC&D-:v  ol  ItO{j.'fàX'.ot  |j.èv  tòv  l'.pa::'.vov  v.al  tòv  MsTtóit-^v, 
Aav.sòatjxóvio:  cà  xòv  Eò;:ojxav,  -iv.uojviot  Zi  xa:  ^h'L'Azio:  tòv   'A^ujiióv, 

(3)  Il  tipo  del  toro  sulle  monete  di  L'iiunte  comincia  verso  il  430  a.  C. 
e  dura  sino  alla  fine  del  IV  secolo  (Br.  M.  C  Pelop.,  pag.  33,  tav.  VI, 


141 

quali  tutte  la  figura  taurina  s'introdusse,  come  ho  detto,  per 
amor  di  arcaicità  —  giacché  alla  metà  del  VI  secolo  o  poco 
dopo,  Laus  e  Reggio  imprimevano  già  il  toro  androprosopo 
che  doveva  essere  ormai  familiare  alla  pittura  vascolare  — 
e  su  alcune,  per  forza  di  tradizione,  fino  a  tarda  epoca  si 
mantenne. 

Firenze,  Diceiiibre  i^i'). 

Giulio  Giannelli. 


nn.  19  e  segg.  ;  Head,  pag.  408).  Nonostante  il  diverso  parere  del 
Gardner,  ''  Journ.  Hell.  Stud.  „,  VI,  pag.  80  e  segg.,  e  le  incertezze 
dell' Head,  non  mi  par  dubbio,  dopo  aver  letto  il  luogo  di  Eliano,  che 
sia  da  riguardare  quella  rappresentanza  come  simbolo  fluviale  (cfr. 
Odelberg,  Sacra  Corinthia,  Sicyonia,  Phliasia^  Upsaliae,  1896,  pagg.  190 
e  segg.;  Waser  in  R.  £".,  VI,  2780)  ;  tanto  più  che  il  tipo  fliasio  par 
derivato  da  quello  di  Turii.  Su  un  didramma  di  Selinunte  è  rappre- 
sentato Eracle  in  lotta  con  un  toro  ;  la  figurazione  è  qui  probabilmente 
un  simbolo  della  forza  solare,  rappresentata  da  Eracle,  che  doma  la 
violenza  distruggitrice  delle  acque,  personificata  dal  toro  (Holm,  III,  2, 
pag.  122;  cfr.  pag.  72).  Simile  è  il  significato  della  rappresentanza  im- 
pressa sulle  più  tarde  monete  di  Sagalassos  (Pisidia):  un  toro  —  il 
fiume  Keistros(iscr.  KECTPOC) —  abbattuto  da  un  dio  (Dioniso  o  Apollo). 
Head,  pag.  710;  cfr.  Waser  in  R.  £".,  VI,  2780. 


Soltanto  quando  quest'articolo  si  trovava  già  sotto  stampa, 
ho  potuto  leggere  lo  studio  di  Salvatore  Mirone,  Les  divi- 
nités  représentées  sur  les  monnaies  antiques  de  la  Sicile, 
pubblicato  in  ''  Revue  Nmnismatique  „,  XXI  (igiy-iS),  pa- 
gine 1-24.  Mi  ha  fatto  piacere  riscontrare  che  lo  studio  com- 
parativo delle  monete  siciliane  consacrate  alle  divinità  fluviali^ 
ha  condotto  il  Mirone  a  coìiclusioni  che  non  si  discostano 
dalle  mie.  AncKegli  è  persuaso  che  "  la  figuratioti  primitive 
des  divinitcs  fluvialcs  commence  par  la  forme  animale  et 
l'anthropomorphise  graduellement  „  ;  e  crede   che   il  cani- 


142 

binììicnto  sia  dovuto  al  progì'csso  delL'arte  clic,  divautta  via 
via  piii  aditila,  ''  esitò  a  rappresentare  ini  immagine  che  mal 
"  s' adattava  alle  sue  concezioni  artistiche  ,,  :  mentre,  nel  pe- 
riodo della  sua  decadenza^  ricorse  di  nuovo  alla  primitiva  im- 
niagine,  meno  difficile.  Il  Mirane  osserva  anche  che  la  grande 
diffusione  dei  culti  fluviali  in  tutte  le  regioni  della  Sicilia  po- 
trebbe fornire  una  prova  della  venerazione  dei  Siculi  per 
queste  divini  tei,  in  epoca  anteriore  allo  stabilirsi  dei  Greci: 
e  ciò,  naturalmente,  per  r inestimabile  beneficio  che  i  corsi 
d'acqua  rappresentano  in  una  regione  caldissima  e  di  ricca 
produzione  agricola  al  tempo  stesso. 

G.  G. 


Qi  issi  di  C.  CLOVIl^S  e  di  li.  OPPIOS 


I\Iolte  congetture  e  molti  studi  sono  stati  fatti  intorno 
alle  monete  di  C.  Clovius  e  Q.  Oppius,  e  potrà  sembrare  su- 
perfluo che  io  ritorni  su  questo  argomento.  Ma  se  dal  punto 
di  vista  analitico,  descrittivo  e  pondometrico  lo  studio  di 
Bahrfeldt  u),  che  tutti  gli  altri  riassume,  può  dirsi  esauriente, 
non  è  ancora  stata  detta  l'ultima  parola  sulla  località  di  ori- 
gine delle  dette  monete.  Non  si  è  potuto  cioè  ancora  stabi- 
lire in  quali  zecche  siano  state  battute.  Io  non  presumo  di 
definire  la  questione,  ma  intendo  di  portare  il  mio  modesto 
contributo  alla  soluzione  del  problema. 

Credo  utile  di  premettere  un  cenno  di  cronistoria  della 
monetazione  di  bronzo  della  Repubblica  Romana,  atto  a  sta- 
bilire lo  stato  di  circolazione  di  moneta  bronzea  all'epoca  in 
cui  sono  state  presumibilmente  emesse  le  monete  in  que- 
stione. 

Prescindendo  dagli  assi  librali  e  trientali  fusi  apparte- 
nenti al  primo  periodo  della  monetazione  romana,  l'emissione 
dell'  asse  coniato  fu  abbondante  nel  sistema  sestantario 
(229217  a.  C.)  e  abbondantissimo  nel  sistema  unciale  (217- 
15^  a.  C);  ne  è  prova  il  numero  considerevole  di  esemplari 
giunti  sino  a  noi. 

Nell'anno  150  a.  C.  improvvisamente  cessa  l'emissione 
dell'asse.  Non  è  certa  la  causa  di  questa  sospensione,  ma, 
molto  probabilmente,  ciò  avvenne  perchè  non  vi  era  più  ne- 
cessità di  emettere  un  taglio  di  moneta  di  cui  doveva  esservi 


<i)  Bahrfkldt,  Niimisiiialisc/ie  Zeitschrifi.  Wien,  1909,  png.  78.   Die 
letzen  KiipferprAgimgcn  iinter  dcr  roinischen  Republick. 


144 

pletora  in  circolazione.  Continua  infatti  regolarmente  l'emis- 
sione delle  frazioni  di  asse  che  nei  tempi  antecedenti  erano 
assai  pili  scarse  dell'asse  medesimo. 

Questa  sospensione  dura  fino  al  91  a.  C.  circa,  poco 
prima  dell'inizio  della  Guerra  sociale,  epoca  in  cui  compaiono 
i  rari  assi  di  C.  Sulpicius  C.  F.,  L.  Memmius  e  nell'anno 
successivo  quelli  di  L.  Saturninus,  C.  Fabius  C.  F.  e  Lent. 
Mar.  F.  Sono  questi  gli  ultimi  assi  del  peso  di  un'oncia 
giacché,  per  le  ristrettezze  finanziare  causate  dalla  guerra 
sociale,  Roma  si  vide  costretta  a  ridurre  l'asse  al  peso  di 
mezz'oncia  (Lex  Papiria  89  a.  C). 

L'asse  semiunciale  viene  poi  coniato  con  molta  larghezza 
durante  cinque  anni,  finché  si  chiude  la  serie  colle  monete 
portanti  i  nomi  dei  tre  magistrati  colleghi:  Gargilius,  Ogul- 
nius,  Vergilius. 

Dopo  quest'epoca  la  zecca  di  Roma  sospende  la  conia- 
zione del  bronzo  fino  alla  riforma  monetaria  di  Augusto, 
19  a.  C.  (i),  fatta  eccezione  per  il  rozzo  e  pesante  asse  di 
L.  Sula,  che  appare  come  una  meteora  nell'anno  82  battuto 
da  Siila  al  suo  ritorno  in  Roma  dopo  le  vittorie  in  Oriente. 
Evidentemente  la  stragrande  quantità  di  moneta  bronzea  del 
sistema  semionciale  emessa  dall' 89  all' 84  a.  C  determinò 
questa  nuova  sospensione;  essendovi  sufficiente  circolazione, 
non  si  senti  la  necessità  di  nuove  emissioni  fino  al   19  a.  C. 

Le  monete  di  bronzo  riferibili  alla  Repubblica  dall' 82 
a.  C.  alla  riforma  monetaria  d'Augusto  sono  ben  poche  e 
tutte  battute  in  Provincia.  Tra  queste  stanno  appunto  gli 
assi  di  Clovius  e  Oppius  emessi  nel  46  e  45  a.  C.  Da  al- 
cuni studiosi  (vedi  avanti)  si  vogliono  assegnare  alla  zecca 
di  Roma  i  due  assi  in  questione,  ma  credo  di  poter  dimo- 
strare che,  per  ragioni  molteplici  non  furono,  né  poterono 
essere  battuti  nell'Urbe. 

Grueber  nel  suo  catalogo  del  British  Museum  (2)  e  già 
prima  in  una  sua  monografia  (3)  assegna    a    questo    periodo 


(i)  Laffranchi,  La  monetazione  di  Augusto,  pag.  66.   Milano,  1919- 

(2)  Grueber,  Coins  of  the  Rom.  Rep.,  ecc.  Londra  1910. 

(3)  Grueber,  Numism.  Cron.^  1904,  pag-  325. 


à 


145 

anche  un  asse  di  L.  Plancus,  di  cui  parlerò  più  innanzi,  quan- 
tunque si  tratti  di  una  falsificazione. 


Una  caratteristica  della  moneta  di  bronzo  uscita  dalla 
zecca  di  Roma  durante  la  Repubblica,  è  quella  di  mante- 
nersi sempre  assai  rozza  per  tecnica  e  per  istile,  e,  a  questo 
riguardo,  anche  la  prima  monetazione  d'Augusto  non  si  sol- 
leva  gran  che  sopra  il  livello  antecedente  dal  punto  di  vista 
tecnico  e  artistico. 

Si  distinguono  invece,  fin  dall'inizio,  per  arte  superiore 
e  per  tecnica  migliore,  le  monete  che  vennero  parallelamente 
emesse  col  nome  di  Roma  in  paesi  conquistati  ed  aggregati, 
dove  già  esistevano  zecche  con  tradizioni  artistiche  e  con 
ottimi  artefici.  Anche  la  forma  del  tondello  è  affatto  dissi- 
mile da  quella  di  fabbrica  Romana,  che  mantiene  sempre  la 
forma  primitiva  vagamente  lenticolare  coU'unione  visibile  dei 
due  menischi  nelForlo,  interrotto  da  una  o  due  spezzature- 
E'  questo  un  criterio,  a  parer  mio,  assai  importante  per  di- 
stinguere le  monete  battute  intra  o  extra  Urbem.  Così  dicasi 
ad  esempio  per  le  monete  di  Cn.  Biasio,  C.  Malleolus  (i)^ 
L.  Pomponius,  ecc.,  emesse  parallelamente  a  quelle  coniate 
in  Roma  nei  91-90  a.  C.  (vedi  più  sopra),  le  quali  presentano 
un  tondello  che  tende  al  tronco  di  cono  e  non  al  tipo  lenti- 
colare. 

Già  per  questa  considerazione  gli  assi  di  Clovius  ed 
Oppius  dovrebbero  attribuirsi  a  zecche  provinciali.  E  qui 
non  posso  a  meno  di  dire  subito,  come  accenno  preventivo 
delle  dimostrazioni  che  mi  sforzerò  di  dare  in  seguito,  che 
basta  gettare  Tocchio  sull'esemplare  illustrato  neir  unita  ta- 
vola n.  9,  per  persuadersi  dell'abisso  che  lo  separa  dalle 
monete  di  fabbrica  romana. 

Dopo  quanto  ho  premesso,  per  entrare  nei  limiti  del- 
l'argomento, comincio  col  descrivere  dettagliatamente  le  mo- 
nete in  questione  : 


(i)  Asse  con  martello  sulla  prora  che  deve  attribuirsi  per    identità 
di  '^ti!.-  a  C.  Malledus,  90  a  C,  Grueber,  B.  M,  C,  pag.  308,  note. 


146 

ASSE   DI    C.    CLOVIUS. 

jE.  Asse  semiunciale.  Peso  medio  su  centoventi   esemplari: 
grammi   14,94  (^K  Babelon,  voi.  I,  pag.  366  (2). 

\^edi  Tavola,  11,   i. 

B'  —  CAESÀR  •  Die  •  TER  •  Busto  alato  della  Vittoria  ri- 
volto a  destra.  Talvolta  dietro  la  testa  della  Vit- 
toria una  stella  LS'. 
—  C  •  CLOVI  •  PRAEF  •  Pallade  gradiente  a  sinistra  con 
elmo  e  scudo  ornato  dalla  testa  di  Medusa  e  por- 
tante sulla  spalla  destra  un  trofeo;  ai  suoi  piedi 
dal  lato  destro  un  serpente  eretto,  con  fauci  aperte 
e  cristato. 

(Babelon  (4)  nella  sua  descrizione  dice  che  Minerva  porta 
oltre  al  trofeo  sei  giavellotti;  il  Dressel  (5)  suggerisce  trat- 
tarsi invece  di  pieghe  svolazzanti  del  vestito.  Credo  giusta 
quest'ultima  versione). 

ASSI    DI    Q.    OPPirS. 

i."*  Al.  Asse  semiunciale.    Peso    medio    su    cinquanta    esem- 
plari (6>:  grammi  13,60.  Bab.  voi.  II,  pag.  276(7'. 

Vedi  Tavola,  n.  9. 

ÌB'  —  Testa  di  Venere  diademata  a  destra. 

K    -     Q  •  OPPIVS  •  PR  •    Vittoria  con   lunghe    ali    a    penne 

pioventi,  che  cammina  a  destra  volgendo  il  capo 

a    sinistra  e  tiene    una    lunga    palma    appoggiata 

sulla  spalla  destra.  Nella  mano  sinistra  una  patera 

,   ricolma  di  frutta. 


(i)  Tenuto  calcolo  dei  99  esemplari  pesali  da  Bahrfelct  (loc.  cit.). 

[2)  Babelon,  Description  des  iMoiinaies  de  la  RepublUjHe  Romaim. 

{3)  Gli  assi  di  Clovius  che  portano  la  stella  dietro  la  testa  della 
Vittoria  sono  alquanto  difterenti.  La  testa  delia  Vittoria  stessa  è  più 
piccola  e  si  scorge  una  parte  maggiore  del  busto.  Questa  differeriza  di 
tipo  fa  pensare  che  si  tratti  di  un'altra  emissione  (A). 

(4)  Babelon.  loc.  cit. 

(5)  Dressel,  Zeitschrifl  f'ùr  Kiimismafic,  1910,  XXIII,  pag.  365. 

(6)  Tenuto  calcolo  dei  45  esemplari  pesati  da  Bahrfeldt,  loc.  cit. 

(7)  Babelon,  loc.  cit. 


147 

\'arianti  : 

a)  La -testa  di  Venere  è  rivolta  a  sinistra. 

ò)  Piccolo  capricorno  dietro  la  testa. 

Vedi  'J'avoln,  n.  9. 

e)  Mezzaluna  dav^anti  alla  testa  in  basso, 

c^)  Capricorno  dietro  e  mezza  luna  davanti  alla  testa. 

Bahrfeldtc»  nell'accurato  studio  descrittivo  di  queste 
r':ioncte  parla  anche  del  piccolo  fulmine  alato  che  si  trova 
c.::asi  sempre  nel  rovescio  di  questa  moneta  ai  piedi  della 
\'ittoria  a  destra.  Il  disegno  è  tenue  e  poco  rilevato  per  cui 
questo  dettaglio  può  facilmente  sfuggire  se  non  si  è  pre- 
venuti. 

Questo  asse  è  assai  pii^i  raro  del  precedente  di  C.  Clo- 
vius  e  non  credo  di  esagerare  dicendo  che  per  rarità  stanno 
tra  di  loro  come  i  a  io.  E'  sempre  di  bello  stile,  talvolta 
bellissimo.  \'edi  il  magnifico  esemplare  illustrato  in.  9,'. 

ALTRO    ASSE    DI    O.    OLPILS. 

2."  jE.  Asse  semiunciale.  Peso  medio  dei  5  esemplari  cono- 
sciuti :  grammi  10,97.  Massimo  gr.  12,  minimo  gr.  10.12. 

Baiirfei.dt  (2)^  voi.  Ili,  pag.   151. 

Vedi  Tavola,  n.  5. 

/©'  —  Testa  di  X'enere  diademata  a  destra. 

R  —  Q  •  OPPIVS  PR  •  Vittoria  di  prospetto  con  piccole 
ali  allungantesi  in  alto,  che  tiene  nella  mano  de- 
stra una  corona,  nella  sinistra  una  palma. 

Questa  moneta,  di  cui  non  fanno  cenno  i  vecchi  testi,  fu 
descritta  per  la  prima  volta  dal  Gnecchi  <3).  Il  B^hrfeldi  U» 
re  cita  altri  tre  esemplari;  un  quinto  illustrato  fn.  5)  fa  parte 
della  mia  collezione. 

I  detti  autori  considerano  questa  moneta  come  variante. 
lo  invece  la  considero  come  un'altra  entità  monetaria  per  la 


(I)  Iìarterldt,  loc.  cit. 

12)  Baiirfiìldt.    Nnc/ìlrage    itnd   herickiigituf^eìi   ztir  Mititzkittide  dcr 
EOmisc/ien  Republik,  voi.  Ili.  Ilildesheiin,  1919. 

(3)  Rivista  lliìliana  di  Niimismalica,  1902,  pag.  Ji. 
in  !',  \  1 1  u  II  I  '  .r,  Navhlrage,  ecc. 


148 


foggia  e  ratteggiamento  affatto  diverso  della  Vittoria  e,  più 
di  tutto,  per  lo  stile.  Ma  di  ciò  parlerò  piìi  diffusamente  in 
seguito. 

Poiché  Grueber  u)  nel  suo  catalogo  del  British  Museum 
assegna  allo  stesso  periodo  un  pseudo  asse  di  L.  Plancus, 
praefedus  ìirbis,  traendone  conseguenze  che  discuterò  in  se- 
guito, per  dovere  d'imparzialità  do  la  descrizione  della  mo- 
neta quantunque  si  tratti  di  una  falsificazione. 


ASSE    DI    L.    PLANCUS  (falso) 


ìE.  Asse  semiunciale.  Peso  gr.  13,30  (Grueber  (2),  voi.  I  [4124]). 

B'  —  CAESAR  Die  •  TER  Busto  alato  della  Vittoria;  dietro 

la  testa  una  stella. 

9    —  L  •  PLANCVS  PRAEF  •  VRB  •   Vaso  da  sacrificio  (specie 

di  anfora). 

Vedi  Tavola,  11.  3. 

Questa  moneta  fu  giudicata  falsa  primieramente  da 
Hill  (3),  in  seguito  questo  giudizio  fu  confermato  dal  Wil- 
lers  (4)  e  da  altri.  Il  falsario  ha  approfittato  della  somiglianza 
della  figura  della  Vittoria  dell'aureo  di  L.  Plancus  con  quella 
dell'asse  di  Clovius,  per  ritoccare  malamente  nel  rovescio 
uno  di  questi  assi,  fabbricando  l'effigie  di  una  brutta  anfora  a 
spese  della  preesistente  Minerva.  Ne  è  riuscita  una  moneta 
ineccepibile  al  diritto,  mentre  il  rovescio  è  completamente 
rifatto.  Ho  voluto  dir  questo  per  dare  un  ultimo  colpo  di 
piccone  ad  un  falso  monumento. 


Ben  poche  cognizioni  storiche  abbiamo  intorno  a  C.  Clo- 
vius. Si  sa  che  nell'anno  45  egli  era  governatore  della  Gallia 
Cisalpina,  da  una  lettera    direttagli    in    quell'anno    da    Cice- 


(i)  Grueber,  Coins  of  the  Roman  Republic  in    the   British  Museum, 
London,  1910. 

(2)  Grueber,  id. 

(3)  Hill,  Lettera  all'A. 

(4)  WiLLERs,  Gescìiichte  der  ròiìiischen  Kupferptàgung,  pag.  99,  nota  i 


149 

rone  (0.  Fu  poi  nell'anno  293.  C.  consul  suffecttts  {^^',  inoltre 
può  darsi  che  il  Clovius  menzionato  su  di  una  iscrizione  fu- 
neraria deirepoca  di  Augusto  (3)  sia  egli  stesso. 

In  quanto  a  Q.  Oppius  gli  unici  documenti  storici  che 
lo  riguardano  sono  appunto  le  monete  da  lui  battute  in  qua- 
lità di  praefectus  (4). 

A  questo  proposito  si  può  arguire  che  egli  fosse  uno 
dei  "  praefecti  classis  „  che  seguirono  G.  Cesare  in  Spagna 
nell'ultima  spedizione  contro  i  Pompeiani,  e  secondo  l'Eckhel  i5) 
insieme  al  suddetto  Clovius.  Ma  se  la  scoperta  del  nuovo 
asse  di  fabbrica  spagnuola  prova  la  presenza  di  Oppius  in 
Spagna,  è  soltanto  una  pura  ipotesi  che  C.  Clovius  facesse 
parte  della  spedizione. 


Le  monete  di  questi  due  personaggi  hanno  una  stretta 
analogia  per  l'epoca  e  le  circostanze  in  cui  furono  emesse, 
per  la  qualità  di  praefectus  ed  infine  per  avere  in  comune 
l'effigie  della  Vittoria,  al  diritto  nell'asse  di  Clovius  e  al  ro- 
vescio in  quelle  di  Oppius;  il  che  suggerisce  che  queste 
monete  siano  state  battute  in  onore  delle  vittorie  di  Cesare. 

A  questo  riguardo  le  opinioni  degli  studiosi  sono  con- 
cordi ;  solo  il  Willers  (6)  giustamente  pensa  che  l'asse  di 
Clovius  sia  stato  emesso  in  occasione  del  trionfo  delle  quattro 
vittorie  (fine  dell'anno  46  a.  C.)  e  quello  di  Oppius  per  la 
vittoria  di  Munda,  45  a.  C.  E'  questa  la  mia  opinione  che 
conforterò  di  nuovi  argomenti  più  innanzi 

Riguardo  alla  zecca  d'emissione  nulla  di  concreto  è  stato 
detto.  Eckhel  (7)  per  primo  mette  in  dubbio  che  siano   state 


(1)  CicHRo,  Epistolae  ad  Familiam^  XIII,  7. 

(2)  Babelon,  Ioc.  cit. 

(3)  Okklm,  Iscrizione  n.  4859. 

(4)  VViLLEKS,  ioc.  cit.,  interpreta  le  lettere  PR  per  PRAETOR  an- 
ziché PRAEFECTVS.  Se  così  fosse  si  potrebbe  pensare  che  Cesare 
avesse  lasciato  in  Spagna  Oppins  in  qualità  di  pretore  dopo  la  Vittoria 
di  Munda  (A). 

(5)  Eckhel,  Docirina  nnmrnoritm  .  v/ ,  v<^l    V,  pag.  173. 

(6)  Willers,  Ioc.  cit. 

(7)  EcKiiEL,  Ioc.  cit. 


15^ 

battute  in  Roma.  Lenormant  i^'  le  considera  di  fabbrica  spa- 
g-nuola  basandosi  sul  fatto  che  ''  in  quel  momento  della  sfar:,:: 
romana  noji  st  batlevaìio  monete  di  rame  a  Roma,  mentre  :ii 
Spagna  le  abitudini  particolari  del  paese  le  reclamarano  im- 
periosamente „.  Mommsen  <2>  pure  le  riferisce  alla  Spagr.a  : 
Cavedoni  (.3)  le  dice  emesse  in  qualche  porto  della  Licia  o 
a  Rodi;  Friedlaender  Uj  a  Tessalonica;  Babelon  '5)  è  del  pa- 
rere che  l'asse  di  Clovius  sia  stato  battuto  in  Spagna  e 
quello  di  Oppius  in  Spagna  o  in  Sicilia;  Gnecchi  (6)  in  Spa- 
gna o  in  Sicilia  ;  pure  alla  Spagna  le  attribuiscono  il  Ca- 
brici i?)  ed  il  Willers  (8).  Cohen  <9)  invece  assegna  le  due 
monete  alla  zecca  di  Roma.  Di  questo  stesso  parere  è  Gruc- 
ber  (  io>^  ma  egli  basa  la  sua  ipotesi  sul  presupposto  che  l'asse 
di  Plancus  sopradescritto  sia  una  moneta  autentica.  Ricono- 
sciutane la  falsità,  con  generale  consenso,  tutto  il  ragiona- 
mento viene  inevitabilmente  a  cadere. 


Prendendo  in  attento  esame  l'asse  di  C.  Clovius,  si  ro- 
tano particolarità  stilistiche  e  paleografiche,  che  fanno  subito 
escludere  che  esso  sia  un  prodotto  della  zecca  di  Roma.  In- 
nanzi tutto,  dal  punto  di  vista  artistico,  la  testa  della  Vittoria, 
nella  quale  si  vogliono  raflìgurare  i  tratti  di  Calpiu-nia,  mo- 
glie di  Cesare  (i^)  è  assai  diversa  e  di  molto  migliore  fattura 


ti)  Lenokmant,  La  ìiioìinaic  daiis  l'aiitiqiiilr,  voi.  II,    pag.  312-315. 

(2)  i\Io>iMSKx,  Hisioire  de  la  inonnaic  rout. 

(3)  Cavedoni,  Aìuiali  dell' Istituto,  1850,  pag.  152 

(4)  Friedlaender.  Btrliner  Blalt  fiìr  Miinz.,  voi.  II.  pag.  147. 

(5)  Babelon.  Ice.  cit. 

(6)  Gnecchi,  Rivista  Italiana  di  Niimisììiaiica^  voi.  XV,  pag.  ij. 

17)  Cabrici,  La  Niunismatica  di  Augusto.  Studi  e  materiali  di  c?r- 
cheologia  e  numismatica,  voi.  II,  1902. 

(8)  Willers,   VViener  Nuni.  Zeitschr.,  1902. 

{g\  Cohen,  Monnaies  cons.  Paris,  1857. 

(io)  Grueber,  Niimisniatic  Croii.,  1904. 

(Il)  Questo  primo  esempio  di  personificazione  della  propria  moglie 
nella  tigura  della  Vittoria,  fu  seguito  da  AI.  Antonio  per  la  moglie  Fulvia, 
nel  quinario  battuto  a  Lione  (Bab..  Ani.,  32),  nel  denaro  di  Mussidir^s 
Longus  (Bab..  Mtissidia,  4)  e  nell'aureo  di  Nnmonius  Vaala  (Bab.,  JVa- 
mofiia,  i).  In  seguito  così  fece  anche  Augusto  per  la  moglie  Scribor.ia 
(Bab.,  Julia.  17)  (A). 


I=;l 


della  stessa  etìigie  che  si  nota  in  una  moneta  contemporanea 
coniata  a  Roma.  Intendo  parlare  dell'aureo  di  L.  Plancus 
praefectiis  Urbis  che  porta  nel  diritto  la  stessa  leggenda 
C  •  CAESAR  Die  •  TER  (Bab.,  Munatia.  i)  (vedi  tavola,  n.  41. 
Qui  i  tratti  della  figura  sono  assai  grossolani,  l'insieme  della 
testa  è  goffo  e  inespressivo,  e,  ciò  che  piia  importa,  i  ca- 
ratteri della  leggenda,  in  tutto  simili  a  quelli  delle  monete 
contemporanee  di  Roma,  sono  assolutamente  diversi  da  quelli 
che  si  notano  sull'asse  predetto.  Questi  sono  caratteristici  e 
non  trovano  riscontro  in  monete  coniate  a  Roma,  né  prima 
né  dopo  quest'epoca. 

Queste  caratteristiche  paleografiche,  che  sono  ancor  pii^i 
evidenti  nella  leggenda  del  rovescio,  rivelano  una  speciale 
tecnica  incisoria.  Le  lettere  nelle  parti  terminali  sono  chiuse 
da  piccoli  tratti,  il  che  da  loro  un  aspetto  speciale  a  mar- 
gini taglienti  <r)  (vedi  tavola,  n.  i). 

Facendo  raffronti  dal  punto  di  vista  paleografico  con 
altre  monete  repubblicane  della  stessa  epoca,  in  un  tipo  solo 
mi  è  occorso  di  trovare  una  spiccatissima  somiglianza  dei 
caratteri  della  leggenda  :  nel  denaro  di  Cesare  che  porta  al 
diritto  l'elefante  che  schiaccia  il  dragone  e  al  rovescio  stru- 
menti pontificali  e  la  leggenda  CAESAR  (Bahklox,  Julia,  9) 
(vedi  tavola,  n.  2). 

Questo  denaro  è  da  tutti  concordemente  considerato  di 
fabbrica  gallica.  Di  esso  probabilmente  fu  iniziata  la  conia- 
zione nel  50-49  a.  C.  e  questa  certamente  fu  continuata  negli 
anni  seguenti  per  i  bisogni  della  Provincia  e  delle  truppe. 
Senza  dubbio  furono  fatte  varie  emissioni,  certo  che  nel  ri- 
postiglio di  Mornico  Losana  (^),  i  denari  di  questo  tipo,  me- 
glio conservati,  presentavano  nella  leggenda  le  caratteristi- 
che che  si  osservano  nell'esemplare  illustrato  nella  tav.,  n.  2. 

Continuando  nell'esame  dell'asse  vediamo  nel  rovescio 
una  figura  di  Minerva,  in  un  atteggiamento  che  non  trova 
riscontro  nell'iconografia  delle  monete  della  Repubblica.  Nel 


(i)  La  paleografia  delle  inoneic  di  conio  loinaiio  in  quest'epoca 
presenta  il  solito  tipo,  le  lettere  delle  leggende  nelle  parti  terminali  e 
negli  ang"''  "'-'Mitano  piccoli  rigonlìanienti  puntiformi  o  ---i.^  t.^.^rlei;- 
gianli  lA  . 

(2)  huNA/.::,  Il  ripo^/i^/io  di  Montico  Losaiia,  in  Riv.  II.  .\uìn.,  1919. 


152 

serpente  che  si  nota  ai  piedi  di  Pallade  e  che  sembra  pre- 
cederla si  deve  raffigurare  un  attributo  dato  più  volte  alla 
Dea  stessa,  cioè  il  serpente  Erichthonios  <^0.  L'incisore  però 
nella  raffigurazione  di  questo  simbolico  serpente  lo  ha  mo- 
dellato con  fauci  spalancate  e  cristato,  e  col  corpo  segmen- 
tato (2)  e  non  liscio,  in  modo  da  ricordare  il  dragone,  em- 
blema gallico,  che  si  trova  nel  suddetto    denaro  di   Cesare. 

Questo  dico  solo  dal  lato  tecnico-artistico,  non  essen- 
dovi alcun  dubbio  sulla  interpretazione  data  più  sopra. 

Dopo  queste  considerazioni  credo  di  poter  affacciare 
l'ipotesi  che  Clovius  abbia  battuto  il  suo  asse  in  Gallia. 
Esclusa  la  zecca  di  Roma  come  credo  di  aver  dimostrato  e, 
come  d'altra  parte  è  opinione  della  maggioranza  degli  stu- 
diosi, solo  la  Spagna  o  la  Gallia  potrebbero  dare  la  loro  pa- 
ternità alla  moneta.  La  Spagna  è  per  me  da  escludersi  prima 
di  tutto  per  lo  stile  e  la  paleografia,  secondariamente  per  le 
ragioni  cronologiche  seguenti.  La  leggenda  CAESAR  DIC-TER 
permette  di  precisare  la  data  di  emissione  della  moneta.  Ce- 
sare fu  dittatore  per  la  terza  volta  nel  46,  al  suo  ritorno  in 
Roma  dopo  la  battaglia  di  Tapso,  L'epoca  precisa  non  è 
possibile  precisarla,  ma  certamente  nella  seconda  metà  del- 
l'anno (3).  Fu  poi  dittatore  per  la  quarta  volta  nell'anno  suc- 
cessivo press'a  poco  nella  stessa  epoca. 

Che  durante  questo  lasso  di  tempo  Clovius  sia  stato  in 
Spagna  con  Cesare  non  mi  pare  probabile,  mentre  invece 
abbiamo  un  documento  storico  inoppugnabile  comprovante 
che  in  questo  periodo  di  tempo  egli  fu  nella  Gallia  Cisalpina 
in  qualità  di  governatore.  Questo  documento  è  la  lettera  in- 


(i)  Statua  colossale  di  Minerva  nel  Museo  Nazionale  a  Roma.  Par- 
thenos  di  Fidia. 

(2)  Questo  particolare  non  è  ben  visibile  nell'esemplare  qui  illustrato. 
E'  visibilissimo  in  esemplari  benissimo  conservati. 

(3)  Mommsen  dice  che  Cesare  fu  Dictator  HI  in  Novembre  del  46 
a.  C.  Certo  che  gli  aurei  di  Hirtius  emessi  in  occasione  del  trionfo  per 
le  4  vittorie  portano  soltanto  Cos  III.  Si  può  pensare  che  Cesare  sia 
stato  investito  della  terza  dittatura  appunto  in  occasione  del  trionfo. 
Non  mi  persuade  la  differente  cronologia  che  da  Gauter  (Zeti.  fur  Ntim.^ 
1^955  P^g-  197)'  Secondo  lui  Cesare  avrebbe  avuto  la  III  dittatura  poco 
dopo  Tapso  ma  abbiamo  appunto  una  moneta  d'argento  battuta  dopo 
Tapso  {^Brit.  Mtis.  Cat.,  voi.  II,  pag.  576)  sulla  quale  si  legge  dic-iter. 


153 

fiatagli  da  Cicerone  nel  45  a.  C.  (D  e  con  tutta  probabiliià  in 
primavera.  Questa  lettera  fa  presumere  che  Clovius  fosse 
già  da  tempo  in  Gallia  e  fa  menzione,  come  di  cosa  abba- 
stanza lontana,  di  una  visita  che  Clovius  stesso  aveva  fatto 
a  Cicerone  in  Roma  prima  di  partire.  Questa  partenza  sa- 
rebbe quindi  avvenuta  press'a  poco  al  tempo  dei  preparativi 
per  la  spedizione  di  Cesare  in  Spagna,  e  non  è  improbabile 
che  il  dittatore  in  questa  occasione,  come  lasciò  L.  Plancus 
praefedus  Urbis  in  Roma,  abbia  inviato,  prefetto  in  Provin- 
cia, Clovius.  Ora  la  moneta  sarebbe  stata  battuta  o  sul  finire 
del  46  o  nel  principio  del  45  a.  C.  L'effigie  della  Vittoria 
sarebbe  una  glorificazione  delle  quattro  vittorie  di  Cesare, 
non  essendo  ancora  spenta  Teco  delle  grandi  feste  trionfali 
avvenute  poco  prima  in  Roma. 

In  quanto  ai  ritrovamenti  non  mi  consta  che  questa  mo- 
neta abbia  figurato  in  quantità  degna  di  nota  in  ripostigli. 
Posso  dire  invece,  per  conoscenza  di  causa,  che  essa  si  trova 
assai  di  frequente  isolata  nell'alta  Italia,  è  infatti  moneta  che 
si  trova  comunemente  nelle  ciotole  dei  rigattieri,  acquistata 
per  lo  pili  da  contadini.  Per  questo  tramite  mi  sono  passate 
per  le  mani  molte  decine  di  esemplari. 


Passando  ora  ad  esaminare  i  due  assi  di  Q.  Oppius  ri- 
peto che  non  è  il  caso  di  considerarli  come  varianti,  ma  che 
si  tratta  di  due  entità  monetarie  distinte;  in  primo  luogo  per 
l'atteggiamento  della  Vittoria,  secondo  per  il  peso,  terzo,  e 
questo  è  il  più  importante,  per  lo  stile.  Per  rispetto  all'or- 
dine cronologico  mi  occupo  prima  dell'asse  n.  2  (vedi  tavola, 
"•  5)-  Questa  moneta  rivela  a  prima  vista  la  sua  origine  e 
non  si  può  a  meno  di  giudicarla  un  prodotto  di  fabbrica 
spagnuola;  anzi,  con  tutta  probabilità,  si  può  assegnare  alla 
zecca  di  Corduba.  E'  in  questa  città  che  si  reco  subito 
G.  Cesare  dopo  la  battaglia  di  Munda,  e  fu  certo  in  quella 
zecca  che  fu  coniato  da  Cesare  stesso  il  denaro  d'argento 
colla  testa  di  Venere  al  diritto  e  trofei    ispano-gallici    al  ro- 


(i)  Cicero,  Ep.  ad  lam.,  XIII,  7. 


154 

vescio  (i)  (vedi  tavola,  n.  6).  La  stessa  testa  di  Venere  si  nota 
pure  nell'asse  di  Oppius.  Nel  denaro  di  Cesare  dietro  la 
testa  della  Dea  vi  è  un  piccolo  Cupido  ed  è  ciò  che  avva- 
lora l'ipotesi  che  la  moneta  sia  stata  battuta  a  Cordoba, 
dato  che  le  monete  autonome  di  questa  città  portano  al  di- 
ritto la  testa  di  Venere,  al  rovescio  Cupido  (2).  Di  questa 
moneta  do  illustrazione  (vedi  tav.,  n.  7)  del  solo  diritto.  Di- 
sgraziatamente non  ho  potuto  procurarmi  un  esemplare  mi- 
gliore; ma  già  le  poche  traccie  della  figura  sono  sufficienti 
a  stabilire  punti  di  contatto  colla  testa  di  Venere  della  mo- 
neta in  questione.  Per  quanto  riguarda  Io  stile  e  la  paleo- 
grafia vi  è  una  somiglianza  spiccata,  che  non  può  essere 
casuale,  coi  denari  che  Minatius  Sabinus  aveva  battuto,  poco 
prima  quale  proquaestor  di  Cneo  Pompeo  nella  Betica  e 
molto  probabilmente  nella  stessa  zecca  (vedi  tavola,  n.  8).  I 
caratteri  della  leggenda  sono  pressoché  uguali;  si  notino  in 
ispecial  modo  i  p  aperti  e  la  r.  Curiosa  è  pure  la  somiglianza 
nell'atteggiamento  e  nell'aria  della  figura  che  è  di  vero  sa- 
pore iberico. 

L'esemplare  illustrato  nella  tavola,  al  n.  5,  appartenente 
alla  mia  collezione,  essendo  assai  ben  conservato,  permette 
di  fare  un  esame  preciso,  e  il  lettore,  credo,  non  potrà  ne- 
gare l'obbiettività  delle  mie  osservazioni. 

Credo  che  quanto  ho  esposto  valga  ad  avvalorare  l'ipo- 
tesi che  realmente  Q.  Oppius  deve  aver  preso  parte  alla 
guerra  di  Spagna  del  45  e  che,  dopo  la  disfatta  dei  Pom- 
peiani, abbia  seguito  Cesare  a  Corduba,  autorizzato  a  bat- 
tere moneta  in  qualità  di  praefedus.  Può  anche  darsi  che 
sia  stato  lasciato  in  Spagna  con  speciali  poteri  (3)  da  Ce- 
sare che  si  affrettava  a  tornare  a  Roma  a  cogliere  gli  al- 
lori della  nuova  vittoria. 


(i)  Ordinamento  di  Salis.  Grueber,  Coins  of  Rom.  Rep.^  ecc.,  voi.  II, 
pag.  369,  nota. 

(2)  Heiss,  Description  gen.  des  inonuaies  de  l' Espagne.  Paris,  1870,^ 
tav.  XLI,  n.  i.  —  Delgado,  Nuevo  metodo  de  classi ficatiou,  ecc.,  pag.  125, 
medal.  aut.  Sevilla,  1871. 

(3)  WiLLERS  (lo:,  cit.)  vuol  leggere  in  PR  praetor  2^nz\Q\\h  praejectus. 
Questa  versione  potrebbe  anche  esser  giusta  e  significare  che  realmente 
Oppius  fosse  lasciato  in  Spagna  in  qualità  di  pretore. 


155 


Se  la  sopradescritta  moneta  per  il  suo  speciale  aspetto 
attesta  chiaramente  la  propria  origine  iberica,  l'altra  moneta 
dello  stesso  O.  Oppius  (vedi  tav.,  n.  9),  cioè  il  tipo  normal- 
mente conosciuto,  rivela,  anche  all'osservatore  piìi  superfi- 
ciale, un  prodotto  artistico  infinitamente  superiore,  tanto  da 
poter  escludere  ogni  affinità  dal  punto  di  vista  tecnico- 
artistico. 

Senza  dubbio  la  zecca  nella  quale  questo  asse  è  stato 
battuto  doveva  disporre  di  buoni  artisti  e  più  di  tutto  di  una 
eccellente  tradizione  artistica.  La  testa  di  Venere  U)  è  di  ot- 
tima fattura,  accurati  i  particolari,  nobilissimo  il  profilo  tanto 
da  riportarci  quasi  alle  magnifiche  teste  femminili  della  mi- 
glior arte  monetaria  greca.  Il  tipo  di  testa  ricorda  infatti 
quella  di  Diana  sulle  monete  di  bronzo  di  Agatocle  (2).  Tutto, 
r  insieme  poi  della  moneta,  tenuto  conto  della  spiccata  con- 
cavità nel  rovescio,  ricorda  il  tetradramma  dello  stesso  Aga- 
tocle (3),  e  anche  le  lunghe  abbondanti  penne  delle  ali  della 
Vittoria  hanno  qualche  punto  di  somiglianza  colla  Vittoria 
dello  stesso  tetradramma. 

Potranno  sembrare  avventate  queste  mie  considerazioni, 
ma  il  fatto  che  un  incisore  d'una  zecca  si  sia  ispirato  a  pre- 
cedenti capolavori  dell'arte  monetaria  non  è  inverosimile.  In 
ogni  modo  non  sarebbe  questo  il  solo  caso.  Già  circa  cin- 
quant'anni  prima  l'asse  di  Cn.  Biasio  Cn.  F.  (4)  battuto  in 
Sicilia,  ripete  esattamente  il  rovescio  del  tetradramma  di  Aga- 


(i)  W.  V.  VoiGH  nel  Journal  inteniatioiial,  1911,  pagg.  25-30,  solleva 
qualche  dubbio  in  proposito,  formulando  l'ipotesi  che  potesse  trattarsi 
della  testa  di  Diana  anziché  di  Venere  dato  che  in  qualche  esemplare 
vi  è  una  mezzaluna;  ma  questa  si  trova  in  basso,  nel  campo  e  non 
sulla  fronte.  In  questo  caso  poi  abbiamo  il  tipo  coniato  in  Spagna  de- 
scritto precedentemente  nel  quale  il  dubbio  non  è  possibile. 

(2)  MioNNEr,  De<icription  des  medailles  aìiiiques,  ìì.»  ed.,  voi.  I,  pa- 
gina 333,  n.  54. 

(3)  MioNNKT,  Descript.,  ecc.,  voi.  I,  pac:.  332,  n.  48. 

(4)  Babelon,  Ioc.  cit.  Cornelia,  21. 


156 

tocle  e  anche  il  quadrante  dello  stesso  Biasio  (i)  ci  presenta 
un  tipo  di  Ercole  con  clava,  frequente  in  monete  di  Sicilia 
e  affatto  estraneo  ai  tipi  della  zecca  di  Roma. 

Le  varianti  a  questo  tipo  di  asse  di  Oppius  si  riferi- 
scono all'essere  la  testa  di  Venere  rivolta  a  sinistra  invece 
che  a  destra  e  dalla  presenza  o  meno  di  un  piccolo  capri- 
corno dietro  la  testa  o  di  una  mezzaluna  davanti.  Si  è  di- 
scusso intorno  a  questi  due  simboli  senza  venire  ad  una  con- 
clusione, ma  io  non  credo  si  debba  dare  ad  essi  soverchia 
importanza,  perchè  con  tutta  probabilità  stanno  solo  a  rap- 
presentare diverse  emissioni. 

In  quanto  al  piccolo  fulmine  alato  che  si  trova  al  rove- 
scio e  che  è  costante  in  tutti  gli  esemplari  colla  testa  a  de- 
stra, io  penso,  che  data  la  sua  piccolezza  e  il  minimo  rilievo 
(talvolta  è  appena  visibile),  questo  simbolo  potrebbe  essere 
una  marca,  un  segno  di  firma  dell'artista  incisore.  Come 
coincidenza,  non  senza  valore,  è  da  notare  che  il  fulmine 
alato  si  trova  colla  massima  frequenza  sulle  monete  di  Si- 
racusa. 

Non  è  questo  il  solo  esempio  di  una  moneta  battuta 
con  tipi  pressoché  uguali  in  due  diverse  zecche.  Poco  tempo 
dopo  accadde  qualche  cosa  di  consimile,  cogli  assi  di  Sesto 
Pompeo.  Quando  questi  si  assicurò  il  dominio  della  Sicilia 
nel  43  a.  C. ;  in  una  zecca  dell'isola,  che  è  difficile  precisare, 
coniò  insieme  a  denari  d'argento  con  l'effìgie  di  Pompeo 
Magno  (2),  un  asse  che  porta  nel  diritto  un  bifronte  i  cui  li- 
neamenti sono  quelli  del  Grande  Pompeo  (vedi  tavola,  n.  io). 
Questa  moneta  per  l'identità  indiscutibile  della  modellatura 
del  volto  deve  assegnarsi  alla  stessa  zecca  siciliana  nella 
quale  furono  battuti  i  detti  denari  e  quello  di  Q.  Nasidius  (3), 
come  ha  luminosamente  dimostrato  Laffranchi  (4). 

Orbene  questo  asse    non    è    che    la    ripetizione    di   uno 


(i)  Babelon,  loc.  cit.  Cornelia,  23. 

(2)  Babelon,  Ioc.  cit.  Poinpeia,  25. 

(3)  Babelon,  loc.  cit.  Nasidia,  i. 

(4)  Laffranchi,  Gli  assi  di  Sesto  Pompeo  coniati  in  Sicilia    in    Bol- 
lettino del  Circ.  Nuni.  Nap.y  serie  I,  n.  2. 


157 

stesso  tipo  già  battuto  in  Spagna  (5^  (vedi  tav.,  n.  ii).  Qui 
oltre  allo  stile  e  al  carattere  tutto  spagnuolo,  il  profilo  di 
Pompeo  Magno  ripete  con  tratti  simili  quello  che  si  osserva 
nel  denaro  di  Sesto  Pompeo,  battuto  dopo  la  sconfitta,  con 
la  leggenda  :  SEX  •  MAGN  •  IMP  •  SAL  (6)  e  al  rovescio  PIETAS  (7). 


Da    tutto    quanto    ho    esposto    risultano    le    conclusioni 

Iti  : 

i.°  —  L'asse  di  C.  Clovius  fu  probabilmente  battuto 
nella  Gallia  Cisalpina  quando  Clovius  stesso  era  governatore. 
L'ipotesi  è  basata  su  alcuni  punti  di  contatto,  dal  punto  di 
vista  tecnico-paleografico,  col  denaro  di  Cesare  sicuramente 
coniato  in  Gallia  e  su  ragioni  cronologiche. 

2.°  —  L'asse  n.  2  di  Q.  Oppius  fu  coniato  in  Spagna 
a  Corduba  e  lo  provano  lo  stile  prettamente  spagnuolo,  la 
somiglianza  di  tipo  con  altre  monete  emesse  in  quella  zecca. 

3.°  —  L'asse  n.  i  di  Q.  Oppius  fu  battuto  in  Sicilia,  forse 
a  Siracusa.  L'arte  superiore,  alcune  caratteristiche  comuni 
ad  antichi  conii  siracusani,  mentre  confortano  la  mia  tesi, 
stabiliscono  l'origine  affatto  diversa  di  questa  moneta  rispetto 
alla  precedente. 

Milano,  20  Agosto  ig2n. 

Pompeo  Bonazzi. 


(5)  Di  questi  assi  vi  sono  anche  alcuni  tipi  assolutamente  barbari 
che  potrebbero  essere  contraffazioni.  Io  non  escludo  però  che  qualcuno 
di  questi  possa  essere  stato  battuto  in  Sardegna  poiché  ci  ricordano  il 
barbaro  aspetto  del  Sardiis  pater. 

(6)  Laffranchi  legge  in  SAL  le  prime  lettere  di  Salduha  città  della 
Tarraconese,  alla  cui  zecca  assegna  la  moneta.  La  zecca  di  Sesto  Pompeo 
Ut  Spagna  in  Rìv.  Il,  di  Niim.,  19 12. 

(7)  Bauelon,  Ice.  cit.,  Pompeia,  17. 


158 


SPIEGAZIONE    DELLA    TAVOLA 


mia  collezione 


Brit.    Museuni 
mia  collezione 


I.  JE  Asse  di  C.  Clovius  (Gallia) 
,  2.  JR  Denaro  di  C.  Caesar       „ 

3.  JE  Asse  di  L.  Plancus  (falso) 

4.  N  Aureo  di  L.  Plancus  (Roma) 

5.  JE  Asse  di  Q.  Oppius  (Spagna)  „  ,, 

6.  M  Denaro  di  C.  Caesar  (solo  diritto)  „  „ 

7.  Al  Moneta  autonoma  di  Corduba 

(solo  diritto)    Brit.    Museum 

8.  JR  Denaro  di  M.  Minatius  Sabinus  „  „ 

.9.  JE.  Asse  di  Q.  Oppius  (Sicilia)  mia  collezione 

10.  JE  Asse  di  Sex.  Pompeius  (Sicilia)  ,,  „ 

11.  ^  Asse  di  Sex.  Pompeius  (Spagna)  „  „ 


P,  B. 


1920. 


RIVISTA  ITALIANA  DI  NUMISMATICA 


P.  BONAZZI;  Gli  assi  di  C.  Clovius  e  Q.  Oppius. 


Intorno  a  due  rarissimi  medaglioni  di  Lucilla 

relativi  al  culto  delle  Divinità  Generatrici 


Le  monete  che  si  conoscono  di  Lucilla,  con  la  figura 
allegorica  della  "  Fecondità  „  avente  sul  grembo  o  attorno 
uno  o  piiJ  bambini,  sono  evidentemente  allusive  ai  diversi  stati 
di  maternità  della  giovine  consorte  di  Lucio  Vero. 

Per  difetto  di  ogni  altra  testimonianza  storica  intorno 
alla  famiglia  di  Lucio  Vero,  la  medaglia  di  Lucilla  con  la 
■figura  della  '*  Fecondità  „  ovvero  quella  di  Giunone  Lucina, 
costituiscono  un  documento  sicuro  per  ritenere  che  quella 
avesse  avuto  figliuoli  dal  suo  imperiale  consorte. 

Col  tipo  della  "  Fecuditas  „  sulle  monete,  si  vuole  ge- 
neralmente alludere  alla  fecondità  delle  imperatrici  romane. 
Il  primo  ad  introdurre  il  culto  di  quella  divinità  a  Roma,  fu 
Nerone,  quando  Poppea  nell'anno  63  gli  partorì  una  bam- 
bina che  poco  dopo  prematuramente  gli  morì.  In  quella  cir- 
costanza il  Senato  Romano,  per  rispondere  all'esultanza  del- 
l'imperatore,  elevò  un  tempio  alla  "  Fecondità  „  e  ne  celebrò 
la  dedicazione  con  dei  giuochi  i  quali  dovevano  rappresen- 
tare la  vittoria  d'Acù'um  avvenuta  sotto  Augusto  (i). 

L'Henzen  ha  creduto  di  poter  fissare  la  data  di  quelle 
feste  al  dodicesimo  giorno  delle  calende  di  febbraio,  ed  in  tale 
ricorrenza  si  esprimevano  i  voti,  per  il  fausto  evento,  al- 
l'imperatrice che  sotto  aspetto  della  "  Fecondità  „  (Fecun- 
ditas  Augusiae),  era  già  stata  investita  di  quel  titolo  d'onore 


(I)  Tac,  Ann.,  X,  23. 


i6o 

dal  decreto  del  Senato  (i).  D'allora  in  poi  l'effigie  di  quella 
figura  allegorica  sulle  monete  servì  a  celebrare  le  nascite 
imperiali,  e  qualche  volta  essa  non  fu  che  una  copia  della 
Veniis  Felix,  altra  divinità  maternale,  la  quale  era  rappre- 
sentata sotto  aspetto  di  matrona,  avente  lo  scettro  in  una 
mano  ed  un  fanciullo  sul  braccio  (2). 

Ma  non  pare  dubbio  che  sotto  il  tipo  della  '^  Fecondità  ,; 
sieno  in  generale  riprodotte  sulle  monete  le  sembianze  delle 
imperatrici  romane,  per  le  quali  si  era  istituito  di  quel  tempo 
l'uso  di  celebrare  l'epilogo  felice  delle  gravidanze.  Si  ag- 
giunga inoltre  che  i  genietti  o  fanciulli,  i  quali  in  numero 
diverso  sogliono  circondare  l'imperatrice  seduta,  dovrebbero 
rappresentare  i  figliuoli.  Il  numero  di  quelli  è  vario,  e  di  uno 
se  ne  contano  fino  a  cinque.  Da  ciò  è  lecito  anche  sospet- 
tare che  alla  coniazione  di  quella  specie  di  monete  comme- 
morative si  dava  corso  nella  ricorrenza  di  ciascun  parto,  e 
che  le  mogli  dei  Cesari  vi  erano  effigiate  col  numero  rispet- 
tivo dei  figli. 

Così  vediamo  in  alcuni  esemplari  effigiata  Faustina  gio- 
vane con  un  solo  bambino  sulle  braccia  (Coh.,  99  a  102); 
in  altri,  con  tre,  due  fra  le  braccia  ed  il  terzo  in  piedi,  ac- 
canto (Coh.,  103-106);  in  altri,  infine,  è  rappresentata  l'im- 
peratrice con  quattro  fanciulli,  due  sulle  braccia  e  due  ac- 
canto (Coh.,  93-98). 

In  questa  serie  di  figurazioni  manca  il  tipo  intermedio, 
quello  con  due  soli  fanciulli.  Faustina,  infatti,  ebbe  sette  fi- 
gliuoli da  Marco  Aurelio,  ma  quattro  soltanto  sopravvissero, 
cioè  Commodo,  Lucilla,  Galeno  Antonino  ed  Annio  Vero. 

Nella  serie  di  Giulia  Domna,  riportata  dal  Cohen  dal 
n.  41  al  n.  46,  e  specialmente  sopra  un  medaglione   (n.  45), 


I 


(i)  Henzen,  Ada  frat.  Arval.^  pag.  85.  —  Ved.  C.  /.  L.,  VI,  i,  2043  ; 
I,  XII  Kal.  Febr.  :  In  Capiiolis  vota  soluta  qiiae  susceperunt  prò  pardi 
et  incolumitate  Poppeae. 

(2)  Il  Peter  (in  Roscher  AiisfuJir  Lexik.,  pag.  1471)  paragona  la 
figura  tradizionale  della  "  Fecundiias  „  aWEirétté  di  Cephisodoto  ed  alla 
Venus  Felix  che  si  scorge  sulle  monete  di  Mammea  e  di  Salonina.  Cfr. 
EcKHEL,  Doctr.  Niim.  Vet.,  tav.  VII,  pagg.  78,  196,  413. 


i6i 

si  scorge  distintamente  l'imperatrice  in  sembianza  della  "  Fe- 
condità ,;  seduta  a  destra,  nell'atto  di  allattare  un  fanciullo 
che  tiene  sulle  braccia,  mentre  un  altro  fanciullo  più  gran- 
dicello le  sta  in  piedi,  davanti.  Il  Cohen  crede  doversi  rico- 
noscere in  quei  due  fanciulli  Caracalla  e  Geta.  All'inizio  del- 
l'impero di  Settimio  Severo,  Caracalla  contava  cinque  anni 
e  Geta  quattro.  Essendo  probabile,  a  motivo  della  leggenda, 
che  quelle  medaglie  di  Giulia  Domna  fossero  state  coniate 
Tanno  primo  di  Settimio  Severo,  si  rende  anche  verosimile 
che  il  monetario,  col  riportarsi  ad  un'epoca  molto  lontana, 
quando  forse  Caracalla  contava  due  anni  e  Geta  uno,  avesse 
voluto,  in  omaggio  all'imperatrice  Giulia,  rappresentarla  sotto 
il  tipo  della  ^^  Fecondità  „  (i). 

Altri  esempì  non  mancano.  Giulia  Mammea  che  ebbe  un 
solo  figlio,  Alessandro  Severo,  è  effigiata  sulle  monete  (Coh., 
5-10)  sotto  aspetto  della  "  Fecondità  „  con  un  solo  bambino 
sulle  braccia. 

Queste  figurazioni  allusive  al  concetto  della  maternità» 
si  estendono  a  quasi  tutti  i  tipi  delle  Auguste  romane;  ma 
non  bisogna  ritenere  in  linea  assoluta  che  il  numero  dei  ge- 
metti rappresentati  sopra  ciascuna  moneta,  in  grembo  o  al- 
lato alla  figura  matronale,  corrisponda  perfettamente  a  quello 
rispettivo  dei  figliuoli  di  ognuna  delle  mogli  dei  Cesari.  La 
storia,  molto  oscura  al  riguardo  di  qualcuna  di  esse,  non 
sempre  è  di  conforto  alla  tesi  di  quei  riscontri.  Così,  per 
esempio,  parlando  di  Crispina,  si  ritiene  che  avesse  avuto 
un  figlio  da  Commodo,  ma  gli  storici  nulla  affermano  al  pro- 
posito. Soltanto  sopra  un  esemplare  che  le  appartiene  si  rav- 
visa la  "  Fecondità  „  con  un  fanciullo  (Coh.,  17). 

Tornando  a  Lucilla,  la  serie  monetale  col  tipo  della 
"  Fecondità  „  allude  evidentemente  ai  figliuoli  procreati  in 
prime  nozze  con  l'imperatore  Lucio  Vero,  che  quella  sposò 
nell'anno  917  (164  d.  C.)  e  che  si  vuole  avesse  in  seguito 
avvelenato  per  gelosia  di  rapporti    con    la    sorella   Fabia.    I 


(i)  Cohen,  Descripl.,  ecc.,  II  ed.,  voi.  IV,  109,  n.  i.  I  tipi  che  si 
scorgono  ai  numeri  34,  37,  con  la  "  Fecondità  „  alludono  alla  terra  ed 
alle  quattro  stagioni. 


102 

tipi  con  la  "  Fecondità  „  nella  serie  di  Lucilla,  ci  rivelano, 
a  preferenza  di  altri  appartenenti  ad  altre  serie  (Coh.,  i8  a  26), 
la  particolare  cura  che  ella  ebbe  nell'ostentare  la  sua  fun- 
zione materna  e  corrispondono  con  ogni  esattezza  alla  gra- 
duale successione  dei  parti  felicemente  compiuti.  I  fanciulli 
che  vi  si  scorgono  sono  tre,  corrispondenti  appunto  al  no- 
vero dei  figliuoli  che  quella  ebbe  da  Lucio  Vero.  Nella  suc- 
cessione cronologica  di  quei  tipi  si  scorge  dapprima  Lucilla 
che  tende  le  baccia  ad  una  bambina  che  le  sta  dinanzi 
(Coh.,  24)  la  prima  delle  figlie. 

In  altra  moneta  i  puttini  aumentano  a  due,  forse  un  ma- 
schietto ed  una  femminuccia,  dei  quali  il  primo  è  sulle  gi- 
nocchia della  madre,  l'altra  sta  in  piedi,  accanto  (Con.,  18, 
19).  I  rimanenti  tipi  (Coh.,  2023)  mostrano  il  numero  aumen- 
tato a  tre,  e  vi  si  scorge  Lucilla  con  uno  dei  figliuoli  sulle 
ginocchia,  l'altro  alle  spalle,  il  terzo  ai  piedi. 

Questi  stadi  di  successione  nell'accrescimento  della  prole, 
sono  molto  evidenti,  come  ho  detto,  nella  serie  di  Lucilla,  e 
da  ciò  si  argomenta  come  il  culto  verso  le  divinità  tutelari 
dell'infanzia,  non  andò  disgiunto  da  quella  specie  di  orgoglio 
che  le  mogli  dei  Cesari  dovevano  provare  nel  veder  con- 
sacrato sulle  specie  monetali,  sia  per  volontà  propria  che 
per  compiacenza  del  Senato,  il  ricordo  della  loro  virtù  fe- 
condatrice. 

Ma  in  Lucilla  tale  virtù  trascende  da  semplice  carattere 
ufficiale  o  consuetudinario  e  rivela  una  più  perfetta  senti- 
mentalità. Infatti,  sopra  due  rarissimi  medaglioni  che  le  ap- 
partengono, sono  effigiati,  in  modo  assai  particolareggiato, 
due  scene  inerenti  al  culto  ed  alle  funzioni  della  maternità, 
le  quali  attestano,  al  disopra  di  ogni  altra  manifestazione  di 
contenuto  religioso  od  ufficiale,  l'amore  e  la  devozione  par- 
ticolare che  la  consorte  di  Lucio  Vero,  ad  esempio  della 
madre  Faustina  ebbe  verso  la  sua  prole. 

Si  tratta  di  due  importanti  episodi  famigliari,  che  a 
me  sembra  devonsi  scorgere  nelle  figure  effigiate  sopra  i 
due  ricordati  medaglioni  e  che  sono  sfuggiti,  come  sembra, 
a  coloro  che  fino  ad  oggi  si  sono  adoperati  ad  interpretare 
questi  ultimi. 

Il  primo  dei  medaglioni,  unico  fino  ad  ora,  è  quello  che 


163 

apparteneva  alla  collezione  Martinetti,  venduta  in   Roma  nel 
1907.  È  riprodotto  alla  tav.  XXVIII,  n.  2277  del  catalogo  e 

così  descritto  : 

^  —  LVCILLAE  AVO  ANTONINI  ÀVG  •  F  •  Son  buste  à  dr. 

P    —  (Anepigrafe)  Lucilie  debout  à  dr.,  recevant  des  mains 

de  Vénus  assise  le  groupe  des  Charites. 


Lo  Gnecchi  (i)  scorge  in  quella  scena  "  Vesta  con  lo 
scettro,  assisa  a  sinistra,  in  atto  di  ricevere  le  statuette  delle 
tre  Grazie  offertele  da  Faustina  che  le  sta  diritta  davanti  ,;. 

Ora  a  me  sembra  che  il  significato  della  scena  sia  affatto 
diverso.  Non  sono  già  da  identificarsi  con  le  tre  Grazie  i 
tre  puttini  minuscoli  che  si  vedono  posati  nelle  mani  della 
divinità,  ma  i  tre  figliuoli  di  Lucilla,  e  la  scena  potrebbe  ri- 
portarsi a  quella  cerimonia  lustrale  ch'era  solita  d'accompa- 
gnare la  consacrazione  religiosa  dei  figliuoli  nati  da  connubio 
imperiale  alle  divinità  tutelatrici  deirinfanzia. 

I  riti  domestici  dei  romani  consentivano,  dopo  le  nascite, 
questo  genere  di  lustrazioni  famigliari,  accompagnate  da  sa- 
crifizi alle  divinità  protettrici  dell'infanzia  e  da  cerimonie  di 
svariata  natura,  devolute  per  lo  pili  a  Giunone  (2).  Fra  quelle 
cerimonie,  comuni  anche  alla  Corte  imperiale,  vi  era  la  pre- 


fi)  J  medaglioni  romani^  voi.  II,  pag.  51,  n.  io.  Il  medaglione  (niod.  37, 
gr.  46,150)  è  comune  con  Faustina  juniore. 

(2)  Mommsen-Makquardt,  Le  culle  chez  les  Romaius,  trad.  Brissaud, 
Paris,  1889,  I,  17.  —  Id.  id.,  La  vie  privée  des  Romaius.  trad.  Henry, 
Paris,   1892,  I,  99. 


104 

sentazione  o  dedicazione  dei  figliuoli  alla  divinità.  Di  Cali- 
g-ola  scrive  Svetonio  (i),  che  "  infanteni...,  Jiiliam  Driisillam 
appellatam  per  omnium  Deorum  tempia  ciraimferens,  Mi- 
nervae  gremio  imposiiit,  alendamqiie  et  institueìidam  com- 
mendavi t  .,. 

Una  scena  di  quel  genere,  rappresentante  la  dedicazione 
dei  figliuoli  a  qualcuna  delle  divinità  generatrici,  Venere  o 
Giunone,  mi  sembra  con  ogni  probabilità  doversi  scorgere 
nel  medaglione  sopra  descritto. 

Ma  non  è  soltanto  nella  consecrazione  o  dedicazione  dei 
neonati  alle  divinità  che  si  manifesta  lo  zelo  materno  del- 
l'imperatrice. Esso  diventa  più  significativo  in  un'altra  scena 
di  consecrazione  postuma  alle  divinità  inferiori,  la  quale  scena 
dovrà  probabilmente  riferirsi  alla  circostanza  della  morte  di 
uno  dei  pargoletti,  come  sembra  potersi  desumere  dal  ro- 
vescio pure  anepigrafe  di  un  altro  rarissimo  m.edaglione,  ri- 
masto fino  ad  oggi  a  tutti  inesplicabile. 

Il  complesso  infatti  della  rappresentazione  e  l'atteggia- 
mento delle  figure  che  in  esso  sono  effigiate,  non  potrebbero 
chiarirsi  senza  il  sussidio  d'una  rappresentazione  analoga 
che,  per  buona  fortuna,  non  ci  viene  a  mancare.  Il  Cohen 
(Lucilla,  103)  che  descrisse  per  la  prima  volta  questo  meda- 
glione, già  della  collezione  Dupré,  sopra  un  esemplare  non 
genuino  del  Gabinetto  di  Francia,  così  si  esprime  a  riguardo 
della  scena  che  vi  è  rappresentata:  "  Cette  description  n'a 
d'autre  raerite  que  d'indiquer  à  peu  près  ce  qui  se  voit  sur 
ce  médaillon  dont  la  vrai  interprétation  est  difficile  à  déter- 
miner  „  (2).  E  non  senza  ragione  ne  diede  ragguaglio,  pura- 
mente generico,  a  questo  modo  : 

^  —  LVCILLAE  AVG- ANTONINI  AVG  •  F  •  Son  buste  à  dr. 

9  ' —  Sans  legende.  Femme  debout  à  droite  secouant  un 
arbre  d'oìi  s'envole  un  genie;  sous  l'arbre,  un 
genie  ailé  sur  un  autel;  à  droite,  une  femme  ac- 
croupie  sur  le  borde  d'un  étang,  puisant  de  l'eau; 
a  còte  d'elle,  un  enfant  debout;  plus  haut,  sur  une 


(i)  Cai.,  25. 

(2)  Descript.,  cit.,  IH,  224,  n. 


i65 


base,  un  genie  ailé  semblant  prendre  son  voi;  et 
sur  le  second  pian  un  troisième  genie  sur  le  mur 
d'un  jardin  dans  lequel  sont  des  arbres  dont  on 
voit  la  cime. 


Lo  Gnecchi  descrive  pure  genericamente  questo  rove- 
scio e  vede  nella  donna  di  fronte  l'immagine  di  Lucilla  sotto 
l'aspetto  della  "  Fecondità  „  (0. 

Al  Cavedoni  era  sembrato  che  quel  rovescio  dovesse 
rappresentare  l'imperatrice  Lucilla,  in  sembianza  di  Venere 
Generatrice,  nell'atto  di  giuocare  con  i  suoi  figliuoli  mischiati 
a  tre  amorini,  ovvero  genietti,  m  una  villeggiatura  imperiale, 
presso  un  laghetto  od  un  parco.  La  giovine  fanciulla  eh'  è 
curva  ad  attinger  l'acqua,  sarebbe  la  primogenita  di  Lucilla  12). 

Ora,  invece,  la  scena  che  si  svolge  in  mezzo  a  quell'in- 
teressante e  complesso  gruppo  di  personaggi,  dovrebbe,  ^ 
mio  giudizio,  riportarsi  alla  celebrazione  d'una  cerimonia  lu- 
strale e  magica,  di  carattere  propiziatorio  verso  le  divinità 
inferiori,  certamente  allusiva  alla  morte  di  uno  dei  figliuoli 
dell'imperatrice  e  fors'anco  al  pericolo  corso  da  un  altro  di 
essi.  Essa  può  dividersi  in  due  parti,  ed  interpretarsi  così  : 
La  figura  che  si  vede  in  mezzo  al  giardino  (che  tale  è  l'am- 
biente in  cui  si  svolge  l'azione)  è  quella  di  Lucilla  in  piedi, 
nell'abito  di  Venere  Generatrice,  con  la  mano  destra  solle- 
vata, nell'atto  d'afi'errare  dall'albero    sacro  il  ramo    lustrale. 


(i)  Gnecchi,  /  tnedaglioui,  cit,  II,  pag.  51  e  tav.  76,  n.  8.  Il  i(  vescio 
è  comune  a  Faustina  juniore  (Ivi,  tav.  tS,  n.  2). 
(2)  Bulle!  i.  Are  lieo  log.  Napolc/.,  n.  128. 


i66 

A  sinistra,  accanto  all'albero,  è  situata  un'ara  o  altare,  e  dei 
due  genietti  che  vi  si  scorgono  da  presso,  l'uno  sta  sul  punto 
di  precipitare  nello  stagno  sottostante,  il  quale  rappresenta 
la  palude  Stigia  ;  l'altro  sull'altare  si  dispone,  come  sembra, 
ad  imitarlo.  Nella  parte  a  destra  della  scena  sono  raffigurati 
due  genietti  che  riescono  dalla  palude  come  ritemprati  dal 
lavacro  subito;  e  la  figura  che  si  osserva  in  ginocchio  sul 
bordo  della  palude,  è  quella  di  Lucilla  nell'atto  di  raccogliere 
l'acqua  in  un  vaso  per  il  rito  lustrale,  segno  evidente  d'una 
cerimonia  di  carattere  propiziatorio  e  magico,  compiuta  dal- 
l'imperatrice per  ottenere  la  salvezza  dei  due  figliuoli  so- 
pravvissuti, forse  ad  una  ricorrenza  letale. 

Come  ho  accennato  più  sopra,  non  sarebbe  stato  possi- 
bile rilevare  il  significato  di  questa  scena  complessa  e  mi- 
steriosa senza  il  sussidio  d'una  testimonianza  o  rappresenta- 
zione analoga.  E  questa  per  fortuna  si  nnviene  nell'aff'resco 
parietale  d'una  tomba  dell' Esquilino,  scoverto  a  Roma  nel 
1758,  nel  quale  è  riprodotto  l'episodio  caratteristico  di  cui 
ci  occupiamo  (i). 

Non  v'ha  dubbio  che  l'ideatore  della  scena  effigiata  nel 
medaglione  abbia  dovuto  ispirarsi  alla  pittura  e  che  il  sog- 
getto della  rappresentazione  doveva  essere  in  quel  tempo 
abbastanza  conosciuto,  trattandosi  di  un  episodio  della  fami- 
glia imperiale. 

Lo  scenario  della  pittura  è  parimenti  diviso  in  due 
gruppi.  Nel  primo  gruppo,  quello  di  sinistra,  si  vede  l'im- 
peratrice in  procinto  di  staccare  il  ramo  dall'albero  sacro,  ac- 
canto al  quale  è  situato  pure  l'altare  coi  due  genietti  nel- 
l'atteggiamento sopra  descritto.  Il  terzo  genietto,  ch'è  quello 
che  si  osserva  anche  sul  medaglione,  sopra  una  specie  di 
terrazza,  è  nell'atto  come  di  disperarsi  alla  visione  funesta 
del  compagno  che  precipita  nella  palude  Stigia.  Nel  piano 
più  basso  della  pittura,  che  costituisce  il  secondo  gruppo, 
si  scorge  l'imperatrice  pure  in  sembianza  di  Venere,  seduta 
sopra  una  roccia,  sulla  sponda  del    lago,    con    due    genietti 


1 


(i)  Ved.  BuTi,   Parieiiìtae  pictiirae   inter    Esqiiilinum    et    Viminalem 
collem  deleciae,  Roma  e,  1758. 


167 

che  le  stanno  dinnanzi,  uno  dei  quali  inginocchiato  si  di- 
spone a  tuffare  il  compagno  nella  palude  infernale  per  ren- 
derlo invulnerabile,  mentre  l'altro  si  accinge  anche  lui  a 
slanciarsi  nell'acqua,  secondo  il  concetto  espresso  dai  poeti 
intorno  alla  palude  Stygia,  nella  quale  alcuni,  ritemprandosi, 
trovano  la  vita,  mentre  invece  altri  miseramente  vi  periscono. 

Non  va  qui  taciuto  che  il  contenuto  di  questa  pittura, 
reso  abbastanza  evidente  dalla  dotta  esposizione  che  ne  fece 
il  Mailer,  collima  quasi  interamente  con  la  scena  del  meda- 
glione (i)  e  non  v'ha  dubbio,  secondo  me,  che  anche  qui 
debba  trattarsi  d'una  cerimonia  lustrale,  ovvero  di  un  rito 
magico  d'esecrazione,  relativo  forse  ai  misteri  d'Eleusi. 

È  noto  che  al  tempo  di  Marco  Aurelio,  Alessandro  di 
Paflagonia  aveva  introdotta  in  Roma  la  celebrazione  di  quei 
misteri  e  di  quelle  cerimonie  magiche,  le  quali  andarono 
sempre  più  generalizzandosi  alla  fine  del  paganesimo  favo- 
rite anche  dalla  filosofia  dei  neoplatonici.  Le  dottrine  di  co- 
storo si  erano  fin  d'allora  mischiate  agl'insegnamenti  dei 
hierifanti  Eleusi,  ed  i  misteri  {Tzlz'ua.i)  teurgici  dei  neoplato- 
nici, coi  loro  incantesimi,  colle  lustrazioni,  coi  sacrifizi,  erano 
considerati  come  altrettante  pratiche  inerenti  al  culto  super- 
stizioso di  quei  tempi  (2). 

È  molto  probabile,  come  ho  detto,  che  la  scena  di  cui 
ci  stiamo  occupando,  debba  riferirsi  al  rito  magico  eleusino. 
Cerere  era  la  madre  e  protettrice  dell'infanzia,  e  nelle  ceri- 
monie magiche  in  onore  di  lei,  erano  addetti  uno  o  più  fan- 
ciulli ([A'jv3-£VT£;  'a(p'  ìgtìt.;).  Cerere  o  Demeter  era  la  dea  sa- 
lutare (SoiTYipia),  invocata  a  preservare  i  fanciulli  dalle  ma- 
lattie, Gea  e  Demeter  possiedono  le  fonti  e  le  sorgenti  sa- 
lutari, come  la  fontana  di  Patrae,  ove  si  emettevano  responsi 
e  si  celebravano  misteri.  Nella  magia  antica  si  adoperava 
l'acqua  per  evocare  i  morti  : 

Umbra  neqiie  haec  magis  inortua  prodit  aquis, 

dice  Properzio.  Il  ricorso  in  generale    alle    divinità    ehtonie, 


(i)  JVitìLi.ER  Ottfr.,  Deiikm.  d.  alt.  Kuns/.,  toni.  I,  tav.  LXXIV,  n.  427. 
(2)  LuciaNm  Alex.,  38  e  segg.  —  Eunap.  V.  Porphyr.,  457.   —   Val. 
Max,  474-75  (Kdit.  Didot.). 


i68 

aveva  carattere  funebre,  infernale,  ed  i  misteri  che  in  onore 
ad  esse  erano  celebrati,  servivano  a  commemorare  e  rievo- 
care i  morti.  In  questo  senso  ''  Demeter  Hercyna  „  era  as- 
similata air  ^'  Orcus  „  ed  il  culto  professato  a  lei  consisteva 
neirapplicazione  al  concetto  della  vita  futura  di  cerimonie 
lustrali  e  di  riti  magici  di  purificazione  (i). 

Giovanni  Pansa. 


(i)  Cfr.  Preller,  Mysieria  (in  Pauly's,  Rea/  Encyc/op.,  pagg.  ^ii-^6). 
—  Jean  Réville,  La  religion  a  Rome  sotis  les  Sévcres,  Paris,  1886,  pa- 
gine 174-190.  —  Saglto-Daremberg,  Dictionn.,  s.  v.  "  Alysteria  „  ed 
"  Eleusini  a  „.  —  Boissier,  La  religion  romaine  d'Auguste  aux  Anionitis^ 
Paris,  Hachette,  5*=  Edit.,  1900,  pag.  198. 


I 


LA    MONETAZIONE   NELL'ITALIA 
BARBARICA 

{Continttazioìie:  vedi  voi.  II,  i",  2»  e  3°  trimestre  1919). 

Parte  li.    —   La  legislazione  monetaria 


L 
IL    DIRITTO    MONETARIO. 

Sistematisi  1  regni  Germanici  per  tutta  T Europa,  noi  vi 
vediamo  diversamente  sviluppato  il  concetto  giuridico  della 
moneta.  Presso  i  Visigoti  la  moneta  è  un  diritto  regio:  essa 
porta  il  nome  del  sovrano  e  quello  della  zecca  ove  viene 
battuta  e  la  legge  punisce  duramente  quanti  la  falsificano  d) 
e  proibisce  che,  se  buona,  venga  ricusata  (2).  Regalia  è  pure 
la  moneta  presso  i  Burgundi,  ed  i  loro  coni  portano  il  mo- 
nogramma regio. 

Un  titolo  delle  constitutiones  extravagantes  della  legge 
burgunda  (3)  stabilisce  che  tutte  le  monete  d'oro  abbiano 
corso,  praeter  quattuor  tantum  monetas,  hoc  est:  Valentiani, 
Genavensis  prioris  et  Gotici,  qui  a  tempore  Alarici  regis 
adaerati  sunt,  et  Adaricianos.'  Molto  si  è  discusso  su  questi 
nomi:  certo  Valentiani  indica  le  monete  coniate  in  Valenza, 
che  la  lettura  Valentiniani  data  dal  codice  parigino  10753 
non  è  accettabile  in  nessun  modo;  Genavensi  quelle  della 
zecca  di  Ginevra.  Per  quelli  di  Alarico  abbiamo  in  sussidio 
un  passo  di  Avito  (4):  cui  curruptam  potius  quam  confectam 
auri  nondum  fornace  decocti  crediderim  inesse  mixturam  vel 
illam  certe,  quam  nuperrime  rex  Getarum  secuturae  prae- 
sagam  ruinae  monetis  publicis  adulterium  firmantem  manda- 


ci) Z^jf  Visigoti!.,  VII,  6,  1-2. 

(2)  Lex  Visigoti!.,  VII,  6,  5. 

(3)  Leges  Bitrgund.,  const.  extrav.  XXI,  7. 

(4)  Ep.  78;  ed.  Peiper,  LXXXVII,  pagg.  96-97:  fu  scritta  nei  509. 

Vi 


I70 

verat.  Più  complicata  è  l'interpretazione  dell'ultimo  nome' 
il  sopracitato  codice  dà  Adaricae  annos,  che  non  vuol  dire 
nulla  per  quanto  riportato  nell'edizione  del  Du  Tillet;  Va- 
lerio e  Lindenbrog  leggono  Ardaricanos  dal  nome  di  un 
principe  gepido;  Binding  seguendo  Du  Gange  lesse  Alari- 
cianos;  Dubos  legge  Armoricanos;  Bluhme,  Aduricanos  ; 
Dahn  propone  Arduricanos,  volendo  entrambi  derivare  il  nome 
dalla  località  di  Aduris;  infine  il  De  Salis  propone  Atalari- 
cianos.  Qualunque  interpretazione  si  voglia  dare  ai  nomi 
delle  zecche,  in  ultima  analisi  qui  non  si  ripete  altro  se  non 
il  divieto  già  sanzionato  nella  novella  di  I\Tai(uano  del  458 
contro  le  monete  di  peso  scadente. 

Presso  gli  Ostrogoti  più  precisamente  è  documentato  il 
perseverare  del  sistema  romano:  la  moneta,  come  ai  tempi 
del  cadente  impero,  era  affidata  ai  comes  sacrarum  largitio- 
num  (0  dal  quale  dipendeva  il  prefetto  monetario  (2).  E  ben 
si  marca  il  carattere  di  sacrilegio  che  ha  Talterazione  della 
moneta  che  porta  il  santo  volto  del  sovrano.  Ciò  dimostra 
ancora  l'esistenza  in  Italia  di  un  ordinamento  statale  sufficien- 
temente organico,  contrariamente  a  quanto  lo  stesso  Cassio- 
doro  lamentava  per  le  parti  transalpine  del  dominio  Goto 
in  una  lettera  scritta  fra  il  523  ed  il  526  :  Monetarios  autem, 
quos  specialiter  in  usum  publicum  constat  inventos,  in  pri- 
vatorum  didicimus  transisse  compendium.  qua  praesumptione 
sublata  prò  virium  qualitate  functionibus  publicis  applicen- 
tur  (3).  * 

Il  dissidio  profondo  fra  l'Italia  ed  i  paesi  d'oltre  alpe 
viene  acuendosi  e  precisandosi  nel  successivo  periodo  sto- 
rico, quando  da  noi  si  stabilisce  saldamente  il  regno  lango- 
bardo  ed  in  Gallia  quello  merovingico  :  dall'una  parte  diritto 
regio  della  moneta,  dall'altra  libertà  di  monetazione.  L'uno 
e  l'altro  sistema  rimarranno  antagonisti  per  tutto  il  medioevo 
e  la  storia  giuridica  della  moneta  è  tutta  costituita  dalle  loro 
lotte,  dal  loro  compenetrarsi  o  dal  prevalere  temporaneo 
dell'una  sull'altra. 


(i)  Cassiodori  varianim,  VI,  7.  §  3. 

(2)  Cassiodori  varianim,  VII,  32,  che  sec.    il    cod.  Cesenate   aveva 
il  titolo:  formula  qua  moneta  committitur  praefecti  nionetae. 

(3)  Cassiodori  vara/uni,  V,  39,  §  8. 


171 

È  necessario  perciò  ben  studiare  e  l'uno  e  l'altro. 

È  noto  come  la  monetazione  langobarda  in  Italia,  per 
un  primo  periodo  del  secolo  VII,  non  sia  stata  se  non  una 
falsificazione  dei  conii  imperiali:  è  a  Rothari  (636-652)  che 
si  attribuisce  la  prima  moneta  recante  il  nome  regio  (0.  Nel- 
r  Editto  il  re  langobardo  stabilisce  ben  chiaramente  il  diritto 
regale,  scrivendo  nel  e.  242:  Si  quis  sine  iussionem  regis 
aurum  figuravit  (2)  aut  moneta  confixerit,  manus  ei  incida- 
tur  (3).  La  tradizione  della  massima  è  precisa  nei  testi  legali 
successivi  (4). 

Un'osservazione  fondamentale  dobbiamo  fare  alla  for- 
mola  dell'Editto:  in  esso  si  parla  di  figurare  o  segnare  l'oro 
e  di  fabbricare  la  moneta,  due  cose  ben  distinte  nell'espres- 
sione letterale  e  quindi,  per  un  legislatore  preciso  come  Ro- 
thari, ben  distinte  anche  nella  sostanza.  Il  che  mi  pare  non 
sia  stato  avvertito  dai  commentatori  moderni.  Se  per  la  se- 
conda formola  non  vi  è  dubbio  d'interpretazione  (s),  la  prima, 
che  non  è  mai  stata  studiata,  richiede  dei  chiarimenti. 

Oro  figurato  (6)  è  un'espressione  non  rara,  come  già  ho 
avvertito,  nei  documenti  italiani  e  stranieri  dei  secoli  barba- 
rici :  che  non  fosse  oro  monetato  è  facile  arguire  per  il  con- 
testo stesso  delle  carte,  dalle  quali  risulta  esser  sempre  que- 
st'oro considerato  a  peso,  a  libbre  o  ad  oncie.  E  dunque  una 
massa  di  metallo  che  porta  un  segno  o  figura  impresso  ad 
indicarne  alcune  qualità:  e  siccome  qualità  importantissima 
dell'oro  è  di  essere  più  o  meno  puro,  il  segno  o  la  figura 
dovevano  esser  poste  a  garanzia  del  tenore  di  intrinseco 
nella  massa  metallica. 

Oro  figurato  vuol  quindi  dire  per  me  oro  di  cui  è  con- 
trassegnato il  titolo.  La  prima  parte  quindi  della  formola  lan- 


(i)  Sta  al  museo  di  Brescia.  Cfr.  CNI,  IV,  png.  4--,  n.  i. 

(2)  Il  cod,  di  Gotha  ha  signaverit. 

(3)  Incisione  mnltetur,  reca  il  cod.  di  Gotha, 

(.j)  Concordia,  XXIX;  Lombarda,  I,  28,  i;  Libcr  Papiensi^  in  Roth. 
242.  Il  Liber  Papiensis  Lndo'uici  Pii,  25  (27),  usa  per  la  prima  volta 
nelle  glosse,  il  termine  battere  la  moneta. 

(5)  Il  termine  conficere  relativo  alla  iimiMtn  fnlsn,  si  trova  arirlie 
nella  Lex  Visigot/ioriim^  VI,  i,  4. 

(6)  Qualche  volt;i,  ma  assai  più  raraniciite,  si  lia  aiK'he  "  argento 
iìcurato  ... 


172 

gobarda  non  e  altro  se  non  un  ripetere  in  forma  sintetica 
il  divieto  contro  l'adulterazione  dei  metalli  distesamente  san- 
cito nella  legge  visigota  (i),  ma  per  di  più  contiene  T  indica- 
zione della  garanzia,  il  segno  o  la  figura. 

Dobbiamo  venire  alla  conclusione  che  lo  stato  lango- 
bardo  esigeva  una  garanzia  sul  titolo  degli  oggetti  d*oro 
posti  in  vendita,  che  vi  era  quindi  una  marca  ufficiale  dei 
metalli  preziosi. 

I  dati  archeologici  vengono  ad  avvalorare  queste  dedu- 
zioni in  quanto  vedremo  come  dal  IV  secolo  in  poi  nell'Im- 
pero si  siano  segnate  con  marche  speciali  sia  le  masse  di 
metalli  preziosi,  oro  ed  argento,  quanto  gli  oggetti  della 
stessa  materia.  Cominciamo  ad  occuparci  di  questi  ultimi. 

Nel  marzo  1900  si  scoprivano  a  Valdonne,  nel  diparti- 
mento delle  Bocche  del  Rodano  (2),  due  coppe  d'argento 
che  ora  sono  al  museo  del  Louvre.  Al  rovescio  entrambe 
presentano  delle  contromarche  disposte  circolarmente  sui 
fondo  delle  coppe  :  quelle  della  più  pesante  sono  cinque, 
due  identiche  rappresentano  una  croce  formata  con  linee  di 
globuletti  neir  interno  della  quale  è  una  seconda  croce 
con  l'estremità  delle  braccia  terminate  da  lettere  greche  ; 
due  altre  identiche  formate  da  un  monogramma  pure  cruci- 
forme sempre  nello  stesso  circolo.  La  seconda  coppa,  più 
leggera,  ha  essa  pure  cinque  contromarche  :  due  identiche 
sono  a  croce,  due  altre  identiche  rappresentano  una  testa  di 
profilo,  la  quinta  offre  una  iscrizione  in  tre  linee  entro  un 
rettangolo  di  globuli.  L'iscrizione  da  il  nome  +  ARBALDO  + 
scritto  al  rovescio.  La  prima  coppa  è  bizantina;  la  seconda 
per  il  tipo  della  testa  e  per  la  grafia  dell'  iscrizione  può  es- 
sere stata  eseguita  o  contromarcata  nella  Gallia  meridionale, 
nel   secondo  quarto  del  VII  secolo  (3). 

L'elenco  degli  oggetti  dei  bassi  tempi  contromarcati  non 
si  ferma  qui,  e  tu  potuto  di  molto  allungare  (4). 


(i)  Lex  Visigot.  Reccasviud,  7,  6,  3  e  4. 

(2)  Cfr.  Gérin-Ricard  in  Bull,  archéologiqiie    dn    Coitiiic.,    1901?    pa- 
gine 27-31,  tav.  II. 

(3)  Per  la  data  cfr.  Puou  in  Bitll.  aniiquaires  de  Frai.ce,    1910,    pa- 
gine 253-256. 

(4)  Cfr.    Mkron  di:  Villefosse    in    Bidl.    atdiq.,    cit.,    pagg.    246-253. 
L'elenco  dato  da  questo  autore  è  meno  completo  dei  mio. 


173 

Già  Arneth  aveva  segnalato  un  vaso  d'argento  del  museo 
imperiale  di  Vienna  (0  che  reca  cinque  contromarche  disposte 
in  giro  attorno  ad  una  centrale:  una  è  cruciforme  con  mo- 
nogramma a  lettere  greche,  la  seconda  ha  una  testa  nimbata 
di  faccia,  circondata  dal  nume  ANAP6AC,  la  terza  è  a  base 
rettangolare  e  sommità  arcuata  con  testa  nimbata  e  mono- 
gramma, le  ultime  due  incomplete  sembrano  la  ripetizione 
della  seconda  e  della  terza.  Arneth  le  data    del   VII  secolo. 

Parecchie  contromarche  su  oggetti  trovati  nella  Russia 
meridionale  furono  fatte  conoscere  da  L.  Stephani  (2).  Una 
casseruola  proveniente  da  Perm  porta  tre  marche,  una  cir- 
colare con  busto  nimbato,  una  esagonale  e  una  triangolare. 
Una  coppa  del  museo  dell'Eremitaggio  ha  cinque  marche, 
una  cruciforme  ripetuta  due  volte,  una  rettangolare  ripetuta 
due  volte  e  una  esagonale  con  busto  nimbato  (3).  Una  cas- 
seruola della  raccolta  Obolensky  ha  cinque  marche,  una  cru- 
ciforme a  monogramma  ripetuta  due  volte,  una  rettangolare 
col  nome  dell'imperatrice  0GO4>ANCO,  una  circolare  illeggi- 
bile ed  una  esagonale  con  busto  nimbato  ed  il  nome 
lOOANNOY  U). 

Un  altro  ritrovamento  fatto  nel  1878  presso  Perm  fece 
conoscere  altri  oggetti  con  contromarche.  Uno  ne  porta  cin- 
que delle  quali  una  cruciforme,  una  arcuata  con  busto  nim- 
bato e  monogramma,  due  circolari  con  busto  di  fronte  e  una 
rettangolare.  Il  nome  ANAPEOY  vi  è  inciso  sotto  (5).  Due 
piatti  mostrano  cinque  contromarche  (6). 

Una  casseruola  trovata  a  Cherchel  ha  quattro  contro- 
marche, una  cruciforme  col  nome  ANAPCOY  e  il  monogramma 


(i)  Die  antikcn  Gold-imd  Silber-Moiiumenie  des  k.  k.  Miìnz-und  Au- 
tiken-Cabineltes  in  IVien,  pa^jg.  78-79,  n.  90,  tav.  S.  VII.  CtV.  Dalton, 
Catalogne  of  early  christ.  antiqnilies,  paji.  186. 

(2)  Erklàrnn^  einiger  Ktmsiwerke  der  K.  Eremiiage  in  Compie  rendti 
de  in  Commission  imperiale  Archéologiqite  poitr  /'annéc  186'],  pa.ug.  48-50; 
atlante,  tav.  Il,  n.  i, 

{3)  Idem,  pag.  52;  atlante,  tav.  II,  n.  4. 

(4)  Idem,  pdg.  211. 

(5)  Compie  rtudii  de  la  Coni  in.  imphiale  archéologiqite  pony  iH'jS-'ji)^ 
pag.  148;  atlante  tav.  VII. 

(6)  Idem,  pagg.  157  e  158. 


174 

della  parola  GYBIOY,  la  seconda  ovale  ha  un  busto  nimbato 
col  nome  KOCMA,  la  terza  rettangolare  ha  un  busto  nimbato 
col  nome  I(jO[ANN]OY  e  forse  6YBI0Y  in  monooramma,  la 
quarta  esagonale  sembra  contenere  il  nome  [I0YCTI]NIAN0Y(^). 

Altri  gruppi  di  oggetti  siriaci  portano  delle  contromarche 
che  per  quanto  io  sappia  non  sono  state  edite  :  così  il  mis- 
sorio,  il  calice  e  la  patena  di  Riha.  L'Ebersolt  ha  invece  de- 
scritte, senza  però  riprodurle  (2),  le  marche  del  flabellum  di 
Stùmà,  oggi  al  museo  imperiale  di  Costantinopoli  :  esso  ne 
"porta  cinque,  la  prima  rotonda  con  un  busto  nimbato  e  la 
dicitura  IGOANNOV,  la  seconda  poco  chiara  con  un  mono- 
gramma di  cui  ben  si  vede  solo  la  lettera  K  e  attorno  le  let- 
tere di  un  nome...  GEOV.-.,  la  terza  elittica  con  un  busto 
nimbato  sopra  al  monogramma  di  0EOACOPOV  e  attorno  il 
resto  di  un  nome...  OV...,  la  quarta  infine  cruciforme  col  mo- 
nogramma di  GEOACjOPOV  nel  centro  e  nelle  quattro  braccia 
il  nome  AI-OM-IA-OV. 

Altre  oreficerie  siriane  contromarcate  si  conservano  ?.\ 
Museo  Britannico  e  furono  edite  dal  Dalton.  Dal  tesoro  di 
Lampsaco  proviene  un  sostegno  di  lampada  a  forma  di  tri- 
pode con  due  marche  cruciformi  aventi  le  lettere  che  for- 
mano il  nome  C6CT0C.  Un  disco  ha  quattro  marche  in  due 
delle  quali,  identiche,  fu  letto  il  nome  CICINNHC.  Dal  tesoro 
trovato  presso  il  monastero  d'Acheripoetos  a  Cipro  proven- 
gono un  piatto  con  cinque  marche  ed  un  vaso  esagonale 
con  tre  simili  a  quelle  del  piatto  (3).  Una  delle  marche  è 
rettangolare  con  sommità  arcuata  e  contiene  una  figura  di 
Santo  col  nome  +  IOANNIC  e  un  monogramma  che  può  es- 
sere svolto  in  TTGTROY;  la  seconda  rettangolare  ha  forse  il 
nome  +  TPY(ct>)O0N;  la  terza  ha  un  busto  di  santo  forse  col 
nome  +  0OOIVl(AC);  la  quarta  ha  un  monogramma  e  il  nome 


(1)  V.  Waille,  iVo/6'  sur  une  patere  d'argent  découverie  en  Algerie, 
in  Builelin  d'archeologie,  1893,  pagg.  83-90,  tav.  X  e  Perrot,  C.  R.  Acad. 
Inscr.,  1893.  P^e-  8. 

(2)  la  Revne  Archéologique,  1911,  1,  pagg.  407  e  segg. 

(3)  Dalton,  Catalogne  cit.,  nn.  376,  379,  397,  399.  Altri  oggetti  con- 
tromarcati provenienti  da  Cipro  passarono  alla  collezione  Morgan  in 
New  York  ;  non  ne  ho  notizie  precise  per  il  dettaglio  che  mi  interessa. 


175 

(+  IOO)ANNOY  ;  la  qu  nta  cruciforme  ha  pure  un  monogramma 
e  il  nome  CICINNIC 

Forse  più  di  tutti  importante  è  il  tesoro  scoperto  nel 
1912  a  Malaja  Pereschtschepina  nel  governo  di  Poltava  (O. 
Esso  fu  trovato  con  monete  di  cui  la  più  recente  è  del- 
l'anno 668:  quindi  l'epoca  del  suo  nascondiglio  è  perfetta- 
mente stabilita.  Fra  i  molti  oggetti  quattro  specialmente  deb- 
bono fermare  la  nostra  attenzione.  Il  primo  è  un  piatto  di 
argento  con  l'iscrizione  ''  +  ex  antiquis  renovatum  est  per 
Paternum  reverentissimum  episcopum  nostrum  amen  +  „  ; 
tale  Paterno  fu  vescovo  di  Tomi  (l'odierna  Costanza)  al  prin- 
cipio del  VI  secolo.  Al  rovescio  vi  sono  quattro  marche  che 
furono  lette  Ko|7T,Ta;,  Hsvo'pO.ou,  Mr.wa  e  l'ultima,  latina,  D(omi- 
nus)  N(oster)  Anastasius  P(ius)  A(ugustus).  L'epoca  dunque 
della  verifica  è  stabilita  fra  l'anno  491  e  il  518.  Vi  è  inoltre 
incisa  anche  la  seguente  nota  :  "  s/.^^'''  >'-^-^a?(^^^)  AiToa;  x.. 
t)'jY/.ia;  Y,.  Ypay.|j,aT«  i;.  y.7.1  ypu((7iou)  oùyxia;  p.  ypa;xf;.aT3c  ■/-.  zal 
[;.l{;cto'j)  ^pu(GLO'j)  '^o[jÀ(7[j.olt7.  fi.  che  distingue  il  peso  dell'argento 
e  quello  della  doratura.  Il  secondo  oggetto  è  un  /sovi^iócs^rTov 
che  porta  cinque  marche,  lette  Mà(5i(^-0(7),  narpix-fc:),  +  Da-rpixi; 
(n)p7.(-/ìévYi;,  e  Bwy.a.  Inoltre  vi  è  la  nota  ''è(7T(i)  tó  yspvL[ió;£f<7T0u) 
cùv  TO'jT(o   A'.Tpz;  Y..   oOy/.'.av   a.  yQ7.[y.y.y.zix)  y..  Un  boccale  (Cìttov) 


(i)  Disgraziataiìiente  non  mi  furono  accessibili  gli  studi  di  Maka- 
HENKO,  Beneschewitsch  e  Farmakowsky  nel  Bolleit.  della  Cornili.  Inip. 
Russa  di  arcìieol.,  voi.  XLVI,  pagg.  207  e  segg.;  XLIX,  pagg.  loi  e 
segg.  e  117  e  segg.,  uè  il  volume  di  Sarietzki  edito  a  Poltava  nel  1912. 
Conosco  solo  le  note  di  Farmakowsky  in  Archaeol  Anzeiger,  1913,  pa- 
gina 229  e  segg.  e  di  Robrinskoy  in  Mcm.  de  la  Sor.  dts  Antiq.  de 
France,  19I3,  Parigi,  1914,  pagg.  225  e  segg.  Per  le  note  sul  peso  del 
metallo  prezioso  debbo  ricordare  che  iscrizioni  consimili  si  trovano  an- 
che al  rovescio  di  argenterie  romane:  di  solito  sono  semplicemente  gra- 
tile, ma  alcune  volte  sono  incise.  Ricordo  fra  queste  la  patera  del  tesoro 
trovato  ai  Fins  d'Annecy  (Cfr.  Deonna  in  Reviie  ArcJiéolog.,  1920,  pag.  127) 
che  reca  al  rovescio  : 

V  •   S   •   C  •   P 
Il  XII 

L'iscrizione  va  probabilmente  letta  voto  soluto  comprobatum  pondus 

mentre  la  seconda  linea  da  dei  numerali  che  non  so  mettere  in  accordo 
col  peso  dell'oggetto,  che  è  di  gr.  520. 


176 

reca  le  cinque  marche  +  nxT:i{yj.;),  0ojaa,  Uy-^{i)y.i;,  (ny.TcìJ/.i-^ 
e  Mà(;L)p;.  In  ultimo  un  piatto  ha  le  cinque  marche  {^i)zyi;, 
'Bx{Gi'k'.]o;,  'Hpa/.AiO'j  (Ko;j.i)T{y.;),  Xzigzo'^{6zo;)  e  (na)Tpu(i;). 

Lo  studio  di  questi  monumenti,  di  cui  il  numero  po- 
trebbe forse  essere  aumentato  da  una  esplorazione  dei  musei, 
ci  può  condurre  a  delle  conclusioni  non  prive  d'interesse. 
Abbiamo  un  monumento  merovingico  attribuito  al  secondo 
quarto  del  VII  secolo  e  molti  bizantini  che  possiamo  rite- 
rnere  di  diversi  secoli  ;  alcuni  portano  cinque  contromarche 
delle  quali  generalmente  quattro  sono  a  due  a  due  iden- 
tiche. Tutto  ci  conduce  ad  accettare  l'ipotesi  di  Smirnoff 
e  Dalton  che  esse  fossero  dei  segni  ufficiali  e  che  il  loro 
numero  usuale  fosse  quello  di  cinque. 

Alcune  di  queste  contromarche  portano  delle  figure  nim- 
bate, certo  di  santi,  accompagnate  dal  loro  nome,  Giovanni, 
Andrea,  Cosma,  Tomaso,  altre  dei  nomi  di  imperatore  (Giu- 
stiniano) o  d'imperatrice  (Teofano)  o  delle  immagini  che 
sembrano  tolte  da  monete  imperiali,  senza  nome,  o  col  nome 
di  Anastasio.  Le  altre  sono  in  generale  con  nomi  o  mo- 
nogrammi di  difficile  spiegazione  (I)  ;  CECTOC,  CICININHC  (?j, 
CICINNIC,  lOOANNOY,  eEOAOOPOV,  TPY(O)(j0N,  ecc.,  sono  r 
nomi  che  con  maggiore  o  mmore  sicurezza  si  sono  decifrati. 
A  questi  corrisponderebbe  sull'  unico  oggetto  merovingico 
conLromarcato,  una  immagine  religiosa,  una  figura  d'uomo 
che  rie  orda  le  monete  contemporanee  ed  un  nome  ARBALDO. 
Essi  sono  probabilmente  i  nomi  dei  funzionari  proposti  alla 
verifica  dei  metalli  preziosi.  Sarebbe  quindi  assai  importante 
che  tutte  queste  contromarche  fossero  di  nuovo  studiate  con 
maggior  attenzione  di  quanta  loro  si  è  data  fino  ad  ora  e 
fossero  edite  con  tutta  esattezza  onde  poter  chiarire  alcuni 
punti  del  problema  che  rimangono  oscuri. 


V 

o 

(i)  Lo  stesso  nionogramnia    B+C     '^il  sembra  si  possa  leggere  su 

A 
due  degli  oggetti  trovati  in  Russia:  cfr.  C.  R,  i86j  cit.,  pag.  52  e  C.  R. 
i8']8--]()  cit.,  pag.  156  (attorno  al  secondo  lo  Stephani  avrebbe  letto  il 
titolo  di  CXOAACTIKIC,  che  apparirebbe  anche  su  un  altro  oggetto 
C  R,  iSj8-jg,  cit.,  pag.  148:  ma  la  lettura  non  è  sicura)  e  su  quello  di 
Vienna. 


177 

La  marca  sugli  ogg-etti  d'oro  bizantini  può  essere  messa 
in  rapporto  con  la  disposizione  del  e.  If,  §  ii  del  "  Libro 
del  prefetto  „  dell'imperatore  Leone  il  saggio,  con  la  quale 
si  vieta  ad  ogni  orefice  di  lavorare  l'oro  o  l'argento  a  do- 
micilio, ed  ordinando  che  il  lavoro  fosse  fatto  solo  nelle  of- 
ficine della  via  di  Mese.  Tale  disposizione  non  può  avere 
altro  scopo  se  non  di  ottenere  un  controllo  sulla  lavorazione 
e  quindi  sulla  purezza  del  metallo.  Non  sappiamo  se  tali  of- 
ficine fossero  statali,  ma  dato  lo  spinto  di  immenso  controllo 
governativo  suH'  industria  costantinopolitana,  non  sarebbe 
assurdo  il  supporlo:  ed  il  concentrare  ivi  la  lavorazione  dei 
metalli  preziosi  può  essere  messa  in  rapporto  con  la  marca 
ufficiale  apposta  agli  oggetti  di  oreficeria,  come  anche  deve 
avere  relazione  col  funzionamento  dello  CuyocTadiov  di  cui  in 
seguito  dovrò  lungamente  occuparmi,  trattando  dell'organiz- 
zazione delle  zecche  nel  basso  mipero.  Certo  è  importante 
a  questo  proposito  un  passo  di  Sinesio,  che  cito  di  su  la 
traduzione  latina:  "  ubi  enumeraverunt,  ubi  appenderunt,  ubi 
denique  publico  sigillo  aurum  obsignaverunt  „  (i),  passo  sul 
quale  hanno  già  richiamata  l'attenzione  Cuiacio  e  Gotofredo 
commentando  il  decreto  di  Giuliano  che  istituisce  la  funzione 
degli  zigostati.  Esso  deve  essere  posto  in  rapporto  con  un 
testo  agiografico  del  VII  secolo,  ancora  piìi  esplicito  (2)  è  il 
racconto  di  un  miracolo  ove  si  narra  come  il  carico  di  stagno 
portato  da  un  bastimento  è  cambiato  in  "  argento  di  primo 
titolo  detto  di  cinque  sigilli  „  '^>  [J-'^'^  7^'^^  /.aGG'lTSco;  eòpsOr,  p.£- 
Ta^vV/iOèi;  Zi;  àpyupLOv  ttow-tìgtov  tÒv  z.a);o6[/.£vov  7:£VTa'7CppayiaTov, 
mentre  il  piombo  è  trasformato  in  argento  "  di  secondo  ti- 
tolo „  i'-;  Sz'jTzfjv  àpY'jpiov.  Più  precisa  conferma  dei  dati  ar- 
cheologici non  si  poteva  trovare. 

Se  col  "  pubblico  sigillo  „  abbiamo  la  chiara  menzione 
di  segni  ufficiali  posti  a  garanzia  del  titolo  sugli  oggetti  di 
oro  e  d'argento  ;  se  il  fatto  e  largamente  documentato  per 
l'impero  bizantino  ed  un  esempio  ne  abbiamo  anche  nel 
regno  merovingico,  non  v'è  ragione  di  meraviglia  che  si  ve- 


(1)  Epis/.  127.  MiGNE,  P.  G.  LXVT,  1507. 

(2)  CoMBEFis,    Hisloria    Ilaeresis    moiifl/iclifarittii,    Parigi,   i6-j8,   pa 
gin.'i  640  e  6|i. 


178 

rificasse  anche  nel  Langobardo.  Il  testo  di  Rothari,  che  non 
può  ricevere  altra  spiegazione,  lo  proverebbe  (0.  Da  ciò  la 
menzione  di  un  oro  puro  che  frequentemente  ricorre  nei  do- 
cumenti italiani  dell'alto  medioevo,  di  un  aurum  obryzum. 
Già  in  una  carta  toscana  del  737  (2)  sono  citati  auri  solidus 
obridiacus  (3)  pensantis  numero  duo,  questo  per  l'ambiente 
langobardo;  e  per  il  bizantino  ricordo  i  documenti  di  Ra- 
venna che  già  nel  539  e  546  parlano  di  auri  solidos  domi- 
nicos  probitos  obriziacos  optimos  U),  formola  che  si  ripete 
per  tutto  il  VI  secolo,  se  non  piij  per  i  soldi,  almeno  per  le 
libbre  e  per  le  oncie  d'oro  (5).  Chi  doveva  ricevere  quest^oro 
non  sempre  si  trovava  nelle  condizioni  di  poterne  verificare 
la  purezza:  è  quindi  logico  pensare  all'esistenza  di  una  marca 
ufficiale  che  la  garantisse,  posta  sulle  barre  o  sugli  oggetti  : 
da  ciò  la  punizione  di  chi  la  marca  falsificava. 

Ma  in  un  certo  qual  senso  è  più  importante  constatare 
che  le  marche  ufficiah  di  controllo  venivano  poste  non  solo 
su  oggetti  di  orificeria,  ma  anche  su  masse  o  barre  di  me- 
talli preziosi.  Dico  più  importante  perchè  tali  barre  così  con- 
trollate potevano  servire,  come  infatti  servirono,  a  pagamenti 
delle  grosse  somme:  cosa  che  già  risulta  da  leggi  contenute 
nel  codice  Teodosiano.  Vediamo  quali  esempi  sono  giunti 
sino  a  noi  di  tali  barre  contrassegnate. 


(i)  La  marca  ufficiale  di  garanzia  sugli  oggetti  preziosi  la  ritro- 
viamo più  tardi  ueli' Italia  medioevale:  si  veda  a  Venezia  la  disposi- 
zione riferentesi  al  sigillum  ducatus  nel  capitolare  del  1233.  Capitol.  delle 
arti  veneziane,  ed.  Monticolo,  I,  120.  XVI,  e  MI  IP.  Leges,  t.  Il,  col.  1693, 
CLXVI.  Pili  tardi,  a  Milano,  i  bullatores  auri  sono  ricordati  nei  testi  e 
nelle  leggi. 

(2)  Trova,  n.  514  che  erroneamente  la  data  del  738. 

(3)  Così  leggerei  l'obridi  acus  della  carta.  La  forma  obridriacus  è 
nelle  notae  papinianae:  cfr.  Keils,  Granunat.  lai.,  IV,  325,  i.*  colonna, 
n.  II,  La  forma  obryzatus  si  ha  in  Cod.  Just.  11,  u,  3  e  12,  48. 

(4)  Marini,  Papiri,  u.   ti 4,  41. 

(5)  Marini,  Papiri,  n.  120,  a.  572;  121,  a.  591;  122,  a.  591;  125,  ecc. 
Il  termine  obrizo  si  corrompe  poi  in  ehrizo  nel  X  secolo  in  Ravenna 
{Rcg.  S.  Apollinare,  nn.  i,  3,  4,  5,  io,  ecc.)  in  briciuni  nell'undicesimo 
(idem,  n.  34);  a  Roma  in  ebries  nel  983  {Arch.  paleogr.  ital.^  II,  tav.  15), 
ebritias  a  Roma,  Sutri,  Toscanella  {Arch.  Soc.  Romana  SI.  Patria,  XVI, 
1893,  pag-  340;  XXI,  1898,  pagg.  497,  499,  501,  502,  504,  505,  507,  518, 
520,  527,  529;  Arch.  paleogr.  ital.,  II,  tav.  16). 


179 

Alcune  danno  il  nome  delle  officine  da  cui  provengono 
e  l'indicazione  della  purezza  dell'argento;  cosi  quelle  trovate 
a  Dierstorf  hanno  : 

0F=  •  PRI  •  MVS 

TR  •  PVS  •  P   I 

(ex)  of(ficina)  Primus  Tr(everis)  pus(ulatus)  p(ondo)  I    (-      li- 
br.  i)  (i)  o  come  meglio  fu  letto:  of(ficinator)  primus  Tr(eve- 
rorum)  pus(ulati)  p(ondo)  I. 
La  seconda  porta  (^)  : 

PRI 

.  .CI  •  TR 
PS  ^  P  •  I 

cioè  :  . . .  Prisci(anus)  Tr(everorum)  p(u)s(ulati)  p(ondo)  I. 

Le  barre  trovate  a  Laibach  (Emona)  (3)  con  50  aurei  di  cui 
il  pili  recente  è  del  353,  portano  il  busto  e  il  nome  dell'im- 
peratore Magnenzio,  la  marca  in  forma  di  sigillo  quadrato 
con  riscrizione  FLAV  (Flavius  o  Flavianus)  e  l'altra  pure 
quadrata  con  iscrizione  in  due  linee,  di  cui  la  prima  è  il- 
leggibile : 


C     AQ     PS 


che  ci  richiama  per  la  zecca  di  Aquileia  allo  stesso  tipo  di 
quelle  sopra  citate  di  Treviri.  Il  sigillo  col  busto  e  il  nome 
dell'imperatore  Magnenzio  ricorda  quello  col  busto  e  il  nome 
di  Anastasio  sulla  patera  del  governo  di  Poìtava. 

Il  solo  nome  dell'officina,  e  non  quello  della  zecca,  por- 
tano alcune  sbarre  trovate  in  Inghilterra  (4):  così  una  rinve- 
nuta con  monete  di  Arcadio  e  di  Onorio  a  Tower  ha  : 

EX  OF  FÉ 
HONORINI 


(i)  CIL,  XllI,  10036,  14. 

(2)  CIL.  XIII,  10036,  15. 

(3)  LuscHiN  V.  Ebengreuth  in  Monatsblatt  d.  Niim.  Gesell.  Vienna, 
1911,  pagg.  345-349. 

(4)  CIL,  VII,  1196-1198.  A  queste  marche  recanti  semplicemente  il 
nome  delle  officine  vanno  avvicinate  quelle  col  solo  nome  del  fonditore 
PROCVLVS  COCXIT  della  raccolta  Weber  (cfr.  catalogo  vendita  Ilirsch, 
Monaco,  1909,  n.  2938,  tav.  57)  e  BENIGNVS  COXIT  di  una  sbarra  egi- 
ziana (cfr.  RuBENSoiiN  in  Archaeol.  Anzeiger,  1902,  pag.  46). 


i8o 

L'altra  di  Coleraine  trovata  con  monete    che    vanno  da 
Costanzo  II  a  Costantino  III  : 

EX  OF   PA 
TRI  CI     ci 

E  la  terza  che  è  integrabile: 

(EX  OF  FL) 
CVRMISSI 

Infine  ricordo  la  barra  trovata  nel  1900  a  Richborough^i  V 
ora  al  museo  di  Canterbury,  con  : 

EX    OFFI 
I3ÀTIS 

Portano  esse  sole  il  titolo  dell'officina  come  garanzia  di  peso 
e  di  titolo,  al  modo  di  alcuni  aurei  merovingici. 

Ma  altre  barre  offrono  maggior  ricchezza  di  segni:  così 
la  massa  d'argento  di  Dierstorf  porta  quattro  marche  (2)  : 

i)  di  tipo  monetiforme  con  la  figura  di  Roma  e  la  di- 
citura VRBS  ROMA  ; 

2)  tre  busti  imperiali  che  ricordano  quelli  dei  pesi  uf- 
ficiali del  secolo  quinto; 

3)  la  marca  CAND  che  va  letta:  candidum  argentum; 

4)  la  marca  PAVL    cioè    Paulus    o    Paulinus,    il    nome 
forse  del  funzionario  che  l'ha  bollata. 

E  veniamo  alle  barre  d'oro.  Alcune    trovate    nel    basso 
Egitto  (3)  portano  : 

ANTIVS    [PjROBAVIT 

oppure  : 

ACVEPP   SIG  6RM0V 

PROBAVIT  ERMY 

cioè  il  segno  del  probator  (in  greco  So/c.f/.acTr.;)  e  del  signator. 
Ma  più  importanti    sono  le  marche  sulle  barre  d'oro  di 


(i)  Cfr.    Havekfield,   in    Antiquary,    1900,    pag.  335    e    Athenacum^ 
5  gemi.  1901  ;  CIL,  VII,  addit.  pag.  640. 

(2)  CIL,  XIII,  10036,  13. 

(3)  Cfr.  Hill,  in  Proc.  Sor.  Antiq.  XX,  pagg.  92  e  segg.;  Rubensohn,, 
in  Archaeol.  Anzeiger,  1902,  pag.  46. 


i8i 

Transilvania  (i)  e  miglior  correlazione  hanno  con  gli  oggetti 
artistici  che  abbiamo  elencati.  Le  barre  possono  dividersi 
secondo  le  marche  in  quattro  serie: 

A)  reca  le  marche: 

i)  LVCIANVS  2)  FL  •  FLAVIAN 

OBR  •  I  •  SI(t  :!  VS  PRO    SIG- 

AD  DIGMA  ^ 

Cioè:  Lucianus  obryziarius  primus  signavit.  Il  termine  Obri- 
ziarius  si  trova  nelle  glosse  registrate  anche  dal  Du  Gange. 
La  seconda  marca  va  letta:  FI.  Flavianus  probator  signavit 
ad  digma.  Su  ogni  barra  è  battuta  una  volta  la  prima  marca 
e  quattro  la  seconda. 

B)  Reca  la  marca  i)  e  le  tre  seguenti  : 

3)  QVIRILLVS 
ET   DIONISVS 
^  SIRM   SIG  % 

4)  Q  z 

Q     tre  busti  imperiali     ^ 
Q  z 

5)  La  figura  di  Sirmio  sedente  tenente  una  palma 

con  sopra  una  stella:  sotto  SIRM. 

Le    due    sbarre    di    questa    serie    recano    una    volta    la 
marca  i),  3),  5)  e  due  volte  la  marca  4). 

C)  Reca  la  marca  i)  e  le  due  : 

4^)   z  o 

z     tre  busti  imperiali     ^ 
z  O 

5  rt)  La  figura  di  Sirmio  e.  s.  con  la  palma  sopra 
cui  il  monogramma  ^  e  sotto  SIRM. 

Gli  oggetti  di    questa    serie    recano    ognuno    una    volta 
ogni  marca. 

D)  La  quarta  serie  si  compone  delle  marche  i)  e  4  «)  bat- 
tute la  prima  una  volta  e  la  seconda  due  volte. 

(I)  CIL,  III,  8080. 


Siamo  qui  davanti  a  dei  blocchi  d'oro  marcati  (verso  il 
375-378)  dai  pubblici  funzionari  della  zecca  imperiale  di  Sir- 
mio,  l'obryziarius,  il  probator  che  li  ha  esaminati  al  cam- 
pione (digma  =:  (^£l'y(7-a)  che  li  hanno  riconosciuti  di  metallo 
puro  e  che  perciò  vi  hanno  imposiio  e  fatto  imporre  dagli 
altri  funzionari  la  marca  (signum)  di  garanzia.  Come  sugli 
oggetti  preziosi  che  ho  piìi  in  alto  elencati,  anche  qui  la 
stessa  marca  appare  in  certi  casi  ripetuta  due  volte:  la  cor- 
relazione è  evidente  fra  i  bolli  dell'impero  d'occidente  del 
IV-V  secolo  sulle  barre,  e  quelli  bizantini  (sugli  oggetti)  del 
VI-VII  sec.  Ciò  convalida  l'ipotesi  che  i  nomi  letti  sulle 
marche  bizantine  siano  di  funzionari  di  un  ufficio  statale. 

Le  barre  di  cui  abbiamo  fatto  cenno  (O  dovevano  avere 
quindi  un  valore  legale  e  dovevano  esser  quelle  che  si  ac- 
cettavano nelle  casse  dello  stato  secondo  il  cod.  teodo- 
siano  (2). 

Se  abbiamo  potuto  ricordare  un  oggetto  merovingico 
(la  coppa  di  Valdonne)  marcato  come  le  orefìcierie  bizantine, 
un  testo  di  Paolo  Diacono  (3)  ci  prova  forse  che  anche  le 
barre  d'oro  venivano  bollate  in  epoca  langobarda  e  ciò  suf- 
fragherebbe la  nostra  interpretazione  del  passo  di  Rothari. 
Tale  testo  si  riferisce  all'invasione  sassone  della  Gallia  me- 
ridionale (a.  574)  e  del  tributo  pagato  per  aver  libero  il  ri- 
torno: qui  dum  ad  Sigispertum  regem  pergunt  multos  in 
itinere  negotiatione  sua  deceperunt,  venundantes  regulas 
aeris,  quae  ita  nescio  quomodo  erant  coloratae,  ut  auri  pro- 
bati  atque  examinati  speciem  simularent,  unde  nonnulli  hoc 
dolo  seducti  dantes  aurum  et  aes  accipientes  pauperes  sunt 
effecti.  Ora  non  mi  pare  possibile  che  l'inganno  fosse  basato 
solo  sulla  coloritura  delle  sbarre  di  bronzo  che  dovevano 
simulare  delToro  :  questo  è  detto  provato  (4)  ed  esaminato  e 


(i)  Portava  anche  il  nome  di  regulae  aurea,  Vulgata.  Josua,  7,  21. 
Cfr.  anche  l'editto  di  Diocleziano  30,  la  (CIL,  III,  pag-.  1951). 

(2)  Cod.  Teod.  XII,  6,  2:  XII,  7,  i;  VI,  52,  2;  IX,  17,  2. 

(3)  Hist.  Laiig.,  3,  6.    Queste    barre    segnate    erano  probabilmente 
fatte  ad  imitazione  di  quelle  bizantine. 

(4)  Aurum  probatum  sta  in  rapporto  con  la  funzione  del   probator 
indicato  nei  marchi  di  Transilvania. 


% 


i83 

doveva  assai  probabilmente  portare  il  segno   della   prova   e 
dell'esame,  la  marca  ufficiale  cioè. 

Ma  per  ritornare  al  testo  dell'Editto,  il  segnare  o  figu- 
rare l'oro  (sia  che  si  adotti  la  lettura  del  codice  di  Gotha  (i) 
o  quella  di  tutti  gli  altri  manoscritti)  trova  la  sua  spiegazione 
nei  monumenti  che  siamo  venuti  esaminando.  Dobbiamo  ri- 
tenere che  il  concetto  del  grande  legislatore  era  quello  di 
introdurre  anche  nel  regno  langobardo  la  marca  di  garanzia 
dell'oro  ;  che  questo  egli  abbia  ottenuto  non  possiamo  dire, 
che  nessun  oggetto  langobardo  a  noi  giunto  reca  di  tali 
marche. 


* 


In  un  certo  qual  senso  non  si  ottenne  nemmeno  l'appli- 
cazione integrale  del  concetto  di  regalia  applicato  alla  mo- 
neta; un  grande  ducato  langobardo  sfugge  completamente 
al  potere  centrale  e  batte  moneta  per  suo  conto,  indipen- 
dentemente dal  ve.  il  ducato  di  Benevento.  Se  anche  sono 
di  dubbia  attribuzione  alcune  monete  che  il  Wroth  vuole 
dei  duchi  da  Grimoaldo  I  a  Gisulfo  I,  è  certo  che  con  Ro- 
mualdo II  (706-731)  comincia  a  Benevento  una  monetazione 
propria  imitante  nel  tipo  e  nel  taglio  il  nummo  imperiale  e 
recando  con-e  solo  segno  del  duca,  l'iniziale  del  suo  nome 
nel  campo.  Il  fatto  è  troppo  noto  perchè  io  abbia  ad  insi- 
stervi. Il  ducato  beneventano  ha  voluto  così,  anche  nelle 
monete,  affermare  il  suo  continuo  separatismo  dal  regno. 

Ma  su  un'altra  moneta  enigmatica  debbo  richiamare  l'at- 
tenzione: è  un  piccolo  aureo  del  medagliere  municipale  di 
Milano  (^}  più  volte  edito,  ma  sempre  inesattamente.  Esso  ha 
esaltamente  : 


(i)  La  credo  preferibile  malgrado  l'avviso  contrario  degli  editori 
dell'Editto  nei  MGH  ;  sio;nare  è  termine  tecnico  e  specifico  come  ap- 
pare dai  marchi  di  Transilvania  e  dalle  diciture  aes  signatum,  auriim 
signatum  tanto  conmni,  Signum  e  poi  in  rapporto  con  sigillnm  e  questo 
è  il  termine  usato  nel  testo  agiografico  sopra  indicato. 

(2)  N.  3106,  peso  gr.  1,33. 


t84 


vB^  —  ARIP€R  .-.  X  •  C€L  •  RGX    figura  del  sovrano  di  faccia 

che  tiene  nella  sinistra  il  globo  crucifero. 
9    —   IFFO  GLORIVSO  AVX  Croce  potenziata  (fig.  5). 


Fig.  5- 


Il  richiamo  al  nome  reale  può  riferirsi  tanto  ad  Ari- 
perto  I  (653-661)  quanto  ad  Ariperto  II  (701-712):  il  tipo  nulla 
<:i  può  dire  che  la  derivazione  è  evidente  dalle  monete  im- 
periali, prendendo  ad  esempio  un  diritto  che  già  appare  sotto 
Tiberio  Costantino  (578-582)  epoca  nella  quale  fa  anche  la 
sua  apparizione  la  croce  potenziata  che  figura  sul  rovescio  (i). 

Intorno  a  un  duca  Iffo  la  storia  è  muta;  per  quanto  il 
nome  non  sia  raro  nei  documenti  langobardi  i^),  nessuno  di 
•quelli  che  lo  portano  ebbe  si  alto  grado.  Di  un  duca  Wiffo 
è  cenno  in  una  lettera  di  Gregorio  Magno  (3),  ma  oltre  alla 
differenza  grafica  non  lieve,  anche  il  tempo  non  concorda, 
perchè  questo  sarebbe  vissuto  nel  599  e  non  sappiamo  poi 
con  tutta  certezza  che  fosse  un  langobardo.  Siamo  anche  in 
questo  caso  costretti  a  formulare  una  ipotesi. 

Ricordo  che  a  Lavis,  villaggio  posto  a  non  molti  chi- 
lometri da  Trento,  furono  scoperte  nel  1885  le  traccie  di  una 
tomba  contenente  fra  le  altre  suppellettili  una  di  quelle  croci 


(i)  Il  Sabatier,  pag.  23T,  nn.  6-7,  tav.  XXII,  18-19  indica  appunto 
un  semisse  ed  un  treinisse  di  rovescio  analoghi  al  nostro  che  assevera 
di  "  fabrique  barbare  „.  Ciò  dimostra  che  il  tipo  era  diffuso  fra  i  po- 
poli barbarici. 

(2)  Cfr.  gli  esempi  citati  in  Bruckner  W.,  Die  Spracìie  der  Latigo- 
barden,  Strasburgo,  1895,  §  74?  Anmerk.  2,  pag.  150.  Il  iMeyer  C.  Sprache 
und  Sprachdenlìmàler  der  Langobarden^  Paderborn,  1877,  pag.  292,  lo 
•dichiara  ungewissen  ursprungs. 

(3)  Reg,  IX,  III.  Cfr.  Hartmann,  Gesclì.  It.,  Il,  t.''  p.'^,  pag.  156,  n.  4. 


i85 

auree  caratteristiche  delle  tombe  langobarde  (i).  Su  di  essa  è 
riscrizione  CNC  IFFO,  che  fu  anche  Ietta  PNC  IFF'O.  Ricordo 
che  altre  croci  langobarde  portano  delle  iscrizioni  non  prive 
di  interesse:  così  due  di  Monza  di  cui  la  prima  reca  il  mo- 
nogramma CR  simile  a  quello  che  appare  sul  rovescio  delle 
monete  di  Astolfo,  e  l'altra  il  doppio  monogramma  /^  R 
Sappiamo  che  il  nesso  R  sulle  monete  langobarde  deve  es- 
ser sempre  svolto  in  Rex.  Inoltre  una  famosa  croce  trovata 
in  una  tomba  ricchissima  di  Cividale  porta  il  nome  del  ce- 
lebre duca  Forogiuliese  CISVLF;  la  croce  di  Lavis  ha  molti 
rapporti  con  quest'ultima  e  per  il  confronto  con  la  moneta 
in  discussione  io  sono  portato  ad  attribuirla  al  duca  Iffo. 
Dato  il  luogo  del  ritrovamento  della  croce,  lo  penso  duca 
del  ducato  tridentino;  infatti  del  grande  e  celebre  ducato 
non  conosciamo  se  non  il  duca  Euin  morto  nel  595  ed  il  suo 
successore  Gaidoald;  poi  le  nostre  conoscienze  hanno  una 
lacuna  sino  a  Alahis,  vivente  ai  tempi  di  re  Cuniperto.  Prima 
di  lui  vi  è  largo  spazio  per  includere  il  nome  d'Jffo  vivente 
ai  tempi  del  primo  Ariperto,  oppure  ben  possiamo  porlo 
dopo  Alahis,  sotto  il  secondo  re  dello  stesso  nome.  11  titolo 
di  Gloriuso  è  protocollare  nei  documenti  ducali  langobardi 
sia  beneventani  quanto  spoletini  (2);  è  quindi  logico  ritro- 
varlo riferito  ad  un  duca  di  Trento.  Come  ultima  ragione  a 
giustificare  la  mia  supposizione  penso  che  una  infrazione  alla 
regalia  monetaria  non  doveva  esser  possibile  se  non  in  uno 
dei  quattro  grandi  ducati:  ora  tanto  a  Forum  Julii  quanto  a 
Benevento  ed  a  Spoleto  conosciamo  i  nomi  dei  duchi  nel 
periodo  al  quale  la  moneta  sarebbe  riferibile  (3)  e  non  rimane 
quindi  possibile  se  non  pensare  al  ducato  di  Trento.  Comun- 
que, in  qualsiasi  modo  si  voglia  considerare  questa  moneta, 
essa  rappresenta  un  fenomeno  sul  quale  era  doveroso  ri- 
chiamare l'attenzione. 


(i)  Cfr.  Campi,  Le  iouibe  barharicìie  di  Civezzano,  Trento,  1886,  pa- 
gina 26;  Orsi  in  Atti  e  Meni,  della  R.  Dep.  di  St.  Fair,  per  le  prov.  di 
Ronìd^na,  1887,  pngg.  353-355;  Diì:  Bayk, /«^///.s/r/V  Arm^o^.,  pagg.  87-88. 

(2)  CiiKOUsT  A.,  V f  iter  sue  luingen  iieber  d.  laug.  K.-und  H.-Urk., 
pagg.  109  e  137. 

(3)  Cfr.  le  lavole  cronologiche  in  IIodgivIn  Tu.  Italy  and  Iier  invaders, 
voi.  VI,  pagg.  36,  62,  84. 

13 


86 


Le  monete  langobarde  non  offrono  altra  caratteristica 
notevole  in  merito  alle  questioni  di  diritto  sino  ai  giorni  di 
Ahistulf  (749-756):  sotto  questo  re  appare  al  rovescio,  in 
luogo  della  solita  rappresentazione  dell'arcangelo  Michele 
con  la  dicitura  SCS  MIHAHIL,  una  stella  o  fiore  a  sei  raggi 
e  sei  fiamme  avente  attorno  o  la  dicitura  +  FLAVIA  LVCA  o 
l'altra  +  FLAVIA  PITA  C.  I  nomi  delle  città  sono  assai  più 
numerosi  nei  conii  del  successore  Desiderius  (757-774)  per 
il  quale  abbiamo  la  dicitura  : 

+  FLAVIA  TICINO,  seguita  qualche  volta  dalla  lettera  C  ; 
+  FLAVIA  MEDIOLANO; 

+  FLAVIA  SEBRIO.  seguita  qualche  volta    da    una    delle   let- 
tere I,  S,  T,  &  ; 
+  FLAVIA  PLACENTIA,  seguita  da  AVG-  in  nesso; 
+  FLAVIA  VIRCELLI; 

+  FLAVIA  VmCENClA,  seguita  qualche  volta  da  FG- ; 
+  FLAVIA  TARVISIO,  seguita  qualche  volta  da  C  oppure  CI; 
+  FLAVIA  LVCA  ; 
+  FLAVIA  PITA  C. 

Questa  serie  di  iscrizioni  che  può  forse  essere  prose- 
guita (I)  deve  fermare  l'attenzione  dello  studioso.  Dapprima 
è  notevole  che  sul  rovescio  dell'auro  scompaia  l'immagine 
del  Santo  protettore  dei  langobardi  per  lasciare  il  posto  ad 
un'immagine  senza  preciso  significato  quale  è  la  stella,  e  ad 
un  nome  di  città.  Quando  sia    avvenuta    tale    sostituzione  è 


(i)  Accenno  principaliiiente  ad  una  moneta  ancora  inedita,  esistente 
nella  raccolta  Gavazzi  in  Milano,  della  quale  già  posso  dar  cenno  grazie 

alla  cortesia  del  proprietario.  Essa  ha  al  diritto  +  Q|^  .  DGSI  •  D€R    R 

X    X 
attorno  alla  solita  croce  potenziata,  ed  al  rovescio  -|-  FL'''A  PL-VM- 

BIA  H  attorno  alla  solita  stella.  Essa  è  della  zecca  di  Ponibia,  comi- 
tato certamente  laiigobardo  giacché  nel  745  un  documento  parla  dei 
finibus  pkiuibense  {Cod.  Dipi.  Langob.^  n.  XI)  e  nell'anno  841  abbiamo 
notizia  di  un  Maginardo  vicecomes  plumbiense  (MHP.  Chart.  I,  39,  n.  23). 
Le  monete  auree  senza  nome  regio,  portano  anche  i  nomi  di  zecca 
FLAVIVCLIV,  FLAVIA  9TVNA  (Cortona?)  e  FLAVIA  PISTVRIA 
su  una  ancora  inedita  (su  altre  è  alterato  in  PITVAIA). 


difficile  dirlo:  il  materiale  numismatico  ci  riporterebb  -  ad 
Ahistulf,  ma  forse  i  documenti  ci  permettono  di  risalire  ad 
epoca  anteriore. 

Già  un  documento  del  gennaio  730,  cioè  del  regno  di 
Liutprando,  contiene  la  menzione  di  sol.  lucani  ed  un  altro 
di  un  solo  mese  posteriore  al  primo  ricorda  un  auri  soledus 
stellatus  nobus  lucano  (i):  i  termini  si  ripetono  in  carte  del 
739  e  746  ^2)^  tutte  dunque  anteriori  ad  Ahistulf.  Perchè  nei 
contratti  questi  soldi  si  potessero  dire  stellati  bisognava  che 
portassero  la  stella  e  non  il  S.  Michele;  e  perchè  si  dices- 
sero lucani  era  necessario  che  il  nome  della  zecca  vi  appa- 
risse scritto  chiaramente.  Dalle  carte  si  dovrebbe  indurre  che 
il  nuovo  tipo  è  apparso  sotto  Liutprand.  Lascio  gli  stellati 
di  Cunincpert  e  di  Liutpert  che  si  trovano  in  alcune  colle- 
zioni, essendo  assai  probabilmente  delle  falsificazioni  moderne. 
Se  i  primi  soldi  stellati  sono  apparsi  sotto  Liutprand,  come 
i  documenti  ci  porterebbero  a  credere,  dobbiamo  ritenere 
che  sotto  questo  re  vi  è  stato  un  doppio  tipo  di  monetazione 
aurea,  quella  cioè  degli  stellati  col  nome  della  città  ove  ve- 
nivano coniati,  e  quelli  invece  col  San  Michele  senza  il  nome 
della  zecca,  le  monete  cioè  che  comunemente  ci  sono  note. 
La  doppia  monetazione  è  numismaticamente  documentata 
sotto  Ahistulf  e  nulla  logicamente  ci  vieta  di  farla  risalire 
anche  al  suo  grande  predecessore:  sotto  Ahistulf  le  monete 
con  nome  di  zecca  appaiono  a  Lucca  e  a  Pisa,  sotto  Liut- 
prand sembra  solo  a  Lucca.  Si  direbbe  che  il  movimento  di 
trasformazione  comincia  nel  ducato  toscano  e  che  solo  sotto 
Desiderius,  quando  il  regno  langobardo  si  sgretola,  si  dif- 
fonda anche  nel  rimanente  d'Italia.  Tutto  ciò  è  concomitante 
ad  un  affievolirsi  del  potere  monarchico  e  ad  un  precisarsi 
del  movimento  autonomistico  delle  città  italiane. 

11  nome  delle  città,  sulle  monete  citate,  è  preceduto  dal- 
l'appellativo Flavia.  Esso  è  nome  reale  del  tempo  di  Au- 
thari  (3),  ma  lo  portarono  anche  altri  re  barbarici,    Odoacre, 


(i)  Trova,  nn,  477  e  478.  Per  la  lettura    lucano    clr.    Simonetti    iu 
S/u(^i  Storici,  I,  1912,  pag.  472. 

(2)  Tkcjya,  nn.  519.  595,  598. 

(3)  Paolo  Diac,  III,  16.  CtV.  Ciiroust,  op.  cit.,  pagg.  25  e  segg. 


Teoderico  (^)  e  il  visigoto  Reccarecio,  forse  per  l'analogia 
osservata  dallo  Stark  col  goto  franiòs,  signore:  certo  non 
fa  premesso  al  nome  delle  città  in  ricordo  del  titolo  di  Flavia 
dei  tempi  romani  (2),  perchè  quelle  non  l'ebbero  e  i  titoli 
romani  non  perseverarono  nel  medio  evo.  Una  rara  ecce- 
zione è  data  dalle  monete  visigote,  sulle  quali  è  inciso  COR- 
DOBA PATRICIA  (che  anche  appare  in  una  formola  notarile  (3) 
nome  che  si  trova  in  Plinio  e  in  Isidoro  (4).  E  solo  in  epoca 
tarda  che  a  Colonia  si  fa  rinascere  sulle  monete  il  nome  di 
Colonia  Claudia  Ara  Agrippinensis  (vel  Agrippina)  o  Col. 
Claud.  Augusta  Agrippiniensium,  che  già  figura  sulle  mo- 
nete di  Postumo.  Con  la  coniazione  di  Carlo  il  Grosso  tro- 
viamo la  formola  abbreviata  COLONIA  A,  che  sarà  svolta 
completamente  in  COLONIA  AGRIPPINA  ai  tempi  di  Ottone  III. 
Perchè  il  titolo  d'onore  Flavìus  (Paolo  Diacono  dice  oh 
dignitatem  Flavium  appellarunt)  sia  stato  unito  al  nome  delle 
città  è  problema  che  piìi  riguarda  la  storia  costituzionale  del 
Regno  che  non  la  numismatica:  era  importante  avvertire  che 
già  forse  dai  tempi  di  Liutprand  e  certo  da  quelli  di  Ahistulf 
il  nome  delle  zecche  appare  chiaramente  scritto  sulle  mo- 
nete, mentre  prima  tutto  al  più  poteva  celarsi  sotto  la  dub- 
bia interpretazione  di  una  iniziale  posta  nel  campo  del  diritto. 


J 


(1)  Oltre  alle  fonti  indicate  in  Chroust,  si  cfr.  Mommsiìn,  Ostgoih. 
Studien  in  Neiies  Archiv,  XIV,  536  e  pref.  alla  sua  ediz.  di  Cassiodoro; 
L.  Hartmann,  Gesch.  Ital.  im  Mittelallers,  I,  Gotha,  1897,  P'^g-  ^^  e  li, 
I.*  p.  (Gotha,  1900),  pag.  65. 

(2)  Su  colonie  e  municipi  che  portarono  il  titolo  di  Flavia  cfr. 
J.  AssMANN,  De  Coloniis  oppidisque  Ronianis  qiiihus  imperatoria  nomina 
vel  cognomina  imposita  siint.  Djss.  Jena,  1905.  Non  è  cosi  sostenibile 
neppure  la  tesi  di  L.  Hartmann  riportata  da  Kubitschek,  Chrysopolis^ 
in  Niim.  Zeitsch.^  1909,  pag-  46,  che  cioè  sulle  monete  abbiano  portato 
Tcpiteto  di  Flavia  quelle  città  che  all'epoca  della  coniazione  erano 
regie  in  senso  ristretto  vale  a  dire  non  sottostavano  a  un  duca  bensì  a 
un  gastaldo.  Ora,  ad  esempio,  Lucca  era  certamente  ducato  anche  ai 
tempi  di  Liutprando  e  di  Desiderio.  Sulla  situazione  di  Pisa  rispetto  al 
regno  siamo  complete: mente  all'oscuro. 

(3)  MGH.  Formiilae,  ed.  Zeumer,  pag.  587,  20. 

(4)  Plin.  H.  N.,  Ili,  io;  Isid.  Pac,  Chron.y  C.  36  (Espi.fia  Sagrada, 
Vili,  pag.  291)  e  CIL,  HI,  pag.  306.  Non  spiegato  è  il  NARBONA  GA- 
LER  •   oppure   (yAL  •  ERA   ^^^  qualche  moneta  visigota  di  quella  città. 


i89 

Appare  non  solo  con  un  predicato  onorifico  ma  anche  con 
delle  aggettivazioni  non  prive  d'interesse.  Così  il  nome  di 
Flavia  Placentia  è  seguito  dal  nesso  AVG  che  va  svolto  in 
Augusta.  11  nome  di  Augusta  Placentia  non  figura  in  alcun 
documento  langobardo,  salvo  che  nella  carta  del  12  mag- 
gio 716,  ove  è  detto  Actum  Augusta  Placentia,  la  sola  ro- 
gata non  da  un  comune  notaio  ma  da  un  Vitalis  vr.  subdia- 
conus  exceptor  civitatis  Placentinae  (i).  Se  la  lettera  C  che 
segue  i  nomi  di  Ticino,  Pisa,  Treviso,  può  svolgersi  in  Ci- 
vitas  (e  la  variante  di  una  moneta  di  Treviso  del  ripostiglio 
di  Hans  (2)  ove  si  legge  CI  lo  confermerebbe)  se  le  lettere 
FG-  (o  forse  FC)  di  una  moneta  di  Vicenza  ci  rimangono  di 
interpretazione  dubbia,  come  pure  le  lettere  I,  S,  T,  G-  che 
seguono  il  nome  di  Seprio,  il  trovare  sulla  moneta  di  Pia- 
cenza il  titolo  di  Augusta  collegato  col  fatto  che  il  solo  do- 
cumento piacentino  scritto  da  un  funzionario  reca  Augusta 
Placentia,  dimostra  che  questo  era  il  nome  ufficiale  della 
città.  Ma  nella  carta  non  appare  il  titolo  di  Flavia,  che  solo 
sta  sulla  moneta;  ciò  mi  fa  pensare  che  vi  fu  aggiunto  a 
chiara  dichiarazione  d'essere  puramente  regio  il  diritto  di 
moneta  battuta  nella  zecca  di  Piacenza.  Flavia  Placentia  Au- 
gusta mi  par  voglia  dire  in  altre  parole:  moneta  regia  bat- 
tuta nella  zecca  di  Piacenza,  mentre  il  nome  della  città  era 
semplicemente  Augusta  Placentia  (3).  Questo  perchè  i  mate- 
riali da  me  indicati  non  abbiano  da  trascinare  incautamente 
qualche  studioso  a  rinforzare  con  nuove  fantastiche  disserta- 
zioni il  vano  tentativo  che  in  questi  ultimi  anni  il  Mengozzi 
ha  fatto  per  galvanizzare  e  presentare  sotto  nuove  spoglie 
una  ben  giustamente  morta  teoria,  che  vorrebbe  si  conti- 
nuassero nei  secoli  del  predominio  langobardo  in  Italia  un 
complesso  di  diritti  acquisiti  alla  città  e  che  questa  esistesse 
quasi  come  entità  giuridica  di  contro  al  dominatore  straniero. 


(i)  Porro,  CD£.,  n.  3,  coli.  14-15.  Cfr.  Cfr.  Chroust,  pag.  48. 

(2)  E'  la  moneta  n.  25  secondo  la  catalogazione  di  F.  Jecklin,  il 
quale  però  non  la  lesse  rettamente. 

(3)  Mi  sembra  superlluo  avvertire  che  da  nulla  ci  risulta  che  Pia- 
cenza portasse  il  titolo  di  Augusta  in  epoca  romana,  come  asseverano 
dei  tardi  cronisti.  Cfr.  il  Chroìticon  placentinnm  di  Giovanni  de  Mussis 
in  RIS.  XVI,  coli.  561  e  564. 


190 

Sarà  bene  ora  renderci  conto  quali  forme  abbia  assunto 
il  diritto  monetario  nelle  Gallie  sotto  il  regno  merovingico, 
onde  poi  meglio  comprendere  il  successivo  sviluppo  del  di- 
ritto monetario  in  Italia. 


Le  tribù  germaniche  che  dal  Reno  premevano  i  confini 
dell'Impero  già  fino  dal  terzo  secolo  avevano  appreso  a 
contraffare  la  moneta  romana:  così  molte  imitazioni  delle 
monete  di  Tetrico,  se  proprio  non  appartengono  agli  Ala- 
manni d),  certo  sono  prodotte  dall'industria  di  popoli  Bar- 
barici. Dopo  pili  che  il  bronzo  si  imita  Toro;  il  de  Jonghe 
ha  indicata  la  curiosa  imitazione  di  un  soldo  di  Costantino 
e  nell'importante  ripostiglio  di  Dortmunt  abbiamo  delle  fal- 
sificazioni barbariche  da  Magnenzio  a  Valentiniano  II.  Con- 
quistate le  Gallie  si  direbbe  che  le  tribù  Franche  non  hanno 
saputo  liberarsi  di  questa  inveterata  abitudine  delle  falsifica- 
zioni, copiando  i  soldi  ed  i  tremissi  sino  a  quelli  di  Foca  ed 
anche  di  Eraclio,  ma  indicando  con  lettere  nel  campo  il  nome 
dei  luoghi  ove  venivano  coniate,  e  qualche  rara  volta  scri- 
vendo il  nome  intero  v2)  dapprima  specialmente  sulle  monete 
regie.  11  che  dimostra  un  rapido  sorgere  di  numerosissime 
zecche  per  tutte  le  Gallie  immediatamente  dopo  la  conquista. 

Per  la  questione  che  ora  ci  interessa  possiamo  dividere 
le  monete  merovingiche  in  varii  gruppi.  Il  primo  si  compone 
di  quelle  che  portano  un  nome  regio,  cominciando  da  Teo- 
derico  re  d'Austrasia  (512-534).  Dapprima  non  portano  se 
non  un  nome  ed  un  monogramma,  poi  con  Theodebertus 
d'Austrasia  anche  l'effige  del  sovrano  (3)  ed  un  segno  di 
zecca.  Più  tardi  al  nome  del  sovrano  e  della  zecca,  si  unisce 
quello  del  monetario,  CHRA  •  MNVS  sotto  Hildebertus,  DACE 
F(ecit?)  sotto  Sigibertus,    ANTIMI   M(onetarius)    sotto    Childe- 


(1)  C(ììììe  vorrebbe  il  Forrer,  Alamaniiische  Tetricus-Na( /ipi ài^tiiii^en 
in  Beri  Miinzbl.^  1911,  pai^o.  56-61. 

(2)  Cfr.   G-AbALOR     ^'^    ^^^    imitazione    ci:     Giustino    II.    Tolsi 01, 
n.  527;    /^VRIL   ^^'  ^^^^  trcniisse  al  nome  di  An.istasio,  ecc. 

(3)  Cfr.  Quanto  dice  Procopio.  Bell.  Golii.,  Ili,  33. 


191 

bertiis  III,  e  così  via.  Il  colleg"arsi  del  nome  dello  zecchiere 
con  quello  del  sovrano  è  significativo:  dimostra  come  quello 
venisse  assumendo  un'importanza  non  trascurabile:  e  infatti 
la  monetazione  merovingica  non  è  una  monetazione  regia, 
ma  prevalentemente  una  monetazione  di  monetari. 

A  questo  "ruppo  si  possono  anche  aggiungere  quelle 
monete  che  portano  un  nome  di  maggiordomo.  Così  il  nome 
di  Ebroin  (f  68i)  figura  su  un  denaro  che  porta  al  rovescio 
il  nome  del  monetario  Rodemarus  e  su  un  altro,  del  ripo- 
stiglio di  Bais,  a  rovescio  anepigrafo.  Inoltre  quelle  che  por- 
tano i  nomi  dei  patrizi  di  Marsiglia,  Antenor,  Ansedert  e 
Nemfìdius  (i). 

Un  secondo  gruppo  di  monete  merovingiche  è  costituito 
da  quelle  che  portano  un  nome  di  chiesa  :  qui  possiamo  con- 
siderare due  sottogruppi.  Il  primo  reca  generalmente  il  nome 
della  chiesa  al  diritto  ed  il  nome  del  monetario  al  rovescio; 
il  secondo  porta  invece  al  diritto  "  Racio  „  seguito  dal  nome 
della  chiesa  (esempio  Racio  S.  Martini)  o  dai  termini  Ecclesia 
(esp.  Racio  Ecles.  Senon.)  o  Basilica  o  più  raramente  Mu- 
naxtirii.  Come  si  vede  le  amministrazioni  dei  beni  ecclesia- 
stici batterono  moneta. 

Un  terzo  gruppo  di  monete  merovingiche  reca  dei  nomi 
di  vescovi  :  così  Avitus  Ebescobus  di  Clermont-Ferrand  (674- 
689),  Lambertus  ips  (=  ipiscopus)  a  Lione,  Procolus  Eps  a 
Clermont-Ferrand  nel  sec.  VIII,  Norbertus  E[)s  a  Riom,  ecc. 

Un  quarto  gruppo,  numericamente  il  più  importante, 
reca  un  nome  di  località  seguito  da  termini  diversi  :  castel- 
lum  o  castrum,  civitas,  curtis,  domus,  pagus,  portus,  vicus, 
villa.  Al  rovescio  generalmente  il  nome  del  monetario.  Il 
nome  della  civitas  è  qualche  volta  scritto  per  esteso,  o  abbre- 
viato, o  ridotto  in  monogramma  :  il  nome  del  vicus  è  qual- 
che volta  unito  sulla  stessa  moneta  col  monogramma  del 
nome  della  città  dalla  quale  dipende.  Così  ad  esempio  le 
monete  di  Caranciaco  e  di  Mauriaco  vico  portano  il  mono- 
gramma AR  cioè  Arverno  civitas.  Un  caso  eccezionale  è  il 
nome  di  due  città  sulla  stessa  moneta,  che  si  verifica  per  una 


(i)  Cfr.  Carpentier  A.,  Marseille.  Motuiaies    des   pairices,    in     Uevue 
Ntimism.,  1864,  p;iffg.  1 18-130. 


1 


192 

che  reca  al  diritto  Segusio  civitate  (Susa)  e  al  rovescio  Si- 
duninsi(iim)  in  civi(tate)  Va(llensium).  Importanti  sono  le  mo- 
nete che  al  nome  di  località  hanno  unite  le  indicazioni  sinc- 
nime  domus  e  villa  (0. 

Un  quinto  gruppo  di  monete  merovingiche  indica  che 
sono  coniate  da  enti  tutto  affatto  speciali.  Alcune  derivano 
dall'amministrazione  del  tesoro:  così  una  moneta  di  Rennes 
reca  al  diritto  RÀCIO  FIS(ci)  e  al  rovescio  REDONIS;  altre 
portano  invece  al  rovescio  il  nome  di  un  monetario  (esp. 
Abolenus).  11  termine  poi  si  trasforma  in  quello  di  Racio  Do- 
mini: l'uso  dei  due  può  anche  essere  contemporaneo,  perchè 
lo  stesso  monetario  Abolenus  segna  anche  una  moneta  con 
questa  seconda  formola.  Un  altro  gruppo  di  monete  reca  le 
diciture  in  palacio  (2),  in  scola  re(gia),  in  scola  fit,  escola 
re(gia),  monita  in  sco(la),  scola  re(gia):  sarebbero  monete 
coniate  per  o  nella  scuola  palatina  (3).  Infine  un  certo  nu- 
mero di  monete  poitano  le  indicazioni  di  mallum  (Mallo  Ar- 
lavis,  Mallo  Campione,  Mallo  Manriaco  o  Matiriaco,  Mallo 
Satidi?)  il  luogo  cioè  ove  il  popolo  teneva  le  assemblee. 

Un  sesto  gruppo  di  monete  reca  semplicemente  il  nome 
del  monetario  o  dei  monetari,  perchè  si  verificano  dei  casi 
di  monete  portanti  due  nomi  d'uomo  (4). 

Da  questa  sia  pur  sommaria  esposizione  si  possono 
trarre  delle  conclusioni  fondamentali.  Dapprima  la  multipli- 
cità  delle  zecche  nell'interno  del  regno  merovingico,  giacché 
bisogna  accettare  l'asserzione  che  già  nel  XVII  secolo  emet- 
teva il  Le  Blanc,  che  cioè  tutti  i  nomi  di  luogo  scritti  sulle 
monete  indicassero  altrettante  officine  monetarie:  anche  i 
testi  ci  provano  che  i  monetari  risiedevano  in  diverse  città, 
così  la  vita  di  S.  Eligio  (I,  3)  che  indica  una  zecca  di  Li- 
moges  (publica  fiscalis  monetae  officina)  o  la  vita  Aridii  ab- 


(i)  Un  elenco  è  dato  da  L,  Maxe-Werly,  in  Rev.  Belge  de  Niint.^ 
1890,  pag.  14  e  segg. 

(2)  Cfr.  Rev.  Nnmism.,  1896,  pag,  437,  tav.  Vili,  9. 

(3Ì  Cfr.  G.  DE  PoNTON  d'Amécourt,  Monnaies  de  fècole  palatine  in 
Ann.  Soc.  Num.,  IX,  1885,  pagg.  258  e  segg. 

(4)  Data  l'importanza  del  tenomeno  ne  richiamo  qui  alcuni  esempi, 
riferendomi  a  A.  de  Belfort,  Descript.,  nn.  651 1,  1757,  6045,  6172,  66c^ 
e  Prou,  Calai.  Monn.  rnérov.,    nn.  92,  171,   172,  173,  183,  237,  2707,  ecc. 


193 

batis  Lemovicini  che  ci  parla  di  una  "  Ricovera  coniunx  Tu- 
ronici  monetarii  „  (i).  Così  sulle  monete  stesse  abbiamo  un 
Romanos  mu(nitari)  Acauninsis  a  St.  Maurice  d'Agaune,  un 
Cornino  monetario  Albigiinse  ad  Albi,  un  Mone(tario)  Juffo 
in  Daernalo.  Alla  multiplicità  delle  zecche  fa  giusto  compenso 
la  multiplicità  delle  persone  che  avevano  diritto  di  battere 
moneta:  il  re,  i  maggiordomi,  le  chiese  e  così  via,  conside- 
rando che  anche  un  gran  numero  di  semplici  località  farebbe 
pensare  che  ogni  proprietario  avesse  ricevuto  o  si  fosse 
arrogato  il  diritto  di  battere  moneta.  E  la  teoria  del  Fillon  (2), 
che  malgrado  tutto  io  ritengo  la  meglio  fondata  fra  quante 
sono  state  emesse  per  spiegare  la  monetazione  merovingica. 
A  questa  manca  dunque  il  fondamento  di  ogni  diritto  regio 
e  quindi  anche  ne  deriva  l'impossibilità  di  ogni  concessione 
del  diritto  di  moneta,  che  rientra  invece  fra  i  diritti  di  im- 
munità di  ogni  dominio. 

Quale  è  la  genesi  di  questa,  per  così  dire,  organizza- 
zione monetaria?  Io  credo  che  varie  ragioni  fondamentali  vi 
abbiano  contribuito:  la  prima  è  la  dispersione  dei  monetari 
delle  zecche  imperiali  sciolte  al  momento  dell'invasione.  Gli 
operai  si  separano,  qualcuno  rimane  a  continuare  il  lavoro 
in  un'officina  alla  quale  dà  il  suo  nome.  Così  si  possono 
spiegare  le  monete  che  portano  la  dicitura  VIENNA  DE  OF- 
FICINA LAVRENTI,  imitante  un  tremisse  di  Maurizio  Tiberio, 
e  la  lionese  con  DE  OFICINA  IVIARET,  imitante  un  tremisse 
di  Giustiniano.  E  la  Gallia  meridionale  che  ci  mostra  aver 
nome  gallo-romano  i  piij  antichi  monetari  vissuti  in  epoca 
nota:  a  Lione  Maurentius  (511-558)  e  Dacco  (551-575),  a 
Vienne  Laurentius  (582-602),  Antimius  a  Tours  (575-595):  è 
la  Gallia  meridionale  che  da  il  massimo  numero  di  imitazioni 
delle  monete  imperiali  le  quali  portano  le  iniziali  di  Marsi- 
glia, Arles,  Valenza,  Vienne,  Viviers,  Usez,  Senez,  Venasque, 
Die,  località  tutte  non  lontane  dai  soppressi  centri  monetari 
dell'Impero.  Questi  operai,  che  continuano  ad  imitale  il  tipo 
imperiale,  sono  ben  ricordati  da    Cassiodoro  (3):    Monetarios 


(i)  Cfr.  MGH.  Ss.  Rr.  inerov.,  IV,  paor.  671;  III,  pag.  591. 

(2)  B.  F'iLLON,  Letlres  à  M.  Duf^ast-Mattfeux,  pap:.  35,  Idee  analoghe 

o  anche  A.  de  Baktiiélemy,  in  Rev.  Nuntisfu.,  1895,  pag.  81. 

r l'arti n/.  V.  -^o. 


(3)   Variaruìtì,  V,  39. 


194 

autem,  quos  specialiter  in  usum  publicum  constai  inventos, 
in  privatorum  didicimus  transisse  compendium,  qua  prae- 
sumptione  sublata,  prò  virium  qualitate  functionibus  publicis 
applicentur,  testo  fondamentale  che  già  ho  avuto  occasione 
di  ricordare  e  importantissimo  non  solo  per  il  fatto  che  ri- 
marca, ma  anche  perchè  si  riferisce  a  quella  parte  delle 
Gallie  alla  quale  abbiamo  accennato.  E  bene  anche  ricordare 
che  nelle  Gallie  un  gran  numero  di  monetari  lavorava,  come 
anche  in  Oriente,  nella  propria  officina  al  di  fuori  di  quella 
statale:  l'assorbimento  di  questi  operai  nei  possessi  privati 
deve  esser  stata  estremamente  facile. 

Ma  questa  diaspora  della  famiglia  monetale  non  può 
certo  spiegare  il  grandissimo  numero  dei  monetari  che  tro- 
viamo, già  all'inizio  del  VII  secolo,  sparsi  in  tutti  i  paesi 
delle  Gallie.  È  necessario  quindi  ricorrere  ad  un  altro  ordine 
di  fatti. 

Prendiamo  in  esame  le  tessere  plumbee  romane  (i):  è 
indiscutibile  che  fra  le  loro  molte  varietà  ve  ne  sono  alcune 
che  hanno  il  carattere  di  una  quasi-moneta.  I  passi  di  Mar- 
ziale e  di  Plauto  dimostrano  per  Roma  ed  Atene  la  circola- 
zione di  questa  "  nigra  moneta  „  e  i  dati  archeologici  ne 
confermano  la  diffusione,  giacche  furono  trovati  i  medesimi 
tipi  del  medesimo  conio  in  Gallia  e  a  Roma,  in  Italia,  in 
Grecia,  in  Egitto.  Le  tessere  private  hanno  avuto  un  valore 
di  piccola  moneta,  per  lo  piìi  limitata  entro  i  confini  della 
villa,  della  domus,  del  grande  possesso  fondiario  insomma, 
che  possedeva  una  sua  propria  organizzazione  economica  (2). 
Così  considerata  una  classe  di  tessere,  è  facile  vedere  come 
essa  formasse  il  punto  di  partenza  per  una  parte  della  mo- 
netazione merovingica:  nelle  Gallie  abbiamo,  contrariamente 
a  quanto  si  verifica  in  Italia  alla  fine  dell'Impero,  dei  grandi 
possessi  fondiari,  dei  veri  latifondi,  di  cui  si  impossessano  i 


(i)  Su  queste  si  vedano  le  opere  fondamentali  del  Rostovtsew, 
Ètiides  sur  les  plombs  aniiques,  in  Revne  2\'u;n.,  1897-1899;  Riniskiia 
svintsoviia  tesseri.  Pietroburgo,  1903;  Ròmische  Bleilesserae.  Lipsia,  1905. 
Inoltre  il  catal.  della  coli.  Recaniier  del  Dissard  e  le  note  del  Maxe- 
Werley  citate  nella  bibliografia. 

(2)  RosTovsEW,  Rolli.  Bleites.,  pag.  108,  111-116. 


195 

capi  g-ermanici  durante  l'invasione  pur  mantenendo  in  essi 
come  ben  si  sa  tutte  le  forme  di  struttura  economica  del 
distrutto  regime.  Per  la  mancanza  del  concetto  giuridico 
della  moneta  considerata  come  regalia,  non  vi  era  impedi- 
mento legale  a  che  alla  coniazione  delle  tessere  nella  villa 
per  l'uso  interno  si  sostituisse  una  coniazione  monetaria.  Il 
re,  che  probabilmente  dispone  delle  antiche  officine  imperiali, 
ha  degli  artefici  che  meglio  si  attengono  al  tipo  monetario 
vero;  i  privati,  che  hanno  degli  antichi  coniatori  di  tessere 
o  dei  monetari  che  molto  hanno  subito  l'influsso  di  quegli 
esempi,  dispongono  di  un  numerario  che  rapidamente  si  dif- 
ferenzia dal  tipo  della  moneta  imperiale. 

Il  monetario  meiovingico  non  ha  veste  di  funzionario, 
ma  di  artefice:  non  dipende,  salvo  i  monetari  regi,  dal  re, 
ma  bensì  dal  signore  laico  od  ecclesiastico  nel  cui  possesso 
egli  vive  e  per  il  quale  egli  lavora.  Se  una  publica  fiscalis 
monetae  officina  può  esistere  in  qualche  luogo,  infinite  sono 
le  officine  private  che  si  uniscono  alle  altre  necessarie  al- 
l'organizzazione economica  della  villa.  Ed  è  anche  possibile 
ritenere  che  un  semplice  privato  conii  liberamente  del  me- 
tallo; il  che  servirebbe  a  spiegare  le  monete  che  portano 
semplicemente  il  nome  del  monetario. 

Trovo  inutile  sviluppare  largamente  questi  accenni  che 
sono  sufficientemente  chiari  per  chi  conosca  l'organizzazione 
territoriale  nelle  Gallie  ed  il  perseverare  delle  sue  forme 
nel  trapasso  romano-merovingico.  Solo  voglio  richiamare 
qualche  prova  ai'cheologica  a  sostegno  di  quanto  ho  asserito: 
la  prova  è  data  da  un  perseverare  delle  monete  plumbee 
anche  sino  al  VII  od  all'VIII  secolo  (0.  Nel  gabinetto  delle  me- 
daglie presso  la  biblioteca  nazionale    di    Parigi    si    conserva 


(i)  Anche  nel  XIII  secolo  si  trova  un  piombo  che  riproduce  il  tipo 
delle  monete  di  Sigfrido  II  arcivescovo  di  Magonza  (1200-1230):  inedito 
da  Buchcnau  in  Blàlter  f.  Miinfreiiiìde,  1904,  coli.  31 19-3120.  Anche  molti 
piombi  bizantini  andrebbero  studiati  sotto  questo  punto  di  vista.  Esiste 
infatti  un  interessante  testo  di  Michele  Psello  (1020-1072)  nel  Ióvo^{>t; 
Tcùv  vójxuiv  [Fair,  ,^'r.,  CXXII,  955-956)  che  sembra  annoveri  fra  i  mezzi 
di  pagamento  che  debbono  essere  valutati  a  peso,  oltre  l'oro  e  l'argento, 
anche  il  piombo,  mentre  vi  contrappone  le  monete  minute  che  debbono 
essere  nun, erate. 


196 


una  tessera  che  porta  al  diritto  TIDIRICIA  V,  cioè  Tidiriciaco 
vicus,  attorno  ad  una  testa,  ed  al  rovescio  +  SIG-OAfDO, 
cioè  Sigoaldo,  attorno  ad  una  croce  (0.  Ora  di  tale  vicus 
conosciamo  molte  monete  di  stile  analogo  al  piombo  citato, 
ed  una  porta  appunto  il  nome  del  monetario  Sigoaldo  (2).  Il 
Fillon  ha  fatto  conoscere  due  altri  piombi:  il  primo  ha  al 
diritto  una  testa  diademata  e  intorno  +  VIENNA  VICO  ;  al  ro- 
vescio +  VIVATVS  MON  attorno  ad  una  croce  crismata  can- 
tonata da  quattro  punti.  Il  secondo  ha  al  diritto  il  nome  in- 
completamente leggibile  di  FÉ  •  •  •  IPEA  •  attorno  a  un  busto 
a  sinistra,  e  al  rovescio  ALFINIV  •  MON  •  attorno  ad  una  croce. 
Il  primo  pesa  grammi  2,60  e  il  secondo  gr.  2,18  'S).  Altri 
piombi  merovingici  sono  stati  pubblicati  dal  Baudry  e  dal 
Chalon  (4).  Il  numero  delle  tessere  di  tipo  monetale  citate  è 
assai  piccolo  in  rapporto  a  quello  delle  monete  merovingiche 
giunte  sino  a  noi:  ma  bisogna  tener  conto  della  facilissima 
alterabilità  del  metallo  che  ne  ha  distrutto  la  massima  parte. 
In  Italia  un  gruppo  importante  di  piombi  ci  è  dato  dal 
territorio  di  Luni  (5).  Un  primo  piombo,  noto  in  22  esemplari 
di  diametro  variante  da  15  e  25  mm.  e  di  peso  da  gr.  3,080 
a  14,020,  reca  al  diritto  un  busto  grossolanamente  disegnato 
e  al  rovescio  VENANTIVS  EPCS  (A  e  N  in  nesso)  scritto  cir- 


I 


(i)  Prou,  Cat.  M.  mér ,  n.  2372;  cfr.  Reviie  Niiin.,  1886,  pag.  210  e 
Fillon,  Eludes  nitmism.,  1856,  pag.  92  che  dà  una  diversa  lettura.  Il 
piombo  pesa  grammi  12,30. 

(2)  Proq,  op.  cit.,  n.  2365. 

(3)  Fillon  B.,  Considératioìis  liislar.  et  artist.  sur  les  monnaies  de 
France,  Parigi,  1850,  pag.  216,  nn.  Ili  e  V  e  tav.  IV,  3,  5. 

(4)  Baudry,  in  Bull,  de  la  Soc.  Nat.  des  Antiq.  de  France,  1877, 
pagg.  40-42.  Chalon  R  ,  in  Rev.  Belge  de  Numism.,  1859,  pag.  545.  Si 
veda  anche  nn  piombo  monetiforme  disegnato  in  Conbrouse,  tav,  158  L, 
n.  17,  che  però  non  mi  pare  merovingico. 

(5)  Cfr.  U.  Mazzini,  Dì  una  zecca  di  Luni,  in  Miscellanea  di  studi 
in  onore  di  G.  Sforza,  Lucca,  1918.  Dal  punto  di  vista  che  sto  trattando 
sarebbero  da  studiare  anche  alcune  rare  monete  di  piombo  o  piombi 
monetiformi  mussulmani  fra  i  quali  indico  quelli  editi  da  Stickel  nella 
Zeitsch.  d.  Deut.  Morgenl.  Gesellsch.,  XL,  1886,  pagg.  83-84  (ctr.  anche 
XXXI,  1877,  pag.  534)  e  da  Casanova,  in  Revue  Numismatique,  1900, 
pagg.  184-185  Ma  r  indagine  ci  porterebbe  troppo  lontani  dal  nostra 
soggetto. 


197 

colarmente  attorno  ad  un  monogramma  che  non  può  asso- 
lutamente leggersi  "  ecclesie  basiliane  „  come  vorrebbe  il 
Mazzini.  Il  piombo  apparterebbe  al  vescovo  di  Luni,  Ve- 
nanzio, al  quale  già  nel  maggio  594  il  papa  Gregorio  Magno 
indirizzava  una  lettera  e  che  è  ancora  citato  nel  603  in  una 
epistola  dello  stesso  ponteficie  a  Deusdedit  vescovo  di  Mi- 
lano. Un  certo  numero  di  questi  piombi  è  rivestito  da  una 
sottilissima  pellicola  di  rame,  altri  sono  di  una  miscela  di 
rame  e  piombo:  questo  e  il  loro  numero  fa  escludere  siano 
delle  bolle,  perchè  ai  22  esemplari  citati  bisogna  aggiungerne 
altri  II,  identici  ai  primi  ma  con  la  dicitura  rovesciata. 

Di  stile  analogo  è  un  secondo  tipo  di  piombi  che  reca 
al  diritto  un  busto  fra  due  croci  ed  al  rovescio  un  rozzo 
monogramma  nel  quale  il  Mazzini  ha  letto  Lazarus,  il  nome 
cioè  del  vescovo  successore  a  Venanzio  sul  trono  episcopale 
di  Luni  e  contemporaneo  alla  conquista  della  città  compiuta 
da  Rothari:  il  piombo  è  noto  in  due  esemplari   del    peso  di 

gì--  3'05  e  3>98. 

Un  terzo  tipo  è  rappresentato  da  otto  piombi  di  dia- 
metro e  peso  variabili,  che  recano  da  un  lato  la  dicitura 
ECCL  e  dall'altra  B  e  un  monogramma  che  contiene  le  let- 
tere L,  A,  N,  E.  Il  Mazzini  ha  letto  P^cclesie  Basiliane,  dal 
nome  della  primitiva  cattedrale  di  Luni,  il  che  è  probabile 
ma  non  sicuro. 

Un  altro  piombo  reca  al  diritto  il  solito  busto  fra  due 
croci  e  al  rovescio  una  f  alla  cui  asta  verticale  è  adossato 
una  B;  nel  campo  a  sinistra  una  croce,  a  destra  una  V  e  un 
segno  lunato. 

Trascuro  gli  altri  piombi  trovati  nel  territorio  di  Luni 
perchè  si  rivelano  di  epoca  posteriore  e  probabilmente  non 
di  origine  locale:  quelli  presi  in  esame  costituiscono  già  un 
gruppo  importante  sia  per  l'unità  di  stile  quanto  per  il  nu- 
mero delle  loro  varietà.  Il  nome  di  Venanzio  ne  fa  certa  l'ori- 
gine dall'antica  città  tirrena,  ma  parlare  di  una  zecca  uftì- 
ciale  a  Luni  è  assurdo:  Roma  e  Ravenna  erano  nell'Italia 
settentrionale  e  centrale  le  sole  zecche  dell'Impero,  al  quale 
appartenne,  sino  alla  conquista  di  Rothari,  anche  la  Marit- 
tima. È  dunque  una  coniazione  puramente  locale  quella  che 
ci  sta  innanzi:  coniazione  di  un  numerario    divisionale    d'in- 


198 


fimo  valore  per  l'uso  interno  dei  possessi  della  chiesa  lu- 
nense,  o  per  sopperire  alla  mancanza  di  quelle  frazioni  di 
folli  che  coniavano  le  zecche  imperiali  e  che  mal  potevano 
giungere  alla  riviera  tirrenica,  separata  come  essa  era  ter- 
ritorialmente dal  corpo  dell'impero.  I  piombi  col  nome  del 
vescovo  lunense  ed  il  suo  busto  mi  pare  non  possano  tro- 
vare altra  spiegazione,  e  ad  ogni  modo  essi  contribuiscono 
a  chiarire  il  problema  della  monetazione  merovingica. 

Per  ritornare  a  questa,  debbo  osservare  che  vi  è  uno 
'stretto  rapporto  fra  il  monetario  e  l'orefice,  come  ben  prova 
il  notissimo  passo  della  vita  di  S.  Eligio,  per  quel  principio 
da  me  in  altro  luogo  illustrato,  il  quale  fa  si  che  nell'eco- 
nomia della  vita  medioevale  le  professioni  affini,  separate 
nell'epoca  romana,  s'accomunino  nello  stesso  individuo.  L'ore- 
fice-monetario è  il  depositario  dei  metalli  preziosi:  battendo 
la  moneta  e  mettendovi  il  suo  nome  egli  da  con  questo  al 
pubblico  una  garanzia  sul  peso  e  sulla  bontà  del  metallo  (0. 
Tale  garanzia  si  esprime  col  termine,  come  infiniti  documenti 
portano,  di  probatae  monetae  (2);  l'artefice  è  probatus.  Ricor- 
diamo che  S.  Eligio  è  detto  faber  aurifex  probatissimus,  e 
la  legge  degli  Alamanni  (3)  stabilisce  un'alta  composizione 
per  il  faber  aurefix  aut  spatarius  qui  publice  probati  sunt. 
In  quest'ultima  forinola  appare  un'intervento  statale  (publice 
probati);  ora  mi  richiamo  alla    prima    parte    di    queste    mie 


(i)  Le  falsilìcazioni  d'epoca  merovingica  (Cfr.  Prou,  Ca/n/.,  nn.  206, 
282,  359,  380,  409,  522,  691,  722,  963,  1008,  1022,  1025,  1147,  1231,  ecc.) 
non  possono  spiegarsi  se  non  come  la  prova  che  si  voleva  far  circolare 
sotto  un  fdlso  nome,  che  dava  garanzia,  una  moneta  scadente.  L'abbi- 
namento delle  funzioni  di  orefice  e  di  monetario  è  già  stata  osservata 
da  A.  DE  LoNGPÉRiER,  Revue  Nitin.,  VI,  1861,  407-428  =  Oeuvres,  II,  514 
e  da  DuLiTH,  Journal  internai.  iVarch.  ntimism.,  II,  1899,  285,  per  l'Egitto 
tolemaico  e  vi  sono  indizi  per  ritenere  che  avvenisse  anche  nell'Egitto 
bizantino. 

(2)  In  epoca  tarda  il  termine  si  altera;  cfr.  la  forma  probabiles  de- 
nari!, nummi  probabile?,  nei  diplomi  di  Ottone  Ili,  ed.  Sickel,  n.  89, 
^35j  350  e  in  quello  riportato  nel  Chron.  Laurish.,  MGH..  SS.  XXX, 
pag.  401. 

(3)  §  LXXIV,  5  (LXXIX,  7).  Da  cfr.  con  la  formola  della  legge  Bur- 
gunda (X,  3):  qui  aureficen  electum  occiderit  150  sol.  solvat  ;  e  con 
quella  della  lex  rom.  burg.  (II,  6);  prò  aurefice  electo  100  sol. 


199 

note,  all'  illustrazione  cioè  del  marchio  di  garanzia  posto  sulle 
oreficerie  merovingiche.  Si  può  ritenere  che  esso  non  potesse 
esser  usato  se  non  dalTaurefix  publice  probatus,  il  che  gli 
da  una  situazione  preminente  di  controllore.  Fra  la  marca 
dell'oreficeria  e  la  formola  della  legge  vi  deve  esser  stato 
uno  stretto  rapporto  che  oggi  noi  presentiamo  senza  pur 
poterne  afferrare  in  pieno  la  fisonomia. 

L'orefice-monetario  diveniva  il  depositario  di  grandi 
quantità  d'ogni  prezioso  metallo  e  fra  le  sue  funzioni,  oltre 
quella  di  eseguire  la  moneta,  deve  essersi  trovata  anche 
quella  di  tener  banco  di  cambio;  ad  ogni  modo  professione 
lucrosa  non  per  lui  solo,  ma  bensì  anche  per  il  signore  al 
quale  era  legato  col  vincolo  della  ministerialità.  Da  ciò  l'at- 
taccamento ad  un  privilegio  che  dava  si  tanto  reddito  e  l'im- 
possibilita durata  per  tutto  il  medio  evo  d'eliminare  le  mo- 
netazioni signorili  e  lasciar  sussistere  la  sola  monetazione 
regia.  Questo  per  la  massima  parte  dell'Europa  occidentale. 
La  speciale  struttura  della  regalità  nel  regno  merovingie  o 
ed  il  suo  continuo  affievolirsi  aveva  permesso  il  sorgere  di 
infinite  zecche  particolari,  stato  di  fatto  che  era  diventato 
stato  di  diritto.  Nelle  epoche  successive  i  signori  ottengono 
dal  sovrano  dei  diplomi  concedenti  la  moneta  onde  avere  e 
lo  stato  di  fatto  e  lo  stato  di  diritto.  Il  concetto  giuridico 
della  monetazione  feudale  è  tutto  insito  già  nella  forma  par- 
ticolare della  monetazione  merovingica. 

*  * 

La  riforma  monetaria  cominciata  da  Pipino  ^  compiuta 
da  Carlo  Magno  può  sintetizzarsi  così:  ricondurre  la  moneta 
ad  essere  un  diritto  regio,  afiìdare  la  sorveglianza  e  la  di- 
rezione delle  officine  monetarie  al  conte,  dando  in  via  ec- 
cezionale ai  missi  un  potere  di  controllo  superiore.  Salvo 
quindi  l'apparire  dei  missi,  i  carolingi  non  hanno  fatto  altro 
se  non  applicare  per  tutto  l'impero  quanto  già  esisteva, 
come  meglio  vedremo  in  seguito,  nel  regno  langobardo.  La 
tanto  vantata  riforma  non  fu  se  non  un  plagio. 

Il  passaggio  dal  sistema  merovingico  al  carolingico  non 
fu  certo  attuato  in  un  giorno;  abbiamo  ancora  delle  monete 


200 


che  portano  i  nomi  dei  monetari  sotto  Pipino  (Auttramno, 
Gaddo,  Novinus),  sotto  Carlomanno  (Leutbra....)  e  sotto  lo 
stesso  Carlomagno  (Arfiuf,  Auttramno,  Gervasius,  Maurinus, 
Odalricus,  Rodland,  Walacarius).  Le  officine  monetarie  sono 
ancora  numerose;  nei  primi  tempi  alcune  portano,  come  nel- 
l'epoca merovingica,  nomi  di  chiese.  Nell'anno  805  Carlo- 
magno  decreta  col  capitolare  di  TionviUe  (§  18)  che  non  si 
conii  moneta  se  non  al  palazzo;  e  rinnova  la  prescrizione 
nell'anno  808,  senza  però  ottenere  d'essere  obbedito.  Dopo 
di  lui  il  numero  delle  zecche  aumenta  e  l'editto  pistense 
(864)  che  stabilisce  non  potervi  essere  zecche  se  non  a  Quen- 
tovic,  Rouen,  Reims,  Sens,  Parigi,  Orleans,  Chalon,  Melle  e 
Narbonne,  oltre  che  all'officina  palatina,  rimase  inascoltato; 
sotto  il  regno  di  Carlo  il  Calvo  funzionano  circa  130  zecche. 
La  scelta  dei  monetari,  che  in  origine  dipende  dal  conte,  ai 
tempi  dell'editto  pistense  è  fatta  da  quelle  persone  in  quo- 
rum potestate  deinceps  monetae  permanserunt:  ai  conti  non 
rimanevano  quindi  se  non  le  officine  regie.  La  moneta,  fa- 
cente parte  del  comitatus,  segue  le  vicende  di  questo  e  di 
tutti  i  diritti  ad  esso  collegati:  quando  i  conti  rendono  ere- 
ditaria la  carica,  del  diritto  di  moneta  s'impossessano  attratti 
dai  grandi  lucri  che  con  esso  erano  congiunti.  Nel  diploma 
di  Carlo  il  Semplice  per  la  chiesa  di  Autun  (i),  con  cui  esso 
concede  al  vescovo  la  moneta  della  città,  essa  è  detta:  mo- 
netam  quam  in  praefato  urbe  comitalis  potestas  dominabatur, 
essa  cioè  era  dominio  e  proprietà  del  conte.  Ciò  è  confer- 
mato dai  diplomi  per  Treviri  del  902  e  per  Puy  del  924  (2). 
Nel  X  secolo  la  moneta  è  dunque  proprietà  dei  conti  o  dei 
vescovi-conti,  i  quali  alla  fine  del  secolo  cominciano  ad  iscri- 
vere il  loro  nome  a  fianco  di  quello  del  sovrano  nei  pezzi 
da  loro  coniati.  Questo  per  le  zecche  regie. 

Ma  già  Ludovico  il  pio  nell'anno  827  aveva  inaugurato 
il  sistema  di  concedere  officine  monetarie  speciali  a  certe 
chiese,  se  possiamo  ritenere  attendibile  il  fatto  riportato  nella 
Translatio  S.  Sebastiani,  per  S.  Medardo  di  Soisson.  Certa 
è  la  fondazione  di  una  zecca  per  Corbie  sassone  fatta  dallo 


I 


(i)  Dell'anno  900  :  Cfr.  Recueìl  des  ììist.  de  Frante,  IX,  png.  486. 
(2)  Cfr.  Prou.  Calai  iìioìiu.  carol.,  pagg.  lv-lvii. 


I 


20I 


Stesso  sovrano  nell'anno  833  (i),  per  la  chiesa  di  Mans  nel 
836  (2),  e  sono  ben  noti  tutti  i  diplomi  che  danno  a  chiese 
e  monasteri  i  diritti  ormai  uniti  nell'economia  medioevale  di 
mercato  e  moneta.  Se  questi  diplomi  in  origine  non  conce- 
dono se  non  la  fondazione  di  una  zecca  che  batta  monete 
di  tipo  regio,  con  la  carta  del  920  per  Prum  (3),  Carlo  il  Sem- 
plice riconosce  al  monastero  il  diritto  di  coniare  proprii  nu- 
mismatis  monetam:  essa  quindi  perde  il  suo  carattere  pub- 
blico e  diviene  una  cosa  privata.  Cominciano  i  vescovi  dei 
paesi  renani  a  porre  le  iniziali  dei  loro  nomi  sulle  monete; 
così  a  Strasburgo  OD  per  Odbert  (907-913),  GD  per  God- 
fried  (913),  RS  per  Richwin  (914-933),  VEB  per  Eberhard 
(933-934):  Salomone  III  vescovo  di  Costanza  (892-911)  scri- 
verà sul  rovescio  dei  suoi  denari  il  nome  intero  SALOMON. 
Siamo  agli  inizi  della  monetazione  signorile. 

Ciò  nei  paesi  d'oltr'alpe  dell'Impero  carolingico:  con 
maggiori  dettagli  dobbiamo  studiare  quanto  è  avvenuto  in 
Italia  nel  medesimo  periodo. 

*  * 

Quando  Carlo  Magno  conquistò  l'Italia  si  trovò  innanzi 
ad  una  situazione  monetaria  ben  diversa  da  quella  francese. 
Qui  il  re  langobardo  aveva  conservato,  salvo  le  eccezioni 
di  cui  sopra  ho  accennato,  specie  Benevento,  il  pieno  diritto 
regale  della  moneta  che  veniva  battuta  in  un  certo  numero 
di  zecche  sotto  la  sorveglianza  e  la  direzione  del  conte,  que- 
stione quest'ultima  che  mi  riserbo  di  dimostrare  in  seguito. 
Nell'insieme  un  perfetto  ordinamento  statale  che  servì  a  Carlo 
da  modello  per  i  suoi  tentativi  di  riforma  compiuti  nel  resto 
dell'Impero. 

Dopo  la  sconfitta  di  Desiderius  alcune  zecche  continua- 
rono a  battere  l'abituale  moneta,  del  cui  tipo  già  ho  parlato, 
ma  togliendo  il  nome  del  re   e    sostituendolo    con    una   leg- 


(1)  BòHMER-MiilILBACHER,   893. 

(2)  BÒHMER-MUHLBACHER,   928. 

(3)  Recueil  des  hist.,  cit.,  IX,  pag.  548.  Cfr.  anche  il  diploma  per 
Caiiibray  del  911  in  Prou,  op.  cit.,  pag.  lxvi,  nota  i;  quello  di  S.  Mar- 
tino di  Tours,  Recueil,  IX,  pag.  528. 

14 


202 


gendd  fittizia,  composta  in  generale  delle  lettere  V,  I,  O,  N, 
ciò  fecero  le  zecche  di  Lucca,  di  Pisa,  di  Pistoia  e  alcune 
altre  delF  Italia  centrale.  Quella  di  Lucca  anche  creò  un 
secondo  tipo,  ove  il  nome  della  città  invece  di  essere 
scritto  per  esteso  è  espresso  in  un  monogramma.  Sono 
queste  le  monete  che  così  erroneamente  furono  dette  auto- 
nome e  che  invece  non  sono  se  non  il  prodotto  di  una  co- 
niazione transitoria  del  momento  confuso  ed  anarchico  che 
seguì  lo  sfasciarsi  del  regime  antico  quando  il  nuovo  non 
si  era  ancora  organizzato.  Ma  ben  presto  tutte  le  zecche  del 
regno  ricominciarono  a  battere  la  moneta  regia  per  Carlo  re, 
copiando  il  tipo  langobardo:  la  moneta  aurea  ha  cioè  al  di- 
ritto la  leggenda  D(ominus)  N(oster)  CAROLO  (oppure  CA- 
ROLVS)  R  (oppure  REX),  scritto  in  circolo  attorno  ad  una 
croce  potenziata  e  solo  per  un  esemplare  di  Lucca  attoino 
ad  un  busto  di  prospetto.  Al  rovescio  la  moneta  porta  la 
dicitura  FLAVIA  (oppure  FLA  o  FL)  seguito  dal  nome  delle 
zecche.  Queste  sono  Milano,  Bergamo,  Seprio,  Ticino,  Lucca 
e  Pisa.  La  moneta  di  Pisa  ha  il  nome  della  città  seguito  da 
C,  iniziale  di  Civitas. 

La  massima  parte  di  queste  monete  ci  sono  note  dal 
ritrovamento  di  llanz;  ora  un  pezzo  contenuto  in  questo  ri- 
postiglio solleva  un  problema  interessante.  E  un  pezzo  d'oro 
di  stile  analogo  a  quello  degli  altri  conii  ma  avente  al  di- 
ritto la  dicitura  +  DOMM  :  S  CAROLVS  scritta  attorno  al  mo- 
nogramma R    -F;  al  rovescio  la  dicitura  +  FLAVIA  CVRI-AM 


attorno  all'abbreviazione  GIVI.  Il  problema  che  si  pone  è 
questo  :  dato  che  tutte  le  monete  carolingiche  di  cui  stiamo 
occupandoci  derivano  da  prototipi  langobardi,  la  moneta  di 
Coirà  deriva  anch'essa  da  una  precedente  moneta  di  stile 
langobardo  oppure  essa  rappresenta  l'apertura  di  una  nuova 
zecca,  creata  da  Carlo  Magno,  ed  in  questo  caso  a  quale 
epoca  è  ella  attribuibile. 

Nel  V  secolo  la  Rezia  dipende  civilmente  dalla  diocesi 
d'Italia  ed  ecclesiasticamente  da  Milano  come  prova  la  sot- 
toscrizione al  concilio  del  451  :  Abundantius  (vesc.  di  Como) 
prò  se  et  prò  absente  sancto  patre  suo  Asinione  episcopo 
ecclesiae  curiensis  primae  Rhaetiae.  Essa  fa  parte  del  regno 


20^ 


di  Teoderico  di  cui  i  confini  giungono  lungo  il  Reno  sino  a 
Basilea  (i),  ed  è  amministrata  da  un  duca  ed  è  ritenuta  come 
la  rocca  che  difende  l'Italia  (2).  Subisce  poi  la  conquista 
franca  e  viene  in  potere  di  Teodeberto  d'Austrasia  verso 
il  536-537  (3)  e  ancora  nel  590  è  il  luogo  di  riunione  dei  venti 
duchi  che  Chidelbertus  manda  contro  l'Italia  (4).  Malgrado 
questa  dominazione  franca  l'iscrizione  sepolcrale  del  vescovo 
Valentianus  (f  7  gennaio  548)  è  datata  dal  post  cons.  di  Ba- 
silio (5).  Per  quanto  dipende  da  Milano  ecclesiasticamente,  il 
suo  vescovo  Vittore  firma  gli  atti  del  concilio  di  Parigi  del 
IO  ottobre  614  e  Tello  quelli  del  concilio  di  Attigny,  che 
ebbe  luogo  fra  il  760-762  (^)  ai  quali  non  partecipavano  se 
non  vescovi  del  regno  franco  :  dipendenza  quindi  nominale 
puramente.  Il  testamento  del  vescovo  Tello  (15  die.  765)  è 
datato  con  gli  anni  di  Pipino:  tutto  prova  che  la  Rezia  Cu- 
riense  mai  non  fece  parte  del  regno  langobardo  (7).  Dunque 
la  moneta  carolingica  di  Coirà  non  rappresenta  la  continua- 
zione di  un  tipo  langobardo:  essa  è  il  prodotto  di  una  nuova 
officina  apertavi  da  Carlo  Magno,  in  quanto  che  non  cono- 
sciamo nemmeno  monete  merovingiche  attribuibili  alla  Rezia. 
Tale  punto  ammesso  in  modo  sicuro,  rimane  a  spiegarsi 
perchè  Carlo  Magno  abbia  introdotto  nella  zecca  un  tipo 
essenzialmente  italico,  facendo  apparire  anche  sulla  moneta 
il  titolo  di  Flavia  premesso  al  nome  di  Coirà,  titolo  caratte- 
ristico. L^unico  dato  che  ci  sorregga  è  la  divisione  dell'im- 
pero dell'anno  806,  per    la    quale    il    ducato    curiense  viene 


(1)  ScHUBERT,  Uiilerwerfuiig  der  Alaniaìinen  nìiter  die  Franken.  Stra- 
sburgo, 1884,  pag.  57. 

(2)  Cassiod.,   Var.,  I,  XI  ;  VII,  IV,  Ed.  Momniseii,  pagg.  20  e  203-204. 

(3)  Procop.,  Bello  goth.,  I,  14  ;  Agathias,  Risi.,  I,  4,  6,  7. 

(4)  Gregor  Turon.,  H.  /'.,  X,  3;  Paolo  Diac,  III,  31. 

(5)  CIL.,  XIII,  5251. 

(6)  MGH.,  Conc,  I,  pagg.  185-192;  II,  pag.  73. 

(7)  E'  quindi  una  tarda  e  leggendaria  tradizione  quella  raccolta 
dalla  Chronicii  Mediolanensis  che  mette  come  paesi  retti  da  Desiderio 
"  Liguriam,  Emiliani,  Venetiam,  Alpes  Coriam  (sic),  Retiam,  Tusciam 
^  et  Sampnitam  „.  Cfr.  Tediz.  Cinquini,  Roma,  1904,  pag.  11.  La  Genea- 
logia comitiim  Angleriae,  altra  mistificazione  del  XIV  secolo,  spiega 
"  Retia  de  quo  est  Coriam  „.  Stessa  ed.,  pag.  29. 


204 

dato  a  Pipino,  cioè  unito  all'Italia  (i).  Ma  d'altra  parte  os- 
servo che  la  moneta  di  Coirà  porta  il  nome  di  Carolus  rex 
francorum,  è  quindi  anteriore  alla  coronazione  imperiale  del- 
l'anno 800.  Bisogna  da  ciò  concludere  che  una  forma  d'unione 
della  Rezia  all'Italia  aveva  già  avuto  luogo  innanzi  questa 
ultima  data  (2).  La  coniazione  dell'oro  alla  fine  del  sec  Vili 
in  Italia  non  è  stata  dunque  qualcosa  di  eccezionale,  un  sem- 
plice perseverare  della  tradizione  langobarda  :  ebbe  invece 
grande  importanza,  tanto  da  condurre  alla  creazione  di  una 
nuova  zecca  (3);  è  quindi  doloroso  che  i  documenti  siano 
muti  intorno  al  regime  monetario  italiano  durante  gli  ultimi 
anni  del  sec.  VIII,  o  che  i  documenti  a  noi  pervenuti  ri- 
mangano inesplicabili. 

Tale  è  il  §  9  del  Capitolare  di  Mantova:  De  moneta- 
Ut  nullus  post  kalendas  augusti  istos  denarios  quos  modo 
haberi  visi  sumus  dare  audeat  aut  recipere;  si  quis  hoc  fe- 
cerit,  bannum  nostrum  componat.  Al  capitolare  si  assegna 
generalmente  la  data  del  marzo  781,  ma  quale  moneta  si 
intendeva  con  esso  demonetizzare  ? 

Il  Prou  fa  un  lungo  ragionamento  per  dimostrare  che 
con  la  disposizione  legislativa  si  intendevano  colpire  quei  de- 
nari che  hanno  al  diritto  la  leggenda  CAROLVS  scritta  su 
due  linee,  per  sostituirvi  i  denari  a  monogramma  U).  Non 
mi  sembra  che  lo  studioso  francese  sia  riuscito  nella  sua  di- 
mostrazione, e  ciò  per  diverse  ragioni.  Intanto  egli  deve  am- 


(i)  MGH.,  Legum,  I,  pag.  i:io  e  segg.;  Capii,,  I,  pag.  126.  Non  vidi: 
U.  Stutz,  Karls  des  Grossen  divisio  voii  Bistiim  itnd  Grafschaft  Chiir.^ 
Historische  Anfsàlze  Karl  Zetimer  z.  60  Gebiirlslag...  dargebracht.  Wei- 
mar, 1910. 

(2)  Cile  fosse  unita  alla  marca  d' Italia-Austiia,  come  sostiene  il 
Baudi  di  Vesme,  Dell'orig.  rom.  del  comitato,  pag.  284,  noia  51,  non  so 
proprio  dirlo. 

(3)  La  monetazione  di  Coirà  continuò  coniando  denari  sotto  Ludo- 
vico il  Pio  (Mader,  Krit.  Beitr.,  IV,  9)  e  sotto  Ottone  I  (Dannenberg, 
pag.  369).  Poi  dal  vescovo  Ulrico  (1002-1026)  ebbe  una  monetazione  ve- 
scovile (Dannenberg,  pagg.  369-371,  501,  672).  Coirà  fu  staccata  eccle- 
siasticamente da  Milano  dopo  l'anno  842,  quando  Verendario  suo  ve- 
scovo è  ancora  al  concilio  milanese  dell'arciv.  Angilbcrto,  e  prima  del- 
l'anno 847  quando  Gerbraco  è  già  al  concilio  di  Magoiiza. 

(4)  Catalogne  ruonn.  caroL,  pagg.  viii-xi. 


205 

mettere  che  la  demonetizzazione  del  tipo  non  avvenne  con- 
temporaneamente in  Francia  ed  in  Italia,  perchè  il  §  5  del 
capitolare  di  Francoforte  del  794  chiama  "  novi  denari!  „ 
quelli  che  Carlo  Magno  dice  portare  "  nominis  nostri  no- 
misma  „,  cioè  il  monogramma;  tredici  anni  sono  un  po' troppi 
perchè  i  denari  si  dicano  ancora  nuovi.  Ma  di  una  nuova 
moneta  parla  anche  una  lettera  di  Alenino  datata  del  mag- 
gio 796(1)  che  il  Prou  non  ricorda;  il  §  18  del  capitolare 
di  Thionville  dell'anno  805  indica  i  denari  qui  modo  mone- 
tati sunt,  e  per  non  perderci  a  citare  tanti  esempi  documen- 
tari, ricordo  che  le  carte  pistoiesi  dell'anno  812  contengono 
la  menzione  di  "  novios  denarios  „  (2).  Che  denari  sono 
questi?  ancora  quelli  dal  monogramma  che  il  Prou  vorrebbe 
coniati  nel  794  o  quelli  del  tipo  XPICTIANA  RELIGIO  ? 

Che  i  denari  dal  tipo  del  monogramma  si  siano  formati 
per  influsso  italiano,  lo  provano  alcuni  conii  di  Treviso  (3), 
che  rappresentano  una  transizione  verso  tale  tipo.  Inoltre  dei 
denari  con  CAROLVS  su  due  linee  abbiamo  in  Italia  quattro 
tipi  distinti,  quelli  col  rovescio  R    F,  poi  quelli  col  rovescio  R  F 

collegato  con  altro  monogramma,  quelli  col  nome  della  zecca 
scritto  su  una  o  due  linee  (LVCA,  PARMA,  MEDIOL.,  ecc.)  e  infine 
quelli  col  nome  della  zecca  scritto  in  monogramma  (LVCA, 
SEBRIO,  PARMA).  A  quale  di  tutti  questi  tipi  si  vuol  riferire 
il  decreto  di  Carlo?  A  uno  solo  o  a  tutti?  Come  si  vede  la 
questione  è  assai  oscura  e  ben  lontana  dall'aver  avuta  una 
soluzione.  Qualche  nuovo  contributo  al  problema  porteremo 
nello  studio  cronologico  dei  tipi  carolingici. 


(i)  Jaffè,  Mori.  Alciiiniaua,  n.  53;  MGH.,  Epist.^  ed.  Dtimmler,  pa- 
gina 140.  E'  importante  notare  che  i  denari  della  nuova  moneta  servono 
ad  Alenino  come  una  indicazione  di  peso. 

(2)  Fioravanti,  Mem.  stor.  pistoiesi,  doc.  pag.  18  ;  Zaccaria,  Aneciio- 
t  or  uni  //leciti  aevi,  pag.  307. 

(3)  Prou,  Catal.,  cit.,  n.  911.  Ripostiglio  llanz  n.  85-86  catal.  Jecklin. 
Si  ritiene  anche  che  il  monogramma  di  Carlo  nei  diplomi  abbia  avuto 
origine  dalla  imitazione  bizantina:  cfr.  Lechner  J.,  Das  mo/iogramtn 
tn  de/i  Urkimde  Karls  des  Grossen,  in  Neiies  Arc/iiv,  XXX,  1905,  pa- 
gina 702  e  segg.;  Wolfram  G.,  in  Jahrb.  d,  Gesellsch.  fiir  Lothringische 
Gesch.  tmd  Alierthiimskunde,  XVII,  1905,  pagg.  346-349;  Poole  R.  L., 
The  Seal  and  Moiiogra/ii  of  Charles  the  Great,  in  The  English  Hist. 
Rew.,  1919,  pagg.  198  e  scgg. 


206 


Che  ad  ogni  modo  ai  testi  legali  non  si  deve  dare  se 
non  una  importanza  minima  nello  studio  della  storia  econo- 
mica, lo  prova  il  fatto  che  quei  denari  del  tipo  CAROLVS  su 
due  linee  che  certo  sono  i  più  antichi  fra  tutti  quelli  coniati 
da  Carlo  Magno  in  Italia,  hanno  continuato  a  circolare  libe- 
ramente in  barba  a  tutti  i  capitolari.  Lo  prova  il  ripostiglio 
di  Ilanz,  databile  al  più  presto  dell'anno  8io  :  esso  conteneva 
39  denari  di  Carlo  Magno  e  di  questi  tre  soli  erano  del  tipo 
del  monogramma,  due  di  Treviso  e  uno  di  Pavia  I  Per  di 
più  osservo  che  il  più  antico  documento  italiano  dell'epoca 
carolingica  che  parli  di  denari  grossi  è  il  lucchese  dell'ot- 
tobre 8oi  (0.  Ora  fra  i  denari  del  tipo  CAROLVS  su  due 
linee  e  quelli  al  monogramma,  vi  è  una  notevole  differenza 
di  diametro  e  di  peso;  il  termine  di  grossi  non  si  adatta  se 
non  a  questi  ultimi  ed  è  strano  che  nessun  documento  li  citi 
fra  le  due  date  781   e  80  r. 

Come  si  vede  vi  sono  non  pochi  elementi  che  si  oppon- 
gono all'accettazione  della  tesi  del  Prou:  cosa  tanto  più 
grave  perchè  così  rimaniamo  all'oscuro  di  quando  avvenne 
la  riforma  ponderale  di  Carlo  Magno  e  più  difficilmente  po- 
tremo studiarne  le  ragioni. 

E  certo  ad  ogni  modo  che  Carlo  Magno  ha  continuato 
in  Italia  il  diritto  regio  della  moneta  già  vigente  sotto  i  lan- 
gobardi,  senza  intaccarlo  con  strappo  alcuno,  come  per  nulla 
lo  intaccarono  i  suoi  successori  sino  alla  fine  circa  del  se- 
colo IX. 


Una  situazione  tutto  affatto  particolare  si  presenta  però, 
durante  il  regno  di  Carlo  per  territori  non  appartenenti  al 
regno  langobardo:  Benevento,  Roma  e  Venezia. 

A  Bene\'ento  il  duca  Arichi  (II),  regnante  dal  758,  bat- 
teva secondo  la  tradizione  del  ducato,  delle  monete  tipo  bi- 
zantino portanti  quale  unico  suo  contrassegno  l'iniziale  A 
nel  campo  del  rovescio.    Caduto    il    regno    Arichi    s'intitola 


(i)  Meni,  e  doc.  per  servire  alla  storia    del   ducato    di    Lucca,    t. 
pag.    4. 


iV, 


207 

principe,  e  tale  titolo  appare  sulle  monete  ove  alla  leggenda 
dei  tempi  precedenti  "  Victoria  augustorum  „  si  sostituisce 
quella  di  "  Victoria  principi  „.  Le  lotte  con  Carlo  e  la  vit- 
toria del  re  franco  non  hanno  lasciata  alcuna  traccia  sulle 
monete.  Morto  Arichi  nel  788,  il  figlio  Grimuald  (III)  già 
prigioniero  di  Carlo,  fu  da  questi  riconosciuto  come  succes- 
sore legittimo  d'Arichi  dietro  un  tributo  annuo,  il  patto  di 
vassallaggio  e  il  riconoscimento  della  signoria  di  Carlo 
espressa  palesemente  mettendo  il  nome  di  questi  sulle  mo- 
nete e  sui  documenti  (').  In  conseguenza  Grimuald  battè 
delle  monete  d'oro  che  portano  al  diritto  il  suo  ritratto  con 
la  leggenda  +  GRIMVALD,  oppure  +  GRIMVALD  DX  (dux),  e 
al  rovescio  DOMS  •:•  CAR  •  R    e    nel    campo    le    lettere  GR  ; 

inoltre  delle  monete  d'argento  che  portano  al  diritto  il  mo- 
nogramma di  Carolus  rex  ed  al  rovescio  quello  di  Grimoald. 
11  beneventano  appare  dunque  come  un  duca  (si  osservi  bene 
e  non  principe  come  il  genitore)  che  batte  una  moneta  por- 
tante il  nome  del  re:  il  vincolo  di  vassallaggio  è  chiara- 
mente espresso. 

Ma  come  è  noto  Grimuald  scuote  ben  presio  il  giogo 
franco  dopo  sposata  una  nipote  dell'imperatore  Costantino  VI; 
e  dal  793  tiene  testa  agli  eserciti  di  Carlo.  Il  nuovo  periodo 
di  libertà  ben  si  vede  sulle  monete,  che  riprendono  il  tipo 
di  Arichi  con  al  diritto  +  GRIMVALD  ed  al  rovescio  VICTO- 
RA  •:•  PRINCIP  con  le  lettere  GL  nel  campo.  Così  le  monete 
d'argento  portano  al  diritto  il  monogramma  di  Grimuald  ed 
al  rovescio  BENEBENTV.  Nulla  più  rimane  della  sudditanza 
al  re  franco,  del  quale  come  dei  suoi  successori  non  appare 
alcun  segno  sulle  monete  di  Grimuald  IV  (806-817),  di  Sico 
(817-832),  di  Sicardo  (832-839)    e    di    Radelchis  (839-851),    le 


(i)  Set  prius  cum  sacramento  luijus  modi  vinxit  ut  Langobardorum 
iiicntuin  tonderi  fecit,  cartas  vero  nummos  sui  iiomiiiis  caracteribus 
superscribi  semper  juberet.  Accepta  deiiique  licentia  repedandi,  a  Be- 
neventi  civibus  magno  cum  gaudio,  exceptus  est  {Grintoaldtts).  ì\\  snos 
aureos  ejusque  nomine  aliquamdiu  tìgurari  placuit.  Scedas  vero  simi- 
liter  aliquanto  jussit  exarari  tempore.  Reliquia  autem  prò  nihilo  duxit 
observanda;  mox  rebellionis  jurgium  iniliavit.  Erchempertus,  Ilisi.  ìnvi^- 
ben.,  e,  4,  ed.  Waitz,  MGH.,  pag.  236. 


208 


quali  portano  liberamente  il  titolo  di  PRINCE  BENEBENTL  È 
sotto  Adelchis  (853-878)  che  riprende  la  dominazione  franca: 
mentre  le  monete  di  questo  principe  in  un  primo  tempo  por- 
tano solo  il  nome  +  ADELHIS  PRINCE,  dopo  la  spedizione 
di  Ludovico  II  (866)  esse  portano  sul  diritto  +  LVDOVI- 
CVS  IMRE  e  sul  rovescio  +  ADELHIS  PRINCES,  e  più  tardi 
solo  il  nome  dell'imperatore,  o  quello  dell'imperatore  e  dei- 
imperatrice  Angilberga  coi  titoli  di  Augustus  e  di  Au- 
gusta. Dopo  la  rivolta  del  gran  langobardo  contro  l'ignobile 
giogo  franco,  è  il  pontefice  Giovanni  Vili  che  tenta  stabilire 
la  sua  sovranità  sopra  Benevento:  abbiamo  in  corrispondenza 
una  moneta  che  reca  +  ADELGI  •  PRN  e  nel  centro  un  mo- 
nogramma con  le  lettere  lOHA,  mentre  al  rovescio  sta  il 
nome  della  cattedrale  SCA  •  MR.  Con  gli  ultimi  principi  di 
Benevento  ritorniamo  alla  monetazione  che  porta  il  solo 
nome  del  Signore  langobardo. 

A  Capua  possiamo  osservare  un  fenomeno  analogo:  le 
prime  monete  dei  conti  di  Capua  portano  il  nome  dell'arcan- 
gelo Michele  e  della  città  CAPVA:  ma  dopo  la  morte  di  Lan- 
dolfo (marzo  879)  il  conte  Pandonulf  si  sottomise  a  papa  Gio- 
vanni Vili  che  subito  fece  battere  una  moneta  portante  at- 
torno al  nome  della  città  il  suo  +  IOANNES  •  PAPA,  moneta 
ricordata  anche  da  Erchempertus  (0,  che  quasi  adopera  le 
stesse  parole  che  già  usò  per  narrare  che  Carlo  Magno  fece 
porre  il  suo  nome   sulle    monete  e  sulle    carte   beneventane. 


A  Roma  ci  si  presenta  un  fenomeno  analogo.  La  zecca 
dell'Urbe  aveva  coniato  per  i  re  goti  e,  dopo  la  restaura- 
zione del  potere  bizantino,  per  gli  imperatori  d'Oriente.  Ciò 
deve  essere  durato  fino  al  primo  decennio  circa  del  sec.  Vili, 
perchè  leggiamo  nel  Liber  pontificalis,  nella  vita  di  papa  Co- 
stantino (708-715):  hisdem  temporibus  cum  statuisset  populus 
Romanus  nequamquam  heretici  Imperatoris  nomen  aut  chartas 


(i)  Quia  Pandonulfus  prius  se  subdiderat  dicto  papae  in  cuius  vo- 
camine  et  cartae  cxaratae  et  nummi  figurati  sunt.  Erchemp  ,  e.  47,  ed. 
Waitz,  pag.  254. 


209 

vel  figuram  solidi  susciperent  (i).  L'accenno  all'eretico  impe- 
ratore deve  riferirsi  a  Filippicus  Bardones  (711-713)  che  rav- 
vivò la  controversia  dei  moneteleti  nella  sinodo  constantino- 
politana  del  712. 

È  noto  che  i  primi  saggi  di  monetazione  papale  sono  le 
tessere  in  rame  di  Gregorio  (731-741)  e  di  Zaccaria  (741- 
752)  (2  ;  ma  monete  propriamente  dette  non  ne  abbiamo  che 
con  Adriano  (3)  (772-795)  il  quale  batte  dei  denari  d'argento 
che  portano  al  diritto  la  dicitura  —  HADR  •  •  ANVS  Px  P  at- 
torno al  suo  busto  e  nel  campo  I  e  B,  e  al  rovescio  —  VIC- 
TO-IA  DNN  .*•  attorno  ad  una  croce  potenziata  con  ai  fianchi 
le  sigle  R  e  M  ed  all'esergo  la  marca  dell'oro  CONOB.  RM 
è  la  marca  della  zecca  di  Roma  come  sui  tremissi  di  Co- 
stantino V  e  Leone  IV.  Come  si  vede  è  il  tipo  bizantino  che 
si  ripete  con  l'anacronismo  della  marca  dell'oro  su  una  nìo- 
neta  d'argento.  In  quanto  poi  alle  sigle  del  diritto  I  e  B, 
esse  non  sono  state  spiegate  in  modo  soddisfacente:  vi  si  è 
voluto  leggere  Imperator  e  Basileus,  oppure  Jesus  e  Basileus. 
Le  medesime  sigle  Bl  le  troviamo  su  monete  arabe  d'oro 
che  ripetono  il  tipo  imperiale  di  Eraclio,  Eraclio  Costantino 
ed  Eracleone  (4).  Una  imitazione  diretta  dalle  bizantine  non 
è  ammissibile,  in  quanto  che  gli  aurei  dei  tre  basilei  non 
hanno  mai  nel  campo  le  due  lettere  come  le  imitate  monete 
arabe:  ma  invece  recano  il  monogramma  di  Eraclio  con  una 


(i)  Lib.  poniif.  ed.  Duchesne,  I,  pag.  392. 

(2)  Per  tutte  le  monete  papali  che  verrò  citando  mi  riferisco,  salva 
nel  caso  di  altre  indicazioni,  all'opera  del  Serafini.  Non  deve  meravi- 
gliare se  le  due  tessere  monetarie  sono  rettangolari  :  anche  i  bronzi 
di  Costantino  V  (741-755)  dalla  marca  XXX  hanno  la  stessa  forma.  Cfr. 
Wroth,  Calai.  Imp.  Byz.  Coins^  n.  70-71,  pag.  389. 

(3)  Si  potrebbe  pensare  che  è  attribuibile  all'usurpatore  Toto  duca 
di  Nepi  (767)  una  moneta  edita  dal  Wroth,  nel  catalogo  delle  monete 
vandale,  ostrogote  e  langobarde  del  British  Museum  (pag.  153,  n.  i, 
tav.  XXI,  i)  che  ha  al  diritto  la  leggenda  y — 1||||  TOTO  +  ^-^^  '*^" 
torno  ad  un  busto  a  d.  con  paludamento  e  corazza  :  al  rovescio,  attorno 
ad  una  croce  potenziata,  una  leggenda  senza  significato.  Per  lo  siile  la 
moneta  appartiene  al  sec.  Vili. 

(4)  Cfr.  i  cataloghi  di  Berlino,  Neutzicl,  cit.,  n.  21  e  di  Parigi,  I  a- 
voix,  cit.,  n.  26. 


2IO 


delle  lettere  A,  B,  I,  G,  6,  K  nel  campo,  mentre  al  seguito 
della  leggenda  al  rovescio  VICTORIA  AVGG-  hanno  le  lettere 
numerali  da  A  a  I,  cioè  da  i  a  io.  Questi  ultimi  sono  cer- 
tamente i  numerali  che  contraddistinguono  le  officine  della 
zecca  costantinopolitana;  nessun  influsso  debbono  aver  avuto 
sulla  monetazione  islamica  ne  è  possibile  pensare  ad  una  de- 
rivazione da  loro.  E  stata  enunciata  l'ipotesi  che  la  marca  Bl 
sugli  aurei  mussulmani  fosse  un  segno  di  valore,  dello  stesso 
tipo  che  IB  (==  12)  sui  bronzi  bizantini  della  zecca  d'Ales- 
sandria; oppure  che  si  dovesse  leggere  Bl  come  2.^  indi- 
zione. La  moneta  di  Adriano  non  deriva  ad  ogni  modo  dal 
tipo  dei  tre  basilei,  bensì  da  quelle  contemporanee  di  Co- 
stantino V  Copronimo  (741-775)  coniate  in  una  zecca  d'Italia 
che  dallo  stile  il  Wroth  vorrebbe  fosse  Roma.  Che  la  zecca 
dell'Urbe  malgrado  la  citata  asserzione  del  Liber  Pontificalis 
avesse  continuato  a  coniare  in  nome  dell'imperatore  d'Oriente 
da  Filippico  a  Costantino  V  lo  provano  non  solo  le  citate 
considerazioni  stilistiche  del  Wroth,  ma  più  sicuramente  an- 
cora l'esistenza  di  un  tremisse  coi  busti  di  Costantino  \'  e 
di  Leone  IV,  posteriore  dunque  al  751,  che  porta  al  rovescio 
attorno  alla  croce  potenziata  la  solita  dicitura  VICTORI 
AVG-TO  (augustorum)  e  nel  campo  il  segno  di  zecca  di  Roma, 
RM.  E  sotto  lo  stesso  imperatore  abbiamo  dei  bronzi  con  il 
segno  XXX  e  l'indicazione  di  zecca  [R]OM  (0. 

Da  ciò  si  vede  come  siano  tendenziose  o  volutamente 
false  molte  asserzioni  del  Liber  Pontificalis,  dove  i  dati  sono 
sfacciatamente  alterati  per  il  fine  politico  della  Santa  Sede. 
Per  ritornare  al  denaro  di  Adriano  e  alla  marca  IB,  osservo 
che  le  monete  bizantine  coniate  fra  Giustiniano  II  e  Costan- 
tino V  non  hanno  mai  segni  di  zecca  nel  campo,  ma  bensì 
alla  fine  dell'iscrizione  nel  rovescio,  se  provengono  dalla 
zecca  di  Costantinopoli,  secondo  la  classificazione  del  Wroth; 
li  hanno  invece  nel  campo  al  rovescio  gli  aurei  di  coniazione 
provinciale,  di  Cartagine,  di  Roma  e  di  Ravenna.  Questi 
segni  sono  varie  lettere  (A,  B,  6,  G,  H,  I,  M,  R,  S,  A,  TT,  0) 


(l)  Wroth,  Catal.  of.  the  Imp.  Byz.  Coitis,  II,  Costantino  V,  n.  65, 
pag.  388  e  tav.  XLV,  io.  Il  tremisse  è  di  bassissima  lega,  di  electron. 
Per  il  bronzo  slessa  opera  nn.  70-71. 


211 


qualche  volta  la  combinazione  l€,  oppure  una  stella  con  una 
delle  lettere  I,  A,  €,  H,  A,  R,  o  la  combinazione  RM  già  ac- 
cennata. Salvo  quest'ultimo  caso,  tutti  gli  altri  non  possono 
richiamarsi  ad  iniziali  di  zecca  (non  esistendo  che  Ravenna 
e  Roma),  ne  a  numerali  di  officine,  perchè  si  arriverebbe  a 
cifre  troppo  alte:  forse  sono  segni  di  emissione  dei  quali  il 
significato  esalto  ci  sfugge  e  forse  ci  sfuggirà  sempre.  In 
quanto  poi  ai  segni  al  diritto  della  moneta  e  nel  campo, 
questi  si  osservano  sotto  Leone  III  e  Costantino  V  nelle 
zecche  italiane  e  sono  lettere  f,  C.  A,  R,  A  ;  oppure  due  let- 
tere, ai  due  lati  del  busto  imperiale,  RI,  lA  e  il  loro  signifi- 
cato ci  è  ignoto,  ma  probabilmente  costituiscono  una  serie 
di  segni  di  cui  qualche  elemento  solo  è  giunto  fino  a  noi, 
e  fra  i  perduti  vi  era  probabilmente  il  prototipo  del  segno 
papale,  IB. 

Questo  primo  denaro  d'Adriano  è  dunque  tutto  affatto 
ancora  nella  tradizione  bizantina. 

Adriano  batte  ancora  un  altro  tipo  di  denari  che  si  al- 
lontanano dagli  esempi  bizantini  e  più  si  avvicinano  alla  tes- 
sera di  Gregorio.  Essi  hanno  al  diritto  su  tre  linee,  tagliate 
da  una  croce,  la  leggenda  HADRIANVS  PAPA,  e  al  rovescio 
pure  su  tre  linee,  SCI  PETRI;  questo  genitivo  fa  presupporre 
l'espressione  completa  Sci  Petri  moneta.  Tale  denaro  mostra 
nel  papa  il  pieno  pos^:esso  del  diritto  monetario.  Ma  appena 
avviene  la  conquista  carolingica  le  cose  cambiano  aspetto: 
è  a  Roma  che  si  batte  un  denaro  portante  la  dicitura  sul 
diritto  +  CAROLVS  REX  FR(ANCORVM),  attorno  al  mono- 
gramma, che  continua  sul  rovescio  +  ET  LANG(OBARDORVM) 
AC  PAT(RICiVS)  ROIVI(ANORVM)  attorno  ad  un  altro  mono- 
gramma poco  chiaro,  che  io  leggerei  come  una  R  con  due 
tratti  inclinati  ai  quali  sono  attaccate  le  lettere  A  e  fi.  Da 
Leone  III  sino  a  Giovanni  Vili  la  moneta  romana  assume 
un  aspetto  che  già  abbiamo  incontrato  a  Benevento:  porta 
il  nome  dell' impttratore  al  diritto  in  circolo  attorno  al  mo- 
nogramma IMP,  ed  al  rovescio  +  SCS  PETRVS  attorno  al 
monogramma  del  papa.  Considero  questa  seconda  faccia 
della  moneta  come  rovescio,  a  differenza  di  quanto  fanno 
altri  studiosi,  perchè  l'indicazione  "  sanctus  petrus  „  tiene  il 
posto  del  nome  della  zecca  che  non  è  di  regola  sul    diritto. 


212 

I  denari  romani  assumono  quindi  l'aspetto  completo  di  un 
denaro  imperiale  dove  per  una  speciale  concessione,  che  non 
sappiamo  se  avvenuta  in  seguito  ad  accordi,  appare  il  mo- 
nogramma del  papa;  il  tipo  stilistico  è  poi  tutto  affatto  franco, 
mentre  a  Benevento  era  continuato  il  tipo  locale  pur  con 
l'iscrizione  del  nome  del  nuovo  signore.  Il  nome  dell'impe- 
ratore Carlo  appare  sui  denari  del  tempo  di  Leone  III;  quello 
di  Ludovico  il  pio  da  Leone  III  a  Gregorio  IV;  quello  di 
Lotario  da  Gregorio  IV  a  Benedetto  III;  quello  di  Ludo- 
vico II  da  Benedetto  HI  a  Giovanni  VIII. 

Il  monogramma  IMP  del  diritto  è  qualche  volta  sosti- 
tuito da  PIVS  o  da  ROMA.  Giovanni  Vili  approfitta  della  de- 
bolezza degli  ultimi  carolingi  per  battere  un  denaro  dal  quale 
scompare  il  nome  dell'  imperatore  :  esso  ha  al  rovescio 
+  ROMA  attorno  al  monogramma  papale,  e  al  diritto  SCS 
PETRVS  scritto  verticalmente  ai  due  lati  del  busto  dell'apo- 
stolo la  cui  presenza  ci  indica  il  lato  più  importante  della 
moneta. 

Ma  con  l'incoronazione  di  Carlo  III  si  ritorna  al  tipo 
imperiale,  apparendo  sul  diritto  +  CAROLVS  IMP  attorno  al 
monogramma  del  papa.  Con  Marino  I  il  tipo  cambia  ancora: 
al  rovescio  abbiamo  MARINI  PP  attorno  al  monogramma  di 
Roma,  al  diritto  +  SCS  PETRVS  attorno  al  monogramma  di 
Carlo.  Con  Adriano  III  e  Stefano  VI  la  disposizione  è  scam- 
biata ritornando  al  tipo  del  diritto  con  +  CAROLVS  IMP  at- 
torno al  monogramma  di  Roma  e  del  rovescio  con  +  SCS 
PETRVS  attorno  al  monogramma  del  papa.  Ma  in  vacanza 
dell'impero  Stefano  batte  una  moneta  che  ha  al  diritto 
+  SCS  PETRVS  attorno  al  monogramma  papale  e  al  rovescio 
+  SCS  PAVLVS  attorno  al  monogramma  di  Roma. 

Comunque  si  voglia  considerare  la  questione,  è  chiaro 
che  il  pontefice  non  batte  moneta  con  diritti  sovrani,  ma  solo 
con  diritto  feudale:  come  egli  deve  attendere  il  riconosci- 
mento imperiale  perchè  la  sua  elezione  sia  valida  così  deve 
mettere  il  nome  del  suo  signore  sulle  monete.  La  moneta 
di  Roma  è  un  caso  di  coniazione  feudale  in  Italia  avanti  il 
X  secolo:  è  evidente  che  il  pontefice  mal  subisce  il  giogo 
ed  approfitta  della  vacanza  o  della  gran  debolezza  deli'  im- 
pero per  cancellare  il  nome  del    sovrano    dai    comi,    pronto 


213 

poi    a    rimettercelo    appena    l'imperiale    potenza  si    è    rista- 
bilita (I). 

Il  reddito  della  moneta  romana  appartiene  al  papa:  ciò 
risulta  chiaramente  dal  XV  cap.  degli  atti  del  concilio  di 
Ravenna  dell'anno  877  (2),  col  quale  enumera  i  beni  dipen- 
denti immediatamente  dal  fisco  pontificio  e  che  non  potevano 
essere  dati  in  beneficio.  Se  il  reddito  era  papale  non  lo  era 
il  diritto  di  battere  moneta,  puramente  imperiale  ;  perchè 
anche  nel  suo  giuramento  (3)  l'imperatore  riconosce  nell'illi- 
mitata autorità  del  pontefice  quanto  a  lui  apparteneva  od  ai 
suoi  romani,  ma  mai  in  nessun  atto  egli  cedette  a  questi  il 
suo  Diritto  monetario. 

*     * 

Pili  semplice  si  presenta  il  problema  per  Venezia.  La 
città  lagunare  passata  dalla  reale  alla  nominale  dipendenza 
dell'Impero  d'Oriente,  divenuta  tributaria  dell' Impero  Caro- 
lingio (4),  batte  nel  nome  di  Hludovicus  dapprima  di  Hlota- 
rius  poi,  una  moneta  di  tipo  completamente  franco  e  portante 


(i)  Nella  datazione  dei  documenti  privati  esistono  grandi  divergenze: 
le  carte  di  Monte  Aniiata  per  il  territorio  romano  {Arch.  Soc.  Roin.  di 
St.  Patria,  XVI)  per  tutta  l'epoca  carolingia  recano  prima  il  nome  del- 
l'Imperatore e  poi  quello  del  papa:  così  le  carte  Viterbesi  del  registro 
Farfensc.  Le  carte  di  Subiaco  seguono  in  un  primo  tempo  la  stessa 
regola  (dee.  a.  837),  per  poi  invece  posporre  il  nome  dell' Imperatore  a 
quello  del  papa  (docc.  aa.  850,  857,  866,  876). 

(2)  Concilio  di  Ravenna^  877  (Mansi,  XVII,  337),  §  XV  :    Auctoritate 

summi  judicis  d.  n.  J.  Ch praecepimus,  decernimus  et  modis  omnibus 

interdicimus,  ut  amodo  et  deinceps  nuUus  quilibet  homo  petat  patrimonia 
sanctae  nostrae  ecclesiae,...  videlicet...  monetam  romanam...  sed  haec 
omnia  in  usum  salarli  sacri  palatii  Lateraneusis  perpetualiter  mancant, 
ita  ut  solitos  reditus  et  angarias  perpetualiter  absque  ulla  contradictione 
persolvant. 

(3)  Vedi  quelli  di  Carlo  Magno  e  di  Ottone  I  in  Hauck.,  Kirclieii- 
gesck.,  II,  83  e  Jaffé,  Biblioth.,  II,  588-594. 

(4)  Cfr.  oltre  la  storia  del  Kretschmayr,  gli  studi  particolari;  Fanta, 
Die  Vertràge  d.  Kaiser  mit  Venedig  bis  ztmi  Jahre  98 j,  in  Mittheil.  d. 
Insi.  f.  òst.  Geschichisf.,  i.°suppl.eE.  Lentz,  Der  allmahliche  Uebergang 
Venedigs  von  fakiischer  zu  nominelkr  Abìidngikeit  von  Bysanz,  in  Byz. 
Zeitsch,  III,  1894. 


214 

sul  rovescio  il  nome  della  zecca.  +  VENECIÀS  o  +  VENECIAS 
MONETA  nel  primo  caso,  VENECIA  nel  secondo.  La  libbra 
veneta  è  già  citata  nel  patto  dell'anno  840(^1).  Quando  l'im- 
pero carolingio  declina,  e  del  suo  potere  meno  teme  la  città, 
avviene,  come  a  Roma,  la  scomparsa  del  nome  imperiale: 
la  nuova  moneta,  pur  continundo  il  tipo  franco  del  tempio, 
reca  al  diritto  +  DS  CVNSERVA  ROMANO  IMP  ed  al  rovescio 
XPE  SALVA  VENECIAS  (2). 

Determinare  quando  questi  denari  furono  battuti  e  quando 
vennero  sostituiti  dagli  altri  portanti  la  dicitura  ''  Cristus 
imperat  „  di  cui  in  seguito  dovremo  parlare,  è  cosa  assai 
malagevole  :  certo  la  loro  epoca  non  può  esser  fatta  scen- 
dere, per  ragioni  stilistiche,  oltre  la  fine  del  IX  secolo. 

Nel  medesimo  periodo  i  documenti  veneti  sono  datati 
con  gli  anni  degli  imperatori  di  Costantinopoli.  Nell'antitesi 
fra  le  carte  e  le  monete  è  tutta  la  politica  veneta  la  quale 
mantiene  i  suoi  rapporti  con  Bisanzio  per  ottenerne  1  criso- 
boli che  le  aprono  le  porte  dei  mercati  mediterranei;  e  nel 
medesimo  tempo  col  tributo  all'impero  carolingico  facilita  le 
concessioni  di  tutte  quelle  esenzioni  di  dazi  ed  aggravi  che 
le  permettono  dapprima  di  penetrare,  poi  di  mantenere  una 
situazione  commercialmente  privilegiata,  nei  centri  di  traf- 
fico della  valle  padana.  La  moneta  veneta  è  battuta  in  ori- 
gine certamente  come  moneta  imperiale;  poi  lentamente, 
con  tutta  l'organizzazione  del  palatium,  sfugge  alla  potestà 
sovrana  per  passare  esclusivamente  sotto  quella  del  doge, 
il  quale  si  guarderà  bene  di  ricordare  in  qualsiasi  modo  tale 
trapasso  abusivo  e  si  farà  riconoscere,  da  Rodolfo  nel  925, 
il  diritto  monetario  come  consuetudine  datante  dai  più  antichi 
tempi  (3). 

Per  concludere:  il  principio  romano  della  moneta  intesa 
quale  diritto  regio  fu  ereditato  ed  applicato  in  massima  dai 
langobardi,  e  da  questi  si  inspirò  Carlo  Magno  nella  sua  ri- 


Ci)  MGH.  Capa.,  ir,  n.  233,  §  34,  pag.  135. 

(2)  La  forinola  ricorda  il    "  Deus  adiuta  Romanis  „    dell'argento    di 
Eraclio  nel  615.  Cfr.  Chron.  Alex.,  I,  pag.  706,  ed.  Bonn. 

(3)  Cfr.  il  diploma  in  Schiaparelli,  /  dipi.  Hai.    di    Liidov.  Ili   e   di 
Rodolfo  II,  N.  XII.  Inoltre  Dandolo,  in  Rr.  II.  Ss.,  XII,  col.  200  B. 


21! 


forma  abolendo  la  libertà  di  moneta  che  vigeva  nelle  Gallie 
sotto  i  Merovingi.  I  successori  di  Carlo  non  seppero  mante- 
nere intatto  il  principio  nei  paesi  d^oltr'alpe  sino  alla  fine; 
Io  seppero  o  lo  poterono  in  Italia,  imponendo  anche  il  nome 
sovrano  in  territori  in  un  certo  qual  modo  esterni  al  regno, 
Roma  e  Venezia.  È  solo  sotto  i  re  d'Italia  che  il  principio 
viene  intaccato  ed  in  breve  volgere  di  anni  quasi  distrutto  : 
come  ciò  sia  avvenuto  dovremo  ora  vedere. 


* 
*     * 


Con  un  diploma  datato  del  21  novembre  894  (i)  Beren- 
gario concede  ad  Egilulfo  vescovo  di  Mantova  la  moneta 
pubblica  :  con  altro  del  9  gennaio  905  concede  alla  chiesa 
di  Treviso  due  parti  della  moneta  pubblica  che  appartene- 
vano al  fisco  (2).  Di  una  moneta  mantovana  anteriormente 
al  documento  berengario  non  abbiamo  notizia  alcuna  attra- 
verso testi  e  carte,  ne  esemplari  in  essa  coniati  sono  a  noi 
pervenuti  :  la  sua  esistenza  è  possibile  se  ammettiamo  la  tesi 
che  ogni  comitato  alla  fine  dell'epoca  langobarda  avesse  la 
sua  moneta,  e  che  tale  diritto  si  sia  perpetuato  nell'epoca 
carolingia.  Il  documento  di  Treviso  ci  fa  vedere  come  Be- 
rengario concede  due  parti  della  moneta,  quelle  cioè  che 
appartenevano  al  fisco:  cede  dunque  solo  il  reddito  della 
zecca,  e  non  tutto,  poiché  le  altre  porzioni  dovevano  essere 
sotto  altra  signoria  che  non  la  regia,  probabilmente  la  comitale. 
I  diritti  di  Mantova  vengono  confermati  in  seguito  da  un 
diploma  di  Lotario  del  27  maggio  945,  nel  quale  il  re  dice: 
confirmamus  S.  Mantuane  eccl.  publicam  ipsius  civitatis  mo- 
netam  a  predecessoribus  nostris  iamdictae  sedi  concessam  : 
statuentes  ut  in  Mantua,  Verona  atque  Brixia  habeat  robo- 
rem  et  discurrat.  Secundum  conventum  civium   predictarum 


(i)  ScHiAPAUELLi.  /  iliploììii  di  Berengario  /,  N.  XII.  "  Monetani  pu- 
blicam ipsius  Mautuane  civitatis  nostri  regali  dono  ibi  perpetualiter 
liabendam  concedimus  .,. 

(2)  ScHiAPARELLT,  op.  cit.,  N.  LII,  "  duas  portioncs  publicae  nionttae 
"  ad  cauieraui  nostri  palatii  olim  pcrtinentes  „. 


2l6 

urbium  constet  mixtio  argenti  et  ponderis  quantitas  (i).  Il 
tracciare  Tambito  entro  il  quale  doveva  aver  corso  e  valore 
la  moneta  mantovana,  in  Verona  e  Brescia,  e  quindi  anche 
nei  loro  comitati,  è  assai  importante;  come  lo  è  anche  l'in- 
tervento dell'assemblea  cittadina  nel  fissare  il  tipo  della  mo- 
neta. Il  conventus  civium  esercita  alla  metà  del  X  secolo  un 
potere  che  fino  ad  ora  non  gli  è  stato  riconosciuto. 

Si  viene  dunque  formando  nell' Italia-Austria  uno  slesso 
stato  di  diritto  che  si  era  già  sviluppato  nella  Francia  e  nella 
Germania  (^):  il  passaggio  della  moneta  dal  fìsco  ai  vescovi. 
È  in  questo  stesso  periodo  che  appaiono  le  più  antiche  mo- 
nete di  Verona:  la  prima  porta  al  rovescio  il  nome  della 
città  ed  al  diritto  l'invocazione  +  HIXPI  N0MIN6,  poi  seguono 
quelle  coi  nomi  di  Ugo  e  Lotario,  di  Lotario  solo  e  poi  di 
Berengario  IL  Del  921  è  un  documento  che  cita  un  Domi- 
nicus  monetarius  de  Civitate  Veronae  ^3). 

Vediamo  un  pò*  l'assieme  dei  fenomeni  monetari  che  si 
sono  svolti  neir  Italia-Austria  fino  a  questo  momento,  perchè 
possono  dar  luogo  a  considerazioni  interessanti. 

Sotto  i  langobardi  abbiamo  due  zecche  sicure,  testificate 
dalle  monete,  a  Vicenza  e  Treviso:  la  seconda  continua  sotto 
Carlo  Magno  ed  i  suoi  successori,  la  prima  scompare,  a 
meno  che  non  vogliamo  a  Vicenza  attribuire  due  denari  di 
Carlo,  il  primo  col  nome  in  due  Imee  e  col  rovescio  Rex 
Francorum  col  segno  di  zecca  V  (4),  il  secondo  dal  tipo  im- 
periale recante  lo  stesso  segno  sotto  il  busto.  Anche  se 
questa  attribuzione  vogliamo  ammettere  è  certo  che  dopo 
Carlo  Magno  non  rimane  in  funzione  se  non  la  zecca  di 
Treviso.  Questa  funziona   evidentemente    come    zecca    della 


(i)  Torelli,  Regesto  lìiantovano,  n.  21. 

(2)  Per  la  seconda  vedi  J.  Menadier,  Dos  Miìnzrecht  dcr  deiiischen 
Bischófe,  in  Berliner  Munzblàtter,  1910,  pagg.  581-585,  604-607. 

(3)  Zanetti,  tomo  IV,  pag.  390.  Già  però  una  carta  del  920  contiene 
il  passo  "...  argentum  den.  bonos  spendibiles  qualis  in  illis  diebus  hic 
in  civitate  Verona  per  caput  ambulaverit  monete  publice  den.  duode- 
cim...  „.  Ardì.  Paleogr.  ItaL,  III,  tav.  8. 

(4)  Prou,  n.  894. 


217 

marca,  termine  che  g-ià  appare  nell'anno  8i8  (i).  Sotto  Be- 
rengario Verona  viene  acquistando  sempre  piij  valore:  è  la 
città  fedele  ove  egli  trova  rifugio  ad  ogni  rovescio  di  fortuna, 
è  la  città  forte,  chiave  d'Italia,  come  già  l'aveva  intuita  Teo- 
derico  e  come  meglio  la  comprenderà  Ottone.  Sotto  il  re 
italico  è  Walfred  conte  di  Verona  che  diventa  marchese  del 
Friuli  (f  896),  e  sotto  Berengario  li,  nel  952,  troviamo  già 
noto  il  nome  di  Marca  di  Verona  (2).  La  cosa  certo  preesi- 
steva  al  nome,  e  forse  il  nuovo  ordinamento  è  contemporaneo 
al  sorgere  della  zecca  di  Verona,  che  osserviamo  bene,  coin- 
cide quasi  con  lo  spegnersi  della  zecca  di  Treviso.  Le  ul- 
time monete  di  Treviso  sono  battute  al  nome  di  Lotario, 
certo  il  I;  le  prime  di  Verona  datano  al  più  tardi  del  920 
come  sopra  abbiamo  visto,  ma  probabilmente  sono  a  que- 
st'epoca anteriori.  Forse  Treviso  ha  continuato  a  coniare  per 
qualche  tempo  nel  nome  di  Lotario  anche  dopo  la  morte 
del  sovrano,  fenomicno  che  può  essere  sostenuto  da  quanto 
avvenne  in  Francia  ove  ancora  nel  sec.  XI  S.  Filiberto  di 
Tournus  batteva  monete  al  nome  di  Lotario.  E  in  epoca  in- 
termedia fra  gli  anni  855  e  920  che  avviene  il  trapasso  Tre- 
viso-Verona: tutto  ciò  può  farci  pensare  ad  una  speciale  po- 
litica di  Berengario  rispetto  a  Verona. 

£  evidente  che  con  la  concessione  dell'anno  905  Beren- 
gario cede  al  vescovo  di  Treviso  non  due  parti  della  zecca 
che  nella  città  più  non  esisteva,  ma  due  parti  di  quei  red- 
diti dal  fisco  ottenuti  dalla  zecca:  e  la  donazione  fors'anche 
è  fatta  per  allievare  il  danno  od  il  dolore  che  il  trasporto 
stesso  della  zecca  aveva  prodotto  alla  città.  Certo  è  che  la 
donazione  viene  confermata  nel  991  e  966  da  Ottone  III, 
nel  1014  da  Enrico  II,  nel  1026  da  Corrado  II,  nel  1047  da 
Enrico  III,  nel  1065  da  Enrico  IV,  nel  1070  da  Enrico  V,  nel 
1142  da  Corrado  III,    nel    1144    da    Enrico  VI    e   ancora  nel 


(i)  Cadoalum  comitem  et  niarcae  Foro  iulianensis  praefectum.  Ann. 
reg.  frane,  ad.  a.  {MGH.,  Ss.,  I,  205).  Cfr.  ancora  lo  stesso  testo  ad. 
aa.  819  e  828,  op.  cit.,  pagg.  206  e  274.  Nella  Vita  Hlud.,  ce.  32  e  42  si 
hanno  i  termini  di  provincia  e  ducatus.  MGH,,  Ss.,  II,  pagg.  624  e  631. 

(2)  Contin.  Regin.,  952;  ed.  Kurzc,  pag.  166. 

15 


2l8 

1154  da  Federico  I  (i),  cioè  quando  la  zecca  certo  non  esiste 
in  Treviso. 

Da  quanto  siamo  venuti  esponendo  si  delinea  un  rap- 
porto fra  zecca  e  marca,  che  pur  s'impone  anche  se  con 
precisione  non  possiamo  afferrarlo;  non  solo  ma  ancora  una 
ripartizione  dei  diritti  sulla  zecca  fra  il  fisco  ed  altri  poteri. 
Si  è  giunti  sino  al  punto  in  cui  pervennero  rapidamente  tanto 
la  Francia  quanto  la  Germania  di  battere  delle  monete  si- 
gnorili? Vi  sono  dei  dati  che  ciò  testificano,  e  che  ora  dob- 
biamo esaminare. 

Prima  di  tutto  debbo  ricordare  che  molti  contratti  del 
X  secolo,  redatti  nella  marca  veronese,  fissano  i  pagamenti 
in  denari  "  monetae  publicae  „  il  che  fa  supporre  che  cir- 
colassero anche  altri  denari  che  non  uscivano  dalla  zecca 
di  Stato.  Ma  veniamo  ad  una  carta  assai  piìj  importante. 

Un  documento  imperiale  di  Ottone  II,  il  famoso  atto  del 
7  maggio  983  per  gli  uomini  di  Lasize,  contiene  la  frase  : 
et  omni  hominibus  Longobardorum  ibidem  transeuntibus  duos 
imperiales  prò  homine  auferre  (2).  H  diploma  non  ci  è  giunto 
in  originale,  solo  lo  conosciamo  attraverso  due  copie.  La 
prima,  eseguita  nel  1624  (alTarch.  di  Stato  di  Venezia)  di- 
pende da  altra  copia  autenticata  il  27  sett.  1270;  la  seconda 
(all'arch.  di  Stato  di  Verona)  è  della  metà  del  XVII  secolo. 
Le  due  copie  sono  indipendenti  e  conservano  entrambe  la 
voce  imperiales:  non  si  può  quindi  pensare  all'influsso  del- 
l'una su  l'altra  (3).  La  distinzione  delle  monete  imperiali  dalle 


(i)  SicKEL,  Urk.  O.  Ili,  nn.  69  e  225  ;  Bresslau  e  Blocx,  Urk.  H.  JI, 
11.  3133;  Bresslau,  Ur/e.  K.  IL  n.  66;  Ughelli,  V,  511,  5I2  ;  Stu.mpf, 
Ada,  n.  466;  Ughelli,  V,  519;  Stumpf,  Acta,  n.  473  e  480. 

(2)  La  seconda  delle  fonti  diplomatiche  che  sotto  accennerò  dà  la 
variante  accipere. 

(3)  Tatti  gii  altri  documenti  che  contengono  la  voce  imperiales  e 
che  si  attribuiscono  ad  epoche  anteriori  al  Barbarossa,  sono  stati  mal 
datati  dagli  editori:  così  OooRicr,  Sior.  bresc,  V,  36,  pubblica  nn  dcn:. 
come  del  12  marzo  1022  mentre  è  del  1222;  lo  stesso  autore,  V,  76,  ne 
da  un  altro  del  27  aprile  1088  mentre  è  del  1288;  così  non  può  essere 
del  1069  la  carta  del  monastero  di  Arona  MHP.  Chart.  I,  col.  618,  ma 
certamente  del  Xlll  secolo  giacché  vi  si  parla  di  turonesi  e  di  medaglie. 


219 

altre  è  dunque  di  molto  anteriore  a  Federico  di  Hohenstaufen^ 
e  può  farsi  risalire  al  tempo  ottoniano,  quando  cioè  i  mar- 
chesi acquistano  una  importanza  grandissima.  Riprova  che 
conferma  la  verità  dell'ipotesi  sta  nel  fatto  che  il  più  celebre 
fra  di  loro,  Ugo  il  Grande  di  Toscana,  battè  moneta  in  suo 
nome.  Di  questi  coni  abbiamo  vari  tipi:  il  primo  esce  dalla 
zecca  di  Lucca  giacché  ne  porta  il  nome  al  rovescio  +  Cl- 
VITÀTE  LVCA,  oppure  +  CIVITATI  LVCA.  mentre  ha  al  diritto, 
attorno  al  monogramma  di  Ugo,  la  leggenda  +  MARCHIO. 
Il  secondo  porta  il  nome  di  Ugo  e  di  sua  moglie  Giuditta, 
avendo  al  diritto  il  monogramma  con  la  leggenda  +  DVX 
TVSCII,  ed  al  rovescio  +  DVX  IVDITA  attorno  al  nome  LVCA. 
Il  terzo  tipo  esce  dalla  zecca  di  Arezzo,  probabilmente  aperta 
dal  marchese:  reca  al  diritto  +  MARCHIO  attorno  al  mono- 
gramma di  Ugo  ed  al  rovescio  +  CIVITATE  attorno  al  nome 
ARITO  ^^).  Queste  monete,  note  è  vero  in  pochi  esemplari, 
sono  contemporanee  ai  denari  lucchesi  degli  Ottoni  e  di  En- 
rico, i  denari  imperiali  della  Toscana.  Lo  stesso  fenomeno 
deve  essere  accaduto  nell'Italia  settentrionale  se  è  possibile 
attribuire  ai  duchi  di  Carinzia  e  Friuli  Otto  e  Corrado,  e  al 
duca  Burcardo,  alcune  monete  che  il  Dannenberg  volle  dap- 
prima di  Breisach  poi  di  Zurigo,  ma  che  certamente  non  ap- 
partengono a  quest'ultima  città  e  sono  di  tipo  nettamente 
veronese. 

In  Germania,  ricordo,  abbiamo  comunemente  delle  mo- 
nete imperiali  e  delle  monete  feudali  coniate  nella  stessa 
zecca,  sia  al  tempo  degli  imperatori  Sassoni,  quanto  durante 
quello  della  casa  di  Franconia.  Per  ora  ci  basta  aver  richia- 
mata l'attenzione  sulle  non  dubbie  prove  della  contemporanea 
coniazione  imperiale  e  feudale  in  Italia  nel  X  secolo. 

Le  concessioni  imperiali  ai  vescovi  continuarono  anche 
dopo  quelle  di  Mantova  e  Treviso:  fra  il  948  ed  il  950  è  da- 


(i)  Su  tutte  queste  monete  si  veda  Corderò  di  S.  Quintino,  Della 
zecca  e  delle  monete  degli  antichi  march,  della  Toscana^  in  Memorie  luc- 
chesi, XI;  Promis  D.,  Monete  di  Ugo  1  march,  di  Toscana  battuta  in 
Arezzo,  in  Riv.  della  num.  ant.  e  moderna,  1,  Asti,  1865,  pag".  30-32; 
LnrrzMANN  JJ.  Scheidemtinze  des  Herzogsthuuis  Lucca,  in  Num.  Zeitung, 
1836,  pag.  71;  1837,  pag-  53- 


220 

labile  un  diploma  perduto  di  Lotario,  col  quale  viene  con- 
cesso a  Manasse  arcivescovo  di  Milano  la  moneta  della 
città  (0.  L'arcivescovo  Manasse  è  una  delle  più  grandi  figure 
del  decimo  secolo  e  sulla  sua  politica  abile  e  grandiosa  è 
inutile  ritornare  tanto  è  nota.  Imparentato  con  le  più  grandi 
personalità  di  Provenza,  egli  già  nel  920  aveva  avuto  da 
Ludovico  l'jus  monetae  d'Arles(2):  ciò  forse  Taveva  adde- 
strato neir impadronirsi  della  ricca  moneta  di  Milano.  La  do- 
nazione non  ha  nulla  che  ripugni  in  se  :  non  solo  è  nel  ca- 
rettere  e  n^lla  linea  della  politica  contemporanea  (3),  ma, 
quando  studieremo  l'organizzazione  dei  monetari  milanesi 
vedremo  nello  stretto  legame  fra  questi  e  l'arcivescovo  una 
prova  della  sua  verità.  Le  monete  milanesi  dell'epoca  non 
portano  alcun  contrassegno  del  potere  arcivescovile:  erano 
per  il  presule  una  fonte  di  lucro  e  null'altro,  si  da  giustifi- 
care la  riforma  ottoniana  di  cui  è  cenno  nell'Annalista  Sas- 
sone (4K  Certo  è  che  i  denari  d'Ottone,  gli  ottolini,  serbano 
gran  fama  ancora  nel  secolo  XL  così  troviamo  citati  al  9 
agosto  1021  a  Lucca  i  sol.  de  Octo  de  Papia,  nel  11 17  a 
Barletta  i  denarios  bonos  grossos  de  Oddone,  e  persino  nella 
Provenza,  avanti  il  1032,  i  sol.  de  Otone  (5).  Il  denaro  tì'Ot- 


(i)  Il  diploma  è  ricordato  in  una  bolla  di  Alessandro  III,  Totirs, 
14  ottobre  1162,  per  l'Arcivescovo  di  Milano  :  J.  W.  10764.  Cfr.  il  passo: 
Preterea  monetam  qiiani  iliustris  memorie  Lotarius  quondam  Romano- 
rum  rex  beato  Ambrosio  et  pie  recordacionis  Manasse  antecessori  tuo 
eiusque  successoribus  sicut  in  ipsius  privilegio  exinde  facto  continetur, 
prò  anime  sue  salute  noscitur  legiptime  concessisse  tam  tibi  quam  su- 
cesoribus  tuis  auctoritate  apostolica  nihilominus  confirmamus. 

(2)  BM,  1481  :  Recueii  hisL  de  Frnme,  IX,  686. 

(3)  Gli  storici  milanesi  del  medioevo  ignorano  la  donazicne,  tanto 
che  nel  XIII  secolo  si  è  sentito  il  bisogno  di  fabbricare  il  falso  diploma 
di  Carlo  Magno,  i  maggio  809,  di  ampia  donazione  d'ogni  diritto  all'ar- 
civescovo senza  specificare  la  moneta  {MGH,  Dipi.  Caro/.,  n.  277).  Nel 
XIV  sec.  Galvaneo  Fiamma  parla  di  un  privilegio  di  moneta  dato  da 
Teodosio  a  S.  Ambrogio  ! 

(4)  Mediolanenses  subjugans,  monetam  iis  innovavit,  qui  numm 
usque  hodie  (cirra  1150-1152)  Ottelini  dicuntur. 

(5)  Reg.  capii.  Lucca  (Reg.  Chart.  Ita!.),  I,  n.  102;  Cod.  Diplom.  Sa- 


221 


tone  sta  in  un  certo  qual  modo  al  denaro  vescovile  come 
r imperiale  di  Federico  Barbarossa  sta  al  denaro    comunale. 

Le  concessioni  vescovili  a  poco  a  poco  si  estendono  : 
Ravenna,  la  rivale  di  Milano,  ottiene  la  moneta  con  una  bolla 
di  Gregorio  V  del  28  aprile  998  che  viene  confermata  il  27 
settembre  999  da  Ottone  III  (i):  ma  non  sembra  che  l'arci- 
vescovo abbia  fatto  uso  del  suo  diritto.  Diversamente  avviene 
ad  Aquileia:  il  grande  patriarca  Popone  ottiene  in  data  11 
settembre  1028  un  diploma  di  Corrado  II  col  quale  gli  viene 
conferito  "  licenciam  monetam  publicam  infra  civitatem  Aqui- 
legiensem  faciendi.  Igitur  denarios  ipsius  monete  ex  puro 
argento  firmiter  precipimus  fieri  et  Veronensis  monete  de- 
nariis  equiperari,  nisi  prenominatus  patriarcha  sua  spontanea 
voluntate  velit  meliorari.  Habeantque  licenciam  omnes  nostri 
regni  negociatores  in  qualibet  venali  merce  ipsos  denarios 
accipere,  si  tamen  fuerint  simplices  falsitate  (2)  ,,.  Subito  egli 
si  affretta  ad  esercitare  il  diritto  e  batte  un  denaro  di  cui  il 
tipo  è  poi  seguito,  con  variazioni  stilistiche,  per  secoli. 

Più  tardi  Corrado  II  (1033?)  confermando  i  diritti  della 
chiesa  d'Ascoli  autorizza  il  vescovo  a  tenere  mercato  ^^  mo- 
netam etiam  in  civitate  construere  ad  componendos  nummos 
cuiuscumque  generis  ,;  (3);  nel  1047  Vicenza  riceveva  il  di- 
ritto di  battere  moneta  del  tipo  veronese  (4);  il  16  aprile  1049 
Enrico  III  concede  al  vescovo  di  Padova  "  licenciam  et  po- 
testatem  monetam  faciendi  in  civitate   Pataviensi    secundum 


rese,  Vili,  n.  XXXII  ;  Cartidaire  de  l'Abbaye  de  Lérins,  ed.  Moris  et 
Blanc,  I,  pag.  30.  In  quest'ultimo  cartulario  una  carta  del  1094  (pag.  105) 
parla  di  den.  papiensiurn. 

(i)  Kehr.,  It.  ppnt.^  V,  Archiep.  Rav.,  n.  166;  Sickel,  Die  Urk.  O. 
Ili,  n.  330.  Successiva  conferma  di  Enrico  II  nel  1014  Bresslau  e  Block, 
Urk.  K.  II,  n.  290  bis. 

(2)  Bresslau,  Urk.  K.  II,  n.  131.  Sul  diploma  si  può  vedere  quanto 
scrisse  P.  S.  Leiciit,  //  denaro  del  Patriarca  Popone  d' Aquileia,  in  Meni. 
Slor.  Cividalesi,  1905,  pagg.  50-54.  Sulla  moneta  di  Popone  cfr.  Pusciii  A. 
Un  denaro  unico  del  Patriarca  Popone  di  Aquileia,  in  Riv.  Hai.  Nuììtisin., 
1914.  Pa?g-  395-402. 

(3)  Bresslau,  Urk.  K.  II,  n.  203. 

(})  Brunati,  Re  nuììi.  Palav.,  cap.  Vili. 


-222 


pondus  veronensis  monetae  sibi  suaeque  ecclesiae  perpetua- 
liter  concedimus  atque  permittimus  et  ut  certior  auctoritas 
huius  nostrae  concessionis  videatur  in  una  superficiae  dena- 
riorum  nostri  nominis  et  imaginis  impressionem,  in  altera 
vero  ejusdam  civitatis  fìguram  imprimi  iussimus  (i)  „;  il  27 
giugno  1052  lo  stesso  imperatore  conferma  alla  chiesa  di 
Arezzo  i  possessi  ed  i  privilegi  fra  i  quali  "  in  ipsa  aritina 
civitate  licentiam  percutiendi  denarios  cuiuscunque  monetae 
voluerit,  secundum  antecessorum  nostrorum  imperatorum 
piissimam  largitionem  (2)  „,  e  fra  il  1056  ed  il  1105  è  data- 
bile un  diploma  perduto  di  Enrico  IV  che  concede  la  mo- 
neta al  vescovo  di  Piacenza  (3). 

Con  l'affievolirsi  e  poi  l'annullarsi  pratico  del  potere  im- 
periale nella  seconda  metà  del  secolo  XI,  si  rendono  inutili 
i  diplomi  di  concessione.  Nel  fatto  i  vescovi  si  impadroni- 
scono della  moneta  e  quando  il  potere  del  vescovo-conte 
cede  passo  a  passo  innanzi  alla  nuova  forza  comunale,  è  al 
comune  che  appartiene  la  moneta.  La  reazione  non  avverrà 
se  non  all'epoca  federiciana:  ma  ciò  appartiene  ad  altro  pe- 
riodo al  di  fuori  dei  limiti  cronologici  che  ci  siamo  fissati. 


Venezia  che  aveva  battuto  la  moneta  al  tipo  del  tempio, 
con  le  diciture  DS  CVNSERVÀ  ROMANO  IMP  al  diritto,  e  XPE 
SALVA  VENECIAS  al  rovescio,  trasforma  in  seguito  questo 
tipo  segnandolo  al  diritto  con  la  leggenda  +  CRISTVS  IM- 
PERAI e  ponendo  al  rovescio  il  solo  nome  di  VENECI  scritto 
al  posto  delle  colonne  del  tempietto  tetrastilo.  Quando  sia 
avvenuto  il  passaggio  dall'una  forma  all'altra  non  si  può 
dire:  certo  è  che  mancano  per  Venezia  i  denari  al  nome  di 


(i)  Gloria,  Cod.  dipi.  Padov.,  doc.  n.  152. 

(2)  Pasqui,  Docc.  per  la  storia  della  città  di  Arezzo,  doc.  n.  177.  I 
diplomi  anteriori  non  fanno  però  cenno  di  tale  diritto.  Non  si  dimen- 
tichi però  che  una  zecca  era  esistita  In  Arezzo  sotto  il  marchese  Ugo. 

(3)  E'  ricordato  nel  diploma  di  Corrado  del  1140  edito  anche  recen- 
temente in  Falconi  P.,  Le  monete  piacentine.  Piacenza,  1914,  pagg.  93-94. 


223 

Ottone  e  che  questi  descritti  ne  tengono  il  posto.  E  con 
Timperatore  Corrado  che  il  nome  del  sovrano  ritorna  ad  ap- 
parire sulle  monete  venete  :  conservando  lo  stesso  rovescio 
ultimamente  descritto,  al  diritto  delle  nuove  monete  appare 
dapprima  +  CONRAD'  IMPER',  poi,  sotto  Enrico  III,  +  EN- 
RICVS  IMPER.  Con  Enrico  IV  o  V  cambia  anche  il  rovescio: 
al  semplice  nome  della  città  ed  al  tempio  tetrastilo  viene 
sostituito  il  nome  del  Santo  protettore  +  S  MARCVS  VENECIA 
e  il  busto  dello  stesso  santo.  Una  notizia  riportata  dal  Dan- 
dolo (2)  riguardante  la  coniazione  di  una  moneta  al  nome  del 
doge  Orso  Orseolo  (1030-31)  deve  ritenersi  falsa:  perciò  la 
monetazione  di  Venezia  durante  il  secolo  XI  non  si  diffe- 
renzia per  nulla  da  quella  delle  altre  città  lombarde  che  bat- 
tono tutte  al  nome  imperiale.  E  solo  al  tempo  del  Barba- 
rossa  che  Vitale  Michiel  (1156-1172)  conia  dei  denari  col  suo 
nome,  cioè  al  diritto  •  V  •  MICHL  DVX  •  ed  al  rovescio  -f  •  S  • 
MARCVS  VHE  attorno  al  busto  del  Santo:  si  apre  così  la  serie 
delle  monete  dogali. 

La  coniazione  di  V^enezia  non  presenta  nulla  di  partico- 
lare, se  escludiamo  il  periodo  ottoniano  e  dei  cosidetti  re  d'Italia 
quando  il  nome  del  sovrano  non  appare  sulle  monete,  da 
quella  delle  altre  città  dell'Italia  settentrionale:  batte  cioè  in 
nome  dell'imperatore,  liberandosi  da  questo  vincolo  solo 
quando  le  regalie,  e  quindi  anche  la  moneta,  passano  dal  so- 
vrano ai  comuni. 


Ben  pili  complesso  si  presenta  il  problema  per  Roma  : 
Formoso,  Stefano  VII,  Romano  e  Teodoro  battono  moneta 
(891-897)  al  nome  di  Guido,  di  Arnolfo  e  di  Lamberto  im- 
peratori. Le  monete  recano  generalmente  al  diritto  il  nome 
dell'imperatore  scritto  attorno  al  monogramma  di  Roma,  e 
al  rovescio  il  nome  SCS  PETRVS  attorno  al  monogramma 
del  papa:    per    un    solo  caso,    sotto  Formoso,   tale  rovescio 


(2)  Ilic  urbem  Gradensein  et  ccclesias  reparat,  et  monetam  parvain 
sub  ejiis  noiiiitie,  ut  vidhnu^,  excudi  fecit.  Dandolo,  /US.,  XII,  pag.  240. 


224 

presenta  il  nome  FORMOSI  PP  attorno  al  busto  dell'apostolo 
fiancheggiato  dalle  lettere  SP.  Una  variazione  troviamo  con 
Giovanni  IX  (898-900):  al  diritto  vi  è  il  nome  dell'imperatore 
Lamberto  scritto  attorno  al  monogramma  del  papa,  e  al  ro- 
vescio il  busto  dell'apostolo  con  a  fianco  la  dicitura  SCS 
PETRVS  scritta  verticalmente. 

In  vacanza  dell'impero  (900-903)  Benedetto  IV  riprende 
il  tipo  dei  due  apostoli  col  diritto  +  SCS  PETRVS  attorno 
al  monogramma  del  papa  e  col  rovescio  +  SCS  PAVLVS  at- 
torno al  monogramma  di  Roma;  poi  con  Ludovico  III  (dopa 
901)  sostituisce  al  nome  di  Paolo  quello  dell'imperatore.  In- 
fine adotta  un  terzo  tipo  sostituendo  al  monogramma  di 
Roma  la  dextra  dei.  Cristoforo  conia  col  secondo  tipo  di 
Benedetto. 

E  l'energico  Sergio  III  (904-911)  che  introduce  più  pro- 
fonde variazioni  nel  tipo  monetario.  Una  prima  sua   moneta 

reca  al  diritto    +  SCS    PETRVS    attorno  a     p    ;    al    rovescio 

+  LODOVVICVS  IVP  attorno  al  monogramma  PIVS:  deve  esser 
stata  coniata  nel  904,  avanti  l'accecamento  di  Ludovico.  Il 
nome  di  Berengario  non  appare  sulle  monete  di  Sergio  che 
invece  presentano  dei  tipi  nuovi  e  interessanti. 

Dapprima  la  leggenda  SER  +  Gì  •  PP  attorno  al  busto 
del  pontefice,  mentre  al  rovescio  abbiamo  +  SCS  PETRVS  con 

RO 

.  nel  centro.  L'introduzione  del  ritratto  papale  sulle  mo- 
nete è  assai  importante,  visto  come  in  quest'epoca  sono  rari 
gli  stessi  ritratti  imperiali:  è  il  diritto  di  piena  sovranità  che 
viene  esprimendosi  sempre  piii  chiaramente.    Un    terzo  tipo 

R  I  O 

delle  monete  di  Sergio  reca  +  SERGIVS  PP  attorno  a  — r  ^ 

M  I  A 

mentre  il  rovescio  porta  il  busto  di  S.  Pietro   fiancheggiato 

dalla  dicitura  SCS  PETRVS  su  due  linee  verticali.  Poi  prende 

il  sopravvento  il  nome  della  città;    abbiamo    cioè    al    diritto 

+    RO  •:•  MA    attorno    a   S  «E  e  al  rovescio  il  busto  del  santo 

con  le  lettere  SP.  Una  variante  ha  il  nome  papale  in  mono- 
gramma. Un  ultimo  tipo  di  Sergio  ha  al  diritto  la  leggenda 
+  SALVS  PATRIAE    attorno    al    monogramma   del  papa  e  al 


225 

rovescio  il  solito  +  SCS  PETRVS  attorno  al  monogramma 
di  Roma.  Il  successore  di  Sergio,  Anastasio  (911-913)  riprende 
il  quarto  tipo  del  suo  predecessore,  quello  col  nome  di 
+  RO  •:•  MA  • 

Giovanni  X  (914-928)    avendo    riconosciuto   Berengario, 
mette  il  nome  dell'imperatore  sulle  monete  secondo  due  tipir 

nel  primo    +  BERNEGARIV  MP    sta    scritto    attorno    a    ^--? 

M  j   A. 

mentre  al  rovescio  abbiamo  il  busto  dell'apostolo  con  a 
fianco  lOH  e  S  PETRS  scritto  su  due  linee  verticali,  nel  se- 
condo +  BERNEG-ARIV  PP  (?)  attorno  a  lOHANS  PA  scritto  in 
monogramma,  mentre  al  rovescio  è  +  SCS  PETRVS  attorno 
al  monogramma  di  Roma.  Ma  morto  Berengario  e  succedu- 
togli Rodolfo,  questo  non  viene  riconosciuto  sulle  monete: 
il  conio  reca  infatti  al  diritto  +  SCS  PETRVS  attorno  a 
lOHANS  PA  in  monogramma  mentre  il  rovescio  ha  una  leg- 
genda quasi  incomprensibile   e   rovescia B^SD    attorno 

R  O 

alla  rappresentazione  di  un  edificio  con  scritto  a  fianco  .,  7. 

MA 

Con  Giovanni  XI  (931-935)  abbiamo  al  ^  +  IOH(ann)ES 

P 

attorno  alla  dicitura     A      e  al  rovescio    +  SCS  PET(rus)    at- 

PAE 

torno  al  monogramma  di  Roma.    Ma   sotto  questo  pontefice 

un'altra  autorità  mette  il  suo  nome  sulle  monete:  è  il  potente 

Alberico  II  principe  e  senatore  dei  romani.  Abbiamo    al    di- 

FI 
ritto  +  ALBRIC  +  PRICIP  attorno  alla  dicitura    ERI    e  al  ro- 

IV 

^  Ilo 

vescio  +  SCS  PETRVS  attorno  a  l  +  E  oppure  .     Sotto 

O  ^  I   ^ 

Marino  II  (942  946)  il  diritto  ha  +  ALBER  ••••  PRI  attorno  al 
monogramma  di  Roma  e  il  rovescio  +  SCS  PETRVS  attorni 
al  monogramma  Marino.  Sotto  Agapito  (946-955)  abbiamo  i 
seguenti  tipi  : 

P 
I  —  Al  diritto  +  ALBERICVS  attorno  al  monogramma      _^ 

V 

e    al    rovescio  il  busto  dell'apostolo  con  la  dicitura. 
+  SCS  PETRVS. 


226 

:2  —  Al  diritto  +  AGAPITVS  PA  attorno  al  busto  dell'apo- 
stolo e  al  rovescio  +  SCS  PETRVS  attorno  al  mo- 
nogramma di  Alberico  (i). 

Queste  monete  debbono  trattenere  la  nostra  attenzione. 

La  nostra  dicitura    FIERI  IV(ssit)   ci  ricorda    quella   che,    con 

un  diritto  di  Honorius  (2),  coniò  il  re  svevo  Richiar  (448-456) 

con  la  leggenda    IVSSV    RICHIARI    REGES    (sic,    in   luogo  di 

regis)    forse    alla    zecca    di    Braga;  o  quella   arabo-latina  di 

Spagna    IN  NOMINE  DOMINI  IVSSIT  MVSE  AMIRAS    (697-715), 

e  corrisponde  a  fieri  fecit;  Alberico  così    non    solo    pone   il 

suo  nome  al  posto  di  quello   imperiale,    ma    afferma    in    un 

modo  sin  qui  inusitato,  il  suo  diritto  di  moneta.  Un  parallelo 

lo  troviamo  nella  coniazione  già  accennata    dei    marchesi   di 

Toscana:  sono  questi  i  rari  ma  significativi  esempi    di    una 

monetazione  signorile  in  Italia. 

P 

Qualche  dilficoltà  offre  la  lettura  del  monogramma       ^ 

\^      o 

V 

sulla  moneta  del  tempo  di  Agapito.  Alcuni  lo  lessero  Aga- 
pitus  (3),  altri  Patricius  (4),  basandosi  sul  fatto  che  questo  ti- 
tolo è  attribuito  ad  Alberico  dalla  Yitae  pontificum  e  da 
Flodoardo. 

Certo  è  che  col  declinare  del  grande  signore,  il  papa  ri- 
prende il  suo  diritto  e  il  suo    nome    dapprima    confinato   in 


(i)  Sulle  monete  di  Alberico  si  veda  Gregorovius,  Die  Mitnzen  Al- 
berichs  des  Fiirsten  und  Senators  der  Romer^  in  Sitztingsber.  d.  K.  Bayer 
Ak.  pliiì.  KL,  1885,  pagg.  27-45  ^  ^-  LA.BRUZZT,  Di  una  nioueta  di  Albe- 
rico principe  e  senatore  dei  Romani^  in  Ardi.  Soc.  Roni.  Storia  Patria, 
1912,  pagg.   133-149- 

(2)  Cohen,  Vili,  n.  29  di  Onorio. 

(3)  ViGNOLi.  De  antiquioribiis  pouf.  rom.  dcn.;  Fioravanti,  Aniiq. 
poni.  rom.  den.;  Cinagli,  Le  iiionete  dei  papi,  pag.  9;  Promis,  Alon.  dei 
rom.  pont.;  Gregorovius,  op.  cit.  ;  Serafini,  Monde  e  bulle  pi.  del  me- 
nagi. Val. 

(4)  ScHEDio,  Origines  Giielficae,  Hannover,  1750,  pag.  129;  Carli, 
Ant.  Hai.,  IV,  pagg.  70-71  ;  Provana,  Studi  critici,  pag.  143;  Keiir,  op. 
<:it.,  pag.  469;  Labruzzi,  op.  cit. 


227 

un  semplice  monogramma  si  stende  di  nuovo  interamente 
sulla  moneta  e  quello  del  senatore  dei  romani  si  rattrappisce 
in  un  semplice  monogramma.  Così  il  nome  del  papa  si  era 
affievolito  innanzi  a  quello  degli  imperatori. 

Con  Giovanni  XII  (955-963)  abbiamo  due  tipi  di  monete: 
il  primo,  anteriore  al  962,  porta  al  diritto  +  DOMNVS  lOHA 
oppure  +  DOM  IOANES  attorno  a  PAPA  in  monogramma,  e 
al  rovescio  +  SCS  PETRVS  attorno  a  ROMA  in  monogramma 
oppure  ad  una  stella  ad  otto  raggi  (i).  Ma  coronato  impe- 
ratore Ottone  il  Grande  il  suo  nome  ritorna  sulle  monete 
romane  :  i  tipi  sono  due.  Nel  primo  abbiamo  al  diritto  il  ri- 
tratto di  Ottone  circondato  dalla  leggenda  +  OTTO  IMPE- 
RATOR,  al  rovescio  +  DOM  lOHANNES  attorno  a  PAPA  m 
monogramma:  nel  secondo  abbiamo    +  DOM  lOHS  PAPA  at- 

T 
torno  a  O   O  e  al  rovescio  +  SCS  PETRVS  attorno  alla  mano 

T 
divina.  Certo  fra  i  due  tipi  sui  riguardi  della  sovranità,  vi  è 
una  sfumatura    ben    percepibile.    Con    Leone  Vili   (963-965) 
appare  un  nuovo  tipo:  al  diritto  +  DOM  LEONI   P  attorno  a 

M  O  I  T 

R    O  e  al  rovescio  +  SCS  PETRVS  attorno  a  ^  — _  :    un   al- 

A  ^  '   ' 

tro  tipo  reca  +  LEONI  PAPAE  OTTO  cioè  "  Ottone  al  papa 
Leone  „  stabilendo  bene  la  preminenza  del  potere  imperiale 
sul  papale.  Con  Giovanni  XIII  (963-972)  abbiamo  tre  tipi  di- 
versi ;  il  primo  ha  al  diritto  : 

I  O  H  S 
PAPA 
OTTO 

e  al  rovescio    +  SCS  PETRVS    attorno    al    monodramma    di 

T 

Roma.    Nel    secondo    abbiamo  il  monogramma   T   O    con  la 

O 

leggenda  circolare  +  lANNES  PAP  e  al  rovescio  +  SCS  PE- 


(1)  CtV.  Kkiir  in  (JiielUìi  mui  f-'orschuìt^eii^  \\  [)a<i.  8. 


228 


M 

TRVS  attorno  a  O  +  fl;  nel  terzo  al  diritto  ricompare  il  nome 

À 
imperiale  +  OTTONI  IMPER  attorno  ad  una  croce,  ed  al  ro- 

•  P- 
vescio    I  O  H    con  attorno  la  solita  leggenda  +  SCS  PETRVS. 

•P  • 
E  da  notare  il    caso    dativo    nel    quale    sta    il    nome    di    Ot- 
[tona:    come   si   vede,    le    varietà    osservabili   in  quest'epoca 
sono  molte  e  punto  trascurabili. 

Ne  minori  sono  sotto  Benedetto  VI  (972-974)  :  un  primo 

O  M 

tipo  ha  T  •  T  con  attorno  +  BENEDICT  PP  e  al  rovescio  R  •  O 

O  A 

e  +  SCS  PETRVS  attorno.  Nel  secondo  abbiamo  da  un   lato 

B       P  o         p 

il  busto  del  pontefice  con  ai  lati  E  e  A  oppure    °    e  ^E  men- 

N      P  ^        ^ 

RO 

mentre  dall'altro  lato   è    +  SCS    PETR    OTTO    attorno  a  -^ 

MA 

R  •  O 

o  e  il  Kehr  si  domanda  quale  è  il  rovescio    e    quale 

M  A  ' 

il  diritto  ;  invece  è  chiaro  che  in  un  terzo  tipo   il    diritto  ha 

M 
+  BE^ED  PAPA  OTTO  attorno  a    R  •  O    e    il    rovescio    ha    il 

A 
busto  di  S.  Pietro  con  SCS  PETRVS  scritto  su  due  linee  ver- 
ticali. Con  Bonifacio  VII  (974,  984-985)  abbiamo  un'altra  forma: 
al    diritto    +    OTTO    IMPE  •  ROM  attorno    ad    un    candelabro 

PÀ 

a  sette  braccia  (0  e  al  rovescio  attorno  a  la    dicitura 

PAE 

+  SCS  PEV  BONIF  che  corrisponde  presso  a  poco  al  tipo  di 

Benedetto  VII  (974-983)  ove  sta  +  OTTO  IMPE  ROMA  attorno 

alla  rappresentazione  di  una  costruzione,  mentre  il  rovescio 

ha  il  monogramma  del  papa  con  la  leggenda  "  scs  Petrus  „ 

o  "  scs  Petrus  apostolicus  „.  Un  altro  tipo  ha  al  rovescio  il 

busto  dell'apostolo  mentre  al  diritto  ha,   con    la    stessa    leg- 


(i)  Cfr.  Kehr,  op.  e  pag.  cit. 


229 

g-enda,  il  monogramma  del  papa  al  posto  della  costruzione, 
mentre  un  terzo  ha  al  diritto  una  croce  fiancheggiata  dalle 
iniziali  RM  (Roma)  e  la  leggenda  +  OTTO  IMP  BENED  ed  un 
rovescio  simile  al  precedente.  Un  ultimo  tipo,  coniato  certo 
dopo  la  morte  di  Ottone  II,  manca  del  nome  imperiale. 

Si  interrompe  qui  la  serie  delle  monete  papali  :  per  tutto 
il  secolo  XI  non  conosciamo  se  non  due  denari  coniati  sotto 
Leone  IX  (1049-1054)  e  sotto  Pasquale  II  (1099-1118).  Il  primo 

ROM 
ha  al  diritto  +  HENRICVS  IMP  attorno  a    ANO    e  al  rovescio 

RV 

+  SCS  PETRVS  attorno  a         ;  la  sovranità  imperiale  appare 

qui  ben  manifesta.  Il  denaro  di  Pasquale,  che  il  Promis  pensa 
coniato  a  Benevento,  ha  al  diritto  +  PÀSCHALIS  PP  attorno 
al  numerale!?)  Il:  la  stessa  leggenda  si  ripete  al  rovescio, 
ma  retrogradata.  Durante  il  secolo  XII  corre  a  Roma  nor- 
malmente il  denaro  provisino,  e  verso  la  fine  del  secolo  si 
comincia  a  battere  il  denaro  del  Senato. 

Se  osserviamo  i  documenti  privati  dello  stato  romano 
vediamo  che  dall'anno  900  al  961  la  datazione  è  data  gene- 
ralmente col  nome  del  papa  solo  (carte  di  Subiaco,  S.  Cosma 
e  Damiano):  nel  963  il  nome  di  Ottone  appare  unito  a  quello 
del  pontefice  (carta  di  Subiaco)  e  cosi  nel  964  e  965,  mentre 
nel  luglio  di  quest'anno  la  formola  dice  "  anno  IIII  imperii 
d.  Ottoni  piissimo  et  perpetuo  augusto,  post  excessum  d. 
Leoni  pape,  adhuc  in  sede  beati  Petri  nullus  advocatus  se- 
debat  pontifex  „  (i).  Il  nome  del  solo  Ottone  appare  anche  in 
carte  del  966  (2),  mentre  alla  fine  dell'anno  riprende  a  com- 
parire il  nome  del  papa  a  fianco  a  quello  del  pontefice,  e 
ciò  dura  fino  al  974.  Nel  975  fra  Bonifacio  VII  e  Benedetto  VII 
una  carta  Sublacense  (3)  dà  il  nome  del  solo  imperatore,  a 
fianco  del  quale  ritorna  poi  subito  il  nome  del  papa,  fino  al 
979  quando  questo  è  solo  in  un  documento  di  Subiaco;  poi 


(i)  Reg.  Sublacense,  n.  197. 

(2)  Reg.  Sublacense^  mi.  118  e  200;  Ardi.    S.  Pietro    Vat.    in  Ardi. 
Soc.  Roin.  Si.  Fair.,  XXVII,  38. 

(3)  ^/"S-  Sublacense,  n.  90. 


230 

ancora  papa  ed  imperatore  si  trovano  assieme  sino  al  981. 
Nel  982  una  carta  di  S.  Maria  Nova  (i)  dà  il  nome  del  papa 
con  quello  di  Ottone,  ma  il  Papa  è  solo  in  un  documento- 
di  Subiaco,  per  ricomparire  con  Ottone  nel  983,  mentre  poi 
di  nuovo  è  solo  in  carte  di  Subiaco,  di  S.  Cosma  e  Damiano, 
di  S.  Alessio,  di  S.  Prassede,  di  S.  Pietro  in  Vaticano  e 
dell'archivio  Liberiano  dal  984  al  997  cioè  durante  tutta  la 
minorità  di  Ottone  III  e  la  reggenza  di  Teofania  e  di  Ade- 
laide. Fino  a  che  vive  il  terzo  Ottone  il  suo  nome  sta  sulle 
carte  romane,  ma  quello  di  Enrico  di  Sassonia  non  appare 
fino  al  1015  quando  lo  si  legge  in  un  documento  di  S.  Cosma 
e  Damiano  e  da  solo  in  una  carta  AmiatinaC^):  ma  l'anno 
dopo  a  Subiaco  si  registra  il  nome  del  solo  papa,  per  ri- 
prendere a  Roma  poi  fino  al  1023  i  due  nomi  uniti.  Così  il 
nome  di  Corrado  non  appare  dalla  sua  elezione  fino  al  1028, 
per  quanto  ancora  nel  1029  e  nel  1030  il  solo  papa  sia  no- 
minato nelle  carte  dell'archivio  Liberiano  e  di  S.  Prassede. 
La  datazione  delle  carte  private  romane  mostra  dunque  un 
fenomeno  simile  a  quello  delle  monete:  il  nome  dell'impe- 
ratore appare  o  sparisce  secondo  il  variare  della  potenza 
imperiale  e  per  quanto  i  denari  coniati  nella  zecca  di  Roma 
portino  nelle  carte  i  nomi  di  "  moneta  romana  „  (3)  o  di 
''  moneta  sancti  petri  „  (4;  nulla  può  permetterci  di  asserire 
che  il  diritto  imperiale  sia  stato  ceduto  al  pontefice. 


Il  periodo  dunque  che  va  dallo  sfasciarsi  dell'impero 
carolingio  sino  al  quarto  Enrico  segna  l'evolversi  del  diritto 
monetario,  il  tramontare  delle  forme  antiche   ed   il   formarsi 


(i)  Arch.  Soc.  Rovi.,  XXUI,  182. 

(2)  Arch.  Soc.  Rom.,  XVII,  107. 

(3)  Cfr.  Regesio  della  chiesa  di  Tivoli,  11.  HI,  a.  953;  Regesto  Stibla- 
cense,  pagg.  118,  138,  145,  151,  156,  160,  170,  185,  j88,  190.  193,  242,  243, 
fra  gli  aa.  929-1021  ;  Arch.  Soc.  Rom..,  XXI,  pag.  528,  a.  looo,  ecc. 

(4)  Così  la  carta  aiiiiatina  del  921,  Archivio  cit.,  XVI,  pag.  331,  ecc. 


231 

di  un  giure  nuovo  che  viene  generalmente  chiamato  diritto- 
feudale  (i).  La  moneta  non  è  più  totalmente  cosa  dell'impe- 
ratore, diviene  proprietà  del  signore  che  ne  regola  la  conia- 
zione e  ne  varia  a  suo  piacimento  il  titolo,  il  peso  ed  il  va- 
lore di  corso.  Non  tutti  i  signori  applicano  tale  diritto  ma 
solo  quelli  che  per  una  ferrea  legge  economica  sono  in  con- 
dizione di  far  circolare  la  loro  moneta  in  territori  sufficien- 
temente estesi,  in  modo  che  tale  circolazione  costituisca  un 
cespite  d'entrate  rimunerativo.  Gli  altri  si  accontentano  molte 
volte  di  sporadiche  e  poco  numerose  coniazioni  aventi  lo 
scopo  pili  che  tutto  di  affermare  un  diritto  e  di  mantenerne 
la  continuità.  La  fonte  di  questo  stato  di  cose  si  ritrova  nelle 
concessioni  del  diritto  di  moneta  fatto  dai  sovrani  carolingie! 
ai  signori  d'oltr'alpe;  concessioni  molte  volte  reali,  altre  volte 
usurpate  fabbricandosi  un  falso  atto,  o,  senza  questa  fin- 
zione giuridica,  prendendo  possesso  della  zecca  e  mantenen- 
dola fuori  e  contro  l'autorità  imperiale.  Questo  specialmente 
avviene  in  Italia  ove  i  diplomi  di  concessione  sono  pochi  e 
l'usurpazione  si  può  ritenere  la  regola,  usurpazione  dei  ve- 
scovi, dei  marchesi,  poi  delle  città.  Ciò  che  distingue  la  co- 
niazione italiana  da  quella  germanica  o  francese  del  periodo 
feudale,  è  presso  di  noi  la  rarità  delle  monete  che  non  por- 
tano il  nome  dell'imperatore,  che  invece  sono  abbondantis- 
sime nei  paesi  d'oltr'alpe,  là  dove  il  numero  delle  zecche  e 
dei  tipi  monetari  signorili  è  infinitamente  superiore  a  quella 
delle  zecche  e  dei  tipi  imperiali  o  regi  ;  ciò  coincide  con 
la  non  mai  negata,  presso  di  noi,  sovranità  imperiale  nei 
teorici  del  diritto  (2),    in  contrasto    con    quanto    nella   pratica 


(i)  Per  lo  studio  generale  del  problema,  cfr.  Baiìelon  E,,  La  iliéork 
féodale  de  la  nioitìiaie,  in  Ménwries  de  l'Acad.  des  I.  et  B.-L.,  XXXVllI, 
a.  1908. 

(2)  Si  confrontino  i  rar»*  accenni  al  diritto  monetario  dati  dai  teorici 
del  diritto  :  una  trattazione  ampia  del  diritto  monetario  non  si  ha  in- 
vero presso  di  noi  se  non  con  Bartolo  ed  in  Francia  con  Nicola  Oi  esme 
di  cui  l'opera  ^i  data  intorno  al  1360  (cfr.  E.  Bridrey,  La  ihéorie  de  Ut 
nionnaie  an  XV  siede.  Nicole  Oresìue.  Parigi,  1906,  tentando  conto  delle 
osservazioni  di  A.  Dieudonmé,  in  Reviie  Niimism.,  1909,  pagg.  90-109  e- 
di  Landry,  in  Le  Moyen  à^e,  iQ'^g,  pagg.  145-178). 


232 

•  avveniva,  quale  la  vediamo  agire  attraverso  le  disposizioni 
del  diritto  statutario,  ove  la  emissione  e  la  circolazione  delle 
speci  monetarie  aveva  luogo  al  di  fuori  di  ogni  potere  del 
sovrano.  Il  papato  stesso  teoricamente  riconosce  che  solo 
l'imperatore  può  concedere  alla  città  il  diritto  di  zecca,  ma 
aggiunge  che  il  papa  stesso  subentra  in  questo  diritto  a 
trono  vacante  (i). 

E  abbiamo  già  visto  come  il  pontefice  si  regolasse  nella 
pratica. 

Ugo  Monneret  de  X'illard. 


(i)  Si  veda  la  bolla  di  Clemente  VI  (13-16)  per  Pistoia,  in  Zaccaria, 
Aiiecdot.  Jii.  ae.  collect.,  pag.  253. 


LIBRI  RICEVUTI 


G.  F.  Hill,  M.  A.,  F.  B.  A,  Coins  and  uiedals   (Helps    for   Students   of 

History,  n.  36),  Londra,  1920. 

The  Medallic  Poriraiis  of  Clirist.  Oxford,  1920. 

The  roìuan    medallist   of   the    Renaissance    io    ihe    Urne    of   Leo  X. 

Estr.  dai  Papers  of  the  Briiish  School  at  Rome,  IX,  1920. 

Il  dotto  conservatore  delle  monete  e  medaglie  al  British  Museum 
è  davvero  infaticabile.  Col  suo  manualetto  d'introduzione  allo  studio 
della  numismatica  egli  traccia  con  mano  parca  ma  sicura  le  leggi  fon- 
damentali di  questo  studio.  Egli  indica  dapprima  quale  giovamento  per 
gli  studi  storici  possano  dare  le  monete  e  quale  sussidio  offrano  alle 
ricerche  economiche  ed  artistiche;  poi  passa  a  considerare  il  metodo 
di  datazione  delle  monete  ed  i  problemi  legislativi  e  storici  che  sono 
connessi  alla  loro  circolazione.  Dopo  una  breve  pagina  sulle  medaglie, 
l'Hill  traccia  una  generale  bibliografia  numismatica  di  tutti  i  tempi  e 
di  tutti  i  paesi  che  può  essere  di  gran  sussidio  ai  principianti.  Sole  la- 
cune rimarchevoli  sono  l'aver  dimenticate  le  opere  riguardanti  i  paesi 
dell'  impero  musulmano  ed  essersi  limitato  alla  citazione  del  manuale 
del  Codrington  e  ai  contributi  del  von  Zambaur. 

1  due  altri  lavori  dell'Hill  che  qui  indichiamo  appartengono  prc- 
priamente  alla  sua  attività  nel  campo  della  medaglistica,  nella  quale  si 
è  meritato  giustamente  uno  dei  primi  posti. 


NOTIZIE  VARIE 


Aquìleia.  —  Le  monete  d'oro  e  gli  oggetti  d'arte  trasportati  nel  1915  a 
Vienna  hanno  fatto  ritorno  al  Museo. 

Parigi.  —  Neil'  Hotel  de  Sens,  edifìcio  quattrocentesco,  verrà  istituita  la 
Casa  di  Giovanna  d'Arco,  ove  si  raccoglieranno  documenti  icono- 
grafici, medaglie,  sigilli,  costumi  ed  altri  oggetti  che  abbiano  atti- 
nenza colla  nuova  Santa. 

Parigi.  —  La  Société  fran(;aise  d'Archeologie  ha  tenuto  nel  giugno  u.  s. 
a  Metz,  Strasburgo  e  Colmar  il  Congresso  Archeologico  francese. 
II  programma  che  comprendeva  io  parti  non  ne  aveva  alcuna  de- 
dicata alla  numismatica. 


234 

Roma.  —  La  collezione  Castellani,  acquistata  dallo  Stato,  oltre  rrefi- 
cerie,  vasi,  terracotte  comprende  anche  monete. 

Roma.  —  Il  dott.  Gioacchino  Mancini  ritiene  di  aver  ritrovato  sulla  spiaggia 
di  Anzio,  nella  località  dell'Arco  Muto  presso  i  ruderi  dell'Aedes 
Neroniana,  i  frammenti  di  un  calendario  precesareo  e  quelli  di  fasti 
consolari  e  censorii.  11  calendario  è  dipinto  sull'intonaco;  i  mesi 
sono  di  29  giorni  ed  alcuni  di  questi  portano  l'indicazione  di  feste 
non  segnate  nei  calendari  posteriori.  I  fasti  vanno  dal  163  all' 82 
a.  C.  ;  una  parte  ci  essi  colmerebbe  una  lacuna  dei  Fasti  Capitolini. 


RITROVAMENTI 


Aosta.  —  Vasi,  unguentari,  urne  e  monete  di  epoca  imperiale  furono 
trovate  vicino  alla  città  e  sulla  via  consulare  della  Gallia. 

CoLCHESTER  (Inghilterra).  —  A  Castle  Park  sono  stati  scoperti,  vicino 
alle  antiche  mura  romane  che  circondavano  la  città,  dei  pavimenti 
a  tessere,  vasi,  monete  del  III  e  IV  secolo,  vetri  ed  urne. 

Frattamaggiore.  —  In  agosto,  mentre  si  procedeva  alla  demolizione 
del  palazzo  Busseroni  due  muratori  rinvennero  una  grandissima 
quantità  di  monete  d'oro  e  d'argento  che  son  state  messe  a  dispo- 
sizione dell'autorità. 

Impruneta.  —  Negli  scavi  del  podere  della  Prepositura  d'Impruneta 
(Firenze)  oltre  ad  oggetti  etruschi  sono  state  ritrovate  monete  ro- 
mane di  bronzo  e  argento, 

Magonza.  —  Le  truppe  marocchine  che  presidiano  i  territori  renani 
nel  costruire  un  campo  sportivo  hanno  messo  alia  luce  dei  bei 
frammenti  di  vasellame  e  dei  punzoni  per  la  coniazione  di  monete 
recanti  le  effigi  di  Caracalla,  di  Settimio  Severo  e  di  Giuliano.  I 
migliori  oggetti  vennero  offerti  al  Museo  locale. 


INDICE    MEI^ODICO 


DEL  LAN NO      I92O 


NVMISMÀTICA   ANTICA. 

'Circolazione  Tolemaica  e  Pretoleiiiaica  in  Egitto.  A.  Segrè    .  Pag.      5 
Falsificazioni  di  denari  della  Repubblica  Romana  (Fig.).  Pom- 
peo Boiiazzi ,,71 

La  figura  taurina    sulle    monete    della    Magna    Grecia  (Fig.). 

Giulio  Gianneìli ,,105 

Gli  Assi  di  C.  Clovius  e  di  Q.  Oppius  (Tav.).  Pompeo  Bonazzi  „       143 
Intorno  a  due  rarissimi  medaglioni  di  Lucilla  relativi  al  culto 

delie  Divinità  Generatrici  (Fig.).  Giovamti  Pausa      .        ,  „       159 

Ritrovamenti:  Ripostigli  registrati  nelle  "  Notizie  degli  Scavi  „  „         97 

Idem ,,234 


NVMISMÀTICA   MEDIOEVALE   E  MODERNA. 


Il  Grosso  autonomo  di  Como  (Fig.).  Pietro  Tribolati 
Tessere  di  Savoia  inedite  o  corrette  (Fig.).  Emilio  Bosco 
Il  Cardinale  Lamarmora  e  le  zecche  di  Crevacuore  e  Messe 

rano.  Parte  II.  Bibliografia.  Cesare  Poma   . 
La  uìonetazione  nell'Italia    Barbarica:   Parte  II.    La    legisla 

zione  monetaria  (Fig).  Ugo  Monneret. 


Pag.    81 


87 
1^9 


236 


MEDAGLISTICA. 


Le  rivendicazioni  Italiane  del  Trentino  e  della  Venezia  Giulia 
nelle  medaglie.  Parte  III,  L'Italia  in  guerra  (1915-1918) 
(seguito).  S.  C.  Johnson.  (Fig.).    Appendice  da  pag.   129  a  pag.  208 

BIBLIOGRAFIA. 

Bibliografìa  Numismatica  delle  Zecche  Italiane.  Bergamo  (se- 
guito) Berignone,  Biella,  Bologna,  Borgo  della  Rocchetta, 
Borgo  in  Bressa,  Borgo  S.  Stefano,  Borgotaro,  Bosa,  Boz- 
zolo, Brescello,  Brescia,  Brianxona,  Brindisi,  Busca,  Gaffa, 
Cagliari,  Caldiero,  Camerino,  Campi,  Campobasso,  Candia, 
Canti],  Gapua,  Garlopoli.  Carmagnola,  Garpentrasso,  Gar- 
rega,  Casale  (segue).  Appendice  da  pag.  49  a  pag.  80 

MISCELLANEA. 

Libri  ricevuti Pag.     99 

^dem ,,233 

Notizie  varie .       „       233 


Atti  della  Società  Numismatica  Italiana Pag.  loi 


RoMANENGHi  Angelo  FRANCESCO,  Gerente  responsabile. 

Industrie  Grafiche  AMEDEO  NICOLA  &  G.'  -  Milano-Varese. 


RIVISTA  ITALIANA 

NVMISMATICA 

E   SCIENZE    AFFINI 

FONDATA  NEL  1888  DA  SOLONE  AMBROSOLI 
EDITA     DALLA 

SOCIETÀ    NVMISMATICA    ITALIANA 


ANNO  XXXIV 

SECONDA  SERIE  -  VOL.  IV 

I   TRIMESTRE    1921 


MILANO 

REDAZIONE  ED   AMMINISTRAZIONE,    VIA   A.   MAURI,   8 


SOCIETÀ  NVMISMATICA  ITALIANA 


f  Via  Achille  Mauri,  8  —  MILANO 


S.  M.  IL  RE,  Presidente  Onorario. 

PAPADOPOLI  conte  sen.  NICOLÒ,    Vice-Presidente   Onorario. 

STRADA  MARCO,  Presidente  effettivo. 
MONNERET  prof.  UGO,    Vice-Presidente  effettivo. 
CORNAGGIA  conte  GIAN  LUIGI,   Segretario. 
JOHNSON  STEFANO  CARLO.   Tesoriere. 
SOLA-CABIATI  conte  GIAN  LODOVICO,  Bibliotecario. 
BONAZZI  dott.  POMPEO,        Consigliere 
GAVAZZI  dott.  CARLO  " 

GRILLO  GUGLIELMO  " 


La  sede  della  Società  è  aperta  il  Giovedì  dalle  ore  21    alle  22 


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Redazione  ed  Amministrazione:  Via  A.  Mauri,  8  -  Milano 
COMITATO  DI  REDAZIONE: 

BONAZZI   dott.   P.   -   CORNAGGIA   conte  G.    L.   -   MoNNERET  prof.   U. 


Jlbbonamenio  annuo  nel  Regno  L.  30  -  all'  Estero  L.   35. 


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ANNO  XXXIV 

SECONDA  SERIE  -  VOL.  IV 


I 

'  I    TRIMESTRE    1921 


MILANO 

REDAZIONE  ED   AMMINISTRAZIONE,    VIA   A.   MAURI,   8 


PROPRIETÀ    LETTERARIA 


Per  la  grande  povertà  degli  elementi  pervenutici  diret- 
tamente suir  iconografia  plastica  dei  tiranni  sicelioti,  le  no- 
tizie delle  fonti  letterarie  intorno  alle  sembianze  e  anche  in- 
torno alle  statue  loro  erette  e  le  figurazioni  su  alcune  mo- 
nete assumono  una  certa  importanza. 

L'orazione  corinziana,  conosciuta  sotto  il  nome  di  Dione 
Crisostomo,  fa  conoscere  che,  essendo  i  Siracusani  in  guerra 
contro  i  Cartaginesi  ed  altri  popoli  barbari,  avendo  bisogno 
di  denaro,  stabilirono  di  fondere  le  statue  dei  tiranni,  di  cui 
molte  erano  in  bronzo,  conservando  soltanto  quelle  di  Ge- 
lone e  di  Dionisio  I  (i). 

Un  frammento  dello  storico  siracusano  Athanis  od  Athana 
fa  conoscere  la  fusione  delle  statue  ed  il  risparmio  di  quella 
di  Gelone  al  tempo  di  Timoleonte  (2);  tutto  ciò  concorda 
bene  con  la  natura  stessa  della  deliberazione,  che  presup- 
pone un  governo  demagogico.  Le  statue,  ricordate  nell'ora- 
zione corinziana,  appartenevano  dunque,  poiché  siamo  al 
tempo  di  Timoleonte,  a  Gelone  I,  a  Dionisio  I,  a  Trasibulo, 
a  Dionisio  II,  a  Dione  e  forse  a  qualche  altro  tiranno  di  città 
vicine,  e  dovevano  essere  numerose,  come  risulta  dalla  no- 
tizia di  Cicerone,  che  si  riferisce  al  tempo  di  Verre  (3). 

Eliano  racconta  che  dopo  la  celebre  vittoria  d'Imera,  i 
Siracusani  eressero  a  Gelone  una  statua  che  lo  rappresen- 
tava disarmato    all'assemblea    popolare  (4)    e    aggiunge    che 


(i)  I.  De  Arnim,  Dionis  Prttsaensis  opera,  Berlino,  1896.  II,  pag.  22. 

(2)  Athanis,  fr.  2,  apd.  Phtt.   Tiitiol.,  23  a. 

(3)  Cic,  in   Verr.,  IV,  122. 

(4)  El.,   V.  //..  XIII,  37. 


questa  statua  era  collocata  èv  t(o  li-/.zAÌy.;  ''ll^v.q  vew,  nel  cui 
passo  evidentemente  vi  è  Terrore  di  -ixsALa?  per  l:ìupax.o6a-n;  d). 
Questo  simulacro  è  il  solo  che  fu  rispettato  quando  Timo- 
leonte,  dopo  avere  scacciato  Dionisio,  sottopose  ad  una  specie 
di  giudizio  dinanzi  al  popolo  le  statue  di  tutti  i  principi  che 
avevano  regnato  nella  Sicilia.  La  statua,  che  venne  quindi 
risparmiata  in  ricordo  dei  meriti  insigni  del  tiranno,  è  senza 
dubbio  quella  menzionata  dal  pseudo-Dione  e  da  Plutarco 
(Atana)  e  perciò  sarebbe  stata  nel  tempio  di  Hera. 

Il  ritratto  di  Dionisio  I,  di  cui  fa  cenno  la  glossa  del- 
l'orazione corinziana,  viene  chiamato  tò  r:-jrf,ij.x  toO  Alovj<7oi> 
TTs  i/C£',|7Ìvov  e  nulla  ci  induce  a  negargli  un  valore  storico.  E 
se  si  pensa  che  nel  periodo  in  cui  visse  Dionisio  I  vi  poteva 
essere  l'origine  di  quell'abitudine  generalizzatasi  nei  sovrani 
ellenistici  e  romani  a  richiamare  una  vantata  parentela  di- 
vina ed  a  farsi  rappresentare  con  gli  attributi  del  dio  da  cui 
dicevano  di  essere  discesi,  non  reca  meraviglia  se  Dionisio 
il  Vecchio  abbia  scelto  lo  schema  di  Dioniso  in  omaggio 
forse  al  richiamo  offerto  dal  suo  nome.  Un  esempio  di  ri- 
tratto ellenistico,  con  attributi  di  Dioniso  conservato  al  Va- 
ticano, può  anche  darci  un'idea  parziale  della  statua  in  pa- 
rola (2). 

Abbiamo  visto  che  la  statua  di  Gelone  era  nel  tempio 
di  Hera  in  Ortigia  e  le  altre  dovevano  essere  situate  nei 
recinti  sacri  di  altri  tempi  e  nell'agorà  e  distrutte  una  volta 
furono  sostituite  da  altre.  Il  forum  maximum  di  Acradina, 
forse  V ornatissìmum  prytaneum  di  Cicerone  <'3),  era  adorno 
di  GToal  e  di  j^o'/iiy^aTTrifia,  ricchi  senza  dubbio  di  statue  ono- 
rarie, fra  le  quali  è  naturale  che  dovessero  trovare  posto, 
fra  quelle  di  legislatori  e  di  strateghi,  altre  di  tiranni. 

Disgraziatamente  tutte  queste  statue  andarono  perdute; 


(1)  El.,  V.  h.,  VI,  II, 

(2)  Hellig-Amelung,  Fiirer,  I,  pag.  157,  v.  245;  Amelung,  Vatik. 
KattiL^  I,  pag.  528,  n.  338,  tav.  72;  cfr.  anche  Arindt-Bruckmann,  Griech, 
li.  Ròm.  Portrdts^  \\w.  489,  420  (ritratti  di  Demetrio  Poliorcete  e  Se- 
leiico  1  Nicatore). 

(3)  DiODOR  ,  XIV,  41;  Cic,  in  Verr.^  IV,  119;  Holm-Cavallari,  To- 
pogr.  arch.  di  Siracusa,  pag.  247. 


per  avere  i  ritratti  di  questi  tiranni  sicelioti  bisogna  ricorrere 
alla  numismatica.  È  cosa  generalmente  saputa  che  le  monete 
devono  considerarsi  i  più  sicuri  documenti  locali  della  pla- 
stica. Fin  dall'epoca  di  Agatocle  e  successivamente  nel  pe- 
riodo della  dominazione  degli  ultimi  tiranni  siracusani,  le  mo- 
nete dimostrano  una  forte  influenza  deirarte  alessandrina 
per  i  rapporti  di  parentela  con  i  Tolomei  e  per  i  caratteri 
stilistici.  Infine  sotto  il  regno  di  Cerone  II,  quasi  tutte  le 
monete  portano  sul  diritto  il  ritratto  del  tiranno,  seguendo 
così  la  moda  di  quel  tempo  (i). 

Non  è  così  per  i  tiranni  sicelioti  piìi  antichi,  come  Anas- 
sila,  Gelone  I,  ecc.  ;  in  quell'epoca  non  era  stato  ancora  in- 
trodotto sul  diritto  delle  monete  il  ritratto  del  principe  nel 
vero  significato  della  parola  ;  il  quale  ritratto  doveva  trion- 
fare nel  periodo  ellenistico.  Tuttavia,  verso  il  490-480  a.  C, 
certe  figure  su  alcune  monete,  benché  isolate,  fanno  sospet- 
tare che  vi  fu  un  tentativo  d'incidere  e  rappresentare  il  ri- 
tratto di  qualche  tiranno  siceliota  di  quell'epoca. 

Premesse  queste  considerazioni,  crediamo  opportuno  di 
procedere  alla  disamina  dei  ritratti  dei  tiranni  sicelioti,  che  si 
vedono  sulle  monete  dell'antica  Siciha,  facendo  tesoro  delle 
attribuzioni  del  p.  Giuseppe  Romano  (2),  che  fu  il  primo  ad 
occuparsi  dell'importante  questione  con  una  dotta  monografia, 
pur  troppo  poco  conosciuta  dagli  odierni  cultori  di  numi- 
smatica siceliota,  forse  perchè  pubblicata  in  un  periodico  che 
ebbe  poca  diffusione  specialmente  all'estero. 


(1)  Ctr.  Imhoof-Blumek,  Portràtkopfe.  auf  antiken  Miinzin  hcll.  u. 
hellenisierter  Vòlker,  Leipzig,  1885,  dove  sono  raccolte  tutte  le  monete 
con  i  ritratti  dei  principi  greci. 

(2)  G.  Romano,  Iconografia  numismatica  dei  tiranni  di  Siracusa, 
in  Atti  dell' Accade  IH  ia  di  scienze  e  lettere  della  Sicilia,  Palermo,  1859, 
pagg.  1-28  con  una  tavola. 


8 


ANASSILA. 

^  —  Biga  tirata  da  due  muli  (à-rivr.)  al  passo  :  l'auriga 
seduto  sul  carro,  i  ginocchi  all'altezza  del  petto, 
tiene  le  redini  con  tutte  e  due  le  mani  ;  Nike  vo- 
lando a  destra  al  disopra  dei  muli,  li  corona;  al- 
l'esergo  una  foglia  di  alloro.  Cp. 

I^  —  MESSENION  Lepre  fuggente  a  destra;  sotto  un  ramo 
d'alloro.  Cp. 

CBM,  pag.  lol,  n.  i8  ;  Hill,  Coitis  of  aticient  Sicily,  tav.  I,  14;  Hill,  Hi- 
storical  greek  coius.  n.  15  ;  Hfad,  Hisf.  Nitmoritm^,  pag.  153. 


AR,  tetradraninia  (Parigi). 

^  —  Stesso  tipo  di  biga,  senza  la  Nike  nel   campo.    Cp. 
^    —  MESSENION  Lepre  fuggente  a  destra.  Cp. 
Babfxon,    Traile.  11.  2214,  tav.  LXXXII,  fi^.  13;  Hkad,  Hii^t.  Numorum'^ 
pag-  153- 


AR,  tetradramma  (Parigi). 


B"  —  Stesso  tipo  di  biga,  senza  la  Nike  nel    campo  e  la 

foglia  d'alloro  nell'esergo.  Cp. 
Ri    —  MESSENION  Lepre  fuggente  a  destra.  Cp. 

Hill,    Coins,    tav.  I,    13;    Hill,    Historical,    n.  14;    Holm,  Storia,  n.  24, 
tav.  I,  17;  Head.  Htst.  Nnmortim-,  pag.  153. 


AR,  clidramma  (Londra). 

Il  Babelon,  esaminando  le  monete  di  questo  tipo  (i),  ta 
notare  che,  se  si  osserva  con  attenzione  la  piccola  figura 
seduta  nella  biga  tirata  dai  muli,  vi  si  riconosce,  non  su 
tutti  i  pezzi  ma  sugli  esemplari  di  scelta,  un  profilo  che 
non  si  può  assolutamente  considerare  come  banale.  Ed  in 
effetti  l'illustre  numismatico  francese  ha  pienamente  ragione; 
la  barba  a  punta  dell'auriga,  il  suo  profilo  energico,  la  ten- 
sione del  suo  sguardo  danno  l'impressione  di  un  tipo  con- 
creto e  personale.  Ma  c'è  anche  di  piìj  ;  questa  stessa  figura 
di  auriga  seduta  nella  biga  comparisce  sulle  contemporanee 
monete  di  Regio  (2).  Ora  questo  fatto  dimostra  che  la  rap- 
presentazione dell'auriga  barbuto  sulle  monete  di  due  città 
dipendenti  dallo  stesso  tiranno  non  è  né  casuale  né  inciden- 
tale e  deve  certamente  contenere  un  significato,  ad  onta  che 
un  solo  artista  abbia  inciso  le  figure  sulle  monete  messene 
e  regine. 

Noi  sappiamo  che  Anassila,  tiranno  di  Reggio,  nei  tre- 
dicesimi giuochi  olimpici  negli  àywvs;  itutsi/.oì  riportò  la  vittoria 


(  I  )  Babklon,  L'iconographie  et  ses  origines  daiis  les  types  monétaires 
grecs,  in  Rev,  Numism.,  Paris,  1908,  pag.  175.  Nella  tav.  IV,  fig.  11,  la 
figura  assisa  è  riprodotta  ingrandita. 

(2)  Carelli,  Nttm.  lialiae  veter.,  tav.  CXCIF,  1,263;  Babelon,  Traile^ 
1,  tav.  LXXI,  13,  14  e  15. 


IO 

nella  corsa  dei  carri  tirati  dai  muli  e  quindi  fece  coniare,  m 
ricordo  di  questo  successo,  le  monete  che  hanno  il  tipo  del- 
rà-TiV'/i  (i).  Dal  momento  che  questo  gruppo  di  monete  riveste 
il  carattere  di  monete  storiche  e  commemorative,  non  può- 
arrecare  meraviglia  che  Anassila,  tutto  pieno  di  orgoglio  per 
questa  vittoria,  abbia  ordinato  la  coniazione  di  molti  esem- 
lari  di  scelta  di  queste  monete,  in  cui  l'auriga  rappresen- 
asse  sé  stesso  e  quindi  fosse  un  vero  suo  ritratto. 

Si  potrebbe  obbiettare  sulla  iconologia  del  diritto,  so- 
stenendo che  difficilmente  si  può  provare  questo  fatto,  attesa 
la  piccolezza  della  figura  assisa  e  della  testa.  Ma  d'altro- 
canto  si  fa  notare  che,  a  parte  che  si  osserva  ad  occhio  nudo 
il  profilo  dell'auriga,  il  Babelon  con  il  valido  sussidio  degli 
ingrandimenti  fotomeccanici  ha  risolto  la  sottile  quistione 
della  differenzazione  degli  esemplari  di  scelta  ed  è  perve- 
nuto a  risultati  che  sembrano  accettabili. 

Non  bisogna  poi  dimenticare  che  in  quel  tempo  compa- 
riscono i  così  detti  darici  con  i  ritratti  dei  re  persiani  (^),  la 
cui  classificazione  cronologica  è  stata  diffusamente  trattata 
dal  Babelon  (3).  Su  queste  monete  persiane  non  vi  è  un  ri- 
tratto nel  significato  vero  della  parola,  ma  una  figura  di  un 
uomo  barbuto  inginocchiato,  che  allude  ad  un  avvenimento 
storico,  che  qui  non  è  luogo  di  ricordare.  11  tipo  di  questo 
darico  persiano  comparisce  sotto  il  regno  di  Dario  I  (521- 
486  a.  C.)  (4)  e,  data  la  diffusione  di  queste  monete  nel  mondo 
ellenico,  non  può  meravigliare  se  Anassila  abbia  voluto  imi- 
tare tale  coniazione,  facendo  incidere  la  propria  figura  assisa 
in  quella  biga,  che  riportò  la  vittoria  ad  Olimpia. 


(i)  Arist.,  in  Polluce^  IV,  12,  75. 

(2)  Macdonald,  Coin  types   their  origin  ami  developement^  Glasgow,. 
1905,  pag.  150;  Head,  Hist.  Num},  pagg,  827  e  segg. 

(3)  Babelon,  Mèlaiiges    numisììiatiqucs,    IV  serie,    Parigi,    1912,    pa- 
gina 254  e  segg.  ;  idem,   Traile,  I,  pagg.  262-64. 

(4)  Hill,  Historical  greek  coins,  n.  11,  pagg.  26-29. 


II 


GELONE  I. 


B" 


^ 


CEAAI  (retrogrado).  Il  fiume  Gela  sotto  Taspetto  di 
una  protome  di  un  toro  a  testa  umana  barbuta 
a  destra.  Cp. 

Personaggio  in  una  quadriga  al  passo  a  d.  ;  egli  è 

barbuto  e  vestito   di    un    chitone  talare  ;    tiene  la 

verga  e  le  redini  ;  Nike  vola  a  d.   al  disopra  dei 

cavalli,  tenendo  una  benda  con  le  due  mani.  Cp. 

Babelon,   Traile^  n.  2302,  tav.  LXXVII,  9;  Head,  Hist.  Numr,  pag.  140. 


AR,  tetracirainiiui  (Paiigi,  De  Luyncs). 

^  —  Stessa  leggenda  e  stesso  tipo. 
I^    —  Stessa  quadriga.  Cp. 
Babelon,   Traile,  n.  2306,  tav.  LXXVII,  13. 


AR,  tcti  adi  annua  (Parigi). 


&  —  Stessa  leggenda  e  stesso  tipo.  Cp. 
■^    —  Stesso  personaggio  in  una  quadriga.  L^auriga  volta 
indietro  la  testa. 


12 


Babelon,   Traile,  n.  2304.  tav.  LXXVII,  11  ;  Head,  Hist.  Nttnir,  pag.  140; 
HoLM,  op.  cit.,  n.  72,  tav.  I,  12. 


AR,  tetradramma  (Parigi,  De  Liiynes). 

Altri  esemplari:  Babelon,    Tratte,  nn.  2303,  2305,  tav.  LXXVII,  io  e  12. 

Alla  morte  d' Ippocrate  nel  491  a.  C,  il  suo  principale 
cooperatore,  Gelone,  figlio  di  Diomede,  prese  il  potere  di 
<Tela  (i).  Pausania  ci  informa  che  nel  488  a.  C,  in  Olimpia, 
Gelone  vinse  il  premio  della  corsa  dei  carri  (2).  Ora  se  si 
osserva,  come  abbiamo  fatto  per  le  monete  di  Anassila,  con 
attenzione,  la  piccola  figura  della  quadriga,  diciamo  anche 
per  questa  che  vi  si  riconosce  subito  un  profilo,  che  non 
può  essere  qualificato  come  banale,  ma  si  deve  ammettere 
che  trattasi  di  un  profilo,  il  quale  dà  l' impressione  di  un 
tipo  concreto  e  personale.  Notevole  poi  è  la  figurazione 
del  secondo  tetradramma,  perchè  i  cavalli  vanno  al  ga- 
loppo, l'auriga  si  volta  come  per  vedere  se  alcuno  stia  per 
raggiungerlo. 

La  Nike,  che  comparisce  per  la  prima  volta  al  disopra 
•della  quadriga  su  questo  gruppo  di  monete,  indubbiamente 
fa  un'aperta  allusione  alla  vittoria  riportata  alle  corse  dei 
carri. 

Non  deve  forse  stupire  quindi  se  in  un  periodo,  in  cui  i 
vincitori  alle  gare  olimpiche  erano  tenuti  in  grande  conside- 
razione, il  tiranno  di  Gela  abbia  ordinato  d'incidere  la  sua 
immagine  in  una  serie  d'esemplari  scelti  di  monete  per  com- 
memorare e  perpetuare  questa  vittoria,  che  allora    rivestiva 


(i)  Cfr.  Curtius  E.,  Hist.  grccque,  HI,  pagg.  202  e  204. 
(2)  Pausania,  VI,  2,  4  ;  Cfr.  per  queste  vittorie  Homolle,  in  Monti- 
snents  Piot,  T.  IV,  pag.  179. 


13 

il  carattere  di  un  grande  avvenimento  nazionale.  Si  potrebbe 
obbiettare  che  il  tipo  dell'auriga  barbuto  è  un  fatto  inciden- 
tale ;  ma  a  noi  non  convince  ciò,  perchè  in  contemporanee 
monete  riscontriamo  costantemente  il  tipo  dell'auriga  sbar- 
bato. Questa  constatazione  e  la  comparsa  dell'auriga  barbuta 
in  esemplari  di  scelta  confermano  che  la  figura  barbuta  sulle 
monete  descritte  deve  rappresentare  il  tiranno  Gelone. 

AGATOCLE. 

^  —  Testa  laureata  di  Agatocle  a  sinistra. 

9  —  IVPAKOIinN  Biga  a  d.  con  auriga;  sotto  triquetra. 
CBM,  pag.  191,  nn.  336-341;  Head,  Coin.  of  Syracuse,  Vili,  i;  Holm,  op. 
cit.,  n.  414;  Coìh.  anc,  tav.  35,  37;  GauDiN'er,  The  iypes  of  greek 
coìhs,  tav.  XI,  24  ;  Head,  HisL  Nuni.^,  pag.  181.  —  Altra  più  pic- 
cola :  Coin.  of  Syracuse,  Vili,  2;  CBM,  pag.  192,  1111.  342-343. 


Oro  (Parigi). 

^  —   IVPAKOIiriN  Testa  laureata  di  Agatocle  a  sin. 

^    —  Triquetra  con  testa  della  Gorgone  nel  centro  e  con 

i  talari  ai  piedi. 

CBM,  pag.  193,  n.  353;  Head,  Coin.  of  Syracuse,  Vili,  7;  Imhoof-Blumer,. 

Monnaies  grecques,  tav.  B,  23;  Holm,  op.  cit.,  n.   418,  tav.    VI,    12; 

Hill,  Coins  of  ancient  Siciiy,  tav.  X,  10;  Head,  His/.  Num},  pag.  181. 


AR,  draiiiiiia  (Londra). 

^  —  IVPAKOIiriN  Testa  giovanile  di  Agatocle  a  sinistra 
con  benda;  dietro  di  essa  una  figura  accessoria.  Cp. 


14 


9/  —  Leone  che  cammina  a  d.,  sopra  di  esso  la  clava  ; 
nelTesergo  una  figura  accessoria,  per  es.,  una  fiac- 
cola ardente  e  lettera.  Cp. 

CBM,  pag.  196,  nn.  389-404;  Head,  Coiti,  of  Syracuse,  IX,  3;   Holm,  op. 
cit,  n.  425  ;  Hfad,  Hist.  Nianortim^^  i^as^.  182. 


AK  (ParigiK 

Osservando  attentamente  le  teste  sui  tre  tipi  delle 
monete,  si  scorge  subito  che  esse  sono  identiche  e  de- 
vono rappresentare  il  ritratto  del  tiranno  Agatocle.  Il  p.  Giu- 
seppe Romano  (')  descrive  una  serie  di  monete  da  attribuire 
all'epoca  del  tiranno  siciliano  e,  con  felice  intuito,  opina  che 
le  teste  su  tali  monete  debbano  considerarsi  come  il  ritratto 
concreto  di  Agatocle.  Al  n.  io  della  tavola  presenta  una 
moneta,  in  cui  la  faccia  della  figura  è  deturpata  da  un  doppio 
taglio  a  decusse,  mediante  l'azione  dello  scalpello.  11  dotto  si- 
ciliano è  d'avviso  che  questa  notevole  ammaccatura  della  fac- 
cia non  deve  considerarsi  come  l'opera  causale  di  un  capriccio 
o  di  un  giuoco  scioperato  di  oziosi,  ma  tutto  l'insieme  ac- 
cusa un  fatto  solenne,  una  sollevazione  popolare,  una  gara  di 
insulti  verso  una  immagine  abborrita. 

Difatti  Diodoro  (2)  narra  che,  dopo  la  morte  di  Agatocle, 
uomo  detestato  per  la  sua  crudeltà  ed  abborrito  per  la  pre- 
potenza e  le  estorsioni  dei  contributi  levati  coi  mezzi  più 
violenti,  il  popolo  siracusano  si  sollevò,  si  sfogò  su  tutto  ciò 
che  ricordava  in  qualsiasi  modo  la  memoria  del  tiranno,  a 
tal  segno  che  se  ne  confiscarono  i  beni  e  si  abbatterono 
perfino  le  immagini.  Diodoro  parla  di  immagini  rovesciate  o 


(i)  Romano,  op.  cit.,   pagg.  17  e  segg.,  tav.  d'agg.  dal  n.  4  al  12. 
(2)  DioDORO,  XXI,  16,  6. 


strappate  dalle  mura  '/.x-zinTzoLnyy  :  ma  la  ragione,  che  stimo- 
lava il  popolo,  era  la  stessa  ovunque  apparisse  l'odiata  im- 
magine. 

Rimangono  taluni  dubbi  da  dissipare.  Agatocle,  come 
-dice  Diodoro  ('),  era  calvo  e  portava  una  corona  in  accon- 
ciatura e  costume  pontificale.  Non  mancano  esempi  a  questo 
somigliantissimi  ;  per  esempio,  Giulio  Cesare  si  cinse  di 
grande  corona  la  tempia,  la  quale  nei  suoi  ritratti,  o  sopra 
le  monete  o  nei  marmi,  si  vede  cosi  ampia  nella  parte  an- 
teriore, che  pare  fatta  per  mascherare  un  difetto  nella  chioma. 
E  tuttavia  questo  vi  traspare  ancora  quanto  basta  ad  accor- 
gersene chi  ne  sia  stato  prevenuto. 

Fuori  di  questo  e  di  altri  casi  rari,  in  cui  la  fedeltà  degli 
artisti  tradì  forse  le  cure  dei  principi  contemporanei  per  na- 
scondere la  povertà  dei  capelli,  difficilmente  si  trova  chi  tra 
i  re  di  Siria,  Egitto  e  di  Batriana  e  tra  gli  imperatori  ro- 
mani, ad  eccezione  di  Vespasiano,  di  Gordiano  I  e  di  qualche 
altro  esempio  rarissimo,  apparisca  calvo  e  pelato.  Quindi  è 
■da  supporre  che  il  tiranno  si  è  fatto  rappresentare  ben  prov- 
veduto da  una  finta  capigliatura,  mediante  una  parrucca  il 
cui  uso  in  quell'epoca  era  conosciuto  ^2)  e  che  l'incisore  poi 
si  è  studiato  di  correggere  con  l'arte  il  difetto  della  natura. 
In  secondo  luogo  si  direbbe  perchè  Agatocle,  che  fece  im- 
primere la  sua  testa  sulle  monete,  si  astenne  dall'apporvi  il 
proprio  nome,  mentre  in  molte  altre  tenne  il  sistema  tutto 
contrario  di  scrivere  il  suo  nome  ove  non  era  il  ritratto.  La 
risposta  è  molto  facile,  attesa  la  ritrosia  con  la  quale  egli 
si  avventurò  ad  usare  il  nome  e  le  onoranze  reali  per  paura 
di  attirarsi  Podio  popolare.  Così  in  quelle  monete,  ove  fece 
scrivere  il  suo  nome  e  prese  il  titolo  di  re,  si  astenne  di  fare 
comparire  la  propria  immagine  cinta  dal  regio  diadema. 


(i)  DiODORo,  XX.  53  e  54,  il  quale  racconta  che  Agatocle,  ad  imita- 
zione di  altri  principi  greci  non  cinse  il  capo  del  regio  diadema,  ma 
portò  una  corona  che  presa  verso  il  tempo  dell'  invasione  della  tiran- 
nide sotto  il  pretesto  di  una  specie  di  sacerdozio,  non  lasciò  poi  quando 
agognò  al  principato.  Lo  storico  poi  soggiunge  che  vi  è  chi  crede  che 
Agatocle  usò  tale  corona  perchè  non  aveva  molti  capelli. 

(2)  Per  l'uso  delle  parrucche  cfr.  Senof.,  drop,,  I,  3,  2. 


i6 

D'altro  canto  bisogna  notare  che  l'uso  del  ritratto  sulle 
monete  è  anteriore  all'epoca  di  Agatocle.  A  Tarso,  Mallo,  Soli 
in  Cilicia,  a  Cizico  ed  a  Lampsaco  in  Misia,  noi  troviamo  la 
testa  od  una  figura  seduta  di  un  satrapo  persiano  prima  del 
350  a.  C.;  è  fuor  di  dubbio  dunque  che  si  tratti  di  un  ritratto 
reale  i^).  Noi  sappiamo  inoltre  che  fin  da  Alessandro  il 
Grande,  su  monete  del  periodo  336-323  a.  C,  comincia  a 
comparire  il  ritratto  di  questo  principe  sotto  le  spoglie  di 
Ercole  (2)  e  sotto  quelle  di  Giove  Ammone  in  alcuni  tetra- 
drammi  dei  Tolomei  (3),  sebbene  quest'ultima  testa  possa 
riferirsi  ad  Alessandro  IV,  per  il  quale  Tolomeo  tenne  la 
reggenza  ;  questa  attribuzione,  secondo  la  teoria  del  Six  (4). 
Tolomeo  poi  fece  incidere  il  proprio  ritratto  sulle  monete 
che  devono  essere  assegnate  al  periodo  323-284  a.  C.  v5).  A 
questo  fatto  poi  si  deve  aggiungere  che  Agatocle  fece  co- 
niare una  dramma  d'oro,  che  porta  sul  diritto  la  testa  di 
Alessandro  IV,  coperta  da  una  pelle  di  elefante  (6).  Questa 
moneta  ricorda  nell'insieme  i  tetradrammi  fatti  coniare  da 
Tolomeo  I  ed  il  tiranno  siracusano  imitando  questa  moneta 
onorava  il  suocero. 

Niente  di  strano,  quindi,  se  Agatocle,  volendo  seguire 
l'incipiente  moda  dei  principi  del  mondo  greco  che  era  quella 
di  eternare  le  loro  effigie  sulle  monete,  abbia  introdotto  il 
proprio  ritratto  su  questo  gruppo  di  monete  siracusane. 

Un  altro  dubbio  da  dissipare  è  quello  relativo  alla  figu- 
razione, perchè  i  numismatici  opinano  che  la  testa  rappre- 
senti Ares  o  Ercole  o  Apollo.  Noi  solamente  ricordiamo  che 
i  numismatici,  descrivendo  le  figure    di    Perseo    incise  sulle 


(i)  Cfr.  Imhoof-Blumer,  Kleinasiens  Miinzen,  pagg.  470  e  segg. 

(2)  Head,  Coin.  ancients,  tav,  30,  nn.  64,  2;  Gardner,  Types,  tav.  XII, 
I,  15;  Hill,  Handbook,  tav.  VII,  4;  idem,  Historical gr.  coins,  un.  ^g-60. 

(3)  PooLE,  CBM,  Ptolemies,  pag.  i,  11.  i;  pag.  2,  n.  2;  Svoronos, 
No}jLb|j..  Toù  xpàx&uc  tà)v  IItoX.,  pag.  5,  11.  24^;  pag.  9,  n.  44  X- 

(4)  Six.,  in  Ròm.  Milth.,  1899,  pagg.  88  e  segg. 

(5)  PooLE,  op.  cit.,  pag.  23,  II.  85  ;  Svoronos,  op.  cit.,  pag.  33,  n.  190  a; 
Hill,  Hisiorical,  n.  63. 

(6)  Evans,  Contribntions,  Vili,  6;  Head,  Coin.  of  Syracuse,  pagg.  46 
e  segg.  ;  Hill,  Coins  of  ancient  Sicily,  tav.  XI,  12  ;  idem,  Historical,  11.  65  ; 
HoLM,  op.  cit.,  n.  422,  tav.  VI,  13. 


17 

monete  di  Amisos,  hanno  già  fatto  osservare  che  i  tratti  sono 
accentuamente  individualizzati  (J)  e  rimhoof-Blumer  non  ha 
esitato  a  riconoscere  questa  testa  come  il  ritratto  di  Mitri- 
date Eupatore  (2).  C'è  di  più  se  si  parag^ona  la  testa  del 
marmo  della  collezione  Warocquè  alle  immagini  realiste  di 
Mitridate  riprodotte  sugli  ammirabili  tetradrammi  non  vi  sa- 
rebbe da  disconoscere  tra  essi  alcuna  affinità  (3).  Noi  ci  aste- 
niamo intenzionalmente  da  ogni  comparazione  con  il  busto 
del  Louvre,  dove  il  Winter  ha  voluto  riconoscere  un  Mitri- 
date in  Ercole  U)  o  con  quello  che  il  Six  suppone  un  Mitri- 
date in  Helios  (5),  ma  siamo  d'avviso  che  Agatocle,  seguendo 
la  moda  dei  principi  di  farsi  rappresentare  con  gli  attributi 
divini,  abbia  fatto  rappresentare  la  propria  immagine  sotto 
le  spoglie  divine. 

FINZIA. 

^  —  Testa  di  Finzia  a  sin.  laureata.  AKPÀrANTOZ 
9    —  <t>\  Due  aquile  a  sinistra  su  una  lepre  a  sinistra;  l'ul- 
tima con  le  ali  aperte  attacca  la  preda;  la  prima 
con  le  ali  chiuse  ed  il  collo  rialzato. 
•CBM,  pag.  20,  nn.  131-132;  Hill,  Coins  of  an.  Stci(y,  pag.  165;  Head,  Hist. 
Niim},  pag.  123  ;  Salixas,  Le  tnonefe  dell'iiniicn  Sicilia,   tav.  XI,  15. 


AE.  (Parigi). 

Altre  monete  con  la  stessa  testa:  CBM:  prig.  20,  n.  133;    Salinas,    op. 
cit.,  tav.  XI,  i5. 


(i)  Babelon  e  Tn.  Reixacii,  Reciietl  i^éncreì  des  niounaies  d'Asie  mi- 
neurc,  I,  pag.  28,  n.  4  (Amisos)  e  pag.  195.  n.  62  (Sinope);  Head,  His/. 
Numonim*,  pag.  502 

(2)  Imhoof-Blumek,  Moniiniis  grecqites,  pag.  564  ;  idem,  Portralkópfe^ 
pag.  34;  idem,  Griech.  Miinzen,  in  Abhandl.  Akad.,  Miiiichen,  1890,  pag.  652. 

(3)  CuMONT  F.,  Le  Perseo  d' Amisos,  in  Revtie  arc/iéol.,  1905,  pagg.  184- 
185,  figg.  I  e  2. 

(4)  Winter,  in  Jahrbiich  de^  Insti tiits,  1894,  pagg.  2 15  e  segg. 

(5)  Six.,  in  Ródi.  Mittìvil.^  1895.  P^gg-  180  e  segg. 


i8 

Dopo  la  caduta  di  Agatocle,  dei  tiranni  particolari  erano^ 
sorti  in  quasi  tutte  le  città  di  Sicilia;  Agrigento  venne  go- 
vernata da  Finzia  dal  287  al  277  a.  C. 

Questo  tiranno  fondò  sulle  sponde  del  mar  d'Africa  una 
città  alla  quale  diede  il  suo  nome  e  dove  trasportò  gli  abi- 
tanti di  Gela,  di  cui  demolì  le  mura  e  le  case.  Egli  cinse  la 
nuova  capitale  di  bastioni,  vi  edificò  un*agora  ed  alcuni 
tempi  ;  ma  le  sue  crudeltà  lo  fecero  detestare  da  tutti  i  po- 
poli a  lui  soggetti.  Essi  scacciarono  le  sue  guarnigioni,  come 
gli  Agiri  ne  avevano  dato  l'esempio.  Poco  dopo  egli  morì. 
Diodoro  (i)  racconta  un  sogno  di  Finzia  che  gli  prediceva 
la  sua  fine.  Egli  credette  di  vedere  un  cinghiale,  a  cui  dava 
la  caccia,  rivolgersi  e  dargli  la  morte  con  un  colpo  delle 
sue  zanne.  Quel  frammento  non  dice  altro  ed  è  probabile 
che  Diodoro  narrava  poscia  la  morte  di  Finzia,  della  quale 
quel  sogno  poteva  parere  un  presagio.  Con  Taiuto  di  questo 
passo  Diodoro,  si  spiega  l'introduzione  del  tipo  di  talune 
monete  di  Finzia  sulle  quali  vedesi  un  cinghiale  (2),  per  com- 
memorare questo  sogno  e  per  propiziarsi  Artemide,  alla  cui 
ira  il  tiranno  probabilmente  era  andato  incontro. 

Riguardo  alla  testa  delle  nostre  monete  bisogna  osser- 
vare che  il  P.  Gardner  e  THead  la  ritengano  come  Apollo 
e  l'Hill  come  Apollo  od  Ares,  mentre  il  Salinas  (pag.  30) 
la  considera  '^  come  una  testa  giovanile  imberbe  con  lunghi 
capelli  coronati  d'alloro  „,  non  volendosi  pronunziare  sulla 
denominazione.  Ma  evidentemente  i  numismatici  non  hanno 
voluto  dare  peso  al  fatto  che  già  in  Sicilia  cominciava  ad 
introdursi  la  moda  del  ritratto  del  principe  sulle  monete  e 
che  Finzia  poteva  essere  tentato  dal  proprio  orgoglio  a  fare 
incidere  la  propria  effigie  sotto  le  spoglie  di  un  dio.  Chi  os- 
serva con  attenzione  il  diritto  di  queste  monete  si  accorge 
subito  che  ci  troviamo  di  fronte  ad  un  ritratto  concreto  e 
reale,  che  non  può  essere  attribuito  altro  che  a  Finzia,  come 
lo  comprova  la  leggenda  e  mai  ci  troviamo  di  fronte  ad  un  ri- 
tratto ideale,  che  potrebbe  essere  attribuito  a  qualche  divinità. 


(1)  DioDORo,  XXXII,  7. 

(2)  CBM,  pag.  20,  nn.  135-139;    Imhoof-Blumer,    Moìiiiaies   grecques,. 
tav.  A,  16;  Head,  Hisf.  Nitnioruni-  pag.  123. 


19 


PHTHIA,   MADRE  DI  Pirro. 

^  —  O0IAI  Testa  velata  di   Phthia. 
9    —  Fulnìine. 

Gardner,  T/ie  lyPts,  tav.  XI,  27;  IIolm,  op.  cit.,  n.  462;  Hill,  Coins  of 
(me.  Sicily,  lav.  XII,  5;  Hkad,  Hsst.  Nuniontfn-,  pag.  324;  Imhoof- 
Bll'mek,  Poriràlkópje^  P^^o-  20. 


AE.  (Parigi). 

Questa  moneta  venne  coniata  durante  la  dominazione  di 
Pirro  in  Sicilia.  Il  Raoul-Rochette  (i)  crede  che  la  testa  del 
diritto  di  questo  bronzo  sia  quella  di  Giunone,  altri  scrittori 
hanno  creduto  di  riconoscere  nella  testa  una  personificazione 
ideale  del  distretto  Phthia  nella  Tessaglia,  da  dove  Pirro 
scoperse  Torigine  della  sua  razza  ed  infine  T  Hill  (2)  è  d'av- 
viso che  si  tratti  senza  dubbio  del  ritratto  idealizzato  di 
Phthia,  madre  di  Pirro. 

Ma  quasi  tutti  i  numismatici  sono  concordi  nelFaccet- 
tare  l'opinione  che  la  testa  velata  su  questa  moneta  sia  il  ri- 
tratto di  Phthia.  Il  fulmine  è  simile  a  quello  che  si  trova  sulle 
monete  di  bronzo  di  Agatocle  ;  soltanto  esso  non  è  alato. 

PIRRO. 

^  —  iVPAKOIinN    Testa  di  Pirro  a  sin.  sotto  le  spoglie 
di  Ercole  giovane  con  la  pelle  di  leone.  Cp. 


(i)  Raoul-Rochette,  Méiiwire^  sur  les  médailles  sicilienuts  de  Phyr- 
rhus,  in  Mént.  de  l'Accad.  des  Inscr.,  T.  XIV,  2,  Paris,  1840,  pag.  253, 
(2)  Hill,  op.  cit.,  pag.  162. 


20 


9    —    Atena  Promachos  a  d.,  indossando  lungo  chitone  con 

il  diploidion,  e  clamide  sulle  spalle,    lancia    nella 

mano  destra  e  nella  sin.  lo  scudo. 

CBM,  pagg.  206-207,  nn.  493-506;  Hill,  Coins  0/ nìicicni  Sici/j',  pag.  16^, 

fig.  46;  Head,    Co/;/,  of  Syracuse,    tav.  X,    ji  ;    idem,    His/.    Nttmo- 

riini^^  pag.  183. 


AE  (Parigi), 

Pirro  sosteneva  già  da  due  anni  e  quattro  mesi  la  guerra 
contro  i  Romani,  quando  i  deputati  di  Sicilia  vennero  a  chia- 
marlo in  loro  aiuto  contro  i  Cartaginesi,  dicendo  che  le  città 
■di  Siracusa,  d'Agrigento  e  di  Leontini  erano  pronte  a  rice- 
verlo. Pirro  venne  in  Sicilia,  dove  vinse  i  Cartaginesi  ed  oc- 
cupò quasi  tutte  le  città  e  vi  dimorò  dal  278  al  275  a.  C. 
In  quest'anno  gli  affari  del  re  d'Epiro  declinavano  in  Sicilia, 
<:|uasi  con  la  stessa  rapidità  con  cui  avevano  in  sulle  prime 
prosperato  ed  i  suoi  alleati  d' Italia  lo  supplicavano  di  ritor- 
nare in  loro  aiuto.  Egli  colse  premurosamente  un  pretesto 
per  lasciare  un  paese  dove  le  sue  speranze  erano  andate 
a  vuoto. 

Queste  monete  furono  emesse  durante  la  permanenza 
<3i  Pirro  nella  Sicilia  e  alcune  furono  riconiate  su  bronzi  di 
Agatocle.  L'Atena  Promachos  del  rovescio  è  l'Athena  Alkis 
di  Macedonia,  che  per  la  prima  volta  comparisce  su  monete 
<;oniate  da  Tolomeo  Soter  in  Egitto  per  Alessandro,  il  figlio 
"di  Rossana,  indi  sulle  monete  d'argento  di  Pirro  coniate  du- 
rante la  sua  campagna  italica  e  siciliana.  La  testa  sul  diritto 
•è  evidentemente  quella  del  re  d'Epiro,  sotto  le  spoglie  di 
un  Ercole  giovane.  Non  può  recare  meraviglia  questo  fatto 
<^uando  si  sa  che  Alessandro  il  Grande  abbia  fatto  riprodurre 
il  suo  ritratto  sulle  monete  sotto  le  spoglie  di  questo  eroe 
in  anni  anteriori  all'epoca  di  Pirro. 


21 


CERONE  II   E   FILISTIDE. 

^  —  Testa  di  Gerone  II  sbarbata  con  diadema  a  sin.  ; 
dietro  di  essa  una  spiga  di  grano,  o  una  stella, 
o  qualche  altra  figura  ;  sotto  qualche  volta  la  let- 
tera O.  Cp. 

^  —  BAIIAEOI  •  lEPHNOZ  Quadriga  a  destra  con  Nike 
che  la  guida;  nel  campo  qualche  volta  una  stella; 
sotto  o  E  o  K. 

CBM,  pagg.  209-10,  nn.  524  25  ;  Head,  Coin.  of  Syracuse,  XI,  3,  pag.  63; 
Coiiì.  arte,  46,  31  ;  Holm,  op.  cit  ,  n.  473,  tav.  VI,  6;  Hill.  Handbook^ 
tav.  XI,  6;  Hill,  Coins  of  an.  Sicily,  tav.  XIII,  5;  Head,  Hist.  Nn- 
moriim^  pag.  184,  fig.  107. 


AR.  32  litre  (Parigi). 

^  —  Simile  testa  laureata  di  Gerone  a  sinistra. 

^    —  lEPHNOZ  Cavaliere  armato  al  galoppo  a  destra. 

CBM,  pag.  215,  \\v\.  565-577;  Head,  Com.  oj  Syracuse,  tav.  XII,  i;  Holm, 
op.  cit.,  n.  480  ;  Head,  Hist.  Numoruni^,  pag.  185  ;  Hill,  Coins  of 
mie.  Sici/y,  tav.  XIII,  ix. 


AE  (Londra). 


22 


^  —  Simile  testa  di  Cerone  a  sin.  con  diadema.  Cp. 
9    —  La  stessa  leggenda  e  lo  stesso  tipo  di  cavaliere. 

CBM,  pag.  216,  nn.  578-597;  Head,  Coiti.  0/ Syracuse,  tnv.XU,  2;  Holm, 
op.  cit.  n.  481;  IIkad.  His/.  A^'/Uficnon-,  pag.   185. 


AE  (Parigi). 

/B'  —  Simile  testa  di  Cerone  a  sin.  con  diadema.  Cp. 

J^    —  lEPflNOI  Biga  a  destra  guidata  da  Nike,  che  porta 

le  redini  in  ambedue  le  mani;  i  cavalli  al  galoppo. 

CBM,  pagg.  216-217,  un.  578-597;  Head,  Coin.  of  Syracuse,  tav.  XII,  3; 

Holm,  op.  cit.,  n.  482;    nr:.\n,    ///s/.    Nu///onifn^    p:ig.    185;  Imhoof- 

Blumkh,  Porlralkòpfe^  t..v.  II.  20. 


AE  (Parigi). 


^  —  Testa  della  regina  Filistide  con  diadema;  l'occipite 

è  coperto  di  un  velo.  Cp. 
^    —   BAIIAIIIAZ  0IAIZTIAOI    Quadriga   guidata  da  una 

Nike  alata. 

CBM    pagg.  212-214,  nn.  540-558;  Head,  Coin.  0/  Syracuse,  tav.  XI,  7-9, 
Coin.  anc,  tav.  46,  33;  Holm,  op.  cit.,  n.  474;  Hill,   Coins   of  atte. 


23 


Sicily,  tav.  XIII,  7;  Head,  Hisf.  Niimontur,  png.  184,  fig.  108;  Imhoof 
Blimer,  op.  cit  ,  tav.  II,  21. 


j\R,  16  litre  (Pargi) 

/B'  —  Testa  come  sopra. 

y»  —  Stessa  leggenda.  Biga  al  galoppo  guidata  da  Nike. 
CBM,  pagg.  214-15,  nn.  559-62;  Head,  Coiii.  of  Syracuse,  tav.  XI,  io; 
HoLM,  op.  cit.,  n.  475,  tav.  IV,  17;  Hill,  Coins  of  anc.  Sicily,  ta- 
vola XIII,  6;  Head,  Hisi.  Numoninr^  pag.  185;  Imhoof-Blumcr,  op 
cit.,  tav.  II,  22. 


AR.  5  line  (Lon  1-  a). 


Come  sopra  si  è  detto,  il  ritratto  appare  isolato  in  mo- 
nete verso  il  350  a.  C.  (i)  e  trionfa  decisamente  verso  la 
metà  del  III  secolo,  quando  i  re  del  mondo  greco  amarono 
mettere  le  loro  effigie  sulle  monete.  Cerone  II,  facendo  in- 
cidere il  proprio  ritratto  e  quello  della  moglie,  ha  seguito 
la  moda  diffusa  di  questo  periodo  ellenistico,  in  cui  venivano 
rappresentate  sulle  monete  delle  figure  concrete  e  reali,  in 
cui  venivano  riprodotti  dei  veri  ritratti  di  principi. 

Secondo  Polibio  (2),  Cerone  sposò  la  figlia    di    Leptine, 


(i)  Cfr.  Six.,  in  Ntim.  Chron.,  1897,  P^gg   '97  ^  segg.  ;  CBM,  Mysia^ 
-tav.  Vili,  9.  per  uno  statere  di  Cizico  ,dove  si  è  rappresentato  Timoteo- 
(2)  Polibio,  I,  9. 


ragguardevole  cittadino  di  Siracusa;  ma  né  Polibio  né  gli 
altri  storici  ci  fanno  conoscere  il  nome  della  moglie  di  questo 
principe. 

In  quanto  alla  testa  incisa  sulle  monete,  che  portano  la 
leggenda  lEPHNOI,  quasi  tutti  i  numismatici  sono  concordi 
nel  dichiararla  un  ritratto  concreto  e  reale  di  Cerone  II,  fatta 
eccezione  di  alcuni  scrittori,  che  considerano  i  ritratti  di  Ge- 
lone e  di  Cerone  sulle  monete  di  quest'ultimo  principe  come 
le  rappresentazioni  ideali  dei  più  antichi  tiranni  di  questo 
nome  (^). 

Non  così  avviene  per  il  ritratto  di  Filistide.  Su  questa 
quistione  si  occuparono  il  Torremuzza,  il  Panofka  e  l'Osann, 
che  sostennero  la  tesi  per  l'identificazione  della  testa  di  Fi- 
listide sulle  monete  siracusane  [^),  il  Raoul-Rochette  (3),  os- 
servando la  somiglianza  della  testa  con  quella  sulle  monete 
che  portano  l'iscrizione  IIKEAinTAN,  ritiene  che  essa  sia 
una  testa  di  Demetra,  il  Romano  (4)  si  decide  anche  per 
quest'ultima  opinione  ed  infine  Tlmhoof-Blumer  (5)  crede  che 
la  testa  considerata  di  Filistide  debba  essere  intesa  per  quella 
ideale  di  Demareta,  moglie  di  Cerone  I.  Ma  il  Salinas  (6)  opina 
che  si  tratti  di  un  semplice  ritratto  di  Filistide,  l'Evans  (7) 
scrive  che  Filistide  compare  sulle  monete  sotto  la  forma  di 
Demetra  o  di  sua  figlia  e  tutti  gli  altri  numismatici  moderni 
riconoscono  che  la  figurazione  sulle  monete  siracusane  deve 
considerarsi  come  un  vero  e  proprio  ritratto  di  Filistide. 

Ma  la  quistione  della  identificazione  delle  teste  di  Ce- 
rone lì  e  di  Filistide  si  è  avvicinata  alla  soluzione  perchè 
basata  sui  raffronti  della  scultura  di  un  bassorilievo  in  marmo 


(i)  Imhoof-Blumer,  Portràlkópfe^  pag.  21. 

(2)  Torremuzza,  Sicil,  inscr.^  pag-  66  ;  Panofka,  Lettera  al  duca  Ser^ 
radi  falco  sopra  un'iscrizione  del  teatro  siracusano,  in  Poligr.  Fiesolana, 
1825,  pag.  8;  F.  Osann,  De  Philistide  Syracusanoruni  regina,  Giessen, 
1825,  pag.  4. 

(3)  Raoul-Rochette,  Méd.  de  Pyrr/ins,  pagg.  2  e  segg. 

(4)  Romano,  op.  cit.,  pag.  6. 

(5)  Imhoof-Blumer,  op.  cit.,  pag.  21. 

(6)  Saltnas,  Di  due  monete  della  regina  Filistide,  in  Periodico  di  Num. 
e  Sfragistica,  Firenze,  1869,  pag.  8. 

(7)  Evans,  in  Freeman,  Hist.  of  Sicily,  IV,  pag.  217. 


25 

della  collezione  Townley  trovato  nel  mare  non  lungi  da  Gir- 
genti  (i)  con  le  teste  incise  sulle  monete  siracusane.  Questo^ 
bassorilievo  contiene  due  teste  colossali,  una  virile  e  l'altra 
muliebre,  le  quali  corrispondono  esattamente  a  quelle  incise 
sulle  monete;  difatti  Tacconciatura  delle  bende  e  del  velo 
sulla  testa  in  marmo  di  Filistide  è  la  medesima  di  quella 
che  si  vede  sulla  testa  delle  monete.  L'identificazione  quindi 
è  sicura  perchè  basata  principalmente  su  raffronti  della  scul- 
tura del  bassorilievo  con  la  figurazione  delle  monete.  Il  ri- 
lievo è  assai  importante  perchè  uno  dei  pochissimi  elementi 
superstiti  dell'iconografia  plastica  dei  tiranni  sicelioti.  A 
questo  fatto  bisogna  aggiungere  che  la  testa  è  il  ritratto  di 
questo  principe  e  non  già  il  ritratto  di  Cerone  I,  il  quale  sa- 
rebbe stato  rappresentato  senza  il  diadema  reale. 

Infine  si  deve  ricordare  che  il  padre  Giuseppe  Romano 
fu  il  primo  a  riconoscere  che  la  statua  equestre  di  Gerone  II, 
eseguita  dallo  statuario  siracusano  Micune  figlio  di  Nicerato, 
sia  riprodotta  sul  rovescio  in  una  serie  delle  monete  di  bronzo 
sopradescritte  (2).  Facendo  tesoro  delle  dotte  argomentazioni 
del  Romano,  in  un  mio  recente  lavoro  (3)  ho  fatto  notare  la 
speciale  caratteristica  della  fisionomia  del  diritto  uguale  a 
quella  del  cavaliere  del  rovescio,  ed  il  modo  con  cui  il  ca- 
valiere tiene  la  lancia  cioè  con  la  punta  acuminata  di  ferro 
al  di  dietro  ed  il  calcio  dell'asta  avanti,  facendo  questo  at- 
teggiamento allusione  al  carattere  pacifico  del  principe.  Tutti 
questi  fatti  confermano  che  il  cavaliere,  riprodotto  sul  ro- 
vescio di  questi  bronzi  siracusani,  è  una  copia  della  statua 
di  Gerone  fatta  da  Micone  ed  esistente  ad  Olimpia,  secondo 
Pausania  (4).  In  conclusione  è  fuor  di  dubbio  che  queste  mo- 
nete ci  danno  i  ritratti  di  Gerone  II  e  di  Filistide,  sua  moglie. 

La  corona  d'alloro  sulle  monete  di  bronzo  di  Gerone  è 
propriamentr  un  attributo  divino,  ma  non   disconviene    nep- 


(i)  Ancient  marb/es  in  the  Brilis/i  Museutn,  X,  lav.  32;  Helbig,  Hie- 
Kj/i  II  ìtnU  IVulislis  auf  einein  (ii>tii^eiiliner  Relicf,  in  Rlteiìi.  Mns.,  XXVIII, 
',  pagg.  153-6. 

(2)  Romano,  op.  cit.,  pag.  12. 

(3)  MiKONE,  Micone,  /ìi;/io  di  Niceralo,  s/aliiario  sinit usano,    in    A' 
Ita/,  di  Nitni.,  1919,  pagg,  60-64. 

(4)  Pausania,  VI,  12,  4. 


'\Z, 


26 

pure  ad  un  ritratto  del  re,  perchè  appunto  i  primi  ritratti 
di  principi  sulle  monete,  come  ad  esempio  Alessandro  il 
Grande,  rappresentano  il  re  come  un  dio  e  non  vi  sarebbe 
da  meravigliarsi  se  anche  Gelone  avesse  fatto  ugualmente. 
Pare  però  che  in  seguito  se  ne  sia  astenuto  ed  introdusse 
nel  ritratto  il  diadema.  Difatti  le  monete  d'argento  hanno 
quest'ultimo  e  delle  monete  di  bronzo  conservate  nel  British 
Museum,  tre  soli  esemplari  hanno  la  corona  d'alloro,  gli  altri 
venti  il  diadema.  Il  Six  molto  opportunamente  fa  notare  che 
Gerone  poteva  benissimo  portare  la  corona  d'alloro  di  Zeus 
e  di  Apollo  in  qualità  di  sacerdote,  prima  di  prendere  il  dia- 
dema reale. 

GELONE  II. 

/B"  —  Testa  di  Gelone  II  a  sinistra  con  diadema. 
^    —  2YPAK0II0I  TEAriNOZ  Biga  al  galoppo  guidata  da 
Nike  ;  nel  campo  BA  e  qualche  volta  altre  lettere. 

CBM,  pagg.  2ioir,  nn.  526-33;  Head,  Coin.  uf  Syracuse,  lav.  XI,  4; 
HoLM,  op.  cit.,  n.  476;  Hill,  Coins  of  aiicient  Sicily,  tav.  Vili,  8; 
Hkad,  Hist.  Niitìiortmr,  pag.  184;  Imiioof-Blumer,  Forlyiil/iopje,  ta- 
vola II,  23. 


AR,  8  litre  (Parigi). 

In  un  esemplare  Bunburg  490  sembra  che  la   leggenda 
del  rovescio  sia  BAIIAEflZ  invece  di  BA. 

/B"  —  Testa  di  Gelone  II  a  sin.  con  diadema.  Cp. 
I^    —  lYPAKOIiOì    TEAiihOI    Aquila    con    le    ali    chiuse 
sopra  un  fulmine;  nel  campo  BA  con  altre  lettere. 


f 


27 

CBM,  pag.  211,  nn.  534-37  ;  Head,  Coht.  of  Syracuse,  tav.  XI,  5  ;  Holm, 
op.  cit.,  n.  477;  Hill,  Coins  of  ancieut  Siciìy,  tav.  XIII,  9;  Head, 
Hist.  Numorwn^^  pag.  184. 


AR,  4  litre  (Londra) 

Gelone  li  era  figlio  di  Cerone  li  e  verso  il  238  a.  C. 
sposò  Nereide,  figlia  di  Pirro,  re  dell'Epiro.  Gelone  premorì 
al  padre  nel  216  in  età  di  più  che  50  anni  (i).  La  di  lui  morte, 
che  sopraggiunse  quando  egli  teneva  pratiche  segrete  con 
Annibale,  a  danno  dei  Romani,  arrestò  le  sue  mene  tanto  a 
proposito,  che  non  si  è  esitato  da  supporre  che  Gerone  vi 
avesse  contribuito  (2). 

Ma,  qualunque  fosse  l'attaccamento  di  quel  principe  per 
i  Romani,  non  si  saprebbe  ammettere,  senza  prove  manifeste, 
che  egli  avesse  macchiato  con  un  tale  delitto  gli  ultimi  giorni 
della  sua  lunga  vita,  nella  quale  aveva  sempre  mostrata  molto 
mansuetudine.  Tutti  questi  fatti  e  l'iscrizione  BA  sulle  mo- 
nete ci  comprovano  che  Gelone  era  anche  re  di  Siracusa, 
cioè  associato  nel  regno  di  suo  padre,  negli  ultimi  tempi 
della  vita  di  questi.  La  leggenda  lYPAKOIIOI  rEAflNOI  BA 
potrebbe  completarsi  benissimo  in  questo  modo  :  2:upay.ÓGioi 
réAojvo;    RaTÙÉoi;  sìxóva  àvéO'/ixav. 

La  testa  sul  diritto  di  queste  monete  è  senza  dubbio  il 
ritratto  di  questo  principe  e  non  già  un  ritratto  ideale  di 
Gelone  I,  che  sarebbe  certamente  stato  rappresentato  come 
un  uomo  più  avanzato  in  età. 


(1)  Ctr.  FoLiHio.  VII,  8,  9. 

(2)  Cfr.  Livio,  XXIII,  30. 


28 


9 


GERONIMO. 

Testa  di  Geronimo  a  sin.  con  diadema. 
BAIIAEOI    lEPANYMOY    Fulmine    alato    sopra    una 
lettera. 


CBM,  pagg.  220-21,  nn.  637-38;  Head,  Coht.  of  Syracuse,  tav.  XIII,  10; 
HoLM,    op.   cit.,    n.   489  ;    Hill,    Coins  of  atte.  Sictìy,   tav.  XIII,  15 
Head,  //;>/.  Numorum-,  pag.  185,  fig.  109;   Imhoof-Blumer,  Porti  di- 
kópfe,  tav.  II,  24. 


AR,  24  litre  (Parigi). 

^  —  La  stessa  testa  di  Geronimo  a  sin.  con  diadema. 
F^    —  La  stessa  leggenda  e  Io  stesso  tipo. 

CBM,  pag.  221,  un.  639-40;  Head,  Coin.  of  Syracuse,  tav.  XII,  11  ;  Holm,. 
op.  cit.,  n.  489*  ;  He.^d,  Hist.  Numorum-,  pag.   186. 


AR  (Parigi). 


B*  —  La  stessa  testa  a  sin.  con  diadema, 
r^    —  Stesso  tipo  e  stessa  leggenda  con  Kl. 


29 


CBM,  pag.  221,  n.  644;   Hfad,  Coin.  of  Syracuse,    tav.  XII,    12;    Holm, 
op.  cit.,  n,  4891»:  Head.  Hisi.  Numorum^,  P^?-  186. 


AR  (Parigi). 

^  —  Testa  come  sopra.  Cp. 

5>'    —  La  stessa  leg^genda  e  lo  stesso  fulmine  alato. 
CBM.  pag.  221,  nn.  645-48;  Head,  Coììì.  of  Syracuse,  \?^v   XII,  13;  Holm^ 
op.  cit.,  n.  420  ;  Head,  Hist.  Ntimorum-^  P^g.  186. 


AE  (Parigi). 

Non  appena  Cerone  morì,  i  tutori  di  Geronimo,  allora 
in  età  di  appena  quindici  anni,  convocarono  un'assemblea, 
nella  quale  lessero  il  testamento  di  Cerone  (0.  Geronimo  non 
era  in  età  di  potere  regnare  da  se  solo  e  questo  principe 
giovinetto,  che  si  sarebbe  dovuto  grandemente  studiare  di 
giungere  a  cattivarsi  un  poco  deiraffetto  che  il  popolo  aveva 
per  suo  nonno,  sin  dai  primi  momenti  si  rese  sgradevole 
usando  gli  attributi  della  tirannide,  di  cui  Cerone  e  Gelone 
SI  erano  sempre  astenuti.  Contrariamente  alla  politica  seguita 
dal  suo  avolo,  Geronimo  si  dichiarò  apertamente  per  i  Car- 
taginesi e  spedì  deputati  ad  Annibale  in  Italia  (2).  Questo 
principe  nell'anno  215  a.  C,  fu  assassinato. 


(i)  Livio,  XXIV,  4. 
(2)  Livio,  loc.  cit. 


30 

Questo  gruppo  di  monete,  coniate  durante  il  suo  breve 
regno,  indubbiamente  porta  sul  diritto  il  ritratto  di  questo 
principe.  Difatti  la  testa  giovanile  e  la  leggenda  confermano 
pienamente  che  trattasi  di  un  ritratto  concreto  e  reale. 

Rivendicate  già  in  modo  definitivo  ai  novelli  princip 
Cerone  e  Gelone  le  immagini  credute  un  tempo  che  appar- 
tenessero agli  antichi  tiranni  dello  stesso  nome,  noi  posse- 
diamo in  una  serie  continua  tre  ritratti  di  altrettanti  principi 
che  chiusero  l'ultima  epoca  della  grandezza  siracusana:  l'avolo, 
il  padre  ed  il  figliuolo.  Aggiungiamo  poi  a  questi  ritratti 
quello  di  Filistide.  Se  li  guardiamo  ora  con  attenzione, 
vi  scorgiamo  subito  ed  a  prima  impressione  tali  tratti  d» 
somiglianza  che  ci  convinceranno  essere  questi  tre  uomini 
della  stessa  famiglia:  lo  stesso  tipo  predominante,  gli  stessi 
caratteri  distintivi,  naso  acuto  e  sporgente,  tramezzo  del 
naso  che  fa  arco  con  il  labbro  superiore,  capelli,  orecchi, 
gola,  paiono  fatti  allo  stesso  stampo.  Chi  esamini  quindi  at- 
tentamente, malgrado  abbia  prevenzioni  in  contrario,  deve 
necessariamente  convenire  che  a  vederli  sembrano  figli  l'uno 
dell'altro. 

Considerando  mfine  le  quattro  teste  sulle  monete,  che 
portano  i  nomi  di  Cerone,  Filistide,  Celone  e  Geronimo, 
sembra  che  si  possa  conchiudere  che  Celone  aveva  piìi  ras- 
somiglianza alla  madre  anziché  al  padre,  e  che  Geronimo 
aveva  i  medesimi  lineamenti  del  padre  suo  Celone,  ma  più 
rilevati. 

Dopo  tali  considerazioni,  crediamo  di  avere  raccolto  in 
questo  lavoro  i  ritratti  di  tutti  i  principi  sicelioti,  che  sono 
stati  riconosciuti  sulle  monete,  e  perciò  teniamo  in  serbo 
questa  preziosa  pinacoteca. 

Catania,  febbraio  1920. 

Salvatore  Mirone. 


MONETE    SALUZZESI 

della  collezione  di  S.  E.  il  Marchese  Marco  di  Saluzzo 


Con  le  pubblicazioni  di  Orazio  Roggiero  sulla  zecca  dei 
Marchesi  di  Saluzzo  e  più  tardi  con  quella  del  2.°  volume 
del  Corpus  Nummorum  Italicoriim  sembrerebbe  che  qualun- 
que altra  pubblicazione  relativa  a  quella  zecca  dovesse  es- 
sere superflua. 

Ed  invero  mentre  il  Roggiero  pubblica  ed  illustra  in 
una  esauriente  memoria  storico-numismatica  tutti  i  tipi  delle 
monete  saluzzesi,  aggiungendovi  i  documenti  relativi  alle 
coniazioni,  il  Corpus  ci  dà  la  descrizione  di  tutte  le  varietà 
che  si  sono  potuto  riscontrare  tanto  nelle  pubbliche  quanto 
nelle  private  collezioni, 

È  ovvio  che  nella  serie  delle  monete  medioevali  non 
sia  tanto  facile  il  rinvenimento  di  qualche  nuovo  tipo;  ed  è 
perciò  opportuno  dedicarsi  anche  allo  studio  delle  varianti, 
che  numerosissime  si  presentano  di  uno  stesso  tipo,  così  da 
potersi  arguire  che  la  serie  di  esse  non  finisce  mai.  Rimane 
adunque  un  largo  campo  ancora  da  sfruttare  in  fatto  di  va- 
rianti, alle  quali  se  verrà  applicato  un  sistema  di  descrizione 
razionale  e  preciso,  non  potrà  non  derivarne  utilità  agli  stu- 
diosi ed  ai  raccoglitori,  dando  agio  di  potere  riunire  tutti 
gli  elementi  sparsi  e  coordinarli  in  monografia  o  catalogo, 
che  includa  non  solo  i  differenti  tipi  ma  perfino  le  più  pic- 
cole varietà,  come  ci  dà  magnifico  esempio  il  Corpus,  a  cui 
dobbiamo  sempre  apportare  nuovi  contributi. 

Si  è  perciò  che  avendo  avuto  agio  di  osservare  la  col- 
lezione di  monete  che  S.  E.  il  Marchese  Marco  di  Saluzzo 
conserva  del  suo  illustre  Casato,  non  esitai  a  pregarlo  di 
permettermi  di  pubblicarle;  giacché  constatai  che  la  maggior 
parte  di  esse  erano  varietà  inedite  nel   Corpus  e  che  quindi 


32 

la  loro  pubblicazione  potrebbe  tornare  gradita  ed  utile  agli 
studiosi. 

E  mentre  ringrazio  S.  E  il  Marchese  di  Saluzzo  del  fa- 
vore fattomi,  intendo  nel  tempo  stesso  apportare  un  nuovo 
contributo  al  Corpus  e  rendere  omaggio  alla  più  illustre  fa- 
miglia del  vecchio  Piemonte. 

L'esporre  nel  modo  anche  il  più  sommario  la  storia  del 
Marchesato  di  Saluzzo  sarebbe  fuori  proposito,  perchè  non 
consono  ad  una  pubblicazione  di  questo  genere:  mi  limiterò 
solo  a  quei  brevissimi  cenni  che  interessano  la  numismatica, 
o  che  mi  sembrano  necessari  per  dare  al  lavoro  maggiore 
chiarezza. 


È  stato  esaurientemente  dimostrato  dal  Promis  prima  e 
dal  Roggiero  dopo,  che  Lodovico  II  sia  stato  il  primo  dei 
Marchesi  di  Saluzzo  ad  aprire  la  zecca  (i'. 

Figlio  di  Lodovico  I  e  di  Isabella  del  Monferrato,  nacque 
nel  1438  e  successe  al  padre  nel  1475.  Anziché  al  Re  di 
Francia  che  lo  richiedeva  dell'omaggio,  si  rivolse  nel  1478 
a  Casa  Savoia,  prestando  il  giuramento  di  vassallaggio  a 
Jolanda  di  Francia,  reggente  e  tutrice  del  figlio   Filiberto  I. 

Sembra  che  non  esista  diploma  che  concedesse  ai  Mar- 
chesi di  Saluzzo  il  diritto  di  zecca,  essendosi  riconosciuto 
apocrifo  il  documento  del  5  maggio  1206  dell'Imperatore  Fe- 
derico II  che  dava  al  Marchese  Manfredo  III  la  facoltà  di 
battere  moneta. 

Con  diploma  del  21  febbraio  1480  Lodovico  II  ottenne 
dall'Imperatore  Federico  III  nuova  conferma  dell'investitura 
del  marchesato.  Pare  quindi  che  egli  approfittasse  e  dell'uno 
e  dell'altro  per  pretendere  al  diritto  di  zecca,  non  senza  os- 
servare che  ragione  prs:cipua  possa  avere  indotto  Lodovico 
ad  arrogarsi  il  diritto  di  zecca  sia  pure  stata  la  concessione 
di  battere  moneta  fatta  con  diploma  del  16  febbraio  1472 
dall'Imperatore  Federico  III  ad  Agostino  di  Lignana  Abbate 


(i)  Promis  Domenico.  Monete  di  zecche  italiane  inedite  o  corrette.  Me- 
moria terza.  Saluzzo.  —  Roggiero  Orazio.  La  secca  dei  Marchesi  di  Sa- 
luzzo. §  I. 


33 

di  Casanova  presso  Carmagnola,  non  potendo  certo  il  Mar- 
chese di  Saluzzo  tollerare  che  l'abbate  di  un  monastero  si- 
tuato nei  suoi  dominii  avesse  diritto  di  zecca,  senza  poterne 
usare  egli  stesso  (i). 

Lodovico  II  adunque  aprì  la  sua  zecca  in  Carmagnola, 
per  importanza  seconda  terra  del  marchesato,  sia  per  la  sua 
posizione  comoda  e  sicura  a  chi  volesse  portarvi  oro  o  ar- 
gento dalle  altre  parti  del  Piemonte,  sia  per  la  vicinanza  a 
Chieri,  allora  fiorente  nel  commercio  dei  metalli,  e  sia  anche 
per  il  fatto  che  proprio  in  quella  zona  sorgeva  1'  abbazia, 
che  prima  di  lui  aveva  avuto  il  diritto  di  battere  moneta. 

Il  sistema  monetario  adottato  fu  quello  stesso  in  uso 
negli  Stati  dei  Duchi  di  Savoia  al  di  qua  delle  Alpi  e  nelle 
altre  zecche  del  Piemonte,  e  che,  basato  sul  corso  della  lira 
nominale  astese,  corrispondeva  nel  marchesato  a  5  grossi 
per  lira. 

Di  questo  Marchese  abbiamo  i  seguenti  tipi  di  monete: 
il  doppio  ducato  ;  il  ducato  (che  verso  la  metà  del  sec.  XV 
valeva  grossi  24  e  che  andò  sempre  aumentando,  nel  1475 
ne  valeva  30,  poi  32  e  nel  1501  giunse  fino  a  42  grossi);  il 
testone  che  valeva  8  grossi;  il  cornuto  o  cornabò  5  grossi  e 
rappresentava  la  lira;  il  cavallotto  3  grossi;  il  rolabasso  2; 
il  grosso,  di  cui  5  formavano  la  lira  astese,  era  la  base  della 
monetazione  ;  il  soldino  che  era  la  quarta  parte  del  grosso 
e  il  Jorte  l'ottava. 

Con  l'avvento  al  trono  di  Savoia  del  duca  Carlo  I  nel 
1483  cominciò  per  Lodovico  una  serie  di  sventure,  di  cui 
fu  causa  non  ultima  l'invidia  e  la  gelosia  della  moglie  Gio- 
vanna di  Monferrato  (2)  verso  la  sorella  Bianca  sposa  del 
duca  Carlo  I,  tanto  che  indusse  Lodovico  a  muovere  guerra 
al  cognato,  guerra  che  gli  cagionò  la  perdita  di  buona  parte 
dello  Stato,  ma  che  ricuperava  poi  integralmente  dopo  la 
morte  di  Carlo  avvenuta  nel  1490.  In  quelTanno  moriva  pure 
la  marchesa  Giovanna  e  due  anni  dopo  Lodovico  impalmava 


(i)  RoGGiERo  O.  A/hc  mo/ie/e  dei  Marchesi  di  Saluzzo  in  Bollettino 
Italiano  di  Numismatica,  anno  1910,  pag.  78. 

(2)  Lodovico  aveva  sposato  nel  1481  Giovanna,  figlia  di  Guglielmo  I 
Marchese  di  Monferrato. 


34 

Margherita  di  Foix,  figlia  di  Giovanni,  Signore  di  Foix, 
Conte  di  Candale  e  Gurson  e  di  Margherita  Suffolk  (i).  Fu 
Maro^herita  donna  di  molto  spinto,  ma  cupida  di  dominio  e 
avversa  ai  propri  figli,  fra  i  quali  cercò  di  mantenere  sempre 
viva  la  discordia;  onde  può  dirsi  che  fu  essa  che  tenne  per- 
manentemente le  redini  del  governo.  Lodovico,  parteggiando 
per  Francia,  aiutò  Carlo  Vili  nella  discesa  in  Italia.  Dopo 
la  morte  di  questo  Re,  avvenuta  nel  1498,  il  successore 
Luigi  XII  diede  a  Lodovico  nuova  investitura  anche  di  altre 
terre  e  lo  nominò  governatore  d'Asti,  mentre  Lodovico  ten- 
tava, ma  inutilmente,  la  conquista  del  Monferrato.  Nella 
guerra  che  si  combattè  in  Italia  tra  Francia  e  Spagna  Lo- 
dovico ebbe  da  Luigi  XII  il  comando  delle  truppe  e  fu  no- 
minato suo  luogotenente  generale  e  viceré;  ma,  sconfitto  al 
Garigliano,  dovette  ritirarsi  verso  Genova,  ove  giunto,  si 
ammalò  e  morì  il  27  gennaio  1504. 

Di  Lodovico  e  Margherita  si  ha  il  tallero,  pezzo  da 
40  grossi,  coi  busti  affrontati,  battuto  nel  1503.  Margherita, 
durante  la  reggenza  o  dopo,  fece  battere  dei  talleri  con  la 
sua  effigie:  ve  ne  sono  con  la  data  del  1516  e  senza  data. 
Questi  pezzi  sono  da  taluni  ritenuti  come  medaglie  per  il 
rilievo,  pel  rovescio  e  perchè,  buon  lavoro  di  corretto  stile, 
se  ne  coniarono  in  oro,  argento  e  rame,  da  altri  come  mo- 
nete per  il  peso  e  la  presenza  delle  sigle  di  zecchiere.  E 
noi  siamo  di  questa  opinione. 

Alla  morte  di  Lodovico  successe  il  figlio  Michele  An- 
tonio in  età  di  nove  anni  sotto  la  tutela  della  madre.  Uscito 
dalla  minore  età,  non  si  occupò  che  di  cose  guerresche  e 
prese  parte  a  tutte  le  guerre  combattute  dalla  Francia  per 
cui  parteggiava,  né  mai  volle  ingerirsi  del  marchesato,  la- 
sciando tutte  le  cure  dello  Stato  alla  madre.  Morì  nel  1528 
in  seguito  a  ferite  riportate  alla  difesa  della  città  di  Aversa 
contro  gli  Imperiali. 

Era  allora  la  zecca  di  Carmagnola   appaltata    al  Nobile 


(l)  Al  seguito  di  Margherita  di  Foix  venne  in  Italia  in  qualità  di 
ufficiale  di  Corte  Nicolao  Papa,  poi  capitano  di  Revello,  che  fu  il  capo- 
stipite della  famiglia  dei  Conti  Papa  di  Costigliole,  a  cui  lo  scrivente  è 
legato  dai  sacri  vincoli  della  religione  degli  affetti. 


35 

Francesco  da  Olivate,  che  continuò  ad  esercirla  fino  ai  1514, 
nel  quale  anno  veniva  stipulata  col  genovese  Francesco  Ora- 
bono  una  nuova  accensatura  della  zecca,  che  però  non  ebbe 
effetto  e  nel  1515  con  altro  istromento  la  Marchesa  stipulava, 
a  nome  del  figlio  Michele  Antonio,  una  nuova  locazione  coi 
fiatelli  da  Olivate  a  patti  tali,  che  alla  Marchesa  era  total- 
mente riservato  il  lauto  guadagno  che  si  ricavava  dalla  co- 
niazione delle  monete  minute  (i). 

Di  Michele  Antonio  si  hanno  scudi  d'oro  del  sole  di  due 
tipi  delTaquila  e  del  cavallo  ;  due  tipi  di  testoni  dell'aquila 
e  dello  stemma;  cornuti;  rolabassi  ;  grossi;  soldini  o  quarti; 
mezzi  quarti  o  forti. 

A  Michele  Antonio,  che  non  aveva  lasciato  figli  legittimi, 
avrebbe  dovuto  succedere,  così  per  diritto  di  legge  come 
per  disposizione  testamentaria  paterna,  il  fratello  secondo- 
genito Giovanni  Lodovico;  ma  la  madre,  Margherita,  che 
aveva  sempre  tenuto  le  redini  del  potere  e  che  temeva  in 
lui  un  sovrano  non  a  lei  sottomesso  e  apertamente  non  ligio 
alla  Francia,  obbligò  Michele  Antonio  a  lasciare  per  testa- 
mento lo  Stato  al  terzogenito  Francesco,  che  aveva  combat- 
tuto col  fratello  tutte  le  guerre  che  la  Francia  sostenne  in 
Italia.  Francesco  ridusse  in  sua  obbedienza  quasi  tutto  il  ter- 
ritorio in  breve  tempo,  senza  potere  tuttavia  impedire  che 
Giovanni  Lodovico,  liberato  dal  carcere  di  Verzuolo  dove  la 
madre  lo  teneva  rinchiuso,  potesse  con  l'aiuto  dei  Saluzzesi 
esercitare  per  breve  tempo  la  sovranità  e  facesse  coniare 
alcune  monete  che  finora  non  si  conoscono,  ma  che  sono 
nominate  in  un  manoscritto  della  famiglia.  L'anno  seguente, 
1529,  Giovanni  Lodovico,  indotto  a  recarsi  in  Francia,  veniva 
arrestato  e  tradotto  alla  Bastiglia,  donde  trasportato  nel  ca- 
stello di  Beaufort,  vi  moriva  nel  1563  senza  lasciare  figli  le- 
gittimi. 

Appena  fatto  prigione,  il  re  di  Francia  Francesco  I  rico 
nosceva  a  Signore  di  Saluzzo  il  marchese  Francesco,  il  quale 
resse  lo  Stato  dal  1529  al  1537,  anno  in  cui  fu  ucciso  all'as- 
sedio di  Oarmagnola,  che  gli  era  stata  tolta  dai  Francesi,  dai 
quali  si  era  staccato  per  seguire  la  parte  imperiale.       -'- 


(t)  RoGGiERO  O.  La  zecca  dei  Marchesi  di  Saluzzo,  pag.  22. 


36 

Di  questo  Marchese  vi  sono:  lo  scudo  d'oro  del  sole; 
il  testone;  due  tipi  di  cornuto;  il  cavallotto;  il  grosso;  il 
quarto  o  soldino;  il  mezzo  quarto  o  forte.  Il  testone  ed  il 
grosso  sono  al  tipo  di  Savoia,  avendo  Francesco  dovuto 
improntare  la  sua  coniazione  a  quella  guisa  per  evitare  il 
grave  danno  che  le  sue  monete  venissero  respinte  dagli  Stati 
confinanti. 

A  Francesco,  morto  senza  prole  legittima,  successe  Ga- 
briele, ultimo  dei  quattro  fratelli,  nato  nel  1501.  Avviato  alla 
carriera  ecclesiastica,  nel  1535  era  stato  eletto  Vescovo  di 
Aire  in  Guascogna;  ma  non  sembra  che  prendesse  possesso 
materiale  di  quella  curia  vescovile,  limitandosi  a  goderne  le 
rendite.  Morto  Francesco,  gli  imperiali  invasero  Saluzzo,  ma 
il  Re  di  Francia  Francesco  I  mandò  in  Italia  un  esercito,  al- 
l'avvicinarsi del  quale  si  ritirarono.  Gabriele  fece  omaggio 
al  Re  ed  ottenne  l'investitura  del  marchesato  rinunziando  al 
vescovado.  Salito  al  trono  di  Francia  Enrico  II,  nel  1547,  si 
mostrò  dapprima  benevolo  a  Gabriele,  ma  poscia  per  intrigo 
di  Pietro  Strozzi  fuoruscito  fiorentino,  di  Giovanni  Caracciolo 
Principe  di  Melfi  e  del  bandito  subalpino  Lodovico  Bolleri, 
i  quali  sobillarono  il  Re  che  Gabriele  parteggiasse  segreta- 
mente per  gli  imperiali,  venne  arrestato,  imprigionato  a  Pi- 
nerolo  e,  dopo  due  mesi  di  mali  trattamenti,  avvelenato  il 
29  luglio  1548. 

Le  tristissime  condizioni  in  cui  versava  lo  Stato  durante 
il  Governo  di  Gabriele  fecero  sì  che  ben  poche  sono  le  mo- 
nete che  la  zecca  potè  emettere.  Infatti,  nessuna  moneta  d'oro 
si  conosce  e  solo  si  ha  il  cornuto,  il  grosso  e  il  mezzo  quarto. 

Gabriele  aveva  sposato  nel  1544  Maddalena  di  Claudio 
d'Annebault,  Signore  di  Brestol  e  di  Aubigny  e  non  ebbe 
figli  legittimi.  Alla  morte  di  Gabriele,  pareva,  secondo  la 
voce  pubblica,  che  lo  Strozzi  ed  il  Caracciolo  volessero  di- 
vidersi il  marchesato;  ma  il  Re  di  Francia  se  ne  impadronì 
senza  dare  ascolto  alle  proteste  di  Giovanni  Michele  di  Sa- 
luzzo, Signore  di  Paesana  e  Castellar,  al  quale,  come  capo 
del  ramo  prossimiore  al  primogenito,  sarebbe  legittimamente 
spettata  la  successione.  Non  potendo  opporsi  con  le  armi, 
Giovanni  Michele  dovette  limitarsi  ad  una  sdegnosa  e  so- 
lenne protesta  redatta  con  atto  notarile  nel  Castello  di    Ca- 


37 

stellar,  della  quale  si  conservano  ancora  parecchie  copie 
nell'archivio  della  famiglia. 

Così  cessava  nel  1548  la  zecca  dei  Marchesi  di  Saluzzo, 
non  essendosi  più  battuto  in  essa  nessuna  moneta  ne  dai  Re 
di  Francia  né  dai  Duchi  di  Savoia,  cui  il  marchesato  fu  ce- 
duto pel  trattato  di  Lione  conchiuso  il  17  gennaio  1601  fra 
Enrico  IV  e  Carlo  Emanuele  I. 

Lo  stemma  dei  Marchesi  di  Saluzzo  fu  costantemente  lo 
scudo  d'argento  col  capo  d'azzurro:  il  cimiero  è  stato  quasi 
per  tutti  i  rami  l'aquila  ad  ali  spiegate  e  coronata  talvolta 
nascente  tal  altra  intiera.  Il  grido  di  guerra  dei  Marchesi 
vuoisi  che  fosse  ne  pour  ce,  motto  che  gli  scrittori  della  fa- 
miglia hanno  dichiarato  inesplicabile,  ma  che  forse  vuol  dire 
nato  per  questo,  alludendo  alla  posizione  del  marchesato  si- 
tuato tra  Italia  e  Francia,  e  perciò  esposto  a  guerre  continue. 
Ne  spiegazione  veruna  è  stata  data  giammai  alla  parola 
noch  che  accompagna  l'impresa  dei  Marchesi,  la  quale  si 
compone  di  un'asticciuola  acuta  in  cima  e  uncinata,  con  un 
anello  da  cui  pende  una  doppia  assicella  aggruppata,  che 
ritiensi  rappresenti  una  specie  di  giavellotto  o  altra  arme 
da  lanciarsi  a  mano  e  ritirarsi  poi  per  mezzo  della  corda. 
La  parola  noch,  che  spesso  trovasi  doppia,  presa  nel  senso 
naturale,  sarebbe  tedesca  e  indicherebbe  ancora,  quasi  so- 
nando minaccia  ai  nemici;  ma  questa  spiegazione  è  sem- 
brata troppo  semplice  e  taluno  ha  voluto  sostenere  che  le 
quattro  lettere  denotino  altrettante  parole,  cioè  nitet  opere 
caligai  habendo,  quasi  alludendo  all'arma  che  si  mantiene 
lucida  se  adoperata  e  si  offusca  se  lasciata  in  abbandono, 
ma  forse  più  di  costui  ha  colto  nel  segno  chi  Tha  interpre- 
tata non  omnes  capiunt  hoc  (i). 

Dei  vari  rami  ultrogeniti  di  Casa  Saluzzo  due  soli  sono 
gli  autentici  attualmente  rimasti:  il  ramo  Saluzzo-Paesana,  di- 
scendente da  Giovanni  Michele,  del  quale  è  capo  presente- 
mente S.  E.  il  Marchese  Marco,  Senatore  del  Regno  e  Sot- 
tosegretario di  Stato  per  gli  Affari  Esteri  ed  il  ramo  Saluzzo- 
Monterosso. 


(l)  Luta  Pompi:o.  Famiglie  celebri  italiane.  I  Marchesi  di  Saluzzo. 


38 


MONETE    DELLA    COLLEZIONE 


Marchese  Lodovico  II  (1475-1504). 


I.  Punzone. 
Busto  a  sinistra  con  berretto. 


2.  Doppia. 

^^  —  +  ^  LVDOVICVS  ^  M  ^  SA-LVTIARVM  ^  J*  Busto 
a  sin.  con  berretto,  stelletta  sul  berretto,  cerchio 
rigato. 

9  —  ^  SANCT— VS  J  CONSTANTIVS  ^5^  Aquila  aral- 
dica con  la  testa  volta  a  sin.,  coronata,  spiegata 
e  caricata  dello  scudo  a  targa  dei  Saluzzo  ;  la 
corona  è  nel  giro  della  leggenda  in  alto,  e.  lin. 


O.  Diametro  26,  peso  gr.  6,95  (Var.  n.  4  Corpus) 


FDC 


39 

3-  Ducato. 

^  —  '  LVDOVICVS  •  M  •  S— ALVTIARVM  •  Busto  e.  prec, 
ma  sul  berretto  crocetta  mauriziana,  senza  e. 

R!  —  SA— NCTVS  •  CON— STANTIVS  •  Aquila  araldica,  co- 
ronata, con  la  testa  volta  a  sin.,  nascente  sopra 
lo  scudo  a  targa  dei  Saluzzo  coronato  e  verticale, 
ai  lati  della  corona  dello  scudo  le  iniziali  L — M 
e.  lin.  finissimo. 


O.  Diam.  24,  p.  gr.  3,47  (Var.  n.  13  C.)  FDC 

4.  Idem. 

^  —  LVDOVICVS*  M*  —  SALVTIAF^  Come  prec,  nulla  sul 

berretto. 
9    —   *S-ANCTVS'  -  CONSTANT-'    C.  sopra,  ma  lo  scudo 
è  inclinato  a  sin.,  ai  lati   *l'  —  'M*   c.  lin. 
O.  Diam.  23,  p.  gr.  3,50  (Var.  n.  17  C)  C*- 

5.  Idem. 

i&  —  LVDOVI-e'  — *M-SALVTIF^  (5/c)  C.  prec,  qualche  pic- 
cola varietà  nel  vestito,  sulla  parte  anteriore  del 
quale  si  contano  chiaramente  4  bottoni,  e  lin. 

1^  —  'S-ANCTVS*-  CONSTANT  come  sopra  'L*  — *M*' 
e  lin. 

O.  p.  gr.  3,44  (Var.  n.  18  C.)  FUC 

6.  Idem. 

B'  —  LV'  M'  SALVTI  —  ARVM*  Busto  e  prec,  con  qual- 
che leggera  varietà. 


40 


S-  ANCT-'  CO— NSTANTIVS  C.  sopra,  ma  lo  scudo 
è  verticale  e  la  corona  inclinata  a  destra,  ai  lati 
L— M  senza  cerchio. 


O.  Diaiìi.  24,  p.  gr.  3,36  (Var.  n.  23  C)  C* 

7.  Cornuto. 

;&  —  ^  LVDOVICVS  ♦  MARCHIO  ♦  SALVTIAR  (v/m  Busto  a 
sin.  con  berretto,   e.  lin.  e  rii^. 

9/  —  ♦  SANCTVS  K  CONSTANTIVS  ♦  BA  ♦  S  Scudo  a  targa 
diritto,  a  campo  diviso,  col  morione  a  corti  lam- 
brecchini,  coronato  e  sormontato  dal  cimiero  del- 
l'aquila nascente  coronata  con  la  testa  volta  a  sin., 
nel  campo  ♦L*-  ♦M*  e.  lin.  e  rig. 


AR.  Diam.  29,  p.  gr.  9,60  (Var.  n.  31  C.)  C* 

La  sigla  BA  ■  S  o  B"S  vuole  forse  indicare  Io  zecchiere  Battista  Se- 
rena, che  nel  1503  prendeva  poi  in  affitto  la  zecca  di  Montluel  da 
Filiberto  II  di  Savoia. 


8.  Grosso  da  soldi  12. 

^  —  +  ♦  LVDOVICVS  ♦  M  ♦  SA— LVTIAR.  ♦    Come  preced., 
dietro  0  e.  lin.  e  rig.  tagliati  in  alto  dal  berretto. 


41 


9 


SANCTVS  ^  CONSTANTIVS-*  Scudo  a  targa  liscio, 
leggermente  inclinato  a  sin.,  coronato  e  sormon- 
tato dal  cimiero  dell'aquila  nascente  e.  sopra,  ai 
lati  -f  L  ^  — ^  M  e.  lin.  e  rig. 


AR.  Diani.  28,  p.  gr.  7,23  (V.ir.  n.  28  C) 


CI 


9.   Cavallotto. 

^  —  -  :  LVDOVICVS  :  ivi  :  S— ALVTIARVM  :  -  Busto  a  sin. 
corazzato  con  berretto,  sul  petto  e  sul  berretto 
crocetta  mauriziana,  e.  lin.  e  rig. 

^  —  ♦  S—ANCT:  CONSTA— NT— IVS  I  I^  Santo  in  arma- 
tura, con  vessillo  crociato  nella  d.,  a  cavallo  gra- 
diente a  d.,  e.  rig. 


AR.  Diam.  27,  p.  gr.  3,88  (Var.  11.  89  C.) 


IO.  Idem. 

^^  —  *.  LVDOVICVS  •  M  •  SA -LVTIARVM  •    C.    prec,    ma 

senza  la  crocetta  sul  petto  né  sul  berretto. 
^    -  '  S-ANCT^  :  CONSTANTIVS  •:•    C.  sopra. 
AR.  Diam.  28,  p.  gr.  3,82  (Var.  n.  86  C.)  C» 


42 

11.  Cavallotto. 

/B"  e  ^  Tutto  come  prec,  ma  bottone  sul  berretto. 
AR.  p.  gr.  3.87  (Var.  n.  9=;  C)  C'' 

12.  Idem. 

^  —  Tutto  e.  prec. 

I^     -  S— *  ANC^  ^  CONSTA  -  NT— IVS  ^  C.  sopra. 
AR.  Diam.  27,  p.  gr.  3.78  (Var.  n.  89  C)  C* 

13.  Idem. 

^  —  +  .  LVDOVICVS  :  M  :  SA-L  •  VTIARVM  :  F  :   C.  prec. 
9<    —  •  S-ANC^  :  CONSTANTIVS  •:•   •  F  :  C.  sopra. 

AR.  p.  gr.  3,80  (Var.  n.  44  C.)  C» 

La  sigla  F  o  PF  vuole  forse  attribuirsi  allo  zecchiere  Pietro  Frotta 
milanese,  che  sul  principio  del  sec.  XVI  lavorava  per  le  minori 
zecche  piemontesi  e  che  assumeva  da  ultimo  da  Pier  Luigi  Fieschi 
la  locazione  della  zecca  di  Messerano  e  Crevacuore,  ove  era  an- 
cora nel  1538. 

14.  Idem. 

;&  —  +  :  LVDOVICVS  :  M  :  SA  -LVTIARVM  :  F  :  C.  prec, 
ma  nulla  sul  berretto  e  dietro  la  testa  O. 

9  —  :  S-ANCTVS  :  CONSTANTI  -  VS  :  C.  sopra,  dietro  il 
cavallo  in  alto  nel  campo  O  e.  lin. 

AR.  p.  gr.  3,25  (Var.  11.  42  C.)  C 

15.  Idem. 

3^  —  +  :  LVDOVICVS  :  M  :  SAL— VTIARVM    :•  C.  prec,  ma 

dietro  la  testa  •  e  rig. 
P    —  •  SA— NCTVS  :  CONST— ANTIVS  :    Come    sopra,    ma 

nulla  dietro  il  cavallo. 

AR.  p.  gr.  3,00  (Var.  n.  60  C.)  C« 

16.  Idem. 

B'  -  ^    LVDOVICVS  •  M  •  SA— LVTIARVM  •    C.    prec,    ma 

nulla  dietro  la  testa. 
^    —   'SA-NCT'-'C-ONS— TANTIV  C.  sopra,  e  rig. 
AR.  Diam.  26,5,  p.  gr.  3,00  (Var.  n.  93  C.)  C  (poco  tosato). 


43 


17.  Rolabasso  o  da  2  grossi. 

:&  —  ^  LVDOVICVS'M  —  '—SALVTIAR.  Busto  a  sin.,  coraz- 
zato e  con  berretto,  e.  rig. 

I^  —  SANCT'  COSI— ANTIVS'  {sic)  Il  Santo,  nimbato,  in 
abito  militare,  in  piedi  di  fronte,  tiene  nella  d.  il 
vessillo  crociato  e  con  la  sin.  lo  spadone  puntato 
a  terra  con  3  giri  di  cinturone,  e.  rig. 


AR.  Diam.  25,  p.  gr.  2,42  (Var.  n.  99  C) 


C3 


18.  Grosso. 

^  —  'LV*M'— SALVTIA  — F?l.  Stemma  a  targa  inclinato  a 
sin.  coronato  e  sormontato  dal  cimiero  dell'aquila 
nascente  coronata  con  la  testa  volta  a  sin.,  senza  e. 

P  —  Testina  nimbata  'SANCT' CONSTANTI VS  Croce  inca- 
vata e  fogliata,  senza  e. 


AR.  Diani.  23,  p.  gr.  1,85  (Var.  n.  105  C.) 


O 


19.  Idem. 

B'  -    'LV'M'SA— LVTIAF^  C.  prec. 

I^    —  Testina  nimbata   'SANCT'CONSTAMTIVS    Come  sopra, 
e.  lin. 

AR.  p.  gr.  1,51  (Var.  n.  104  C.)  G' 


44 


20.  Soldino  o  quarto  dì  grosso. 

^  —  '  — LVDOVICVS  •  sa  .  SALVai—  •  Scudo  di  forma  san- 
nitica,  diritto,  coronato  e  sormontato  dal  cimiero 
dell'aquila  nascente  coronata  con  la  testa  volta  a 
sin.,  e.  lin.  e  rig. 

R)  —  S'aO-NSTA-NTIV— S'B'S*  Croce  sagomata  con 
le  estremità  terminanti  in  pigna,  che  intersecano  la 
leggenda,  e.  lin.  e  rig.  (I  caratteri  sono  semigotici). 


M.  Diam.  21,  p.  gr.  1,15  (Var.  n.  106  C] 


C» 


21.  Idem. 

iy  —  •  LVDOVICVS  •-•  M  •  SALVTIAR.  •  Scudo  come  prec, 
e.  rig. 

9  —  Testina  nimbata  'SANCTVS'CONSTANTIVS'  Croce  fio- 
rata e  pignata  accantonata  da  4  globetti,  e.  rig. 
(Caratteri  latini). 


M.  Diam.  20,  p.  gr.  1,22  (Var.  n.  109  C.) 


CI 


22.  Idem. 

^  —  Tutto  e.  prec. 

^    —  Tutto   e.   sopra,    ma    senza    i    globetti    agli    angoli 
della  croce. 


M.  Diam.  19,  p.  gr.  1,92  e  1,29 


CI 


45 

23-  Soldino  o  quarto  di  sgrosso. 

^  —  LVDOVICVS'-'m'   SALVTlAf^  C.  prec. 
9    —  Tutto  e.  sopra. 
M.  Diam.  20,  p.  gr,  i,i(i  (Var.  n.  110  C.)  C* 

24.  Idem. 

^  —  LVDOVICVS'-*M'    SALVTIARV'   C.  prec. 
PQ    —  Tutto  e.  sopra. 
M.  Diam.  19,  p.  gr.  0,96  (Var.  n.  ic8  C)  C^  (rotto  un  pezzetto). 

25.  Idem. 

^  —   *LVDOVICVS'-M'   SALVTIARV   C.  prec,  ma  la  co- 
rona è  alquanto  distaccata  dallo  scudo. 
9    —  Testina  •  SANCTVS  •  CONSTANTIVS  •  -  • 

M.  p.  gr.  1,15  (Var.  n.  107  C.)  C^ 


26.  Forte. 

^  —  +  ^  LVDOVICVS  ^  M  ^  Nel  campo  NOC    e.  rig. 

9    —  Testina  •  SALVTIARVM  •  Croce  patente   con    globetto 

nel  primo  quarto,   e.  rig. 


M.  Diam.  18,  p.  gr.  0,97  (Var.  n.  127  C.)  C^ 

27.  Idem. 

B^  —  +  •  LVDOVICVS  •  MA  •  Nel  campo  NGC  e  rig. 
^    —  Testina  •  SALVTIARVM  •  Croce  fogliata,  e.  rig. 
M.  p.  gr.  0,80  (Var.  n.  183  C.)  C^ 

Lodovico  II  e  Margherita  di  Foix. 

28.  Tallero  o  da  40  grossi. 

&   —  (dal  basso  a  sin.)     +     LVDOVICVS   •   MARCHIO   •   ET    • 
MARGARITA  •  D  •  FOIS     MS-    Busti    affrontati,  a 


46 


P 


sin.,  di  Lodovico  con  berretto,  abito  aperto  e  col- 
lare dell'Ordine  di  S.  Michele,  a  d.,  di  Marghe- 
rita con  ricco  velo,  sotto,  1503  e.  peri. 
(dall'alto  a  des  )  ^^  SI  v  DEVS  ^  PRO  ^  NOBIS  ^  QVIS  ^ 
CONTRA  V  NOS  •  FCL  •:•  Aquila  coronata  e  spie- 
gata, con  la  testa  volta  a  sin.,  caricata  di  scudo 
partito  con  le  armi  di  Saluzzo  e  di  Foix,  e.  peri. 
Taglio  liscio. 


AR.  Diam.  43,  p.  gr.  38,70  (Var.  n.  136  C.)  C* 

Le  tre  lettere  in  corsivo /e/ (in  monogramma)   indicano  la  sigla  dello 
zecchiere  Francesco  da  Clivate. 

29.  Idem. 

D^  —  +   LVDOVICVS  •  MARCHIO  •  ET  •  MARGARETA  •   D  • 

POIS  •  M  •  S  •  C.  prec,   1503  e.  rig. 
^    —  ^1  SI  £  DEVS  e  PRO  £  NOBIS  £  QVIS  £  CONTRA  £  NOS  • 

FCL  e.  sopra,  e.  rig.  fra  3  lin. 
AR.  P.  gr.  25,55  (Var.  n.  138  C)  C* 


Margherita  di  Foix   (durante  la  reggenza  e  dopo). 

30.   Tallero  da  40  grossi  o  medaglia  ? 

.B'  —  +  MARGARITA  •  DE  FVXO  •  MA  ornatino   RCHIONISA  • 
SALVLIAF^  •  T  •  -Gr  •  Busto  velato  della  Marchesa  a 

(sU) 

sin.,  in  doppio  cerchio  di  ornatini,  e.  lin. 
^    —  y^  '  DEVS  •  PROCTECTOR  —  ET  •  REFVGIOM  •  MEOM 

(sic)  _ 

Scudo  a  targa   intagliato   e  partito    di   Saluzzo    e 


47 


di  Foix,  addossato  ad  un  albero  sradicato  e  stron- 
dato  e  pendente  dai  rami  inferiori,  con  una  co- 
lomba posata  su  uno  dei  rami  superiori,  e.  di  or- 
natini  a  bacche  di  lauro  fra  2  lin.  Taglio  liscio. 


AR.  Diam.  48,  p.  gr.  30,80  (n.  2  C.)  C^ 

31.  Idem. 

^  —  (dal  basso  a  sin.)  +  MARGARITA  '  DE  '  FVXO'  MAR- 
CHIONISA*  SALVCIAR  T'  ^'  151G  Busto  e.  prec. 
ma  più  grande,  e.  peri,  fra  4  lin. 

I^  —  (dal  basso  a  sin.)  ^  DEVS  '  PROTECTOR  '  ET  '  REFV- 
G-IVM'MEVM^IP'  Scudo  a  targa  intagliato  e  par- 
tito e.  s.,  ma  varia  nella  forma,  e.  peri,  fra  4  lin. 
Taglio  liscio. 


AR.  Diam.  44,  p.  gr.  38,00  (Var.  n.  i   C.)  C 

La  sigla  è  degli  zecchieri  Francesco,  Gianluca  e  Maffeo  da  Clivante. 


48 


32.  Idem  in  rame. 

3'  e  I^  Tutto  come  prec. 
R.  Diam.  42,  p.  gr.  28,20 


C=^ 


Marchese  Michele  Antonio  (1504-1528). 

33.  Scudo  d'oro  del  cavallo. 

^'  Sole:  MICHAEL  :  AN^  :  MARCHIO-:  SA-LTIAR.  S.  Gior- 


(sic) 


gio  in  armatura,  con  vessillo   nella   d.,   a    cavallo 
gradiente  a  d,,  e.  lin.  e  rig. 
R)    —  ^  :  XPS  :  VINCIT  :  XPS  :  REGNAI  :  XPS  :  IMPERAI  : 
Croce  filettata  e  gigliata  con  rosa  al  centro,  cer- 


chio 


Im.  e  rig. 


O.  Diani.  27,  p.  gr.  3,40  (11.  5  C.) 


CI 


34.   Testone. 

^'  —  •  MICHAEL- AIM-'-MARCHIOSALVIIAF^  Aquilaaral- 
dica  coronata  e  spiegata,  con  la  testa  volta  a  s., 
la  corona  è  in  alto  nel  giro  della  leggenda,  e.  rig . 
R)  —  4^  •  SANCIVS  •  CONSIANIIVS  •-•  Il  Santo  in  piedi 
di  fronte,  corazzato  e  con  manto,  tiene  nella  d. 
il  vessillo  crociato  e  con  la  sin.  lo  spadone  pun- 
talo a  terra  con  3  giri  di  cinturone,  e.  lin.  e   rig. 


AR    Diam.  31,  p.  gr.  9,66  (Var.  n.  33  C.) 


49 

35-   Testone. 

B'  —  MICHAEL  3  AN^  ^  MAR  3  SALVTIAR.  3   C.  prec,  e.  rig. 
9    —  •  SANCTVS  •  CONSTANTIVS--    Come    sopra,   e.  rig. 
fra  2  lin. 
AR.  Diam.  30,  p.  gr.  9,70  (Var.  n.  31  C.)  FDC 

36.  Idem. 

B'  —  .  MICHAEL  •  ANT-  •  MAR  •  SALVTIAF^  •  C.  prec. 

9    —  ^  •  SANCTVS  •  CONSTANTIVS  -^ C.    sopra,    e. 

lin.  e  rig. 

AR.  p.  gr.  9,67  (Var.  n.  34  C.)  O 

37.  Idem. 

^  —  '  MICHAEL  •  ANT^  •  MAR  •  SALVTIARV  •  C.  prec. 
9    —  ^  •  SA-NCTVS  •  CONSTANTIVS    -•-.  C.  sopra. 
AR.  p.  gr.  9,52  (Var.  n.  37  C.)  C^ 

38.  Idem. 

B'  —  .  MICHAEL  :  ANT  •  MARCHIO  •  SALVTIAR.  •  C.  prec. 

9    —  4^  •  SANCTVS  •  CONSTANTIVS C.  sopra. 

AR.  Diam.  31.  p.  gr.  9,96  (Var,  n.  38  C.)  C^ 

39.  Idem. 

^  —  ^  MICHAEL  ^ANT^  MAR  ^SALVTIAR^  C.   prec. 
9    —    •  SANCTVS  •  CONSTANTIVS  •  -    C.    sopra,    ma    4 
giri  di  cinturone,  e.  lin.  e  rig. 

AR.  Diam.  30,  p.  gr.  7,88  (Var.  11.  27  C)  C* 

40.  Idem,  d'altro  tipo. 

;&  —  +  MICHAEL 'ANT^  M-SALVTIARVM  Stemma  mar- 
chionale in  scudo  a  testa  di  cavallo,  sormontato 
da  corona  a  punte  e  circondato  dal  collare  del- 
l'Ordine di  S.  Michele,  e.   peri. 

9  —  ^SANCTVS  3  CONSTANTIVS  3  II  Santo  in  armatura 
con  vessillo  crocialo  nella  d.,  a  cavallo  gradiente 
a  d.,  e.  peri. 

4 


50 


AR.  Diam,  32,  p.  gr.  8,14  (Var.  n.  22  C 


41.  Testone. 

ÌB"  —^  MICHAEL  ^ANT- MAR  ^SALVTIAR.  C.  prec.  e  peri. 

fra  óue  lin. 
5/    —    co  SANCTVS'- CONSTANTI VS  •-•  C.  sopra,  e.  peri. 
AR.  Diam.  30,  p.  gr.  8,99  (V.tr.  n.  15  C.)  C* 

42.  Cornuto. 

^  -  :  MICHAEL  :  AN^  :  -  :  M  :  SALVTIARVM  :  Scudo  a 
targa  sormontato  da  elmo,  panneggio  svolazzante 
e  corona,  sopra  la  quale  l'aquila  nascente  coro- 
nata con  la  testa  volta  a  sin.,  e.  lin.  e  rig. 

9  —  :  S.-ANCTVS  :  CONSTAN-TI-VS  :  Il  Santo  a  ca- 
vallo e.  sopra,  in  basso  nel  campo  fra  le  zampe 
anteriori  e  le  posteriori  del  cavallo  O  e  lin. 


AR.  Diam.  30,  p.  gr.  5,61  (Var.  n.  68  C.) 

43.  Idem. 

^  —  :  MICHAEL  ANT^-  -  :  M  :  SALVTIARVM  :  C.  prec. 
9    —  S-ANCTVS  :  CONSTANTI VS  :  C.  sopra  O. 
AR.  p.  gr.  5,42  (Var.  n,  73  C) 


5r 

44.  Cornuto. 

^  —  :  MICHAEL  :  ANT-  :  —  :  M  :  SALVTIARVM  :  C.  prec. 

^    —  :  SANCTVS  :  CONSTANTI -VS :  -  :    C.   sopra, 

O  contromarca  di  castello  genovese,  2  e.  lin. 

AR.  p.  gr.  5,20  (Var.  n.  70  C.)  C^ 

45.  Idem. 

^  —  :  MIQHAEL  :  AN^  :  -  :  M  :  SALVTIARVM  :   C.  prec. 

{SIC) 

^    —  :  S-ANCTVS  :  CONSTA- NT- IVS  :    Come  sopra,  O 

(sic) 

senza  contromarca. 
AR.  Diani.  31,  p.  gr.  5,55  (Var.  n.  91  C.)  C* 

46.  Idem. 

B'  —  :  MICHAEL  :  ANT  :  —  :  M  :  SALVTIARV  :  C.  prec. 
9    —  •  S-ANCTVS  :  CONSTANT -IVS  :  -  :    C  sopra,    O 

cerchio  lin. 
AR.  p.  gr.  5,80  (Var.  n.  63  C)  C» 

47.  Idem. 

^  —  Tutto  e.  prec. 

9    —  :  S-ANCTV  :  CONSTAN-TI-VS  :  —  :  C.  sopra,  O. 

AR.  Diam.  29,5,  p.  gr.  4,75  (Var.  n.  64  C.)  C* 

48.  Idem. 

^  —  Tutto  e.  prec. 

9    -  :  S-ANCTVS  :  CONSTANTI-VS  :  —  :   C.  sopra,  O. 

AR.  Diam.  30,  p.  gr.  5,60  (Var.  n.  65  C.)  C* 

49.  Idem. 

^  —  :  MICHAEL  :  ANT  •  —  :  M  :  SALVTIARV  :  Come  prec. 

e.  lin.  e  rig. 
9^    —  Tutto  e.  sopra. 

AR.  p.  gr.  5,45  (Var.  n.  65  C)  C» 

50.  Idem. 

^'  —  Tutto  e.  prec.  JJT 

^    —  :  S— ANCTVS  :  CONSTANTI  VS  :  —  :  C.  sopra,  Oì 
AR.  p.  gr.  5,50  (Var.  11.  57  C.)  C«  (bucato. 


52 

51.  Cornuto. 

^  —  :  MICHAEL  :  ANT"  :  —  :  M  :  SALVTIARV  :  C.  prec. 
9    —  :  S-ANCOSTANTIVS  : :  —  :  C.  sopra,  O. 

{sic) 
AR.  Diam.  29,5,  p.  gr.  5,40  (Var.  n.  69  C)  C^ 

52.  Idem. 

;B'  —  :  MCHAEL  i  ANÌ^ M  !  SALVTIARV  :  C.  prec. 

(sic) 

P    —  :  S— ANCTVS  :  CONSTANT-  IVS  :  -  •  :    C.  sopra,  O. 

AR.  Diam.  29,  p.  gr.  5,52  (Var.  11.  67  C.)  C- 

53.  Rolabasso. 

B'  —  :  MICHAEL  :  ANT  :  MARCHIO  :  SALVTIARVM  :  Aquila 
aleramica  coronata,  spiegata,  con  la  testa  volta 
a  sin.  e  caricata  dello  scudetto  marchionale  a 
targa,  la  corona  entra  in  alto  nel  giro  della  leg- 
genda, e.  lin. 

^  —  ^  :  XPS  :  REX  :  VENIT  :  IN  :  PACE  :  HOMO  :  FACTVS  : 
ES  :    Croce  patente  e  gigliata,  e.  Hn. 


AR.  Diam.  26,  p.  gr.  2,87  (Var.  n.  115  C)  C' 

^4.  Idem. 

^  —  :  MICHAEL  •  ANT  :  MARCHIO  :  SALVTIARVM  -  •  C.  pr. 

1$    —  Tutto  e.  sopra. 
AR.  Diam.  27,  p.  gr.  2,52  (Var.  n.  114  C.)  C^  (bucato). 

55.  Idem. 

^  —  :  MICHAEL  :  ANT*  :  MARCHIO  :  SALVTIARVM  :  C.  prec. 
^    —  ^  XPS  :  REX  :  VENIT  :  IN  :  PACE  :  HOMO  :  FACTVS  : 
C.  sopra. 
AR.  p.  gr.  2,52  (Var.  n.  116  C.)  C^ 


53 


56.  Rolabasso. 

B'  —  :  MICHAEL  :  AN^  :  MARCHIO  :  SALVTIARVM  :  C.  prec. 
9*    —  ^  :  XPS  :  REX  :  VENIT  :  IN  :  PACE  :  HOMO  :  FACTVS  : 

E  :    C.  sopra. 
AR.  Diani.  26,5,  p.  gr.  2,47  (Var.  n.  119  ('.)  C* 

57.  Idem. 

B  —  Tutto  e.  prec. 

I^   —  ^  :  XPS  :  REX  :  VENIT  :  IN   PACE  :  HOMO  :  FACTVS  : 

E  :    C.  sopra. 

AR.  p.  gr.  2,68  (n.  119  C)  O 

58.  Idem. 

^  —  Tutto  e.  prec. 

9    —  ^  ••  XPS  :  REX  :  VENIT  :  IN  PACE  :  HOMO  :  FACTVS  : 
ES  :   C.  sopra. 
AR,  Diam.  27,  p.  gr.  2,98  (Var.  n,   120  C.)  C^ 

59.  Idem. 

B'  —  MICHAEL  :  ANT  :  MARCHIO  :  SALVCIAR.  :    C.  prec. 
"^    —  ^  :  XPS  :  REX  :  VENIT  :  IN  :  PACE  :  HOMO  :  FACTVS  : 

E  .*    C.  sopra. 

AR.  p.  gr.  3,10  (Var.  11.   108  C)  C* 

60.  Idem,  d'altro  tipo. 

^  —  ^:  MICHAEL  :  ANT  :  MARCHIO  :  SALVTIAR.  :    Aquila 

come  nei  precedenti,   e.  lin.  e  Y\g. 
9    —  4^  :  XPS  :  REX  :  VENIT  :  IN  :  PACE  :  ET  :  HOMO  : 

FACTEST  :  Croce  lambrecchinata  con  crocetta  trl- 

[sic) 

lobata  nel   centro,  2  e.  lin. 


AR.  Diam.  26,  p.  gr.  2,96  (Var.  n.  104  C.) 


C^ 


54 


6i.  Grosso. 

^  —  '  MICHAEL  •  ANT-  •  M  •  SALVTIARVM  •  Scudo  a  targa 
dei  Saluzzo  coronato  e  cimato  dall'aquila  nascente 
coronata  con  la  testa  volta  a  sin.,  senza  e. 

P  —  •  SANCT  •  CONSTA— NTIVS  :  -  Il  Santo  in  abito  mi- 
litare, in  piedi  di  fronte,  tiene  nella  d.  il  vessillo 
e  nella  sin.  lo  spadone  puntato  a  terra  con  3  giri 
di  cinturone,  senza  e. 


AR.  Diam.  23,  p.  gr.  1,85  (Var.  n.  135  C.)  C* 

62.  Soldino. 

fB'  —  MICHAEL  AT-— M  SALVTIAF^-  Scudo  di  forma  san- 
nitica  coronato  e  cimato  dell'aquila  nascente  co- 
ronata con  la  testa  volta  a  sin.,  la  corona  del- 
Taquila  e  nel  giro  della  leggenda,  e.  rig. 
p  —  Testina  nimbata  :  SANCTVS  :  CONSTANTIVS  :  -^  Croce 
fiorata,  e.  rig. 


M.  Diam.  19,  p.  gr.  i  22  (Var.  n.  138  C.) 


63.  Idem. 

^  —  :  MICAEL  :  ANT  —  •  M  :  SALVTIAR.  :  C.  prec. 
I^    -   Testina  nimbata     •  SANCTVS   :   CONSTANTIVS  •    Come 
sopra. 
M.  p.  gr.  1,00  (Var.  n.  141   C)  C^ 


55 

64-  Soldino, 

^  —  MICHAEL  :  ÀN^  —  •  M  •  SALVTIARNT  •  C.  prec 
I^    —  Testina  nimbata     l  SANCTVS  i  CONSTANTIVS  i     Come 
sopra. 
M.  p.  gr.  1,68  (Var.  i'.  143  C)  C^  (manca  un  pezzetto). 

65.  Idem. 

^  —  :  MICHAEL  :  ANT-  — M  :  SALVTIAR\r  :   C   prec. 

9    —  Testina  nimbata  SANCTVS:  CONSTANTIVS:    C.  sopra. 

M.  p.  gr.  0,98  (Var.  n.  144  C.)  C* 

66.  Idem. 

B'  —  MICHAEL  :  ANT  :  —  :  M  SALVTIARV  :  C.  prec. 

I^    —  Testina  nimbata  :  SANCTVS  :  CONSTANTIVS  :    e.  sopra 

M.  p.  gr.  1,17  (Var.  n.  145  C)  C« 

67.  Mezzo  quarto. 

^  —  '  MICHAEL  •  ANT-ONIVS  •  M  •  S  C.  pt  ec,  senza  e. 
9     —   Testina  nimbata    SANCTVS  •  CONSTANTIVS     C.    sopra, 
e.  lin. 


M.  Diam.  20,  p.  gr.  1,13  (Var.  n.  155  C.)  C? 

68.  Idem. 

B'  —  :  MICHAEL  :  ANT  -ONIO  :  M  :  S  :  C.  prec,  e.  Im. 
I^    —  Testina  nimbata    •   SANCCTVS   •   CONNSTANTIVS   •      C. 

[Sto 

sopra,  e.  lin. 
M.  p.  gr.   1,41  (Var.  n.  156  C.)  C^ 

69.  Idem. 

ÌB  —  :  MICAEL  •  •  -  :  ANT  :  M  :  S  :  C.  prec,  e  peH. 

(sic) 

9    —  Testina  nimbata    :  SANCTVS  :  CONSTANTIVS  :   Come 
sopra,  e  lin. 
M.  Diam.  18,  p.  gr.  1,30  (Var,  n.  149  C.)  C* 


56 


yo.  Forte. 

&  —  Testina  nimbata     :   MI ANT^  I   M  :  SALVTIARVT  : 

Scudo  a  targa  accostato  dalle  lettere  M — S  e.  rig-. 
9^    —  ^  S CTVS  :  CONSTANTIVS  :  Croce  fiorita,  e.  rig. 


M.  Diani.  17,  p.  gr.  0,51  (Var.  n.   158  C.)         C<  (manca  un  {pezzetto). 

71.  Idem. 

^  —  Testina  nimbata  :  MIHAEL  :  ANI^  :  M  :  SALVTIARV  : 
Scudo  a  targa  e.  prec. 

^    —  TVS  :  CONSTANTIVS  •  -   C.  sopra. 

M.  p.  gr.  0,73  (Var.  n.  159  C)  C* 

Marchese  Francesco  (1529-1537). 

72.  Testone. 

B"  —  +  FRANCISCVS  -MS  —  SALVCIARVM  •  Busto  a  sin. 
barbuto  e  corazzato,  2  e.  Iin. 

1$  —  ^r  J  NON  ¥  NOBIS  •  DOMINE  *  NON  ^  NOBIS  J  Scudo 
marchionale  di  forma  sannitica,  coronato  ed  acco- 
stato dalle  lettere  F-S  2  e.  lin. 


AR.  Diam.  28,  p.  gr.  8,82  (n.  5  C.)  C* 

73.  Cornuto. 

B'  —  FRANCISCVS  ■  -  •  M  •  SALVTIAR  Scudo  a   larga    in- 
clmato  a  sin.,  elmato,  coronato,  ornato  a  sv^olazzi 


9 


57 


con  fiocchi  tt  cimato  dell'aquila  nascente  con  la 
testa  coronata  volta  a  sin.,  la  corona  è  in  alto 
nel  giro  della  leggenda,  e.  peri,  fra  2  lin. 
S-ÀNCTVS  :  CONSTANTIVS  U  Santo  in  armatura, 
con  vessillo  nella  d.,  a  cavallo  gradiente  a  d., 
sotto  O  e.  lin. 


AR.  Diani.  31,  p.   gr.  5,13  (Var.  n.  9  C.)  C^ 

74.   Cornuto  vario. 

&  —  FRANCISCVS  :  M  :  SALVCIAR  Scudo  a  targa  bipar- 
tito, morionaio,  lambrecchinato,  coronato  e  cimato 
dell'aquila  nascente  di  fronte  coronata,  ai  lati  F-S 
2  e.  lin. 

9  —  :  S-ANCTVS  :  CONSTANI^  -  :  11  Santo  e  sopra  O 
e.   Im. 


AR.  p.  gr.  5,02  (11.  16  C.) 


75.  Idem. 

B'  —  FRANCISCVS  :  M  :  SALVCIARV)  C  prec.  F-S. 
^    —  :  S-ANCTVS  :  CO-NSTANT  -  :  C.  sopra. 

AR.  Diaiii.  30,  p.  gr.  4,85  (Var.  n.  18  C.) 


58 

76.  Cavallotto. 

^  -  ^  FRANCISCVS  •  MAR  •  SALVCIAR  Scudo  di  forma 
sannitica  con  corona  a  f>frline  ed  acc.  dalle  let- 
tere F-S  2  e.   lin. 

9    —   •  S-ANCTVS  •  CONSTANT    11  Santo  e.  sopra,  e.  lin. 

AR.  Diam.  25,  p.  gr.  2,70  in.  i-*;^  C)  C^ 


77.  Idem. 

/B'  —  ^  FRANCISCVS     MAR     SALVCIARV    C.   prcc.   F-S 
9    —  •  S— ANCTVS  •  CONSTANTIV  C.  sopra. 


AR.  Diam.  26,  p.  gr,  2,67  (\';ii.  n.  29  C) 


C« 


78.  Idem. 

B'  —  ^  •  FRANCISCVS  •  MAR     SALVCIARVM  •  C.   prec.  F-S 
1^    —  -S— ANCTVS    CON     STANTiV  C.  sopra. 
AR.  p.  gr.  2,65  (Var.  n.  31  C.\  C^ 

79.  Idem. 

^'  —  *  :   FRANCISCVS  :  M  :  SALVCIARVM  :    Coinè   prec, 

ma  F  — M. 
9    —  •  S— ANCTVS  •  CONST     ANTIVS  •  C.  sopra. 
AR.  p.  gr.  3,47  (Var.  n.  30  C.)  C« 


80.   Grosso. 

^'  —  *  FRANCISCVS  o  MAR  o  SALVCIAF^  Scudo  marchio- 
naie  coronato  c-^i  acoo-tato  da  F — M  in  doppia 
cornice  trilobata,  e.  rì^.  e  (in. 


Vi 


59 


Testina  nimbata  SANCTVS  °  CONSTANTIVS  Croce  pa- 
tente accantonata  dalle  lettere  M  —  F — F  —  M  in 
doppia  cornice  quadrilobata,  e.  rig.  e  lin. 


AR.  Diam.  24,  p.  gr.  2,16  (Var.  n.  43  C.)  C* 

81.  Grosso. 

£y  —  Tutto  e.  prec. 

1$    —  Tutto  e.  sopra,  ma  le  lettere  sono  disposte  F-M-M-F. 
AR.  p.  gr.  2,80  (Var.  n.  44  C.)  C^ 

82.  Soldino. 

B'  —  ...  FRANCISCVS M  •  SALVTIÀR    Scudo    coronato 

ed  accostato  da  F-M  e.  lin. 

^  —  Testina  nimbata  SANCTVS  •  CONSTANTIVS  Croce  in- 
cavata e  fiorata,  ».  lin. 


M.  Diam.  20,  p.  gr.  1,20  (Var.  n.  54  C.)  C* 

83.  Idem. 

ÌB'  —  ...   FRANCISCVS  :        M  :  SALVTIÀR  C.   prec.   F-M. 
9    —  Testina  nimbata    SANCTVS  i  CONSTANTIVS    C.  sopra. 

M.  Diam.  18,  p.  gr.  1,10  (Vai.  n.  55  C).  C 

84.  Idem. 

^  —   ^  FRANCISCVS  •  IVI     SALVTIAF^-    C.  prec.  F  M. 


6o 

9    —  Testina  nimbata    SSANCTVS  :  CONSTANTIVS   C.  sopra. 

isic) 
M.  Diam.  19,5,  p.  gr.  1,31  (Var.  n.  56  C.)  C^ 

85.  Soldino. 

B'  —   FRANCISCVS  •  M  •  SALVTIAR   C.   prec.   F  M- 
^    —  Testina  nimbata    SANCTVS    CONSTANTIVS     C.   sopra. 
M.  Diam.  17,  p.  gr.  1,03  (Var.  11.  56  C.)  C^  (tosato). 

86.  Idem. 

^  —  ^  FRANCISCV-S  :  -  :  M  :  SALVTI-AR  C.  prec.  F-M. 

^    —  Testina  nimbata    SANCTVS  :  CONSTANTIVS     C.  Sopra. 

M.  Diam.  19,  p.  gr.  1,03  (Var.  n.  59  C.)  C- 

87.  Idem. 

B'  —  ^  FRANCISVS  •  M  •  SALVTIAR.  C.   prec.   F-M. 

isicj 

^    —  Tutto  e.  sopra. 
M.  Diam.  18,5,  p.  y^v.  1,12  (V.^r.  n.  59  C.)  C- 

88.  Idem. 

B'  —  ^  FRANCISCVS  :  M  :  SALVTIA  C.  prec,   ma  F-S. 
^     —   Testina  nimbat.i     SANCTVS  :  CONSTANTI    C.  sopra. 


M.  Diam.  20.  p.  gr.  1,08  (Var.  n.  48  C.)  C* 

B9.  Idem. 

^   ~   ^  FRANCISCVS  •  M  •  SALVTIAR   C.   prec,   F-S. 
9    ~  Testina  nin.bata     •  SANTVS  •  CONSTANTIVS   C.  sopra. 
M.  Diam.   18,  p.  gr.  1,20  (Var.   n.  50  C.)  C* 

90.   Idem. 

&  —   ¥  FRANCISCVS  :  M  :  SALVTIAR   C.   prec,   F-S. 
^    Tutto  e.  sopra. 

M.  Diam.  21,  p.  gr.  1,20  e  i,ió  (n.  50  C.)  C^  e  C* 


6i 


91.  Soldino. 

^  —  ^  FRANCISCVS  :  M  :  SALVTIAR  •  C.  prec,  F-S. 
^    —  Testina  nimbata    SANCTVS  :  CONSTANTIVS  C.  sopra. 
M.  Diam.  20,  p.  gr.  1,03  (n.  52  C)  C^ 

92.  Idem. 

B"  —  ^  FRANCISCVS  M  :  SALVTI-A  C.  prec,  S-F. 
9^    —  Tutto  e.  sopra. 
M.  p.  gr.  1,00  (Var.  n.  48  C.)  C» 

Marchese  Gabriele  (1537-1548). 

93.  Cornuto. 

^  —  GABRIEL  :  SALVCIARVM  :  MAR  Scudo  marchionale  a 
targa  morionato,  lanibrecchmato,  coronato  e  ci- 
mato dell'aquila  nascente  coronata  con  la  testa 
volta  a  sin.,  ai  lati  G— M  e.  lin. 

9  —  :  S— AINCTVS  :  CON-STANT-  Il  Santo  in  armatura 
con  vessillo  nella  d.,  a  cavallo  gradiente  a  d.,  in 
basso  fra  le  zanìpe  del  cavallo  O  e.  lin. 


AR.  Diam.  29,  p.  gr.  4,84  (Var.  n.  2  C.)  C» 

94.  Grosso. 

a^  —  +  ^  GABRIEL  ^  SALVCIARVM  ^  MAR  ^  Scudo  di 
forma  sannitica,  coronato  ed  accostato  da  G-M  in 
doppia  cornice  trilobata,  e.  lin. 


62 


Testina  nimbata     ^     DÀTVIVI     ^     OPTIMVM     ^     DESVR- 

SVM  -f  EST  -f  Croce  patente  accantonata  dalle 
lettere  G-M-M-G-  in  doppia  cornice  quadrilobata 
con  globetti  alle  punte,   e.  lin. 


AR.  Diam.  25,  p.  gr.  2,71  (n.  5  C.)  C^ 

95.  Forte. 

^  —  +   GABRIEL  •  SALVCIARVM  •    Grande    G    coronata, 

e.  lin. 
^    —  Testina  •  DATVM  •  OP  •  DESVRSVM  •  E  •    Croce  piana, 

e.  lin. 


M.  Diam.  16,  p.  gr.  1,03  e  1,00  (Var.  n.  16  C.) 


C2  e  C» 


96.  Idem. 

^^  —  +  .  GABRIEL  •  SALVCIAR  •  M  •  C.   prec. 
1$    —  Tutto  e.  sopra. 
M.  p.  gr.  0,85  e  0,80  (Var.  n.  15  C) 


*   * 


Le  monete  seguenti  dei  Vescovi  del  Casato  di  Saluzzo 
appartengono  alla  serie  di  monete  battute  da  Italiani  al- 
l'estero. 


63 


Amedeo  II  di  Saluzzo. 
Cardinale  e  Vescovo  di  Valenza  e  Die   (1385-1388). 

97.  Grosso  ? 

^'  —  +  A  :  DH  SALUa  •  ADMINISTRATOR  :  Aquila  spie- 
gata con  la  testa  volta  a  sin.,  caricata  dello  scu- 
detto di  Savoia,  r.   v'\)^. 

9  —  EQQAR  :  >  QOITAT  :  UALHNI  :  3  DH  Scudo  ovale  di 
Casa  Saluzzo  con  crocetta  sopra  la  fascia,  acco- 
stato da  3  croceLt('  simili,  in  cornice  quadrilobata, 
e.  rig.  (Le  leggende  sono  in  caratteri  semigotici). 


AR.  Diam.  23,  p.  gr.  2,03  C* 

11  Poey  d'Avant  {Mominirs  feodales  de  France,  tomo  III, 
p.  14;  t.  CUI,  16)  ha  ietto  male  la  leggenda  del  9  per  aver 
avuto  fra  le  mani  un  esemplare    sconservato. 

Il  vescovado  di  Die  fu  unito  a  quello  di  Valenza  nel  1276 
e  da  quell'epoca  i  Vescovi  batterono  moneta  col  proprio 
nome,  unendo  sempre  il  nome  delle  due  diocesi. 

Giorgio  di  Saluzzo  Vescovo  di  Losanna  (1440-1461). 

98.    Tresel. 

^  -  (j  4  D  ^  SALVailS  ^  «P  ^  LAVS  ^  Mezza  figura 
della  B.  Vergine  col  Bambino  sul  braccio  destro, 
ambo  le  teste  sono  coronate,  e.  lin.  e  rig. 

9  —  +  SIT  ^  NOMilN  ¥  DNI  Y  BUNttDI^  ^  Croce  gi- 
gliata, e.  lin.  e  rig.  (Le  leggende  sono  in  carat- 
teri semigotici). 


64 


AR.  Diam.  19,  p.  gr.  1,12 


99.    Tresel. 

^  —  Tutto  e.  prec. 

9^    —  +  SIT  *  NOM«  *  DNI  ^  BttNaD  C.  sopra. 
AR.  Diam.  20,  p.  gr.  1,30 


C3 


Roma,  ottobre  1920. 


Barone  A.  Cunietti-Gonnet. 


UNA  MONETA  D'ORO  INEDITA 

DI    LEONTINI 


Ho  il  piacere  di  descrivere  la  seguente  moneta  d'oro 
di  Leontini,  venuta  in  mio  possesso  per  acquisto  fattone  re- 
centemente : 

^  —  Donna  che  cavalca  un  cavallo,  il  quale  va  al  passo 
a  destra  ;  essa  è  intieramente  nuda  e  tiene  le  re- 
dini con  ambedue  le  mani. 

^    —  VEONTINON  (bustroph.  in  leggenda  circolare).  Testa 
di  leone  con  la  bocca  aperta  a    destra    e    circon- 
data da  quattro  granelli  di  orzo  o  di  frumento. 
Grammi  0,70. 


(al  naturale). 


(ingrandita). 

Per  quanto  io  conosca,  la  moneta  è  inedita,  anzi  unica. 

I  nummografi  Holm,  Hill  ed  Head  (Holm,  Storia  della 
moneta  deW antica  Sicilia,  Torino,  1906  ;  Hill,  Coins  of  an- 
cient  Sicily.  Westminster,  1903  ;  Head,  Historia  Numorum, 
Oxford  191 1)  che  si  sono  occupati  con  rara  competenza  della 
monetazione  siceliota,  Thanno  ignorata,  perchè  la  moneta 
faceva  parte  di  una  piccola  collezione  privata  non  conosciuta 
da  alcun  studioso.  Questo  particolare  ha  impedito  gli  scrit- 
tori di  studiare  questa  bella  monetina,  che  è  quindi  rimasta 
finora  inedita. 

Ora  cerchiamo  di  precisare  la  data  della  coniazione  del- 
l'aureo e  di  dimostrare  la  sua  autenticità. 


66 

E  opinione  comune  che  molte  città  greche  ricorsero  alla 
monetazione  aurea  per  la  penuria  di  argento.  Atene,  per 
mancanza  di  argento,  coniò  delle  monete  d'oro,  inviando  alla 
zecca  una  parte  della  riserva  d'oro  del  Partenone  e  special- 
mente otto  Vittorie  su  dieci.  Dopo  la  disastrosa  spedizione 
ateniese  in  Sicilia  una  grande  crisi  economica  e  politica  tra- 
vagliava le  colonie  greche  d'Occidente  per  le  grandi  spese 
sostenute  nella  lunga  guerra  peloponnesiaca.  Lo  stesso  fe- 
nomeno avviene  nelle  città  siceliote  ;  Agrigento,  Catana, 
Gela,  Siracusa  emettevano  le  prime  monete  d'oro  (cfr.  Head, 
op  cit,  pagg.  121,  129,  141  e  175). 

1  Leontini  che  presero  parte  a  questa  guerra,  non  po- 
terono certamente  sottrarsi,  come  del  resto  si  vede  nei  giorni 
attuali  dopo  la  guerra  mondiale,  a  questa  crisi  economica,  e 
di  conseguenza  dovettero  coniare  la  bella  monetina  sopra- 
descritta. 

Per  queste  considerazioni  io  credo  che  la  emissione  del- 
l'aureo leontino  debba  essere  assegnata  allo  stesso  periodo, 
in  cui  le  altre  città  siceliote  coniarono  le  monete  d'oro  e 
•quindi  al  periodo  dell'arte  finissima. 

Ammesso  quanto  sopra  si  è  detto,  possiamo  precisare 
la  data  dell'emissione  ed  indicare  il  periodo  che  va  dal 
412  a.  C,  anno  della  disfatta  ateniese,  al  404,  anno  in  cui 
Leontina  perdette  la  sua  indipendenza  per  opera  di  Dionisio 
il  Vecchio  tiranno  di  Siracusa. 

In  quanto  all'autenticità  della  moneta,  posso  dire  che 
avendola  esaminata  attentamente  mi  sono  sempre  maggior- 
mente convinto  che  trattasi  di  una  moneta  autentica  e  non 
mai  di  una  contraffazione  antica  o  moderna. 

L'esecuzione  delle  figure  nel  diritto  e  rovescio,  il  peso 
•della  monetina,  la  modellatura  delle  figure,  l'iscrizione  della 
leggenda,  non  mi  lasciano  alcun  dubbio  che  la  moneta  sia 
autentica  e  che  sia  un  vero  gioiello  d'arte. 

La  tengo  a  disposizione  degli  studiosi  e  dei  competenti 
della  numismatica  siceliota,  affinchè,  con  eventuali  lavori, 
possano  portare  il  loro  contributo  alla  scienza  con  questo 
aiuovo  documento. 

Catania,  Dicembre  1920. 

Silvio  Sboto. 


RITROVAMENTI 


Ritrovamento  di  Monete  Consolari  a  Orzivecchi  (Brescia). 

A  Orzivecchi  in  Provincia  di  Brescia,  il  giorno  24  mag- 
gio 1920  fu  rinvenuto  un  piccolo  ripostiglio  di  monete  che, 
requisite  dall'Autorità  competente,  venne  depositato  a  questo 
Museo  Civico. 

Il  gruzzolo  risulta  composto  di  33  denari  e  5  quinari 
d'argento  della  Repubblica  Romana  da  attribuirsi  ad  un'epoca 
decorrente  dall'anno  260  al  200  a.  C.  Sono  in  ottima  condi- 
zione, poco  o  nulla  intaccati  da  ossido. 

Come  si  vede  si  tratta  di  un  ripostiglio  di  ben  modeste 
proporzioni.  Credo  però  utile  darne  un  elenco  riferendomi 
alle  tavole  illustrate  del  Catalogo  del  British  Museum  di 
Grueber,  essendo  l'unico  testo  che  dà  una  minuta  classifica 
dei  denari  romani  primitivi. 

1  denaro.  /B'  Testa  di  Roma.  ^  Dioscuri  (senza  simb.  o  leg- 

genda (Grueber  voi.  Ili),  Vili,  i   —  268-240  a.  C. 

2  quinari.  .B'  come  sopra.  9  Idem,  Vili,  4   —   268-240. 
4  denari,  i^  e.  s.  I^  Idem,  XIII,  6  —   229-217. 

1  denaro.  ^  e.  s.   Ij^  C  •  AL  (m  nesso)  sotto  i  Dioscuri,  XIII, 

4  —  229-217, 

2  denari.  ^  e.  s.  1?  senza  legg.  (Dioscuri),  XIII,  7  —  229217. 
I  denaro.  ^  e.  s.  9  Clava  (Diosc),  XIII,  11   —  229-217. 

I  denaro.  ^  e.  s.  9    Punta    di    lancia   (Diosc),  XIII,    14  — 

2292 17. 
4  denari.  }^  e.  s.  \)l  senza  leggenda  (Diosc),  LXXVIII,  i  — 

240-217. 
I  quinario.  ^B'  e.  s.  I^  senza  legg.,  LXXVIII,  2  —  240-217. 


68 

2  denari.  /B"  e.  s.  I^  Vittoria  che  corona  i  Dioscuri,  LXXVIII, 

II   —  240-217. 
2  denari.    ^   e.    s.    ?/    Apex    e    martello    sotto    i    Dioscuri, 

LXXIX,  5  -  240-217. 

2  denari.  ^^  e.  s.  5^  C  sopra  i  Diosc,  LXXXIV,  8  —  240-197. 
I  quinario.  B"  e.  s.  ^  H  sotto  i  Diosc,  LXXXIV,  15  —  240-197. 
I  quinario.  /B"  e.  s.  9  MT  (in  nesso)  sotto  i  Diosc,  LXXXV, 

13  —  240-197. 
9  denari.  ^  e  s.  I^  senza  legg.  (Diosc),  XIV,  8-9  -  217-197. 

3  denari.  ^B"  e  s.  P  Delfino  sotto  i  Dioscuri,  XV,  9. 

I  denaro.  ^  e.  s.   ij*  Mezzaluna  sopra  i  Dioscuri,  XV,   12. 

L'esigua  quantità  di  esemplari  non  permette  di  trarre 
cognizioni  interessanti.  Si  può  soltanto  stabilire  che  la  mas- 
sima parte  delle  monete  per  il  tipo  e  per  il  peso  sono  an- 
teriori alla  2.^  Guerra  punica,  poche  sono  posteriori  e  di 
peso  ridotto.  La  data  dell'interramento  si  può  fissare,  tra  il 
200  e  il  190  a.  C.  epoca  in  cui,  terminata  trionfalmente  la 
guerra  contro  Cartagine,  Roma  portò  le  armi  nell'Alta  Italia 
riconquistando  la  Gallia  Cisalpina. 

Milano,  Dicembre  1920. 

P.  B. 


LUCERÀ.  —  Alfonso  De  Troia  in  Miscellanea  Numismatica 
dà  notizia  di  monete  romane  repubblicane  e  imperiali 
trovate  in  tombe  nei  lavori  del  cimitero  e  della  scoperta 
di  un  piccolo  vaso  contenente  319  denari  imperiali,  di 
cui  promette  notizie  particolari. 


BIBLIOGRAFIA 


Percy  Gardner.  a  History  of  Ancient  Coinage,  yoo-joo  B.  C. 

Oxford.  Clarendon  Press,  1918,  pagg.  xvi-463  e  XI  tav. 

Questo  interessante  volume,  giuntoci  solo  ora,  vuol  es- 
sere il  primo  tentativo  di  una  storia  della  monetazione  an- 
tica considerata  nel  suo  assieme,  nei  suoi  fattori  storici  e 
nelle  forme  della  sua  evoluzione,  di  contro  al  procedimento 
monografico  fino  ad  ora  seguito,  che  studiava  le  singole 
zecche  isolatamente  ed  indipendentemente  Tuna  dall'altra.  1 
termini  sono  ben  scelti:  con  Tepoca  ellenistica  si  apre  infatti 
un  nuovo  periodo  della  storia  monetaria,  ove  più  non  sono 
delle  città-stati,  ma  dei  regni  e  tutto  il  regime  economico 
varia.  Una  prima  parte  delFopera  modestamente  indicata 
come  "  Introduzione  ,;  studia  i  fattori  sociali  della  moneta- 
zione [le  vie  di  commercio,  i  commercianti,  i  banchieri,  le 
misure,  la  politica  monetaria  nelle  leghe  di  città  e  nei  rap- 
porti fra  la  città  e  la  colonia,  infine  i  concetti  direttivi  della 
monetazione,  il  problema  del  monometallismo  e  del  bimet- 
talismo  nel  mondo  antico]  e  i  dati  fondamentali  dello  studio 
[ripostigli,  procedimento  di  fabbricazione].  La  storia  vera  e 
propria  è  divisa  in  due  periodi,  dalle  origini  al  480  a.  C.  e 
da  quest'anno  al  300  a.  C.  chiudendosi  con  le  monete  di  Fi- 
lippo e  di  Alessandro.  L'opera  veramente  notevole  come  sin- 
tesi storica,  è  stampata  con  l'abituale  eleganza  e  sobrietà  e 
adorna  di  bellissime  tavole. 

Monnates  Grecques  Antiques  provenant  de  la  Collection  de 
feu  le  prof.  S.  Pozzi.  Ginevra,  Naville  &  C,  1920,  pa- 
gine 194  e  CI  tavole. 

Il  catalogo  della  collezione  Pozzi  (redatto  crediamo  dal 
Dr.  J.  Kirsch)  merita  di  essere  segnalato  non  solo  per  il 
valore  eccezionale  della  raccolta,  ma  ancora  per  il  metodo 
veramente  scientifico  col  quale  è  redatto.  I  3334  pezzi  non 
solo  sono  tutti  riprodotti  in  accurate  tavole,  ma  hanno  an- 
cora nel  testo  una  descrizione  precisa  ove  le  leggende,  le 
sigle  o  i  segni  di  zecca  sono  riprodotti  con  tutta  l'esattezza 
desiderabile.  Di  ogni  moneta  è  dato  non  solo  il  metallo  e  il 
modulo,  ma  ancora  il  peso,  così  che  questo  ricco  catalogo 
deve  divenire  un  sussidio  indispensabile  ad  ogni  studioso 
della  storia  monetaria  e  della  metrologia  antica.  Abbiamo 
tenuto  a  segnalare  il  bellissimo  esempio  perchè  serva  di 
guida  e  di  incitamento. 


70 

Oesterreichische  Munzpràgungen  ijig-igi8,  zusammengestellt 
von  Dr.  Viktor  von  Miller  zu  Aichholz.  Wien,  1920. 

A  cura  del  Gabinetto  numismatico  di  Vienna  e  della 
famiglia  Miller  von  Aichholz  è  stata  pubblicata,  m  accuratis- 
sima edizione  dell'istituto  geografico  militare  austriaco,  per 
il  decimo  anniversario  della  morte  del  compilatore  questa 
preziosa  opera  riassuntiva  di  tutta  la  monetazione  dell'Austria. 
Ad  una  breve  prefazione  storica  del  Loehr  fa  seguito  un'ac- 
curata ed  esauriente  bibliografia  in  cui  tutte  le  pubblicazioni 
sono  elencate  dal  punto  di  vista  storico-cronologico  e  poi  da 
quello  territoriale.  Segue  una  tavola  della  produzione  dei 
metalli  preziosi  dal  1493  al  1745  e  poi  quelle  prospettanti 
l'attività  monetaria  della  monarchia  nell'ordine  cronologico  e 
con  la  divisione  delle  zecche,  riferendo  di  ognuna  sia  i  segni 
monetari  quanto  l'organizzazione  dei  funzionari.  L'opera  pro- 
priamente detta  si  compone  di  352  tavole  ove  cronologica- 
mente sono  elencate  tutte  le  emissioni  della  monarchia,  dando 
per  ogni  pezzo  le  indicazioni  numismatiche  ed  i  richiami  bi- 
bliografici necessari.  L'opera  si  chiude  con  l'indicazione  degli 
ultimi  pezzi  coniati  da  Carlo  I  nel  1918.  Per  nessuno  Stato 
moderno  noi  possediamo  un  prospetto  della  storia  monetaria 
così  accurato  e  così  seriamente  composto  come  questo  ;  cre- 
diamo che  miglior  elogio  non  è  possibile  fare  alla  bella  pub- 
blicazione austriaca. 

Riceviamo  dal  Dr.  Hill  e  pubblichiamo  : 

The  Editor  Riv.  Ital.  Numismatica. 
Sir, 

In  your  notice  of  my  little  pamphlet  "  Coins  and  Me- 
dals  „  {Riv.  ItaL,  XXXIII,  pag.  233)  you  remark  that  J  bave 
forgotten,  in  the  bibliography,  to  mention  the  works  relating 
to  the  Musulman  Empire.  Way  J  explain  that,  far  from 
having  "  forgotten  „  these  workes.  J  bave  dealt  with  them 
in  the  same  way  as  with  works  relating  to  other  branches 
of  numismatics.  The  bibliography  does  not  pretend  to  cover 
the  whole  ground,  but,  when  a  full  bibliography  alredy  exists, 
refers  to  thet,  and  mentions  only  the  more  important  works 
which  bave  appeared  later.  As  J  say  on  p.  38.  ^^  in  cach 
branch  of  the  subject  some  of  the  standard  authoritie  are 
mentioned,  togetter  with  some  of  the  newer  publications 
which  supplement  them  in  details  „. 

J  am,  Sir,  Your  obedient  Servant 

George  F.  Hill. 


VENDITE 


ROMA.  —  Il  29  novembre  1920  è  cominciata  alla  Gal- 
leria G.  Giosi,  in  Via  del  Babuino  153,  sotto  la  direzione 
dei  Sigg.  P.  e  P.  Santamaria  la  vendita  di  una  ricca  colle- 
zione di  monete  romane  e  di  aes  grave  (i)  che  appartennero 
ad  un  collezionista  defunto. 

Numerosi  i  numismatici  ed  i  collezionisti  intervenuti  al- 
l'asta. I  1302  numeri  del  catalogo  hanno  raggiunto  i  se- 
guenti prezzi  : 

i-io     L.  3400,  7500,   145,  40,  20,  24,  340,  30,  50,  34. 
1 1-20      „    Ritirato,  55,  38,  950,  90,  30,  400,  220,   150,  20. 
21-30      „    16,  75,  30,  100,  71,  R,  370,  70,  32,  50. 

65,  64,  44,  170,  40,  6,   15,  400,  450,  820. 

450,  6,  19,  5,  [5-6]  26,  [7-8]  22,  [49-50]  22. 

15O'  [2-3]  27,  42,  [5-6]  12.   140,  [8-9]  18,   15. 

[1-2]  20,  160,  42,  60,  5,   17,  [8-9]  20. 

[70-2]  32,  40,  36,  [58]  64,  48,   160. 

50,    5,     40,     190,    [5-6]    2;„     [7-8]    23,     [89-91]    32. 

74,  [3-4]  38.  45-  [6^]  50'  14.  [loo-ioi]  22. 

290,  5,  21,  [5-6]  32,  50,  500,  [9-10]  30. 

70,  40,   16,  55.  [15-16]  30,  [17  18]  50,  540,  80. 

[13]  30'  32,  [5-7]  36»  26,  [2931]  26. 

12,  20,  [4-5]  16,  [6-9]  27,  40. 

15,    54,    II,    160,    [5-6]    26,    ICQ,    26,    40,    155. 
320,    750,    [3-4]    12,    36,    42,    240,    60,    12,    120. 
12,    85,    165,    24,     155,    130,    95,     100,     100,    850. 
30,    135,    40,    120,     12,    75,    45,    280,    20,    42. 
27'    50.    [3-4]    36.    70.    29.    24.    30,    52,     II. 

200,  260,   150,  52,  50,  [6-8]  40,  13,  100. 

(i)  Medailles  Romaines,  Aes  grave  composant  la  coUection  d'un 
amateur  decèdè.  P.  &  P.  Santamaria  experts  84  Via  Condotti,  Rome, 
MCMXX,  pagg.  137,  N.'  1302  con  31  tavole  eliotipiche. 


31-40 

» 

4150 

» 

51-60 

ff 

61-69 

V 

7080 

n 

81-91 

y 

92-101 

V 

I02-II0 

}} 

Ili- 120 

n 

121   131 

y) 

I32I4O 

ì) 

I4I-I5O 

)) 

I5I-160 

}) 

161-170 

» 

171-180 

f) 

181-I9O 

V 

191-200 

» 

72 


20I-2I0  L.  [1-2]    23,    31,     IO,    [5-6]    42,    31,     15,    470,    260. 

211-220  „  1750,    800,     IIOO,    570,    800,    2200,   410,    1400,  55,  22. 

221-230  „  45,    65,    220,    [4-6]    50,    50,    [8-9]    50,    26. 

231-240  „  50,     12,    25,    42,    23,     160,    [37-40]    85. 

241-250  „  55,     100,    [3-4]    50,    16,    130,    48,     100,     150,     15. 

251-260  „  40,     130,     100,    30,    [5-6]    31,    [7-8]    32,    37,     HO. 

261-270  „  180,    100,    55,    85,    [5-6]    70,    52,    80,    [69-70]    44. 

271  280  ,,  [1-3]  44,  15,  45,  6,  100,  42,  125,  170. 

281-290  „  30,    200,    32,     130,    210,     II,     115,    II,    100,    185. 

291-300  „  120,    520,    25,    50,     140,    95,    800,    600,    460,    22. 

301-310  „  650,    [2-3]    26,    [4-6]    40,   650,    800,    26,    80. 

311-320  „  70,    700,    620,     750,    31,    82,    [7-8]    60,    25,    70. 

321-330  „  80,    250,    55,    800,    HO,    46,    200,     130,     130,    290. 

331-340  »  155»    40»    40»    400»    95O'    55O'    600,    500,     160,    36. 

341-350  »  160,    100,    30,    [4-5]    25,     160,    [78]    85,    370,    5. 

351-360  „  620,    75,    400,    725,    260,    220,    500,    480,    650,   350. 

361-370  „  300,    720,    560,    380,    260,     150,    90,    310,    40,    65. 

371  380  ,;  525,    HO,    200    [45]    26,    3600,    270,    240,    HO,    55. 

381-390  „  245,    42,    51,    [46]    35,    70,     180,    600,    16. 

391-400  „  2600,    [2-4]    HO,    105,    650,    80,    42,    1700,    1500. 

401-410  „  23,    70,    55,     15,    25,    22,    20,    35,    13,    85. 

411-420  „  300,  7,  800,  500,   HO,  68,  73,  160,  51,  12. 

421-432  „  95,  115,  16,  2300,  115,  35,  1350,  500,  42  [30-2]  65. 

433-440  „  2600,  1700,  65,  28,  250  460,  340,  800. 

441-450  „  600,  350,  290,  125,  [59]  170,  66. 

451-460  „  [1-2]  58,  50,  57,  [5.7]  70,  [89]  46,  50. 

461-470  „  160,  260,  [36]  115,  [7-8]  46,  320,  30. 

471-480  „  1600,    HO,    410,    630,    825,    440,    250,    400,    300,270. 

481-491  „  410,    400,    285,    330,    400,  300,  320,  700,   [8991]  105. 

492-500  „  50,    700,    1625,    [5-6]    32,    20,    22,    80,    180. 

501-509  „  275,    300,    370,    II50,    950,    500,    350,    850,    120. 

510-519  „  [10-2]    90,    80,    25,    120,    135    [7-8]    46,     135. 

520-530  „  [20-21]  4I,   1000,  65,   135,  [5-6]  20,  17,  28,  [29-30]  32. 

531-540  ;,  170,     HO,    34,     105,    700,     145,     [7-8]    26,     160,     16 

541-550  n  30,    450,    26,    [4-5]    25,    900,    875,    55,    26,    16. 

551-560  ,;  500,    [2-4]    210,    30,    800,    500,    510,    1500,    500. 

561-570  „  1000,    450,    725,    650.    370,    [6-9]    50,    32. 

571-580  „  65,    [2-3]    38,    120,    38,    300,    160,    30,    320,    105. 

581-590  ,;  [1-2J    42,    360,    30.    52,    58,     125,    21,    250,    54. 


73 

59i'6oo  L.  60,  100,  3600,  420,  lieo,  45,  [7-8]  105,  500,    no. 

6oi-6io  ,;  [1-2]  210,  4C0,  770,  II,  270,  370,  420,  1000,    600. 

611-620  ,;  620,  300,  360,  340,  500,  650,  600,   1450,350,  510. 

621-630  „  920,  840,  500,  600,  900,  55,  100,  [28-30]  135. 

631-640  „  [1-2]  140,  56,  60,  125,   140,  52,  220,  260,  135. 

641-650  „  300,  160,  360,  42,  500,  80,  300,  265,  470,  500. 

651-659  „  150,  210,  60,  210,  135,  1900,  55,  50,  1500 

6óo  670  „  [60-1]  90,  160,   145,  750,  775,  52,  21,  [8-9]  75,  21. 

671-680  „  350,  78.  120,  300,  410,  665,  825.  550,  450,  450. 

681-690  „  950,  650,  750,  500,  43,  43,  25,  38,  39,  33. 

691-700  „  18,  24,  27,  27,   IO,  20,  45,  56,  30,  63. 

701-710  „  78,  42,  65,  175,   135,   185,  56,  50,  42,  no. 

711-720  „  50,  35,  IO,   100,  35,  60,  68,  20,  76,  40. 

721-730  „  55,  50.  55,  R,  460,  50,  50,  60,  60.  40. 

731-740  „  150,  45,  20,  16,  240,  56,  22,  62,  56,  35. 

741-751  n  55»  33.  IO»  75'  400,  300,  500,  550.  475,  [50-1]  48. 

752-760  „  [2-3]  47,  50,  [5-6]  82,  45,  230,  290,  80. 

761-771  „  4100,  300,  800,  540,  400,  330,  285,  625,  660,  [7o-i]36. 

772-780  „  100,  60,  58,  55,  72,  120,  65,  68,  205. 

781-790  ,;  36,  45,  50,  56,  95,  45,  250,  155,  150,  40. 

791-800  „  41,  32,  200,  325,  450,  375,  380,  32,  34,  72. 

8oi-8io  „  60,  135,  165,  100,  48,   155,  40,  150,  100,  70. 

811-820  ,;  95,  72,  50,  40,  56,  48,  R,  400,  860,  950. 

821-830  „  675,  460,  700,  510,  550,  500,  [27-30]  76. 

831-840  .,  300,  66,   160,  56,  140,  100,  45,  150,  825,  1050. 

841-850  „  675,  550,  46,  225,  [5-6]  175,  [7-8]  90,  1000,  5. 

851-860  „  65,  [2-3]  55,  [4-5]   150,  [6-7]  150,  70,  [59-60]  62. 

861-870  „  [1-2]   165.  70,  425,  105,  75,  85.   165,  285,  135. 

871-880  ,;  [[-2]         150,        75,        51,        65,         78,  160,         2000,        68,        890. 

881-890  „  280,  140,  300,  320,  56,   no,  1700,  620,  250,  15. 

891-900  ,;  42,        26,        85,        400,        900,         1600  900,        [8-9]        72,        30. 

901-910  „  65,  56,  66,  45.  25,  45,  1150,  1300,   1350,   1700. 

911-920  „  [[-2]  140,  43,  500,  58,  61,  60,  80,  61,  40. 

921  930  „  1450,  1300,  1600,  32,  55,   100,  150,  90,  90,   170. 

931940  „  6r,  66,  65.   no,  25,   1900,   1300,  [8-9]  64,  28. 

941.950  „  68,  R,   165,  [4-5]  170.  60,  2350,  [8-9]  55,  90. 

951-960  „  270,  60,  40,  265,  50,  55,  50.  [8-9]  41,  52. 

961970  „  775,  600,  37,  80,  60,  2oa,  95,  [8-9]  52,  32. 

971  981  y,  88,  88,   130,  18,  R,  125,  [7-8]  100,  45,  [80-1]  76. 


74 


982-990 

L. 

9911000 

f) 

I00I-I009 

V 

lOIO  I020 

ì) 

102 1  103 1 

)) 

1032-1041 

n 

1042-1050 

» 

1051-1061 

» 

1062-1072 

» 

1073-1080 

j) 

io8i-[090 

V 

1091-1100 

V 

IIOI-IIIO 

» 

1111-1121 

» 

1122-1131 

V 

1132-1142 

)) 

1143-1150 

}> 

1151-1160 

ì) 

1161-1170 

f} 

1171-1180 

» 

1181-1190 

V 

1191-1200 

w 

1201-1210 

}) 

1211-1220 

» 

1221-1230 

)> 

I 231 -1240 

)) 

1241-1250 

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1251-1260 

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1261-1270 

}} 

1271-1280 

V 

1281-1290 

)f 

1 291- 1300 

» 

1301-1302 

>f 

675'  [3-5]  45'  [Ó-9]  80,  30. 
64.   155.  [3-5]  34.  40,  [7-9]  ^4-  165. 
250,  [2-4]  90,  720,  320,  420,  320,  620. 
[10-3]  70,  130,  no,  [16-7]  62,  75,   130,  40. 

325.  [2-4]  32.  [5-8]  52.  70.  [30-1]  58. 

32,  no,  29,  50,   130,  R,  50,  [39-41]  65. 

350.  30,  350»  6,  875,  [7-8]  68,  [49-50]  66. 

[1-2]  40,  [3-5]  60,  60  [57-61]  85. 

270»  775'  [4-6]  42.  41»  [68-72]  55. 

75,  20,  100,  50,  34,  45.  19,  32. 

[1-4]  36,  425,  [6-7]  30,  29,  22,  7. 

II,  620,  22,  675,  [5-6]  18,  900,  [8-9]  30,  34. 

38,  400,  340,  [4-5]  150,  1000,  [7-8]  18,  30,  600. 

290,  220,  [3-5]  52,  32,  500,  16,  48,  [20-1]  42. 

25'  [3-5I  105,  410,  600,  [8-9]  24,  [30-1]  17. 

105'  [3-4]  30.  105,  250,  510,  800,  [39-42]  42. 

270,  12,  430,  6,  125,  2,  260,  190. 

60,  370,  [3-4]  42,  130,  [6-8]  40,  70,  135. 

26,  105,  250,  56,  140,  20,  120,  210,  20,  145. 

[1-2]  20,  130,  120,   130,  66,  52,  220,  105,  100. 

20,  62,  25,  90,  1 10,  105,  38,  65,  250,  265. 

225,  78,  no,  50,  R,   no,  40,  175,  85,  210. 

300,  100,   100,  75,  [5-6]  17,  62,  60,  100,  70. 

350,  100,  76,   100,  26,  [6-7]  6,  65,  no,  50. 

no,  115,  [3-4]  24,  100,  25,  100,  45,  no,  3[. 

lOQ,  70,   70,  25,  5,   120,  40,  45,   [39-40]  2r. 

100,  160,  100,  70,  65,  30,   100,  100,  25,  75. 

50,  75,  100,  50,  I,  75,  I,  5,  125,  40. 

5,     100,    5,    60,    20,    5,     100,    IO,    2,     125. 

100,   100,   125,  15,  350,   no  80,  50,  260,  40. 
55'  58'  60,  650,  410,  250,  720,  320,    120,    1350.. 
150,  310,  500,  290,  200,  300,  60,  1400,  150,  1050 
200,  890. 


Il  6  dicembre  1920,  negli  stessi  locali  e  per  cura  dei 
sigg.  P.  e  P.  Santamaria,  ebbe  pure  luogo  la  vendita  di 
monete  e  rnedaglte  di  Pio  IX  componenti  la  raccolta  del 
comm.  ing.  Scipione  Ronfili.    Il  catalogo    di    pagg.  ix-35  ^^' 


75 

^scrive  263  numeri  con  4  tavole  eliotipiche  ed  è  preceduto 
da  una  prefazione  dei  sigg.  Santamaria  che  illustra  la  rac- 
colta e  riproduce  due  ritratti  degli  incisori  Giuseppe  e  Ni- 
cola Cerbara. 

Il  31  gennaio  1921,  sempre  negli  stessi  locali  e  per  cura 
dei  sigg.  Santamaria,  avrà  luogo  Tasta  pubblica  di  rnonete 
delP Italia  Antica  Aes  grave  componenti  la  raccolta  di  un  di- 
stinto  collezionista.  11  catalogo  di  pagg.  19  comprende  228  nu- 
meri ed  è  illustrato  da  12  tavole  eliotipiche. 

Nella  prossima  primavera,  sempre  a  cura  dei  sigg.  San- 
tamaria, verrà  venduta  all'asta  la  prima  parte  della  collezione 
Ruchat  che  comprende:  Regno  d'Italia,  Savoia,  Piemonte, 
Liguria,  Sardegna,  Lombardia  e  Veneto.  11  catalogo  sarà 
illustrato  da  circa  40  tavole. 

La  seconda  parte,  la  terza  e  la  quarta  che  comprendono 
rispettivamente  la  Toscana,  le  zecche  pontificie  ed  il  resto 
delle  zecche  italiane  andranno  all'asta  piìi  tardi. 

MONACO.  —  Il  13  e  14  aprile  1921  presso  il  dr.  Eugen 
Merzbacher  andrà  all'asta  una  collezione  di  Munzen  und 
Medaillen  alter  Lànder.  Il  catalogo  di  pagg.  56  descrive 
955  numeri  ed  è  illustrato  da  22  tavole. 


NOTIZIE  VARIE 


Roma.  —  Si  è  costituita  sotto  la  presidenza  di  Paolo  Orsi  e  di  Quintino 
Quagliati,  per  iniziativa  di  un  gruppo  di  signore  romane,  la  Società 
Magna  Grecia.  La  Società  si  propone  di  ricercare,  far  conoscere  e 
proteggere  le  bellezze  ed  i  ricordi  d'arte  di  quella  nobilissima  plaga 
d' Italia.  La  quota  annua  pei  soci  è  di  L.  io  e  le  adesioni  si  rice- 
vono alla  Biblioteca  di  Piazza  Nicosia. 

In  seguito  all'assegnazione  definitiva  dei  palazzi  e  delle  ville,  che 

il  Re  con  decreto  3  ottobre  1919  riconsegnò  al  Demanio  dello  Stato, 
a  Venezia  nel  Palazzo  Reale  verrà  trasferito  fra  altri  anche  il 
Museo  Civico  Correr  ed  a  Palermo,  pure  nel  Palazzo  Reale,  saranno 
collocate  anche  le  raccolte  d'archeologia. 

Sono  state  aumentate  le  tasse  di  esportazione  di  oggetti  di  anti- 
chità e  belle  arti.  11  io  °/o  sulle  prime  30,000  lire;  il  14  7o  sulle  se- 


76 

conde;  il  i8  %  sulle  terze;  il  22*^/0  per  le  quarte  gjp.o  a  raggiun- 
gere il  25°/o  con  l'intiera  tassa.  La  misura  presa  tende  a  porre  un 
freno  all'esodo  d'opere  antiche  che  era  divenuto  impressionante. 

Milano.  —  Nello  scorso  anno,  il  materiale  numismatico  e  medaglistico 
del  Gabinetto  di  Brera  è  stato  tolto  dalle  casse  dov'era  riposto  e 
collocato  secondo  l'antica  distribuzione  nei  vecchi  stipi  braidensi, 
nella  Sala  di  custodia  del  Medagliere,  nel  Castello  Sforzesco. 

Successivamente  si  è  proceduto  ad  un  riscontro  per  pezzi  e 
per  metallo,  ed  alla  consegna  da  parte  del  prof  Patroni,  sovrain- 
tendente  degli  scavi  e  Musei  Archeologici  di  Lombardia,  rappre- 
sentante del  Governo,  al  Direttore  prof  Vicenzi,  per  il  Comune 
di  Milano. 

Si  è  curata  poi  la  sistemazione  della  biblioteca  speciale,  incre- 
mentandola con  acquisti  varii,  fra  cui  precipuo  quello  latto  al- 
l'asta Ratto, 

Si  attende  ora  ad  un  primo  riordinanìento  ed  al  riscontro  di 
tutte  le  serie  monetali  e  medaglistiche,  contando  di  poter  consen- 
tire al  pubblico  degli  studiosi  l'uso  delle  raccolte  nella  seconda  metà 
dell'anno,  quando  sarà  possibile  d'avere  il  personale  tecnico  e  di 
custodia,  per  cui  sono  in  attuazione  i  bandi  di  concorso. 

Il  Consiglio  dell'Accademia  di  Brera  ha  conferito  un  primo  premio 

Grazioli,  per  l'incisione  delle  medaglie,  alla  medaglia  dedicata  al 
cav.  Serafino  Donati  di  Atlilio  Strada  di  qui  ;  1  due  secondi  premi 
alla  medaglia  del  generale  Caneva  di  Enrico  Fare  ed  alla  me- 
daglia dedicata  ad  Angelo  Cappuccio  di  Luigi  Meazza. 

Bruxelles.  —  11  Sottosegretario  di  Stato  alle  Finanze  ha  proibito  con  un 
decreto  l'esportazione  degli  oggetti  d'arte  e  del  mobilio  anteriori 
al  1830. 

Parigi.  —  Per  la  legge  sull'esportazione  degli  oggetti  d'arte,  votata  dalle 
due  Camere,  gli  oggetti  d'arte  propriamente  detti,  mobili,  sopram- 
mobili, ecc.,  anteriori  al  1830  pagheranno  una  tassa  del  15,  20  e 
25  °/o  se  il  loro  valore  sarà  inferiore  a  5000  fr.,  o  fra  5000  e  20000  fr., 
o  superiore  a  20000  fr.  Le  opere  d'arte  importate  non  son  soggette 
a  tassa. 

CONDOGLIANZE 


Il  nostro  consocio  e  consigliere  Barone  Pompeo  Bonazzi  di  Sanni- 
candro  è  stato  colpito  da  una  grave  sciagura  :  la  perdita  della  madre. 
Neil' inviare  all'egregio  amico  le  condoglianze  della  Società,  siamo  certi 
di  interpretare  il  sentimento  di  tutti  i  soci,  che  con  Lui  partecipano 
nell'ora  del  dolore. 

RoMANENGHi  Angelo  FRANCESCO,  Gerente  fesponsabile. 

Industrie  Grafiche  AMEDEO  NICOLA  &  C*  -   Milano- Varese 


Le  prime  monete  e  i  primi  «  aspri 

deir  Impero    Ottomano 


» 


Osman  Han  fu  il  fondatore  dell'Impero  Ottomano.  A 
riguardo  delie  prime  monete  ottomane  coniate  in  quel  tempo, 
non  abbiamo  se  non  vaghe  notizie.  Da  fonti  storiche  soltanto 
apprendiamo  quanto  segue  : 

"  È  cosa  nota  che  Osman  Han,  essendovi  incertezza  e 
scarsezza  di  monetazione,  fece  coniare  una  sufficiente  quan- 
tità di  monete  „.  Ci  risulta  dunque  che  il  suddetto  Osman 
Han  mentre  provvide  a  costituire  le  basi  del  proprio  Stato, 
trovò  altresì  opportuno  decretare  la  coniazione  delle  monete. 
Nelle  storie  ottomane  questo  fatto  è  stato  particolarmente 
preso  in  considerazione  :  "  Osman  oltre  a  ciò  fece  coniare 
monete  d'oro  „  (i).  In  effetto  però,  oggi  più  non  si  trovano 
monete  intestate  al  nome  del  suddetto  sovrano,  di  cui  non 
è  rimasto  che  il  ricordo,  unito  a  quello  della  fondazione  del 
potere. 

Alla  coniazione  delle  monete  imperiali  fu  dato  principio 
al  tempo  di  Orhan,  figlio  di  Osman  Han  e  secondo  sovrano 
deirimpero  Ottomano;  come  si  deduce  non  solo  dalle  storie 
e  dalle  tradizioni  turche  ma  anche  dalla  presenza  di  monete 
effettivamente  coniate.  Del  sultano  "  Orhan  il  vittorioso  „ 
esistono  numerose  e  svariate  monete. 

Secondo  il  mio  modo  di  pensare,  le  monete  imperiali 
ottomane  esistenti  nel  Museo  imperiale,  al  4.*'  reparto  del 
catalogo,  sono  meritevoli  di  diligente  ed  accurato  studio  ;  in 


(i)  Tag'el  tavarih,  voi.  i,  cap.  39. 


78 


una  parola  è  quanto  mai  opportuno  divulgare  quanto  risulta 
dal  I  volume,  III  capitolo  del  Catalogo  delle  monete  otto- 
mane del  Museo  suddetto. 

N.  I. 
Anno  727  Eg. 


Peso  5  carati  (i)  un  po'  abbondanti 
Diametro  18  (2). 


Nella  superficie  centrale  del  recto  : 

(la  ilah  illa-llah)  Non  c*è  altro  Dio  che  Dio 


Negli  eserghi  : 


Nel  verso 


Negli  eserghi  : 


Mohammed 
Profeta  di  Dio. 

Abubekr,  Omar,  [Osman],  Ali 

in  (?) 

Coniazione 

Orhan  figlio  di  Osman 

Brussa 

ui 

Anno  settecento  ventisette. 


Descrizione  :  Nel  recto  della  moneta  la  scrittura  è  imi- 
tazione dei  tipi  cufici,  ad  eccezione  del  nome  di  Mohammed 
che  si  può  leggere  analogamente  a  quello  delle  altre  mo- 
nete di  Orhan.  Nel  verso,  ad  eccezione  del  nome  di  Orhan, 
la  scrittura  ha  il  tipo  arabo  piii  recente.  E  poiché  possono 
dar  luogo  a  difficoltà  di  lettura  le  lettere   che    costituiscono 


(i)  I  carato  =  200  milligrammi. 
(2)  Millimetri. 


79 

il  nome  di  Orhan  fig.  22  a  ritengo  necessario  fornire  alcune 
spiegazioni  sulla  forma  delle  lettere  del  nome  suddetto.  Il 
nome  di  Orhan  nelle  monete  è  sempre  scritto  come  fig.  22^. 
Le  lettere  elif,  vav,  re,  sono  legate  insieme  come  qualsiasi  altra 
lettera,  mentre  ciò  —  è  noto  —  non  è  permesso  per  tali 
lettere,  dalle  regole  della  scrittura  araba.  Va  ricordato  però 
che  Orhan  soleva  fare  la  sua  firma  nel  modo  suddetto,  firma 
che  fu,  in  fac-simile,  ripetuta  sulle  di  lui  monete.  Dopo  la 
sua  morte,  salito  al  trono  il  figlio  di  Orhan,  le  monete  del 
sultano  Miirad  Han  I  furono  scritte  come  fig.  22  e,  miirad  ben  i 
orhan  (Murad  figli  di  Orhan),  conservando  pel  nome  di  Orhan 
la  primitiva  configurazione  (i). 

Nella  suddetta  moneta,  delle  lettere  elif,  vav  e  re,  sol- 
tanto la  vav  non  apparisce  in  modo  chiaro.  Oltre  a  ciò  la 
frase  Orhan  ben  i  Osman  presenta  una  caratteristica  abbre- 
viazione, e  cioè,  la  lettera  b  di  ben  (figlio)  oltre  ad  esser 
tale  per  il  punto  che  vi  è  sotto,  funge  anche  da  n  finale  di 
Orhan  qualora  la  si  legga  col  punto  sopra,  punto  che  serve 
altresì  alla  n  finale  di  ben.  Tale  artifizio  si  riscontra  anche 
in  altre  monete  di  Orhan  ove  un  unico  segno  funge  tanto 
da  n  finale  quanto  da  b  iniziale. 

Circa  il  nome  fig.  22  d  (Brusa)  nome  della  città  di  Brussa, 
capitale  dello  Stato  al  tempo  di  Orhan,  si  trova  ortogra- 
fato  nel  modo  suddetto  fino  all'epoca  del  sultano  Moham- 
med  Han  I.  Al  tempo  di  quest'ultimo  invece  si  presenta 
nella  forma  fig.  22  e  (2).  Se  dopo  tali  chiarimenti  esistessero 
ancora  dubbi  sul  nome  di  Orhan,  diremo  :  Pur  supponendo 
che  il  nome  di  Orhan  non  vi  fosse  in  dette  monete,  ci  è 
noto,  dalla  lettura  delle  medesime,  che  nell'anno  727  regnava 
in  Brussa  un  figlio  di  Osman;  potremo  dunque  dubitare  an- 
cora non  trattarsi  di  Orhan  ? 

Per  conseguenza  con  tale  moneta  si  può  dire  iniziata  la 


(i)  Vedi  Catalogo  del  Museo  Imperiale  (Medagliere  Ottomano),  vo- 
lume I,  pag.  I,  numero  4. 

(2)  Vedi  Catalogo  del  Museo  Imperiale  (Medagliere  Ottomano),  vo- 
lume I,  pag.  28,  nn.  88,  89. 


8o 

coniazione  deir Impero  Ottomano;  di  monete  anteriori  non  è 
possibile  dimostrare  la  coniazione;  su  questa  moneta  invece 
non  sussiste  alcun  dubbio. 

Benché  il  peso  della  moneta  sia  di  5  carati  un  poco 
abbondanti,  è  chiaro  che  il  suo  peso  originario  raggiungeva 
i  6  carati.  Storici  ottomani  raccontano  che  la  coniazione  di 
antiche  monete  avvenne  nel  729  dell'Egira,  cioè  nel  1328 
dell' E.  V.  (i). 

Soltanto  nella  storia  di  Hairullah  effendi  è  scritto  che  le 
prime  monete  furono  coniate  nel  mese  muharrem  del  728  (2). 
E  se  non  fossero  state  rinvenute  le  monete  di  Orhan  coniate 
in  Brussa  l'anno  727  le  fonti  storiche  renderebbero  tuttora 
incerta  la  questione  delle  monete  di  Orhan,  sia  circa  il  tempo, 
sia  circa  il  loro  peso.  Il  più  famoso  degli  storici  Sa'ad  eddin 
racconta  infatti  che:  "  un  aspro  ottomano  „  è  del  peso  di  V^ 
di  dirhem  (dramma)  legale  (3). 

Quantunque  non  specificato,  si  intende  che  il  termine  di 
paragone  usato  nella  suddetta  frase  è  il  peso  del  dirhem  le- 
gale delle  monete  selgiucide  preesistenti  e  cioè  —  in  peso 
ottomano  —  14  carati.  Decreti  dei  sultani  Selim  e  Sulejman 
disposero  che  il  peso  di  un  aspro  fosse  di  3  \^  carati,  cioè 
appunto  ^!^  di  dirhem  legale  e  tale  misurazione  di  \\  di 
dirhem  legale  deve  certo  ritenersi  valida  anche  per  le  mo- 
nete di  Orhan. 

Lo  storico  summenzionato  Hairullah  efendi  riferisce  la 
stessa  cosa  (4);  nella  storia  di  Solaq  zade  (5),  in  Nahbet  el 
tavarig'  (6)  il  dirhem  illegale  è  posto  in  relazione  col  dirhem 
legale  ed  è  detto  che  l'aspro  è  equivalente  a  V*  del  dirhem 


(i)  Tag'  el  tavarih,  voi.  I,  pag.  39.  —  Revzat  el  ebrar,  pag.  342.  — 
Gtìljen  me'arif,  voi.  I,  pag.  422.  —  Taqvim  el  tavarih,  pag.  91.  —  Naqd 
«1  tavarih,  pag.  374.  —  Taqvim  i  meskjukjat  i  osmanije,  pag.  4. 

(2)  Hairullah  efendi,  Storia  dell'Impero  0//ow««o,  voi.  3,  pagg.  22-27. 

(3)  Ì3g'  el  tavarih,  voi.  I,  pag.  30. 

(4)  Hairullah  efendi,  Storia,  ecc.,  voi.  Ili,  pag.  70. 

(5)  Solaq  zade,  Storia,  pag.  19. 

(6)  Nahbet  el  tavarih,  voi.  II,  pag.  5. 


8i 

legale  (i).  In  Netaìg'  el  vuqu'at  invece  è  detto  equivalente 
a  Vg  di  dirhem  (2),  in  una  parola  le  fonti  sono  alquanto  di- 
scordi. Dal  Taqvim  i  meskjukjat  i  osmanije  (Almanacco  delle 
coniazioni  ottomane)  dell'autore  Galib  bei,  è  asserito  che  gli 
aspri  di  Orhan  sono  equivalenti   al    peso  di  V4  di  misqal  (3). 

Solo  posteriormente  è  stato,  in  verità,  rilevato  dalle  mo- 
nete ottomane  elencate  nel  Catalogo  del  Museo  Imperiale 
che  il  peso  completo  di  un  aspro  di  Orhan  è  di  6  carati  (4). 
Oltre  a  ciò  risulta  dal  suddetto  catalogo  che  gli  aspri  del 
sultano  Miirad  Han  I,  simili  a  quelli  di  suo  padre,  sono  pure 
del  peso  di  6  carati  (5),  benché  —  in  pratica  —  vi  si  veri- 
fichi un  grano  in  meno  (6)  o  due  grani  in  più.  Tale  differenza 
è  peraltro  da  attribuire  alla  imperfezione  degli  impianti  delle 
antiche  zecche. 

In  una  parola,  nel  catalogo  delle  monete  ottomane  del 
Museo  Imperiale,  gli  aspri  di  Orhan  o  di  Miirad  Han  I,  è 
provato  esser  conformi  nel  peso  agli  aspri  di  cui  al  libro  di 
Galib  bei,  il  cui  peso  è  fissato  a  '/^  di  misqal.  Riesce  così 
possibile  poter  correggere  gli  errori  degli  storiografi  circa 
il  peso  delle  monete  di  Orhan. 

Nel  Tag'  el  tavarih  è  ricordato  che  il  coniatore  delle 
monete  di  Orhan  fu  il  di  lui  compagno  e  consigliere  Aladin 
pascià  (7).  Fu  per  consiglio  di  costui  che  l'assemblea  di  Stato 
prese  tale  deliberazione;  giacché  per  risolvere  questioni  tanto 


(i)  I  dirhem  ottomani  di  16  carati  sono  detti  **  dirhem  illegali  „  ;  i 
dirhem  arabi  in  uso  presso  le  antiche  monete  islamitiche  sono  detti 
"  dirhem  legali  „.  Il  dirhem  legale  ha  un  ottavo  di  differenza  dal  dirhem 
illegale,  e  cioè  di  14  carati. 

(2)  Netaìg'  el  Vuqu'at,  voi.  I,  pag.  20. 

(3)  Il  misqal  ottomano  differisce  dal  misqal  usato  nelle  monete  arabe. 
Il  misqal  ottomano  è  I  ^/g  dirhem  illegale,  cioè  24  carati  (Taqvim  i 
meskjukjat  i  osmanije,  pag.  8). 

(4)  Catalogo  delle  mon.  ottomane  del  Museo  Imp.,  voi.  1,  mon.  n,  3. 

(5)  Catalogo  delle  mon.  ottomane  del  Museo  Imp.,  voi.  I,  mon.  n.  18, 
19  e  20. 

(6)  I  grano  =  ^/^  di  carato;  1  carato  =1  200  milligrammi;  i  grano 
=:  50  nnlligranuni. 

(7)  Tag'  el  tavarih,  voi.  I,  pag.  38. 


82 


importanti  era  ritenuta  in  antico  necessaria  la  discussione  in 
un  consiglio  di  giureconsulti.  Nella  storia  di  Hairullah  efendi 
è  detto  che  del  consiglio  suddetto  facevano  parte  i  principi 
imperiali  Siilejman  pascià  e  Miirad  Han  e  altre  notabilità  e 
personaggi  (i).  A  quanto  rilevasi  dalle  monete  esistenti  co- 
niate a  un  peso  di  ^1^  di  misqal,  il  saggio  metallico  è  stato 
trovato  del  90  °/o  (2)  e  tali  monete  argentee  passarono  nel- 
l'uso comune  col  nome  pre-ottomano  di  aqce  (aspro)  per 
distinguerle  dalle  altre  monete  o  sikke.  Alla  fine  del  nome 
aqce  fu  deciso  nel  consiglio  suddetto  di  aggumgere  (3)  l'ag- 
gettivo osmani,  e  le  monete  ebbero  quindi  il  nome  di  aqce 
i  osmani  (aspro  ottomano). 


Nel  catalogo  delle  monete  turche  del  British  Museum, 
alla  serie  delle  coniazioni  di  Orhan,  si  presenta  dal  n.  69 
al  n.  82,  una  serie  di  monete  di  Orhan.  Nel  nostro  Stato  si 
dubita  possa  esistere  una  simile  collezione  di  monete  di  Orhan. 

Descrizione  di  un'altra  di  tali  monete  di  Orhan  : 

Numero  2. 


Peso,  1,15  grammi,  diametro  18  mm. 

Poco  differente  da  questa  moneta  è  quella  registrata  al 
n.  76  del  catalogo  inglese.  Il  recto  della  moneta  è  simile  a 
quello  della  moneta  descritta  al  n.  i  e  la  leggenda  vi  è 
scritta  in  modo  simile;  in  questa  moneta  di  Orhan  però  non 


(i)  Hairullah  efendi,  Storia,  voi.  Ili,  pag.  66. 

(2)  Canone  riportato  dal  Taqvim   i    meskjukjat    i    osmanije,    tariffa 
dell'argento  usato  negli  aspri  coniati  dagli  ottomani. 

(3)  Taqvim  i  meskjukjat  i  osmanije,  pag.  5. 


VI    sono    scritti 
Osman,  Ali. 

Nel  verso  : 


83 


nomi    dei  quattro  califfi  Abubekr,  Omar, 


Il  grande  sultano 

Orhan  figlio  di  Osman 

Che  Iddio  conservi  al  potere. 

Se  si  fa  un  confronto  si  riscontra  molta  somiglianza  tra 
lo  scritto  che  è  in  questa  moneta  e  quello  della  moneta  pre- 
cedente. Nel  verso  di  questa  seconda  moneta  si  nota  l'epi- 
teto "  es-sultan  el-a'zam  „,  il  grande  sultano;  si  nota  altresì 
che  la  fine  del  nome  Orhan  presenta  l'abbreviazione  ormai 
nota,  consistente  nell'assorbimento  della  n  finale  del  nome 
Orhan  da  parte  della  lettera    b   di  ben-figlio. 


Numero  3. 


Numero 


peso  gr.  1,20 
diam.  15  mm. 


peso  gr.  1,20 
diam.   15  mm. 


Numero  5. 


peso  gr.  1,20 
diam.  15  mm. 

Nella  moneta  numero  3  è  da  notare  che  la  lettera  n 
finale  del  nome  è  scritta  come  una  l,  dopo  la  quale 
è  posta  la  voce  ben  (figlio)  unita  alla  lettera  precedente  in 
una  sigla  della  forma  fig.  22/".  Tale  sigla  nella  moneta 
n.  4  assume  la  forma  fig.  22^,  mentre  nel  verso  della  mo- 
neta n.  5  la  sigla  è  ancora  più  ridotta  nella  forma. 


84 


Numero  6. 


In  questa  moneta  che  nel  catalogo  del  medagliere  del 
Museo  Imperiale  porta  il  n.  6,  la  voce  ben  (figlio)  non  è  affatto 
registrata  e  tra  le  due  parole  come  a  fig.  22  //.  (orha[n  ben] 
os[man])  non  si  inserisce  alcuna  terza  parola. 


N.  7. 


peso  1,20 
diam.    15 


N.  8. 


N.  9. 


N.  IO. 


1,10 
14 


1,40 


0,95 
14 


N.  II. 


1.2: 


N.  12. 


N.  13. 


peso  1,5  1,00 

diam.    15  15 


N.  14. 


N.  is. 


1,20 
15 


15 


iN.   IO. 


1,10 
15 


N.  17. 


peso    1,25 
diam.     17 


N.  18. 


N.  19. 


1,10 
16 


Sul  recto  delle  monete  suddette    segnate    ai    numeri  3^ 
4  e  5  le  iscrizioni  sono  ripetute  in  modo  analogo. 

Il  peso  è  espresso  in  grammi  e  il  diametro  in  millimetri. 


I 


85 

11  nome  di  Orhan  sulla  moneta  n.  i6  non  porta  scritte 
le  lettere  -  ha  -  e  questa  sillaba  manca  pure  nelle  monete 
successive  e  la  ritroviamo  soltanto  nella  moneta  n.  19 
ove  pure  il  nome  Osman  appare  in  modo  piìi  completo. 
Tale  nome  però  in  modo  veramente  chiaro  si  ha  soltanto 
nelle  monete  n.  i  e  2  e  si  ritrova  nuovamente  scritto  bene 
soltanto  al  n.  21. 

Nella  moneta  del  n.  6  mentre  il  nome  di  Orhan  appare 
in  modo  abbastanza  chiaro,  non  è  così  del  nome  di  Osman 
che  appare  invece  scritto  nella  forma  di  fig.  22  /.  Nelle  mo- 
nete 17  e  18  si  riscontrano  le  medesime  difficoltà  della  mo- 
neta suddetta  (n.  6);  inoltre  il  nome  di  Orhan  è  ridotto  alla 
sigla  di  fig.  22^,  la  voce  ben  (figlio)  è  scritta  -1  e  il  nome 
di  Osman  ha  la  forma  di  fig.  22  /. 

"  Es-sultan  el-a'zam  „,  il  grande  sultano,  frase  già  sopra 
ricordata,  ricorre  nelle  monete  di  Oihan  come  appellativo 
indivisibile  del  nome  del  sovrano.  In  tutte  le  suddette  mo- 
nete poi  si  riscontra  la  consueta  fusione  della  n  finale  del 
nome  Orhan  con  la  parola  successiva  ben  (figlio).  Del  nome 
Osman  poi  è  scritta  solo  la  prima  parte  con  la  forma  fig.  22/, 
in  modo  che  senza  conoscere  lo  speciale  valore  di  queste 
sigle  non  ne  sarebbe  possibile  la  lettura.  In  nove  monete 
del  British  Museum  il  nome  di  Osman  è  detto  doversi  leg- 
gere come:  Abdullahi^).  Infatti  nelle  monete  suddette  il 
nome  di  Osman  è  scritto  come  a  fig.  22  w,  ma  la  lettera  n 
si  deforma  in  modo  da  apparire  nella  forma  fig.  22  w,  come 
rilevasi  dalla  moneta  n.  4,  ovvero  la  elif  si  unisce  in 
modo  completo  alla  lettera  n  dando  luogo  alla  forma  fi- 
gura 22  o,  come  rilevasi  dalla  moneta  n.  5.  Così  nei  casi 
suddetti,  il  nome  di  Osman  apparirebbe  simile  al  nome  abd 
ullah  e  come  tale  lo  si  dovrebbe  leggere.  Ma  tale  interpre- 
tazione è  da  ritenersi  erronea  e  i  due  epiteti  non  devono 
mai  esser  confusi  tra  loro  giacché  in  fig.  22  o  manca  la  fi- 
gura della  lettera  b  e,  dopo  questa,  quella  della  elif  della  se- 
conda parola.  Tale  è  dunque  la  lettura  da  dare  ai  segni  che 
trovansi    dopo    le    lettere    di   fig.    22  /.    Esclusa    pertanto    la 


(])  British  Museum.  Catalogo  delle  monete  turche,  n.  69. 


86 

lettura  abd  ullah,  i  segni  che  appaiono  scritti  sulle  monete 
nn.  2,  4,  7,  8,  9,  11,  12,  14  vanno  letti  puramente  e  sempli- 
cemente come  nome  di  Osman.  L'epiteto  "  es-sultan  el-a'zam  ,, 
che  figura  nelle  suddette  monete  imperiali  non  è  altro  —  come 
è  noto  —  che  l'epiteto  tributato  al  sovrano  dello  stato  sel- 
giucida  di  Rum  (=  Sultano  di  Iconio)  a  partire  dall'anno 
684  dell'Egira,  cioè  1236  dell'Era  Volgare  (i).  11  sultano  di 
questo  stato  Abu  sa'id  Bahadir  Han  morì  avvelenato  nel  736 
dell'Egira,  cioè  1335  dell'Era  Volgare,  e  per  la  sua  succes- 
sione al  trono  sorse  all'interno  del  suo  stato  una  vivace 
contesa  tra  i  figli  del  sultano  e  i  grandi  del  regno.  In  tali 
circostanze  fu  comunicato  agli  stati  stranieri  che  l'epiteto  di 
cui  trattiamo,  es-sultan  el-a'zam,  sarebbe  stato  tributato  ad 
Orhan  in  memoria  della  sua  potenza  e  delle  sue  gesta  mi- 
litari, e  tale  epiteto  fu  scritto  sulle  monete.  Così,  l'epiteto, 
estintosi  il  regno  dei  Selgiucidi,  fu  rinnovato  e  portato  dai 
sultani  ottomani. 

Del  resto,  con  simile  intendimento,  anche  il  sovrano 
Adii  Bei  fece  scrivere  il  suddetto  epiteto  sulle  sue  monete 
nell'anno  746  (2). 

Poiché  dunque,  dati  i  motivi  su  cui  era  basato,  tale  ti- 
tolo era  tributato  anche  al  sovrano  di  altri  stati,  Orhan  il 
vittorioso  per  distinguere  sé  dagli  altri  che  avevano  preso 
lo  stesso  titolo  e  per  rendere  possibile  al  lettore  la  retta 
comprensione  delle  monete,  fece  scrivere  sulle  sue  monete, 
oltre  al  detto  epiteto  anche  il  proprio  nome  e  quello  di  suo 
padre.  Pertanto  Orhan  fu  il  primo  che  coniò  monete  negli 
stati  sorti  dallo  smembramento  dell'impero  selgiucida. 

Nelle  suddette  monete  non  fu  scritto  troppo  bene  il  luogo 
ove  avvenne  la  coniazione.  Nelle  monete  n.  4,  8,  11,  14  si 
vede  il  nome  Brusa;  sulla  moneta  n.  io  invece,  come  pure 
in  alcune  di  quelle  del  British  Museum,  si  legge  come^  a 
fig.  22  p  (3). 


(i)  Museo    Imperiale.    Catalogo    delle    antiche    monete    islamitich  e 
4*  sezione,  pag.  184. 

(2)  Museo  Imperiale,  4.°  reparto.   Antiche    monete    islamitiche,    pa- 
gina 404,  moneta  n.  807. 

(3)  British  Museum.  Catalogo  delle  monete  turche,  pag.  42,  n.  74. 


87 

Eccezionalmente,  a  lato  del  suddetto  nome,  trovasi  un 
fiore  a  scopo  ornamentale.  Altre  monete  infine  sono  senza 
•luogo  di  coniazione. 

Numero  20. 


peso  gr.  1,22  —  diam.  mm.  18, 


Nel  recto 


Non  vi  è  altro   Dio  che  Dio 
Mohammed 
Profeta  di  Dio. 
Negli  eserghi  : 

Abubekr,  Omar,  Osman,  Ali. 

Nel  verso: 

Orhan 

che  Dio   conservi 

al  potere. 

Descrizione:  Le  iscrizioni  di  questa  moneta  sono,  come 
in  altre,  allineate  su  tre  righe.  Non  risulta  poi  su  questa  mo- 
neta il  sopra  mentovato  epiteto  di  "  es-sultan  el-a'zam  „,  il 
grande  sultano. 

Mentre  le  monete  precedenti  erano  state  coniate  nel 
tempo  in  cui  Io  stato  nutriva  preoccupazioni  per  l'ingerenza 
dell'impero  dei  Mongoli,  quanto  tale  preoccupazione  dovè 
considerarsi  svanita,  il  sultano  Orhan  potè  evidentemente 
prendere  in  considerazione  la  coniazione  di  altre  monete  pre- 
parate con  modi  e  disegni  diversi  dai  precedenti. 

A  conferma  di  ciò  si  nota  il  fatto  che  su  quest'ultmia 
moneta  è  stato  tralasciato  il  nome  del  padre  e  quello  della 
città,  poiché  il  sovrano  era  ormai  noto,  e  facevan  compren- 
dere ciò  il  rafforzamento  stabilito  all'interno  dello  stato  e  la 
rinomanza  che  aveva  all'estero. 


88 

La  formula  di  fede  scritta  sul  recto  di  questa  moneta  e 
i  nomi  dei  quattro  iar  i  guzin  (amici  particolari  [di  Mao- 
metto] =  i  califfi)  stanno  quasi  a  segnalare  il  rafforzamento 
della  religione  nel  nuovo  stato.  Nel  verso  non  sono  scritti 
i  punti  diacritici  del  nome  di  Orhan.  Questa  mancanza  del 
resto  si  riscontra  anche  nella  moneta  registrata  al  n.  68  del 
catalogo  inglese.  Nell'aspro  in  questione  poi  l'iniziale  m  di 
fig.  22^,  è  deformata.  Dei  multipli  di  quest'ultima  moneta 
si  conosce  oggidì  un  pezzo  da  due  aspri  (i)  e  un  pezzo  da 
cinque  aspri  (2).  Galib  bei,  lo  storiografo  delle  antiche  monete 
islamitiche  nel  suo  libro  "  Taqvim  i  meskjukjat  i  osmanije  „ 
fa  le  seguenti  considerazioni  sopra  questi  più  antichi  aspri 
degli   Ottomani  : 

''  Nel  catalogo  delle  monete  ottomane  del  museo  inglese 
risultano  ancora  altre  monete  oltre  quelle  già  attribuite  al 
sultano  Orhan.  Su  tali  monete  si  trova  il  noto  epiteto  es- 
sultan  el-a'zam,  epiteto  di  cui  l'autore  non  dà  sempre  retta 
lettura  scambiandolo  spesso  con  l'epiteto  ibn  i  osman  e  qual- 
che volta  con  abd  ullah  o  ancora  con  han  o  simili.  Tali  spie- 
gazioni sono  però  deficienti  in  quanto,  anche  se  la  lettura 
non  dà  chiaro  sussidio,  ognuno  dei  sultani  suddetti  non  ha 
fatto  uso  arbitrario  degli  epiteti,  e  sulle  monete  di  Orhan 
questi  sono  ben  determinati.  E  a  conferma  diremo  che,  non 
risultandoci  che  sulle  monete  del  califfo  e  sultano  vittorioso 
Murad  Han  e  del  "  fulmineo  „  Baiezid  Han,  sia  stato  intro- 
dotto l'epiteto  di  sultano,  non  potremo  senz'altro  attribuire 
ai  successori  di  Orhan  un  epiteto  siffatto  „  (3). 

In  verità  Orhan  cosciente  della  propria  potenza,  per  di- 
stinguer sé  tra  gli  altri  sovrani,  bellicosi  posteri  di  GengisHan,. 
che  tuttora  rimanevano,  assunse  un  tale  epiteto  e  con  chia- 
rezza lo  fece  scrivere  col  proprio  nome  sulle  monete  perchè 
fosse  tramandato  alla  storia.  Al  contrario  non  troviamo  mai 
i  nomi  di  Orhan  o  di  Osman  su  monete  di  sovrani  mongoli 
di  tale  epoca.  E  attenendoci  alle  osservazioni    di    Galib  bei,. 


(i)  Taqvim  i  meskjukjat  i  osmanije,  pag.  3. 

(2)  Museo  Imperiale,  Catalogo  delle  monete  ottomane,  n.  i, 

(3)  Taqvim  i  meskjukjat  i  osmanije,  pag.  7. 


I 


89 

non  potremmo  più  avere  alcun  dubbio  circa  l'attribuzione 
delle  monete  anche  se  vedessimo  e  considerassimo  un  nu- 
mero più  grande  di  aspri  con  apparenti  alterazioni  o  diffe- 
renze, e  le  monete  ottomane  non  potrebbero  mai  esser  con- 

'      _. 
fuse  con  quelle  delle  posterità  di  Gengis  Han.  Tali  osserva- 
zioni pertanto  diedero  forte  impulso  alla  retta  comprensione 
delle  monete. 

Dopo  che  si  fu  allontanato  dall'impero  ottomano  il  fla- 
gello dell'invasione  di  Tamerlano,  il  sultano  Mohammed  Han, 
a  imitazione  del  suo  illustre  fratello  Sùleiman  Han,  pur  se- 
dendo in  Adrianopoli,  volle  risollevare  Amasia  e  Brussa.  In- 
fatti dopo  la  morte  di  Tamerlano,  il  sultano  Mohammed  fece 
coniare  in  Amasia  un  aspro  con  l'epiteto  "  es-sultan  el- 
a'zam  „  (i)  e  in  Brussa  un  altro  aspro  con  l'epiteto  :  gijas 
ed-diinia  ve'ddin  (2),  Tali  epiteti  vi  furono  introdotti  quasi  a 
manifestazione  di  letizia,  giacché  sulle  monete  coniate  prima 
in  Anatolia  doveva  figurare  in  modo  obbligatorio  il  nome  di 
Tamerlano.  Con  detti  epiteti  fu  però  scritto  anche  sulle  mo- 
nete il  nome  di  Mohammed  (3).  Costui  inoltre  fece  scrivere 
su  altra  sua  moneta  l'epiteto  "  sultan  „  (4)  e  su  altra  sua  mo- 
neta di  rame  l'epiteto  "  es-sultan  el-melik  el-a*zam  „  (5).  Tali 
epiteti  figurano  anche  col  nome  di  suo  fratello  Sùlejman.  E 
dopo  che  nell'anno  816  coniò  monete  senza  il  nome  del 
fratello,  ma  indipendentemente,  Mohammed  fece  scrivere 
sulle  monete  l'epiteto  "  sultan  ben  i  sultan  „  e  al  nome  di 
suo  padre  fece  aggiungere  l'epiteto  di  "  han  „  (6).  Dopo  tale 
epoca  non  fece  sulle  monete  scrivere  altri  epiteti;  non  do- 
vremmo dunque  considerare  possibile  possa  trattarsi  di  mo- 
nete preparate  in  fretta  e  senza  accuratezza,  poiché  col  nome 
di  Mohammed  mancavano  su  queste  ultime  monete  tutti  gli 
epiteti  ? 

Riassumendo  dunque,  sappiamo  che  gli  epiteti  non  sono 


(i)  Mus.  Imp.  Cat.  delle  nion.  ottomane,  voi.  I,  pag.  29,  n,  92. 

(2)  Idem,  pag.  30,  n.  93. 

(3)  Idem,  pagg.  28-29,  ""•  ^8,  89  e  90. 

(4)  Idem,  pag.  31,  n.  97. 

(5)  Idem,  pag.  32,  n.  loi. 

(6)  Idem,  pag.  37,  n.  112. 


90 


arbitrari.  Le  prime  monete  coniate  dal  sultano  Orhan  il  vit- 
torioso non  hanno  epiteti;  poi  vi  troviamo  l'epiteto  di  "  sultan 
el-a'zam  „;  in  seguito  venne  a  mancare  anche  tale  epiteto  e 
le  monete  di  Orhan  furono  coniate  senza  di  esso.  11  sopra 
mentovato  sultano  Murad  Han,  salito  al  trono  paterno,  non 
fece  più  scrivere  sulle  sue  monete  l'epiteto  adoperato  dal 
padre  di  es-sultan  el-a'zam,  al  contrario  Miirad  Han  ordinò 
che  sulle  sue  monete  venisse  scritto  l'epiteto  "  es-sultan  el- 
galib  „  (il  sultano  trionfante)  (i). 

In  verità  l'epiteto  isolato  di  sultan  non  fu  ufficialmente 
introdotto  negli  aspri  fino  all'anno  780.  Prima  dell'epoca  sud- 
detta tutti  i  sultani  considerandolo  del  tutto  ovvio,  non  vol- 
lero farne  uso.  Lo  storiografo  Galib  bei  non  considerò  questo 
epiteto  per  le  monete  dei  sultani  Murad  Han  e  Mohammed  Han; 
se  lo  avesse  preso  in  considerazione,  certamente  ne  avrebbe 
fatto  menzione  nel  suo  Taqvim  i  meskjukjat  i  osmanije,  giac- 
ché sulle  monete  dei  suddetti  sultani  egli  fa  ampia  trattazione. 

Numero  21 


Nel  recto  : 


peso  gr.  1,05  —    diain.  mm.  17 


b-illah  (in  Dio) 

el-imam  (L'Imam  [capo  della  religione]) 

el-miistensir  (il  vittorioso) 

[Principe  dei  credenti]. 


Nel  verso 


Il  sultano  giusto 

Orhan  figlio  di  Osman 

Lo  glorifichi  Iddio  in  eterno. 


(i)  Mus.  Inip.  Cat.  delle  mon.  ottomane,  Voi.  I,  pag.  13,  11.  38. 


91 


Questa  moneta,  protondamente  differente  dalle  altre  mo- 
nete di  Orhan,  si  ritiene  coniata  in  una  delle  città  più  re- 
centemente  conquistate  da  Orhan.  Nel  recto  i  nomi  miistensir 
e  b-illah  sono  scritti  in  cattivo  cufico.  E  se  il  nome  imam, 
pur  essendo  imperfetto,  è  leggibile  per  via  di  congetture; 
il  nome  el-miistensis  non  si  può  leggere,  giacché  manca  la 
lettera  m  e  i  punti  al  di  sopra  delle  lettere  non  vi  sono.  Nel 
verso  della  moneta  in  luogo  di  "  es-sultan  el-a'zam  „  è  scritto 
"  es-sultan  el-*adil  „.  In  luogo  di  "  Dio  lo  conservi  al  potere  „ 
è  scritto,  con  lettere  però  mancanti,  "  Lo  glorifichi  Dio  in 
eterno  ,;.  L'autorizzazione  ad  assumere  le  qualifiche  dei  ca- 
liffi fu  concessa  ai  sultani  ottomani  per  la  prima  volta  sol- 
tanto al  figlio  di  Orhan,  sultano  Miirad  Han  (0.  Tali  quali- 
fiche religiose  non  furono  quindi  ancora  attribuite  ad  Orhan 
il  vittorioso. 

Pertanto,  a  somiglianza  di  quanto  praticavano  i  sultani 
selgiucidi,  fu  scritto  il  nome  dell'imam  contemporaneo  sul 
recto  della  moneta.  Incerto  però  è  se  vi  fu  scritto  il  nome 
del  califfo,  giacché  il  b'  illah  mustensir  non  sembra  sia  at- 
tribuibile al  califfo  contemporaneo  di  O.^man.  Pertanto  sulle 
monete  coniate  in  Anatolia  incontriamo  dubbi  e  difficoltà  e 
ci  troviamo  in  presenza  del  dubbio  se  la  voce  "  miistensir  „ 
sia  riferibile  a  Orhan  figlio  di  Osmar,  o  ai  califfi  di  Bagdad 
o  ai  califfi  d'Egitto  o  ad  aliri  potentati. 

A  me  fu  una  volta  presentata  una  moneta  coniata  in 
Amasia  e  fu  domandato  a  quale  sovrano  fosse  relativa  e  in 
quale  epoca  fosse  stata  coniata. 

Nella  suddetta  moneta  di  rame  v'era  scritto,  su  di   una 


faccia  : 


([Dio]  lo  conservi  ai  potere  -  coniata  in  Amasia).    Sul!'  altra 
faccia  vi  si  vedeva  inciso  un  cavaliere,  come    nelle    monete 


(i)  Hainillah  efi'endi,  Storia,  voi.  IV,  pagg.  34. 


92 

di  rame  selgiucide.  Di  questa  moneta  di  rame  priva  di  nome 
e  di  data  feci  un  minuzioso  esame.  E  potei  a  fatica  stabilire 
che  era  stata  coniata  nel  tempo  del  conquistatore  Maometto  2° 
(dal  875  al  886)  e  che  quei  di  Amasia,  quasi  a  ricordo  dei 
tempi  precedenti,  vi  avevano  inciso  il  disegno  copiandolo  da 
una  moneta  di  rame  dell'epoca  selgiucida.  S'intende  altresì 
che  fu  coniata  in  tal  guisa  per  commemorare,  con  una  im- 
magine di  tempi  più  antichi,  il  valore  e  il  coraggio  del  sud- 
detto conquistatore  di  Costantinopoli  (i). 

La  suddetta  moneta  coniata  in  Amasia  è  di  specie  di- 
versa da  quelle  di  Orhan  da  noi  descritte.  L'iscrizione  del 
recto  è  invece  copia  di  quella  di  una  moneta  d'argento  sel- 
giucida. Ad  Orhan  il  vittorioso  infatti  erano  riconosciuti  il 
grado  di  nobiltà,  la  potenza,  la  gloria  e  l'onore  come  pei 
sovrani  selgiucidi;  e  rievocando,  nelle  monete,  memorie  sel- 
giucide si  volle  evidentemente  tributare  ad  Orhan  una  ma- 
nifestazione di  riconoscenza.  Soltanto  Orhan  il  vittorioso  per 
differenziarsi  dai  sovrani  selgiucidi  ancora  viventi  aveva  fatto 
scrivere  sulle  monete  l'epiteto  di  "  es-sultan  el  a'zam  „  ; 
aveva  mantenuto  però  nel  resto  le  costumanze  selgiucide  a 
titolo  di  benevolenza  verso  gli  abitanti  dei  paesi  conquistati. 

Fig.  N.  22. 

^)-^Ljjì     ^)^^^     ^)J        e)  2-2- 
-)^f-ijL       -)J!ìx      -^jJJiX        ^)à3j^ 

Questo  studio  ha  soddisfatto  il  desiderio  di  conoscere 
l'origine  delle  monete  ottomane,  prendendo  come  base  gli 
aspri.  Tuttavia  è  stato  prolisso.  Come  conclusione  diremo 
che  il  nome  aqée  dal  popolo  greco  fu  tradotto,  in  greco 
moderno,  aspre;  e  per  mezzo  dei  commercianti  veneziani  fu 


(i)  31°  fascicolo  degli  Atti  dell'Accademia    di    Storia    Ottomana.  — 
Dalle  monete  senza  nome  né  data,  alle  monete  del  tempo  del  Conquistatore. 


I 


93 


portato  anche  fuori  dei  paesi  greci.  Nella  storia  della  repub- 
blica di  Venezia  le  suddette  monete  sono  conosciute  col  nome 
di  aspro.  Io  poi  non  ho  considerato  cosa  senza  importanza 
lo  scrivere  tutto  ciò  per  contribuire  alla  conoscenza  delle 
monete  da  noi  dette  aqce,  cioè  aspri. 


GENEALOGIA  IMPERIALE   OTTOMANA. 

ERTOGVL    (1288  t) 

I 
OSMAN  (1326) 

I 
ORMAN    (1359) 

MURAD  I  (1389) 

I 
BAIEZID  I  (1403) 


I 
SULEJMAN  I  (1410) 


I 
MUSA  (1413) 


I 
MOHAMMED  I    (1421Ì 

..       I 
MURAD  li  (1451) 

I 
MOHAMMED  II  (1481) 

I 
BAYEZID  II  (1512) 

etc. 


Colonnello  Aly 
Membro  deirAccademia  di  Storia  Ottomana 
Costantinopoli. 


Le  tessere  veneziane  dell'olio 


Le  leggi  ed  i  provvedimenti  che  la  Repubblica  emanò 
nel  lungo  periodo  della  sua  vita  furono  sempre  rivolte  a  pro- 
muovere il  benessere  dei  sudditi  e  specialmente  di  quelli  a 
cui  la  sorte  aveva  negato  ricchezze  ed  agi.  A  questo  fine  il 
Governo  adottò  una  provvida  misura  fra  le  più  atte  a  ren- 
dere meno  dura  la  vita  dei  poveri;  la  distribuzione  gratuita 
ma  pili  spesso  a  prezzo  inferiore  al  calmiere  dei  generi  di 
prima  necessità,  fra  i  quali  teneva  posto  importantissimo  l'olio. 

Come  ogni  altro  ramo  di  commercio  anche  quello  del- 
Tolio  era  sotto  la  diretta  sorveglianza  dello  Stato.  Una  spe- 
ciale magistratura  vi  era  preposta,  la  Ternaria  Vecchia,  le 
cui  incombenze  originali  erano  Timposizione  ed  esazione  del 
dazio  dell'olio,  dell'entrata  e  consumo  della  legna  e  dei  grassi, 
poi  anche  l'ispezione  sul  commercio  della  seta  e  del   ferro. 

Istituita  nel  XIII  secolo  fu  così  denominata  dai  Ternieri 
ossia  rivenditori  dei  primi  tre  generi  ed  i  Magistrati  che  la 
componevano    ebbero    il    nome    di    Visdomini  alla  Ternaria. 

Pili  tardi,  quando  il  problema  degli  olii  divenne  vitale 
pel  popolo  veneziano  furono  istituiti  due  Provveditori  spe- 
ciali (decreto  del  io  gennaio  1531  in  Consiglio  dei  X)  ai 
quali  nel  1597  (decreto  del  28  giugno  in  Pregadi)  ne  fu  ag- 
giunto un  terzo. 

Ad  essi  spettava  di  fare  tutte  quelle  provvisioni  che  re- 
putavano necessarie  per  tener  fornita  la  città  di  olii;  ne  re- 
golavano l'introduzione,  ne  fissavano  i  prezzi,  ne  curavano 
la  distribuzione  fra  i  rivenditori  affinchè  il  popolo  e  in  special 
modo  la  povertà  non  rimanesse  priva  di  quel  necessarissimo 
alimento.  A  beneficio  di  questa  i  mercanti  erano  obbligati  a 
lasciare  in  Ternaria  la  quinta  parte  dell'olio  introdotto  che 
veniva  loro  pagato  ad  un  prezzo  speciale. 

Una  deliberazione  del  Senato  del  19  dicembre  1586  li 
prosciolse  da  quest*obbligo  così  detto  del  quinto  sostituendolo 


95 


-col  pagamento  di  un  ducato  per  ogni  miaro  (0  d'olio,  denaro 
che  veniva  tenuto  a  parte  in  zecca  col  nome  di  deposito  del 
quinto  aWoglio  che  serviva  per  rifondere  ai  rivenditori  quel 
tanto  che,  secondo  gli  ordini,  avrebbero  riscosso  in  meno  dai 
poveri  sul  prezzo  di  calmiere. 

Nel  Capitolare  della  Ternaria  Vecchia  (2)  in  un  ordine 
dei  Provveditori  sopra  gli  olii  che  qui  trascrivo,  troviamo 
chiaramente  espresse  le  disposizioni  prese  da  questi  magi- 
strati in  unione  ai  5  Savii  alla  Mercanzia  (3)  per  la  vendita 
dell'olio  ai  poveri  e  per  il  rimborso  del  minor  prezzo  da  essi 
pagato  col  mezzo  delle  tessere  o  cetole  : 

"  Capitoli  et  Ordini  presi  per  li  Clariss."*  Ss."  Prov.'* 
^  sopra  gli  Oglii  e  Savij  alla  Mercantia  sotto  li  26  Febraro 
"  1586  da  essere  osservati  per  li  Postieri  (4)  delle  Contrà 
'^  delli  sei  Sestieri  di  questa  Città  e  delle  Isole  di  Muran 
*^  e  Zuecca. 

"...  Che  debba  vender  alli  poveri  Toglio  colla  Cetola 
''  à  mezza  lira,  à  lira,  sino  a  lire  due  per  volta  e  non  più, 
'^  né  venderlo  più  del  limitado  dalli  Clariss.""'  Prov."  sotto 
"  pena  di  d."  25  la  mità  della  qual  sia  dell'accusator  qual 
''  sia  tenuto  secreto  e  l'altra  mità  alla  pred.'^  Cassa  del 
*^  Quinto  della  qual  non  se  gli  possa  far  gratia  alcuna. 

"  Che  non  possa  strussiar  li  poveri  in  modo  alcuno 
"  menandoli  alla  longa  né  ricusar  de  venderli  Foglio  ne  mo- 
^''  nede  cative  come  quattrini  e  bagattini  sotto  pena  a  chi 
''  commettesse  cadauna  delle  predette  cose  di  d."  20  appli- 
"  cadi  la  metà  all'accusator  qual  sia  tenuto  secreto  e  l'altra 
'^  metà  alla  detta  Cassa  del  Quinto  della  qual  non  se  gli 
'^  possa  far  gratia  alcuna  .... 


(i)  Il  miaro  o  miro  era  cliiamato  nella  vendita  dell'olio  una  misura 
corrispondente  a  libbre  mensurali  25  equivalenti  al  peso  di  libbre  3  V4. 
La  libbra  mensurale  d'olio  corrispondeva  a  pollici  cubi  veneti  26^, 

(2)  R.  Archivio  di  Stato.  Ternaria  Vecchia,  Capitolare  III,  pag.  75 
e  seguenti. 

(3)  Importantissima  magistratura  veneziana  che  regolava  le  rela- 
zioni commerciali  di  Venezia  con  le  potenze  straniere  sia  d'Europa 
-che  d'Asia  e  d'Africa. 

(4)  Così  venivano  chiamati  quelli  che  prendevano  in  affitto  dal  Go- 
verno le  poste  d'olio  ovvero  le  botteghe  dove  esso  si  rivendeva  al 
•minuto.  jt 


96 

"...  Che  detto  Cond/  debba  ogni  2/°  luni  del  mese 
'*  portar  le  cetole  hauerà  hauudo   dalli   poveri   alli  Scrivani 

*  deputati  alla  Tern.^  delle  qual  cetole  sia  refato  esso  con- 
'^  duttor  dal  Magnifico  Cassier  deputado  di  quel  manco  che 
"  li  sarà  stato  dato  ordine  ò  limitado  p.  dar   al   pouero   dal 

*  precio  del  calamier  corrente,  dichiarando  che  nelFult.^  g.°*^ 
'^  del  mese  o  l'antecedente  essendo  festa  debba  h^(aver)  finito 
'^  di  portar  tutte  le  cetole  hauerà  scosso  in  d.*°  mese  e  se 
"  non  li  porterà  e  sia  accusado  sia  incorso  in  pena  di  d."  25 
"  applicadi  la  metà  all'accusator  e  l'altra  metà  alla  Cassa 
"  del  Quinto. 

"  Che  detto  Condutor  né  altri  p.  nome  suo  possa  com- 
"  prar  né  in  altro  modo  scuoder  cedole  se  non  col  vender 
'*  deiroglio  sotto  pena  di  d.''  25  applicati  la  metà  all'accu- 
"  sator  e  l'altra  metà  alla  Cassa  del  Quinto  „. 

Con  quest'ordine  e  con  la  pena  minacciata  si  voleva  por 
freno  agli  abusi  che  si  erano  verificati  nella  dispensa  delle 
cetole.  Esse  rappresentavano  denaro  e  l'utile  che  se  ne  ri- 
traeva non  era  indifferente  per  non  allettare  i  disonesti,  fal- 
sificatori compresi,  che  non  s'erano  astenuti  dall'esercitare 
le  loro  male  arti  su  di  esse,  come  sulle  monete. 

Ne  abbiamo  notizia  da  una  cronaca  esistente  nel  nostra 
Museo  Civico  Correr  (i)  e  precisamente  nei  diari  anonimi 
(ma  di  Francesco  Contarini)  dove  in  data  11  luglio  1593,  tro- 
viamo riportato  : 

"  Essendosi  scoperte  fraudi  grandi  delle  Cettole  dal- 
"  rOglio  che  si  danno  alla  povertà  perchè  ne  sono  state 
"  battute  in  circa  50  g  da  quei  Ministri,  è  stato  dato  or- 
"  dine  che  si  continui  la  confermatione  del  Processo  da  quei 
"  sopra  i  Ogli  i  quali  ne  hanno  fatto  ritener  uno  e  procla- 
"  mato  doi,  et  perchè  non  hanno  maggior  authorità  che  di 
"  bandir  per  5  anni  et  certa  pocha  pena  pecuniaria  sono  stati 
"  eccitati  andar  davanti  li  S.'*  Capi  del  Cons.''  di  Dieci. 
'^  1593»  Luglio  13  in  Coll.° 

"  Si  è  parlato  con  li  Sop."  sopra  i  Ogli  e  questi  hanno 
"  detto  che  non  ricevevano  più  cetole    dalli    postieri   stante 

*  le  false  che  non  son  sta  battute  in  Cecca  che  ne  faranno 


(i)  Museo  Civico  e  Correr.  Codice  Cicogna,  n.  2557. 


97 

'*  stampar  con  nuovo  impronto  fino  alla  somma  di  ^  se  ben 
"  per  il  passato  sono  arrivati  alla  somma  di  ^  e  torranno  in 
"  nota  li  stampatori  acciò  non  segnano  più  fraude  le  quali 
"  in  particolare  son  sta  fatte  per  valere  una  cettola  5  6  che 
"  tanto  di  manco  la  povertà  Tà  pagato  Toglio  et  però  questa 
"  tanto  gran  valuta  son  sta  stampade  et  si  disegna  di  ritirarle 
"  a  mano  „. 

Che  il  provvedimento  avesse  avuto  l'effetto  sperato  non 
ci  è  dato  affermarlo.  Certo  è  che  Tabusiva  valutazione  di 
soldi  6  Tuna  continuò  ancora  perchè  in  vari  decreti  poste- 
riori del  Collegio  dei  5  Savii  e  Provveditori  sopra  gli  olii, 
si  richiama  l'osservanza  alle  disposizioni  del  Senato  il  quale 
aveva  ordinato  che  le  cetole  non  potessero  essere  "  cedute 
"  ouer  valutate  né  bonificate  per  più  di  soldi  doi  Tuna  „. 

Anche  gli  abusi  nella  distribuzione  dovettero  continuare 
perchè  i  Provveditori  sopra  gli  olii,  riunitisi  in  Collegio  coi 
5  Savii  alla  Mercanzia  il  17  dicembre  1595  ne  regolano  nuo- 
vamente la  dispensa. 

In  ciascuna  contrada  della  Città,  presso  il  Piovano,  do- 
vevano venire  eletti  dai  Provveditori,  un  Nobile,  un  Cittadino 
ed  un  Artigiano  ai  quali  era  affidato  il  compito  di  recarsi 
nelle  rispettive  contrade  e  di  casa  in  casa  prendere  in  nota 
coloro  che  secondo  il  convincimento»  erano  bisognosi  e  me- 
ritevoli del  beneficio  delle  cetole. 

Ne  segnavano  il  nome  e  l'età  in  un  libro  che  era  dato 
loro  dai  Provveditori  e  che  debitamente  firmato  da  tutti  e 
tre,  finita  la  rassegna  doveva  venir  riportato  all'Ufficio  e 
consegnato  dall'Artigiano  al  Notaio. 

Ai  Provveditori  era  lasciato  di  ripartire  fra  le  contrade 
la  quantità  di  cetole  decretata  dal  Collegio  e  di  assegnarne 
a  ciascuna  famiglia  il  numero  ritenuto  sufficiente. 

Le  cetole  venivano  poste  in  una  cassetta  le  cui  due 
chiavi  stavano  in  mano  del  Piovano  e  del  Cittadino  e  dai  tre 
incaricati  distribuite  di  casa  in  casa,  secondo  le  indicazioni 
del  libro. 

Terminata  la  dispensa  il  Piovano  doveva  renderne  conto, 
ritornando  quelle  eventualmente  rimaste. 

La  distribuzione  doveva  effettuarsi  per  sette  mesi  con- 
tinui dell'anno,  cioè  da  settembre   a   tutto    marzo,  i  mesi  in 


98 


cui  la  povertà  più  necessitava  del  soccorso.  Soccorso  non 
lieve  perchè  in  un^epoca  in  cui  il  prezzo  dell'olio  si  aggirava 
dai  6  a  9  soldi  la  lira  o  libbra  esso  portava  un  beneficio 
di  soldi  due  per  tale  misura. 

Non  ci  è  dato  stabilire  con  esattezza  Tepoca  di  emissione 
delle  diverse  cetole,  che  sono  tutte  di  rame.  Due  sole  por- 
tano la  data  del  1587  e  1590,  la  prima  che  corrisponde  evi- 
dentemente all'ordine  dei  Provveditori  del  26  febbraio  1586 
more  veneto,  ma  la  leggenda  del  suo  rovescio  CEDOLA  NOVA 
lascia  supporre  che  prima  di  esse  ve  ne  fossero  state  delle 
altre.  Infatti  anche  il  decreto  del  Senato  del  19  dicembre 
1586  a  cui  ho  accennato,  che  regolava  il  deposito  del  quinto 
all'olio  parla  della  dispensa  del  beneficio  :  "  o  per  via  di  ce- 
"  tole  o  in  quel  altro  modo  che  (i  Provveditori  e  5  Savii) 
"  giudicherano  più  conueniente  et  facile  p.  provedere  alli 
"  disordini  „. 

Sarebbe  questo  il  primo  documento  che  le  menziona, 
ma  il  non  averne  trovato  cenno  in  altri  anteriori  non  esclude 
che  esse  non  fossero  in  uso  prima,  come  sembrerebbe  dalla 
fattura  di  alcune  di  esse. 

Non  esistevano  però  più  nella  seconda  metà  del  se- 
colo XVII  come  risulterebbe  da  una  supplica  di  mercanti 
d'olio  (i)  di  data  non  precisata  ma  di  quel  periodo.  Essi  ri- 
volgendosi al  Serenissimo  Principe  per  lamentarsi  di  una 
sospensione  di  estrarre  l'olio  per  usi  fuori  di  città,  riaffer- 
mando la  loro  libertà  di  commercio  dichiaravano  che  il  de- 
naro del  ducato  per  miaro  era  denaro  pubblico,  perchè  l'uso 
di  dare  alla  povertà  "  l'oglio  a  miglior  precio  in  riguardo  di 
"  dette  cedole  che  agli  altri  „  non  si  praticava  più,  "  pagando 
''  ogni  uno  in  precio  del  Calamiero  „, 

Tenuto  conto  dei  vari  elementi  raccolti  ho  creduto  nel- 
l'elenco che  segue,  dare  una  disposizione  delle  cetole  che 
dovrebbe  essere  cronologica. 

Ammesso  che  quelle  datate  non  siano  le  prime,  credo 
possano  giudicarsi  anteriori  ad  esse  quelle  di  forma  circolare 
o  non  dove  l'indicazione  della  quantità  o  misura  non  è  fatta 


(i)  R.  Archivio  di  Stato.  Provveditori  all'olio.   Miscellanea  212   fa- 
scicolo III,   pag.  67. 


99 

con  l'iniziale  ma  con  un  segno  convenzionale  rappresentante 
forse  Tantica  misura,  libbra  e  mezza  libbra  e  che  non  si  trova 
poi  ripetuto,  e  queste  pure  appartengono  a  due  emissioni  di- 
verse, una  fatta  dai  Savii  alla  Mercanzia  e  dai  Provveditori 
della  Ternaria,  mentre  l'altra  sarebbe  stata  fatta  dai  Provve- 
ditori all'olio  che,  come  abbiamo  veduto,  furono  istituiti  più 
tardi. 

A  queste  più  antiche  seguono  le  cetole  datate. 

Poi  viene  un  gruppo  che  ritengo  possa  rappresentare  la 
rinnovazione  delle  cetole  avvenuta  in  seguito  alle  frodi  sco- 
perte e  al  ritiro  di  quelle  esistenti.  Esse  hanno  tipi  diversi  a 
seconda  dei  sestieri,  forse  per  rendere  più  difficili  le  falsifi- 
cazioni e  più  facile  scoprire  il  luogo  dove  avvenivano  le  ir- 
regolarità e  gli  abusi. 

Ultime  di  tutte  quelle  con  l'immagine  di  S.  Marco  e  del 
Redentore  che  presentano  varii  caratteri  di  somiglianza  con 
i  bezzoni  anonimi  che  correvano  a  Venezia  nella  prima  metà 
del  secolo  XVII. 

Eccone  la  descrizione  : 

I.  ^  —  Leone  di  S.  Marco  nimbato   stante    a    sinistra;    ai 
lati  tre  stelle,  sotto  *  S\  M'J   (Savii   Mercantia). 

5/  —  Nel  giro  +  TERNARIA  VECCHIA  Nel  campo  I  e  I 
segno  della  libbra  entro  quadrato;  agli  angoli 
giglio. 


Mill.  20  X  20.  Museo  Civico  e  Correr  di  Venezia  al  quale  apparten- 
gono tutti  gli  esemplari  descritti  che  non  hanno  indicazione  diversa.  '] 


2.  ^  —  Simile  al  prec,  sotto  •  S"  •  M'^ 


lOO 


9 


Leggenda  come  il  prec.  Nel  campo  M  fra  due  stelle 
sormontato  dal  segno  della  mezza  libbra. 


Mill.  i6  X  i6. 

3.  f^  —  Leone   di    S.    Marco    nimbato    stante    a    s.,     sotto 
P.  T.  V.    (Provveditori    Ternaria    Vecchia).   Agli 
angoli  una  stella. 
9    —  I  fra  due  foglie,  sopra  e  sotto  stella  entro   cerchio 
di  perline;  agli  angoli  una  foglia. 


Triangolare  lato  mill.  25. 

4.  Varietà  :  I  fra  due  triangoli  e  agli  angoli  una  stella. 

Triangolare,  lato  mill.  24. 

5.  ^  —  Simile  al  prec,  sotto    il    leone   P.  T.  (Provveditori 

Ternaria). 
9    —  M  fra  quattro  punti  entro  cerchio  di  perline.    Agli 

angoli  una  rosetta. 
Triangolare,  lati  mill.  19  x  15. 


6.  /B'  —  ^  -  PRO"'  -f  A  -  LOG-LIO  -  *  in  quattro  righe. 


lOI 


91    —  Nel  giro  +  TERNARIA  ®  VECHIA   Nel    campo    I  6  I 
entro  circolo. 


Min.  23. 

7.  Varietà:  +  TERNARIA  ^  VECCHIA. 

Mill.  23. 

S.  ^  —  Simile  al  prec. 

9    —  Nel  giro  +  TERNARIA  ^  VECCHIA  Nel  campo  M  fra 
due  rose  sormontato  dal  segno  della  mezza  libbra 
entro  circolo. 
Mill.  18. 


9.  B" 
9 


PROVED"'  -  t  A  ^  -  LOGLIO  in  quattro  righe,  entro 

quadrato  a  cordoncino. 
Nel   giro    TERNARIA  •  VECCHIA    Nel    campo    M    fra 
due  rose  sormontato  del  segno  della  mezza  libbra. 


Circolare  irregolare,  mil!.  i8. 

IO.  ;&  —  1687  •  TERNARIA  S^  V  Leone  di  S.  Marco  nimbato 
stante    a    sin.    entro    mezzo    cerchio   di   perline. 
Esergo  i-;?  L  "^t  I  *J-?  (libbra  una). 
9<    —  +  -  PROVI  -  SORISOLEI   -  CEDOLA  -  NOVA  -  ^ 

in  sei  righe. 
Mill.  24.  Museo  Bottacin  di  Padova. 


102 


II.  Varietà:  •  1587  •  TERNARA  ®  V. 


Mill.  24. 


12.  ^^  —  •  1687  •  TERN Leone  simile  al  pr.  Esergo  %%  M  '^l 

(mezza  libbra). 
V^    —  Simile  al  prec. 


Mill.  20. 


Museo  Bottacin. 


13.  B"  —    PRl  •  SOPRA  •  LI  •  OL&I    Leone    nimbato  in  soldo. 
Esergo  ^1  1690  ^^ 
9    —  Croce  con  rosette  sopra  le  braccia.  Es.  ^-1  L  i**  I  i^ 


Mill.  23. 

14.   &  —  Simile  al  prec. 

P    —  Simile  al  prec,  sotto  alla  croce  'ù^:  M  %•! 

Mill.  19.  R.  Aichivio  di  Stato  di  Venezia. 


15.  ^  —  Leone  di  S.  Marco  nimbato  rampante  a  sin.  con 
spada  nella  zampa,  sopra  la  testa  una  crocetta. 
In  basso,  ai  lati  della  zampa  S-M  (S.  Marco). 


I03 


9    —  Nel  giro  %-^  .  PROVISORI  •  ^1  S  •  OLII  «^  Nel  campo 
entro  ornato  curvilineo  L  •  I  ;  sopra  e  sotto  foglia. 


Mill.  23. 


Museo  Bottacin. 


16.  Varietà:  ^1  •  PROVISORiS  •  OLII  •  ^^ 

Mill.  23. 

17.  ^  —  Simile  al  prec. 

9    —  Leggenda  come  il  prec.    Nel  campo  entro  ornato 

curvilineo  M  fra  due  foglie. 
Mill.  19. 

18.  /B"  —  Leone  di  S.  Marco  nimbato  stante  a  sin.    Esergo 

*  S  •  M  ^  (S.  Marco). 
R)    —  +  PROVISORIS  :  OLII  :  Nel  campo  ^  L  ^  I  ^;  sopra 
e  sotto  foglia. 


MiU.  24. 


19.  ^  —  Croce  fiorata,  ai  lati  del  braccio   superiore  S  •  C 
(Santa  Croce). 


I04 


1$    —  Nel  giro  +  PROVISORIS  ^  OLII  Nel  campo  ^  L^l^ 


Esagonale,  i  quattro  lati  maggiori  inill.  12,  i  due  minori  mill.  7. 

20.  ^  —  Ponte  con  due    guglie,    in    alto,   agli    angoli    C-O 
(Cannaregio). 

^    —  Nel  giro  ^  PROVISORIS  ^  OLII  Nel  campo  L  ^  l. 


Mill.  19. 

21.   B"  —  Torre  a  due  piani,  esergo  C  ¥  LO  (Castello). 

9    —  Nel  giro  ^  PROVISORIS  OLII    foglia.    Nel    campo 
^  L  ^  I  ^. 


Rettangolare,  mill.  23  x  17. 


22.  ^  —  O  accostato  da  segno  I  nel    centro    S    (Ossoduro 
ora  Dorsoduro). 


I05 


9<    —  Nel  giro  ^  PROVISORIS  •  OLII  ^  Nel  campo  •  L  ^  I  • 


Ottagonale,  i  due  lati  maggiori  niill.  19,  i  sei  minori  mill.  4. 

23.  ^  —  Mezza    figura    di    S.    Marco  benedicente.    Esergo 
^  P  •  O  -f  (Provveditori  olio). 

1$    —  I  fra  due  foglie. 


Mill.  21. 

24.  ^  —  Mezza  figura  del  Redentore  benedicente.  Es.  P 
9    —  M  sopra  e  sotto  rosetta. 


Mill.  17. 


Museo  Bottacin. 


25.  /©"  —  S.  Marco  stante,  il  capo  cinto    d'aureola.    Ai    lati 
PO- 


io6 


1^    —  I  fra  due  rosette;  sopra  OGLIO  sotto  la  lettera  -A 


Min.    22. 


R.  Archivio  di  Stato. 


26.  Varietà:  La  lettera  M  invece  di  A. 
Min.  22. 

27.  ^  —  Simile  al  prec. 

9    —  M  fra  due  rosette;  sopra  OGLIO. 
Min.  18. 


Vene:[ia,  Maggio  del  1^21. 


G.  Majer» 


Una  nuova  Moneta  della  Zecca  di  Solferino 


MEMORIA    XX. 

Dei  tre  esemplari  qui  sotto  descritti,  che  rappresentano 
tre  varianti  di  una  medesima  moneta,  uno  mi  fu  gentilmente 
prestato  da  un  ricco  collezionista  milanese  e  gli  altri  due 
non  furono  da  me  casualmente  trovati,  per  quanto  infatica- 
bile ricercatore,  mi  vennero  ceduti  da  numismatici,  i  quali 
rinunciando  a  spiegarne  il  significato,  mi  fecero  anzi  antici- 
pati auguri  di  buona  fortuna  per  sciogliere  il  mistero  che  li 
ricopriva. 

Uno  di  questi,  mi  ricordo  bene,  riponendo  i  denari  dei 
mio  acquisto,  mi  dette  per  consiglio  di  non  perderci  il  tempo 
^  soggiunse:  sicuramente  le  parole  che  vi  si  scorgono  fu- 
rono poste  a  caso  senza  alcun  nesso  fra  di  loro  e  solo  per 
imitare  in  qualche  modo  la  moneta  mantovana. 

E  a  mia  cognizione  l'esistenza  di  altri  esemplari  :  uno 
cadde  fra  le  mani  dell'ora  defunto  numismatico  dott.  Giorgio 
Ciani  di  Trento  che  ci  si  era  accanito  per  trovare  la  solu- 
zione dell'enigma,  ma  partendo  dal  dato  di  fatto  errato,  che 
la  moneta  fosse  della  zecca  di  Mantova,  fece  passare  scru- 
polosamente tutti  i  documenti  conservati  negli  archivi,  cer- 
cando invano  fra  quelli  dei  Gonzaga  un  accenno,  che  vi  po- 
tesse riferirsi. 

Un  altro  di  bellissima  conservazione  e  fu  il  primo  che 
vidi,  Taveva  un  notaio  di  una  piccola  città  del  veneto  e  per 
nessuna  ragione  me  lo  volle  cedere,  pur  non  essendo  rac- 
coglitore di  monete,  anzi  in  fatto  di  monete  antiche  non  pos- 
sedendo che  quel  solo  esemplare.    Un    altro    pure    fa   parte 


io8 


della  collezione  particolare  di  un  noto  negoziante  di  monete^ 
del  mantovano. 

Probabilmente  ve  ne  saranno  altri  ancora,  che  in  attesa 
di  conoscerne  Tattribuzione  si  conserveranno  forse  gelosa- 
mente custoditi,  in  qualche  angolo  di  medagliere. 

La  moneta  è  una  contraffazione  degli  otto  soldi  di 
Carlo  II  di  Mantova,  nono  duca,  1647-65  che  per  maggior 
chiarezza  do  qui  il  disegno  e  la  descrizione  : 


^ 

-  •^  8  -MI  •  CROLVS 

MONT  •  Il  •  F  •  VII  • 

9 

—  ®  •  NON  •  MVTVATA 

giante. 

•  DG  •  DVX  •  ii  •  MANI  •  VINI  |  T 

'k  II    in  sette  righe. 

LVCE  •    Nel    campo    sole    rag- 


AR.  Peso  gr.  1,87.  —  O 

Ed  ecco  le  tre  varianti  della  contraffazione  : 

^^  —  ♦  8  ♦  Il  GON  •  MAR  j  D  •  (7  •  DVX  ||  CAR  •  DIM  •  || 

FOR  •  "E  •  B  11  A  .  I  •  Il  *  Il    in  sette  righe. 
R)    —  •  NON  •  MVTVAVA  LVCE    Nel  campo  sole  raggiante. 


'S^i 


M.  Peso  gr.  i,83.  —  C 


^  —  ®  8  ^   1   GON  •  MAR   11   D  •  G    DVX  •   ||   CAR  •  DIM 

FORT  •  "E    B  il  II  •  Il 


109 


I^    —  +  NON    MVTVATA  •  LVCE  •  Nel  campo  sole  raggiante. 


M.  Peso  gr.  1,52 


^'  -  <&  B  ^  \\  GON  •  MAR  il  •  D  •  G  •  DVX  •  ||  CAR  DIM  •   || 

FOR-E    B  II    Ali-®  Il  •• 
^    —  ♦•NON  MVTVATA -LVCE-  Nel  campo  sole  raggiante. 


M.  Peso  gr.  1,79.  —  C^ 

Queste  imitazioni  fatte  da  Carlo  Gonzaga  marchese  di 
Solferino  (1640-78)  sono  tra  le  più  curiose  e  interessanti  che 
si  conoscono  e  la  spinta  che  ebbe  a  contraffare  quelle  di 
Mantova  non  poteva  essere  ne  più  forte  ne  più  valida. 

Primo  il  nome  eguale  :  Carlo  Gonzaga,  poi  il  titolo  di 
marchese,  comune  a  tutti  e  due,  inoltre  l'impresa  del  sole 
raggiante  che  se  era  usata  da  tempo  per  Mantova,  era  pure 
lo  stemma  di  Solferino  e  la  lettura  si  potrebbe  decifrare  in 
questo  modo  : 

(j0ti3aga  fAkRchto 

Oet  •  (yratia  •  DVX 

CkRolus    (e  qui  si  deve  sottintendere    de    mantva    monetam 

imitavit)  UMentione 
FORma  ET  Bonitate 

Quel  A  •  I  •  o  A  •  Il  •  che  potrebbero  indicare  Tanno  primo 
e  il  secondo  di  battitura,  in  fine,  imita  con  molta  evidenza 
il  VII  marchese  del  Monferrato  e  così  ingegnosamente  ca- 
muffati potevano  impunemente  spendersi  per  gli  otto  soldi 
di  Carlo  II  di  Mantova,  pur  dicendo  la  verità,  enigmatica- 
mente se  vogliamo,  che  erano  contraffatte,  in  sostanza   egli 


no 

voleva  dire  :  Io  Carlo  Gonzaga  marchese  di  Solferino,  ho 
fatto  questa  moneta  come  quella  di  Carlo  Gonzaga  marchese 
di  Mantova,  nella  stessa  dimensione,  forma  e  bontà. 

Passi  la  dimensione  che  è  presso  a  poco  uguale,  sor- 
passiamo sulla  forma  per  quanto  più  trascurata,  ma  la  bontà 
poi ,  se  quelle  di  Carlo  II  di  Mantova  non  sono  di  ar- 
gento molto  fino,  queste  di  Solferino  sono  di  lega  bassissima 
e  prima  di  emetterle  certamente  furono  aiutate  da  una  così 
detta  sbiancatura  per  renderle  lucenti,  sbiancatura  col  tempo 
scomparsa,  si  presentano  ora  quasi  nere  e  come  in  tutte  le 
contraffazioni  lo  scopo  del  lucro  raggiunto. 

Se  si  tien  conto  che  il  nipote  di  S.  Luigi  non  era  alle 
prime  armi  in  fatto  di  contraffazioni,  io  credo  di  aver  dato 
nel  segno,  interpretando  le  arcane  parole  e  sono  lieto  di  ag- 
giungere queste  note,  alle  altre  sulla  zecca  di  Solferino  da 
me  pubblicate  precedentemente. 

Guglielmo  Grillo. 


11  furto  al  Museo  di  Schifanoia  in  Ferrara 


Per  cortesia  del  Sen.  L.  Niccolini,  direttore  del  Museo  di  Schifanoia 
in  Ferrara,  possiamo  stampare  il  suo  primo  rapporto  in  merito  al  furto 
avvenuto  or  sono  pochi  giorni.  Interessiamo  tutti  i  nostri  lettori  a  for- 
nirci qualsiasi  notizia  che  potesse  facilitare  l' identificazione  dei  pezzi 
qualora  li  avvertissero  in  circolazione. 

"  Nella  notte  dal  20  al  21  giugno  1921  alcuni  ladri  introdottisi  nel- 
l'Orto della  Caserma  di  Cavalleria  in  Via  Cisterna  del  Follo,  dopo  aver 
abbattuto  un  tratto  della  rete  metallica  che  divide  quell'orto  dal  nuovo 
orto  botanico,  e  dopo  aver  tagliato  altre  due  reti  metalliche  che  recin- 
gono lo  spazio  adiacente  al  Laboratorio  di  Chimica  diedero  la  scalata 
ai  locali  del  Museo  servendosi  di  due  lunghe  scale  appositamente  por- 
tate sul  posto  e  collegate  mediante  una  robusta  corda.  Entrarono  nel 
Museo  dall'ultima  finestra  della  parete  Nord  verso  Oriente  rompendo 
la  rete  metallica  e  praticando,  col  mezzo  di  un  diamante,  un  foro  cir- 
colare in  una  lastra,  e  così  aprendo  l'imposta. 

"  Entrati  nel  salone  degli  Encausti  ove  si  trovano  esposti  i  libri  co- 
rali miniati,  essi  si  occuparono  soltanto  di  forzare  la  porta  ed  il  can- 
cello di  ferro  che  chiudono  l'accesso  dal  salone  alla  sala  degli  Stucchi, 
ove  si  trova  la  raccolta  numismatica  ed  alla  sala  successiva  ove  si  trova 
la  raccolta  archeologica. 


Ili 

"  La  porta,  rafforzata  con  lamiere  di  ferro  e  con  una  speciale  gran- 
dissima serratura  dopo  il  furto  del  1912,  presentò  una  grande  resistenza 
che  fu  vinta  mediante  scalpelli,  palo  di  ferro,  cuneo,  palo  di  legno  che 
i  ladri  avevano  portato  con  sé. 

*  Facendo  forza  di  leva  poterono  staccare  dall'incastro,  che  pure 
era  cerchiato  di  ferro,  la  grossissima  serratura  e  cosi  aprire  la  porta. 
Dal  cancello  furono  con  una  tronchese  tagliate  tre  sbarre  che  ripiegate 
in  alto  lasciarono  sufficiente  adito  ai  ladri,  i  quali  coi  loro  ordigni  po- 
terono facilmente  aprire  le  vetrine  dei  mobili  contenenti  le  collezioni 
delle  monete,  delle  medaglie  e  delle  statuette. 

"  Dei  diciasette  mobili  esistenti  nella  Sala  degli  Stucchi  soltanto 
sei  furono  scassinati  e  cioè  : 

a)  la  vetrina  contenente  le  medaglie  dei   personaggi    illustri    fer- 
raresi (medaglie  N.  52)  (i). 

b)  la  vetrina  contenente  le   medaglie    di    personaggi    illustri    ita- 
liani (N.  38)  (2). 

e)  la  vetrina  contenente  monete  di  Stati  Esteri  (circa  200). 

d)  la    vetrina    contenente    l' importantissima    collezione    di   plac- 
chette  (N.  136)  (3). 

e)  tutto  il  mobile  contenente,  in    sei    vetrine,    la    collezione   delle 
monete  delle  varie  Zecche  Italiane  (circa  1000)  (4). 


(i)  Rappresentavano:  Tito  Strozzi,  Girolamo  Savonarola,  Antonio  Marescotti,  Pellegrino 
Prisciano,  Luigi  Carbone,  Cesario  Contughi,  Pietro  Avogario,  Cornelio  Bentivoglio,  Evan- 
gelista Baronio.  Alessandro  e  Battista  Guarini,  Gerolamo  Sacrati,  Battista  Saracco,  Gerolamo 
Novaro,  Bartolomeo  Pendaglia  Seniore,  Bartolomeo  Pendaglia  Juniore,  Pompeo  Pendaglia, 
Lodovico  Ariosto,  Beato  Giovanni  Tavelli  da  Tossignano,  Bartolomeo  Roverella,  Filiaso  Ro- 
verella, Bonaventura  Barberini,  Felice  Pellegatti,  Marcello  Crescenzio,  Cardinale  Giuseppe 
Ugolini,  Luigi  Giacchi,  Luigi  Vanicelli  Casoni,  Matteo  Maria  Boiardi,  Celio  Calcagnini,  An- 
tonio Tebaldeo,  Giovanni  Beltrametti,  Giovanni  Battista  Pigna,  Orazio  Maleguzzi,  Obizzo 
Reni,  Alfonso  Trotti,  Ercole  Trotti,  Giovanni  Maria  Crispi,  Eustacchio  Crispi,  Girolamo 
Crispi,  Alberto  Crispi,  Ercole  Graziadei,  Rangone  Roverella,  Ottavio  Tassoni,  Alfonso  Tas- 
soni, Forcole  Varano,  Giuseppe  Varano  ed  altri. 

(2)  Opere,  alcune  di  sommo  pregio,  degli  incisori  :  Sperandio,  PoUajolo,  N.  Cavalierino, 
G,  Bernardi,  Gian  Francesco  Ruberto,  Francesco  Raibolini  (il  Francia),  Vittore  Gambelio 
(Camelio),  A.  Foppa  (Caradosso),  Arsenio,  medaglista  dell'Aquila,  Domenico  De  Vetri  (Di 
Polo). 

(3)  Le  più  importanti  erano  le  seguenti  :  Minerva.  Il  Sacrificio  (di  V.  Bella).  L'incredu- 
lità di  S.  Tomaso.  La  caduta  di  Fetonte  (di  Bernardi).  Soggetto  allegorico  (G.  Delle  Cor- 
niole). Uomo  che  si  guarda  nello  specchio  (G.  Bernardi^.  Cererò  e  Trittolemo.  Allegoria  sulla 
fama.  Altra  allegoria  sulla  fama.  Il  giudizio  di  Paride  (G.  Delle  Corniole).  Apollo  e  Marsia 
CLocrino).  Sacrificio  Agiano.  Amore  addormentato  (Antonio  da  Brescia).  La  Crocifissione 
(del  Moderno).  Allegoria  sul  destino.  Vulcano  che  fabbrica  le  armi  di  Enea.  Baccanale. 
Trionfo  di  Sileno.  Diana.  Leda  col  cigno.  Ercole,  Minerva,  Venere  e  Amore  (V.  Bella).  Apollo 
e  Dafne  cangiata  in  albero.  Venere  e  Amore  (del  Moderno).  Euridice  implora  da  Plutone  e 
Proserpina  la  libertà  di  Orfeo.  Trionfo  (Agostino  Diduccio).  Bacco  fanciullo  e  satiro.  Orfeo. 
Minerva.  S.  Cecilia,  Arianna  nell'isola  di  Nasso  (G.  Delle  Corniole).  Ercole  che  strozza 
Anteo  (del  Moderno).  Ercole  nelle  stalle  di  Augia  (Moderno).  Ercole  ed  il  leone  Nemeo  (Mo- 
derno). Ercole  e  Caco  (Moderno).  La  verità  pettinata  dall'invidia.  Lucrezia  che  si  trafigge 
(Moderno).  Deposizione  nel  sepolcro  (Moderno).  La  Vergine  e  Gesù  Cristo  (Moderno),  S,  Se- 
bastiano (Moderno).  La  llagellazione.  Entrata  di  Gesù  in  Gerusalemme. 

(4)  Citeremo  :  Asti  :  testone  di  Carlo  V  inedito  ;  Correggio  ;  doppio  scudo  di  Siro  ;  Faenza: 
testone  di  AstorgioIII;  Massa  Lombarda;   testone  di  Frane.  d'Este  ;    Milano;   zecchino  di 


112 


/)  la  vetrina  contente  le  monete  italiane  moderne  (circa  70). 

"  Asportarono  poi,  strappandolo  a  forza  dal  muro  ove  era  stato  in- 
fisso il  quadro  contenente  una  formella  di  terracotta  di  Donatello  (i). 

"  Passati  nella  Sala  Archeologica  i  ladri  aprirono  due  vetrine  del 
mobile  contenente  tutta  la  collezione  ferrarese  ed  asportarono  intera- 
mente la  collezione,  preziosissima  perchè  completa,  delle  monete  Estensi 
(N.  273)  (2)  e  la  collezione  pure  completa  delle  monete  papali  ferra- 
resi (N.  386). 

"  Aprirono  poi  tre  delle  vetrine  murali  della  parete  ad  Oriente. 
Nella  prima  a  Nord  tolsero  un  calamaio  di  bronzo  del  1500  rappresen- 
tante Ercole  che  strozza  il  leone  (3)  e  un  ostensorio  d'argento  del  '400. 
Quest'ultimo  però  lo  abbandonarono  poi,  forse  perchè  ingombrante^ 
sopra  uno  scanno  nel  grande  salone.  Nella  seconda  vetrina  tolsero  un 
piccolo  bronzo  rappresentante  un  torso  con  una  gamba  (4)  e  smossero 
e  ruppero  in  una  gamba  ed  alla  testa  una  piccola  statuetta  che  non 
asportarono  (forse  per  non  averla  riscontrata  di  bronzo)  rappresentante 
un  cervo  impennato.  Nulla  tolsero  dalla  terza  vetrina. 

"  La  scelta  delle  vetrine  ove  si  trovavano  le  collezioni  numisma- 
tiche più  complete  e  più  importanti,  e  la  cernita  dei  tre  oggetti  d'arte 
fra  tanti  più  appariscenti  e  più  sottomano,  dimostra  che  il  furto  (a  dif- 
ferenza di  quello  del  1912)  fu  diretto  da  persona  espertissima  in  materia. 
Il  fatto  che  non  furono  vuotate  alcune  vetrine  contenenti  oggetti  impor- 
tantissimi e  che  non  furono  asportati  altri  oggetti  di  piccola  mole  ma 
di  grandissimo  pregio,  fa  ritenere  che  i  ladri,  per  qualche  circostanza, 
non  abbiano  potuto  portare  a  compimento  la  loro  opera  secondo  il 
piano  prestabilito. 


Giov.  e  Luchino  Vis'^onti  ;  Modena:  zecchini  di  Leone  X    e   di   Adriano  VI;    Sabbioneta  : 
scudo  d'oro  di  Vespasiano  Gonzaga. 

(1)  La  formella  di  terra  cotta  (colla  cornice  in  legno  scolpito  cm.  43  per  47,  senza  cor- 
nice 29  per  33)  rappresentava  a  basso  rilievo  due  scene  svolgentisi  in  due  piani  sovrapposti 
ed  uniti  da  una  scala.  Nella  parte  superiore  alcuni  bambini  reggevano  una  tomba  ed  alcuni 
personaggi  parevano  in  pianto,  nell'inferiore  un  guerriero  seduto  in  terra  ed  un  bambina 
che  giuocava  con  un  cane:  sulla  scala  due  guerrieri  in  piedi  ed  una  donna  affacciata  ad  una 
piccola  finestra.  La  fattura  sollecita  indicava  evidentemente  trattarsi  di  un  bozzetto  che  per 
giudizio  unanime  è  stato  attribuito  a  Donatello.  La  formella  aveva  da  una  parte  una  rottura. 

(2)  Citeremo  lo  scudo  d'oro  di  Ercole  II  col  DVX  CARNVTI.  Ricchissime  erano  pure 
le  serie  di  Correggio,  Lucca  e  Mantova. 

(3)  Aveva  un'altezza  di  cm.  18  circa  e  poggiava  sopra  una  base  di  marmo  di  cm.  20  per  10. 

(4)  Era  un  bronzetto  dell'altezza  di  cm.  15  e  rappresentava,  coll'aggiunta  di  una  gamba, 
il  celebre  Torso  Farnese  del  Museo  di  Napoli.  Venne  illustrato  in  uno  studio  di  Adolfo 
Venturi. 


RoMANENGHi  Angelo  FRANCESCO,  Gerente  responsabile. 


Industrie  Grafiche  AMEDEO  NICOLA  &  C.^  -  Milano- Varese. 


IL  TESORO  DI  NAGYTÉTÉNY 


Il  tenente  colonnello  Voetter  e  J.  Maurice  riuscirono  a 
fare  ordine  nel  caos  della  numismatica  dell'epoca  di  Costan- 
tino, quello  colla  sua  infaticabile  attività  di  collezionista,  questo 
colla  sua  grande  opera  riassuntiva,  e  ne  gettarono  le  basi 
scientifiche.  Il  lavoro  dei  due  precursori  diede  la  spinta  a 
nuove  ricerche,  i  risultati  delle  nuove  ricerche  resero  possi- 
bili delle  correzioni.  Fra  questi  i  pii^i  importanti  sono  i  lavóri 
che  fecero  i  numismatici  italiani,  con  a  capo  L.  Laffranchi, 
il  quale  non  solo  con  nuovi  dati,  ma  adoperando  i  dati  sti- 
listici ed  epigrafici  è  arrivato  a  nuovi  successi. 

Nelle  pagine  che  seguono  mi  proverò  a  presentare  i  ri- 
sultati scientifici  e  la  descrizione  di  un  tesoro  scoperto  non 
lungi  dalla  capitale  della  Pannonia  inferiore  dell'antichità,  nel 
comune  di  Nagytétény  situato  sulle  rive  del  Danubio.  Questo 
comune,  che  si  chiamava  allora  Campona  costituiva  un  ac- 
campamento secondario  del  limes  romano.  Il  tesoro  venne 
scoperto  nel  1887  da  un  abitante  del  luogo  il  quale  voleva 
scavarsi  una  cantina  (i).  Oltre  alle  monete,  vennero  alla  luce 


(1)  Menzionato  brevemente  in  Archeologiai  Ertesitò,  VII  (1887),  \yA- 
gina  445. 


114 

mattoni  romani.  Il  Museo  Nazionale  Ungherese  riuscì  ad 
acquistare  ben  10,585  pezzi  per  il  suo  Gabinetto  di  numi- 
smatica. Questi  furono  identificati  sulla  scorta  dell'opera  del 
Cohen  dal  prof.  Valentino  Kuzsinszk3^ 

Interessante  la  speciale  composizione  del  tesoro.  Esso  è 
composto  esclusivamente  di  monete  di  bronzo;  in  quella 
gran  massa  di  monete  non  si  trovano  che  due  tipi  di  piccole 
monete  di  bronzo  argentate  :  a)  3  gr.  io  —  3  gr.  20,  b)  2 
gr.  50  —  2  gr.  54  di  peso  medio,  come  risulta  da  45  prove. 
Il  tipo  pili  pesante  sumenzionato  è  preceduto  da  due  MB 
ridotti,  frammisti  agli  altri  (nn.  223,  456);  cosicché  non  tro- 
viamo che  una  sola  serie  di  Heraclea  (n.  359)  precedente  la 
nomina  cesarea  datata  coll'anno  317.  Delle  zecche  d'Occi- 
dente soltanto  7  SOLI  INVICTO  GOMITI,  2  lOVI  CONSERVA- 
TORI, 2  PRINCIPIA  IVVENTVTIS  precedono  le  serie  più  com- 
plete delle  varianti  ViCTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP  dopo  le 
quali  sono  rappresentati  in  abbondanza  i  prodotti  delle  zec- 
che tra  il  320-330.  Ultimi  vengono  i  GLORIA  EXERCITVS  di 
peso  ridotto  (con  due  insegne  militari)  coi  rovesci  VRBS 
ROMA  e  CONSTANTINOPOLIS. 

In  Oriente  la  successione  cronologica  viene  aperta  colla 
bella  serie  delle  emissioni  coniate,  secondo  Maurice,  tra  il 
317-319,  se  prescindiamo  dalla  serie  menzionata  di  Heraclea; 

ma  mancano  le  monete  non  argentate  segnate  fatte  co- 
niare da  Licinio  dal  318  al  324  (0,  come  pure  mancano  le 
piccole  "  Ahnenmiinzen  „  emesse  dal  suo  avversario  nei 
primi  tempi  della  seconda  guerra.  Dopo  la  vittoria  di  Co- 
stantino, seguono  le  serie  corrispondenti  a  quelle  d'Occidente 
che  chiudono  la  serie,  come  nel  primo  gruppo.  Sono  tutti 
esemplari  nuovi,  senza  nessun  difetto. 

La  scelta  accurata  dei  due  tipi  di  moneta  spicciola  ci  fa 
supporre  che  questa  collezione  di  monete  sia  stata  una  cassa 
per  pagamenti  di  piccole  somme,  probabilmente  il  soldo 
delle  truppe  del  forte  vicino,  nascosta  poi  in  tutta  fretta  al- 
Tavvicinarsi  dei  barbari.  Il  materiale  si  suddivide  come  segue 
tra  le  singole  zecche  : 


(i)  Con  una  sola  eccezione,  n.  394  (Kyzikos). 


II 


Z  K  e  e  A 


.MI5  H.'.l 


PB 

.•J,10--J,20  gr. 

PB  Ke.l 
2,50-2,54  gr. 

T..tal.' 

'973 

2185 

4159 

1411 

352 

1763 

1088 

85 

II73 

1054 

33 

1087 

520 

— 

520. 

407 

17 

424. 

217 

24 

241 

147 

89 

236 

225 

3 

228 

161 

48 

209 

153 

153 

120 

9 

129 

83 

— 

83 

33 

9 

42 

35 

— 

35 

23 

— 

24 

24 

— 

24 

25 

30 

55 

1   7599 

2984 

10585 

1. 

2. 

3- 
4- 
5- 
6. 

7- 
8. 

9- 

IO. 

II. 

12. 

13. 
14. 

15- 
16. 

n- 
18. 


Siscia    

Thessalonica 

Ileraclea  Thraciae    . 

Cyzicus 

Ticinuni 

Niconieciici 

Roma 

Costantinopoiis  .    .    .    . 

Arelate 

Treviri . 

Aquileia 

Antiochia 

Sirmium 

Lugdunuin 

Londiniuni 

Alexandria 

Falsificazioni  sincrone. 
Incerta 


Totale 


Dalla  tabella  qui  sopra  la  prima  conseguenza,  la  quale 
fu  già  segnalata  da  Monti  e  Laffranchi,  è  che  nei  ripostigli 
ungheresi,  i  prodotti  della  zecca  con  la  signatura  T  sono 
dieci  volte  superiori  a  quelli  di  Lugdunum.  In  altro  articolo 
ho  intenzione  di  dimostrare  con  nuovi  argomenti  e  con  altri 
ripostigli  ungheresi  la  questione  già  risolta,  che  la  zecca  T 
doveva  essere  nell'alta  Italia. 

Relativamente  all'epoca  in  cui  questa  cassa  venne  na- 
scosta, il  ierminus  ante  quem  è  dato  dalla  circostanza  che  vi 
mancano  del  tutto  le  monete  di  Costante  salito  sul  trono  il 
25  dicembre  del  333.  Questo  fatto  mette  in  rilievo  la  grande 
importanza  del  tesoro,  in  quanto  che  ne  possiamo  ottenere 
con  assoluta  certezza  le  serie  dei  piccoli  bronzi  anteriori  al 
25  dicembre  333. 

Maurice  cioè  in  mancanza  di  una  base  sicura  fu  costretto 
a  datare  ipoteticamente  le  emissioni  di  parecchie   zecche,  le 


ii6 

quali  erano  attive  attorno  a  quell'epoca.  A  questo  riguardo 
Voetter  osserva  (i)  :  "  Ganz  schleierhaft  oder  vielmehr  un- 
"  bedingt  unrichtig  erscheint  mir  die  Angabe,  dass  Antio- 
"  chia,  Alexandria,  Cyzicus,  Nicomedia,  Heraclea,  Thessa- 
''  Ionica,  Siscia  und  Lugdunum  von  326  bis  333  ausgesetst, 
**  d.  h.  nicht  gepràgt  hatten  „.  Il  nostro  ripostiglio  confenna 
nelFessenza  la  giustezza  di  questa  supposizione,  in  quanto 
che  colloca  nei  tempi  anteriori  alla  salita  al  trono  di  Costante 
le  emissioni  assegnate  dal  Maurice  ad  epoche  posteriori  al 
25  dicembre  333  (rispettivamente  al  18  settembre  335),  nelle 
zecche  di  Antiochia,  Cyzicus,  Nicomedia,  Heraclea  e  Thes- 
salonica.     Risulta    inoltre    dal    nostro    tesoro    che    la     serie 

— T^^~t>^    ~       ^^. —  (assegnata  anche  dal  Voetter  al  333(2)) 

era  in  circolazione  a  Siscia  già  molto  prima  dtll'epoca  di 
Costante,  e  che  la  2.*  officina  (3)  fu  inaugurata  a  Costantino- 
polis  già  prima  di  Costante  (Vedi  i  nn.  334-338,  383-387, 
406-412,  437-440.  453-455'  273-277.  335)-  Queste  constatazioni 
sono  specialmente  degne  di  attenzione,  perchè  i  piccoli  bronzi 
ridotti  pervennero  nel  nostro  fondo  dalle  zecche  geografica- 
mente lontane  soltanto  in  quantità  esigua  e  ciò  vuol  dire 
che  la  loro  coniazione  non  poteva  essere  cominciata  da  lungo 
tempo.  Per  questo  motivo  vi  manca  il  conio  di  Alessandria 
GLORIA  EXERCITVS  o  qualche  conio  parallelo  (Le  iniziali  di 
questa  città  ricorrono  soltanto  in  24  pezzi  (4)). 

Non  mi  sembrano  probabili  e  non  trovo  dimostrati  gli 
intervalli  tra  il  326  e  il  330.  Vedremo  più  giù  che  a  Roma 
è  chiaramente  visibile  il  passaggio  da  PROVIDENTIAE  CAESS, 
(DN  CONSTANTINI  MAX  AVG  -  VOT  XXX)  e  a  GLORIA  EXER- 
CITVS. Perchè  dunque  supporre  relativamente  ad  altre  zecche 
che  tra  gli  stessi  rovesci  ci  siano  4  anni  di  differenza? 

Così  per  esempio  a  Heraclea,  dove  nel  nostro  elenco, 
col  rovescio  PROVIDENTIAE  CAESS  il  Crispo  figura  con  una 

(  I  )  Niiìu.   Zeilsc/irifi,   1913,   \'<-'^.   1 36. 

(2)  Voetter,  Constantinits  junior,  Atlas  {Beiìa^e  sur  Num.  Zetischr., 
1909).  Taf.  7. 

(3)  Cfr.  Maurice,  Numisniatiqiie  Constatìtienne,  tome  li,  pag.  528. 

(4)  Voetter.  Stitn.  Zeitschrift,   1913,    pa<j;g.  140- 141,    ha    dimostrato 
dettagliatamente  la  contenuta  delle  serie. 


117 

sola  sigla  di  zecca  (n.  374),  mentre  i  suoi  due  fratelli  ci  sono 
rappresentati  con  due  serie  complete  (nn.  375376),  le  quali 
dunque  nella  più  gran  parte  sono  state  coniate  dopo  la  di 
lui  morte.  Ma  i  pezzi  derivanti  da  quest'ultima  epoca  sono 
distinguibili  anche  in  altri  casi.  Ad  ogni  modo  è  chiaro,  che 
dopo  le  grandi  esigenze  della  guerra,  col  coniare  si  dovette 
procedere  più  misuramente  (0  (Altro  è  il  caso  di  Aquilea  e 
delle  zecche  cessate). 

Osservo  a  proposito  delle  singole  zecche  : 

Roma.  —  È  di  una  serie  finora  sconosciuta  il  segno  n.  31 

— — — — i,  che  si  unisce  alla  serie  ---^  —  ,— _—  pubblicata 
^RFTf  RFP  RFQ    ^ 

dal  Voetter  (Constantinus  jun..  tav.  11),  nei  riguardi  del  ro- 
vescio PROVIDENTIAE  CAESS.  Quest'ultima  serie  esiste  nel 
rovescio  sincrono  DN  CONSTANTINI  MAX  AVG-  -  VOT  XXX 
(n.  30),  e  continua  anche  nelle  riduzioni.  Togliamo  natural- 
mente dall'emissione  330-333  di  Maurice  il  rovescio  relativo 
ai  tricennali,  e  lo  collochiamo  tra  il  326-330. 

Maurice  (2)  tra  gli  anni  326-330  frappone  una  emissione 
segnata  colla  mezzaluna,  che  però  non  mi  riuscì  di  ritrovare 
in  nessun  luogo  e  che  non  è  conosciuta  neppure  dal  Voetter. 
Il  tipo  colla  porta  di  campo  e  colla  leggenda  DN  CONSTAN- 
TINI MAX  AVG"  qui  aggregato  dal  Maurice,  è  una  fabbrica- 
zione speciale  di  Ticinum  e  perciò  il  supposto  RvjT  potrebbe 
essere  piuttosto  un  PuT  male  coniato. 

Treviri.  —  Il  n.  74  a  (v.  tav.,  n.  3),  completa  una  serie 
a  scudo  riccamente  ornato  (Cfr.  Voetter,  Nttm.  Zeitschrift, 
1918  (pag.  51),  Taf.  19,  nn.  38,  39,  41). 


(i)  In  Antiochia  la  serie  -,.  .  ,.—  .    occ,  in  occasione  della  riduzione 
SMANTA 

viene  sostituita  da    — — — ■—  ecc.    E    una    interessante    e    finora   inedita 
SMANA 

marca  di  zecca  quella  di  un  esemplare  della  collezione  dott.  Scholtész 

a  Budapest:   \^  —   GLORIA    EXERCITVS    '-''"^    ^"^    insegne  militari 

^  —  CONSTANTINVS    MAX    AVG    (I^MlJd);     ^^      _-    (sic!). 

Questa  marca  congiunge  dunque  i   due  gruppi  sopramenzionati. 
(2)  Niim.  Constantinienne-  tome  I,  pagg.  248-249. 


ii8 

Ticinum.  —  Appartiene  a  questa  zecca  "  diu  vexata  „ 
la  nuova  marca  di  zqccsl  al  n.  202  per  l'esemplare  colla  testa 
dell'imperatore  munita  di  corona  radiata  (Coli.  Trau,  Off.  P, 
S,  T)  di  cui  Maurice  (i)  conosce  il  paio  di  Constantinus  jun.; 
ma  esiste  anche  quella  di  Crispo  e  di  Licinio  : 

a)  CRISPVS  NOB  CAES  (TRd) 

9  —  DOMINORVM  NOSTRORVM    CAESS    nella    ghirlanda: 

-¥■  ■¥■ 

VOT  V   —  (Trau)  ;   —   (Gerin,  Vienna). 

ò)  IMP  LICINIVS  AVG  (TRd) 

I^  —  DN    LICINI    INVICI    AVG    nella    ghirlanda:    VOT  XX 

—   (Voetter)  ;   — -  (Schwechat  (2;)  ;  — -  (Voetler). 

il  o    I  II 

Il  n.  25  augura  a  Crispo  altri  dieci  anni  di  felicità,  an- 
cora prima  che  fosse  trascorso  il  primo  periodo  di  dieci 
anni  :  ne  risulta  che  scrissero  sulle  monete  il  nuovo  periodo 
già  in  occasione  delle  feste  preliminari.  Se  è  vero  che  fu 
proclamato  imperatore  il  primo  marzo  317,  questi  auguri 
non  si  riferiscono  che  ai  6  mesi  che  ancora  gli  restarono 
di  vita.  Qui  introduciamo  al  penultimo  posto  una  nuova  serie 
finora  mancante.  Dopo  la  serie  di  marche  colla  mezzaluna, 
segue  questa  marca  molto  rara  :  la  mezzaluna  passa  sopra 
VOT  e  cede  il  posto  alla  lettera  H  (v.  tav.  n.  4  ;  n.  220), 
Anche  Voetter  ne  possedeva  due  esemplari  che  essendo  soli, 
gli  sembrarono  piuttosto  falsificazioni  sincrone  (3).  Questi 
completano  quelli  di  Nagytétény  : 

u 

aj  al  n.  220  :    H    (Voetter). 

QT 


(i)  Op.  cit.  tome  II,  pag.  273,  V,  3. 

(2)  Il  catalogo  manoscritto  del  tesoro  di  Schwechat,  opera  del  Voet- 
ter, si  trova  nel  Gabinetto  delle  medaglie  di  Vienna. 

(3)  Num.  ZeìtscJitft,  Jahrg.  XXIV  (1892),  pag.  54,  invece  di  H  erro- 
neamente V;  nel  catalogo  mss.  del  Gabinetto  di  Vienna  è  descritto 
esattamente. 


119 

bj  CONSTANTINVS  IVN  NOB  CAES  (BMLd). 

9  —  DOMINOR  NOSTROR   CAESS,  nella  ghirlanda  :  VOT  XX 
u 

J-|_  (Voetter). 
TT 

Non  è  certo  se  esista  l'esemplare  parallelo  di  Crispo,  e 
se  sia  arrivato  a  questa  marca. 

Sisria.  —  Abbiamo  da  fare  alcune  osservazioni  sulla 
cronologia  dei  rovesci  VICT(ORIAE)  LAETAE  PRINC  PERP.  In 
essi  due  vittorie  tengono  uno  scudo  sopra  un  altare,  una 
delle  vittorie  incide  sullo  scudo  gli  auguri  del  popolo  romano 
vot(fl)  "^{optili)  r(omani),  evidentemente  in  occasione  dei  voti 
periodici  (quinquennalia ,  decennalia).  La  loro  importanza 
consiste  nel  fatto  che  sull'elmo  di  Costantino  appare  qui  per 
la  prima  volta  il  monogramma  di  Cristo.  Se  ne  occupò  det- 
tagliatamente Maurice  (0  e  Voetter  raccolse  in  tabelle  i  loro 
coni  (2).  Maurice  osserva  (3':  "  Il  est  très  important  de  fixer 
"  exactement  la  chronologie  de  ces  pièces.  Les  difTérents 
"  monétaires  sont  pour  cela  d'une  utilité  réelle.  L'on  con- 
"  state  en  effet  que  les  séries  qui  ont  du  étre  frappées  de 
"  320  à  324  ne  sont  pas  les  mémes  que  celles  frappées  de 
"  317  à  320  „.  La  sua  suddivisione  è  la  seguente  : 

317-320  d.  Cr.  Rovescio  con  leggenda    piij    completa. 

"  Sur  la  face  antérieure  de  l'autel,  un  point,  un  losange 
"   ou  l'une  des  lettres  S-l-S,  on  rien    „. 
a)  ASIS  -6SIS;  b)  ASIS.  -  €SIS. 

320-324  d.  Cr.  a)  Rovescio  con  leggenda  più  corta.  Sul- 
l'altare per  lo  più  le  lettere  S-l  — S,  che  secondo  lui  in- 
dicano la  zecca. 

a)   .ASIS.   -    •€$!$•  ;  b)  ASIS^  -  ESIS^ 

P)  Rovescio  a  leggenda  completa,  ''  Les  pièces  de  Constantin 
"  le  Grand,  n.  636  et  639  de  Cohen  déjà  décrites  avec 
"  l'émission  précédente  ont  du  étre  de  nouveau  frappées 


(i)  Op.  cit.  tome  II,  pagg.  xl,  cviii,  330.  338. 

(2)  Nnnt.  ZeUschrift,  1920,    Taf.  8,  9. 

(3)  Op.  cit.  tome  II,  pag.  330. 


I20 

"  au  cours  de  celle-ci  avec  les  exergues  de  la  i''  et  de 
"  la  2'  séries  (=   ASIS  -  eSIS  ;    .ASIS.  -  .eSIS.)   „. 

In  base  all'abbondante  materiale  del  ripostiglio  di  Nagyté- 
tény  siamo  in  grado  di  confermare  la  supposizione  del  Mau- 
rice, che  cioè  continuarono  a  battere  questa  specie  di  mo- 
neta per  Costantino  il  Grande  anche  posteriormente,  ma 
nello  stesso  tempo  risulta  comprovato  che  il  tipo  delle  mo- 
nete di  conio  posteriore  è  chiaramente  distinguibile  dagli 
altri  e  forma  delle  serie  a  parte  (cfr.  tav.,  nn.  11-12,  13-15). 
Questa  constatazione  modifica  sensibilmente  la  cronologia 
dei  gruppi  di  sigle  di  zecca.  Questo  cambiamento  non  risulta 
dalle  tabelle  nuove  del  Voetter  (anch'egli  comincia  con  quelle 
prive  di  "  différent  „),  perciò  fissiamo  la  esatta  cronologia, 
completata  di  nuove  indicazioni  : 

I.  —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP  VOT  PR  (v.  tav., 
nn.  II,  13;  nn.  225-234).  La  veste  della  vittoria  è  formata 
da  un  velo  che  arriva  alle  caviglie  (Raramente  si  incontra 
il  vestimento  del  gruppo  III  anche  in  figure  maggiori). 


I.    ASIS.    BSIS.    rSIS.    ASIS.    €SIS. 

Sull'altare  ho  costatato  le  varianti  dal  numero  i  al  18 
compreso  (I  tipi  degli  altari  sono  riprodotti  a  pag.  132). 

Queste  numerose  varianti  formano  nuove  minori  serie, 
e  dimostrano  quante  suddivisioni  potrebbero  effettuarsi  me- 
diante la  segregazione  delle  serie  secondo  le  diverse  deco- 
razioni dell'altare,  come  fa  del  resto  il  Voetter  nelle  sue 
nuove  tabelle  {Num.  Zeitschrifi.,   1920,  Taf.  8). 


2.  •  «BSIS» 

Sull'altare  :  i  tipi  12  e  15,  Coli.  Gerin,  Vienna  (Maurice, 
8  em.,  V  4,  V  6). 

Non  so  perchè  M.  abbia  creduto  che  le  monete  per  Co- 
stantino siano  state  coniate  con  questa  (IX  em.,  II). 

I  I  s  s  s 

^'       ASIS.      BSIS»      rSIS.      ASIS.      €SIS. 

Le  lettere  sull'altare  soltanto  in  questa  combinazione. 


121 


II.  -  VICT  •  LAETAE  PRINC  •  PERP,  VOT  PR  (v.  tav. 
n.  14,  nn.  235-242).  Tipo,  come  quello  precedente.  Le  iscri- 
zioni del  diritto  sono  dapprima  come  sopra,  dopo  si  ab- 
breviano. 

^*     ASIS.      BSIS.      rSIS.      ASIS.      €SIS»/  ^ 

Maurice  non  conosce  questa  rara  sene.  È  importante 
perchè  indica  l'immediato  nesso  col  I  gruppo. 

I  I  s  s  s 


2. 


3- 


ASIS*       «BSIS*       «rSIS*       «ASIS*       «CSiS* 
I  I  S  S  S 


ASIS^  BSIS^  rSIS^  ASIS+  €SIS^ 


111.  —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP,  VOT  PR  (v.  tav. 
nn.  12,  15  ;  nn.  243-247).  Sono  coniate  su  piastrelli  minori 
dei  precedenti;  i  busti  sono  piìi  piccoli,  più  tozzi;  così  pure 
le  Vittorie.  Differente,  salvo  poche  eccezioni,  anche  il  loro 
vestimento  :  sotto  il  mantello  che  arriva  fino  alle  coscie  si 
scorge  il  drappeggio  verticale  della  camicia.  11  gruppo  III, 
non  è  che  la  copia  deformata,  di  stile  trascurato  del  gruppo  I 
di  cui  riproduce  (ad  eccezione  del  n.  247)  anche  i  dritti. 
Mentre  i  primi  due  gruppi  furono  fatti  per  i  due  Licinio  e 
per  i  due  figli  maggiori  di  Costantino,  il  terzo  fu  coniato 
esclusivamente  per  Costantino,  colle  seguenti  marche  : 


I.    ASIS      BSIS      rSIS      ASIS      €SIS 


2.  Asis^  Bsis^  rsis^  ASIS*  esis^ 

Sull'altare  troviamo  la  più  grande  parte  delle  decora- 
zioni riprodotte  dal  numero  i  al  18  (le  forme  decorative  i, 
3,  4,  5,  12,  14,   15)  nonché  i  tipi   19,  20  e  21. 

Da  quanto  precede  risulta  : 

a)  per  quanto  mi  consta,  il    monogramma    ^    appare 
soltanto  nella  primissima  serie  (I,   i)  (i),  sul  nastro  che  divide 


(i)  Maukice,  8  em.  V.  4  (tome  11,  pag.  336),  la  ricorda  colla  inarca 
senza  punto,  ma  l'esemplare    a    tav.  X,    n.  4    ha    la    seguente    marca: 

—  (Vo.j  ;  manca  nella  coli.  Winclisclijjralz,  \Il\.  VI,  Aht.,  2,  pag.  144; 
BSIS  • 

soltanto  ricordata.  Indicata  esattamente    da    Voltteh,  Niuh.  Zeitschrift^ 

Bd.  XXIV  (1892),  pag.  68,  ma  il  jjunto  non  è  visibile  nella  tavola  9  del- 

Taiino   1920.  Non  conosco  gli  esemplari  di    l'.irigi  e  di  Londra. 


122 

in  due  parti  Telmo;  ma  nella  raccolta  del  Voetter  vi  è  un 
pezzo  VICI  •  LÀETAE,  ecc.,  sul  quale  il  nastro  in  parola  porta 
l'altro  monogramma,  o  meglio  la  forma  del  primo   travisata 

e  malintesa  dall'operaio  pagano:  •^- (colla  marca  ), 

•  BSIS  • 

Queste  iniziali  (^ic  =  I  e  X)  le  troviamo  sulle  due  faccie 
del  nastro  intercalate  da  stelle.  Invece  delle  stelle  nei  grup- 
pi I  e  II  figurano  anche  croci, 

b)  Tra  le  lettere  poste  sull'altare,  T  I  proviene  soltanto 
dalle  due  prime  officine,  la  S  dalle  tre  ultime  officine;  non 
come  nei  coni  paralleli  di  Ticinum,  dove  le  lettere  C,  R,  P 
si  trovano  in  ogni  officina.  Crolla  quindi  la  spiritosa  combi- 
nazione di  Maurice  che  le  lettere  S  e  I  risultino  dalle  ini- 
ziali della  voce  SIS(c/<7). 

e)  In  seguito  allontanamento  della  serie  priva  della 
'^  différent  monétaire  „  (e  stellata),  i  coni  dell'S.  emissione  se- 
condo Maurice  portanti  il  nome  di  Costantino  (V,  i,  2,  3.  4), 
si  suddividono  tra  i  gruppi  segnati  da  noi  con  I  e  HI. 

d)  Può  sembrare  strano  che  il  gruppo  III  sia  stato 
fatto  esclusivamente  per  Costantino.  La  causa  di  questa  cir- 
costanza può  ricercarsi  nel  fatto  che  essendo  i  suoi  due  av- 
versari impossibilitati  in  seguito  alla  guerra  di  Licinio,  di 
battere  moneta,  questo  tipo  venisse  rinnovato  appunto  per 
supplire  ai  loro  conii. 

A  Siscia  quei  di  Licinio  vengono  a  mancare  appunto 
nel  corso  della  serie  stellata;  il  giovane  Licinio  raggiunge 
nella  serie  i  vota  quinquennalia  dei  Cesari  ma  non  vi  figura 
più  quando  scrivono  nella  corona  di  alloro  i  decennalia.  In 
quell'epoca  si  sospende  l'emissione  dei  rovesci  del  padre  suo 
portanti  VOT(«)  XX.  Le  monete  di  Costantino  colle  due  Vit- 
torie dovevano  sostituire  appunto  questi  ma  provvisoriamente, 
perchè  non  vi  troviamo  più  le  altre  serie  della  guerra. 

Molto  più  difficile  è  fissare  il  termine  ab  quo;  l'autore 
della  "  Numismatique  Constantinienne  „  lo  pone  nel  317. 
L'argomento  decisivo  a  questo  proposito  è  fornito  dal  cor- 
rispondente aureus  di  Ticinum  e  di  Roma  (i)  nel  quale  sullo 


(i)  CoHEN^  {Constantinus),   n.    64T  ;    Maurice,    t.  I,    pagg.  216,  xviii  ; 
t.  II,  pagg.  261,  IX. 


123 


scudo  sostenuto  dalle  Vittorie  sta  scritto  VOT  X.  La  festa 
per  l'avverarsi  fortunato  di  questi  voti  fu  celebrata  nel  315 
e  nel  316  (0  e  non  abbiamo  nessun  motivo  per  dubitare  che 
Vaureits  non  sia  stato  coniato  allora.  Venendo  fatti  in  meno 
esemplari  che  le  monete  spicciole  e  durando  meno  tempo  la 
loro  preparazione,  negli  aurei  non  sono  probabili  spostamenti 
maggiori  dalla  data  indicata. 

E  un  fatto  che  per  Toccasione  vennero  coniati  anche 
piccoli  bronzi  (così  X  invece  di  PR),  e  precisamente  a  Trier 
(Maurice,  6  em.,  II),  i  quali  hanno  qui  il  posto  che  loro 
spetta.  Ma  nella  collezione  Goubastow^  di  Pietroburgo  esi- 
steva anche  un  esemplare  di  Siscia  (2)  : 

B"  —  IMP  CONSTANTINVS  AVG  Son  buste  cuirassé  à  gau- 
che avec  un  casque  surmonté  d'un  cimier,  tenant 
une  baste. 

I>  —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP  Deux  Victories 
debout  posant  un  bouclier  sur  un  cippe  et  écri- 
vant  VOT  X,  à  l'exergue  TSIS  (PB). 

Ma  se  i  piccoli  bronzi  in  parola,  si  riferissero  anch'essi 
a  questo  voto,  perchè  mai  a  partire  dal  317  il  VOT(«)  X  sa- 
rebbe stato  sostituito  da  VOT  PR  ?  Il  tipo  analogo  degli 
aurens  non  prova  affatto  la  contemporaneità,  perchè  è  un 
tipo  più  vecchio.  Voetter  ha  dimostrato  che  le  eguali  billon- 
monete  di  Treviri  (con  VOT  PR)  sono  parallele  alle  billon- 
monete  di  Licinio  e  Massimino  Daza.  Dunque  il  tipo  stesso 
è  anteriore  all'anno  313.  Va  preso  inoltre  in  considerazione 
che  tra  gli  altri  rovesci  enumerati  nell'emissione  di  Siscia 
dal  317-320,  non  figurano  in  generale  nel  tesoro  di  Nagy- 
tétény  quelli  SOLI  INVlCTO  GOMITI,  lOVI  CONSERVATORI, 
CLARITAS  REIPVBLICAE  e  quelli  PRINCIPIA  IVVENTVTIS  vi 
sono  soltanto  in  due  esemplari  (le  altre  zecche  sono  rappre- 
sentate ancora  più  modestamente);  la  VICTORIAE  LAETAE 
PRINC  PERP  invece  vi  figura  già  in  bel  numero,  lutto  ciò 
ci  induce  a  collocare  le  monete  in  questione  dopo  quelle 
collocate  tra  il  317-320,  e,  fatta  nostra  una  precedente    sup- 


(i)  Maurice,  Op.  cit.,  t.  I,  pag.  217. 
(2)  Rivista,  1909  (XXII),  pag.  167,  n.  9. 


124 

posizione  del  Maurice  (i)  a  cercare  circa  il  320   la  data  del- 
Tapparizione  nelle  zecche  del  monogramma  ^  (2), 

Devo  osservare  su  questo  punto,  che  secondo  Targo- 
mentazione  dettagliata  di  P.  Franchi  de'  Cavalieri  {Studi  ro- 
mani, voi.  I,  pagg.  161-188),  il  labaro  deriva  dall'anno  312; 
secondo  il  medesimo,  il  passo  contrastato  di  Eusebio  deve 
intendersi  nel  modo  che  Costantino  portava  il  monogramma 
in  questione  sull'elmo  "  anche  nei  tempi  che  seguirono  la 
spedizione  di  Roma  „. 

Dunque  tra  l'origine  del  labaro  e  tra  il  monogramma  ^^ 
che  vediamo  sull'elmo  cesareo  (delle  monete  di  Siscia)  non 
si  deve  cercare  nessuna  correlazione;  ciò  che  corrisponde 
anche  alla  nostra  opinione)  (3).  Come  sono  comuni  queste 
monete  in  generale,  tanto  sono  rarissime  quelle  col  mono- 
gramma menzionato.  Gli  esemplari  finora  conosciuti  derivano 
dalTofficina  B;  era  forse  l'ambizione  di  qualche  incisore  cri- 
stiano quella  di  far  raffigurare  fedelmente  le  iniziali  del  Re- 
dentore come  le  portava  sull'elmo  il  suo  imperatore. 

La  marca  SIS  del  n.  249  ricorda  la  marca  AR  dei  conii 
simultanei  di  Arelate  e  si  trova  sulle  piccole  monete  com- 
memorative che  sono  quasi  della  medesima  epoca.  È  invece 
probabile  che  le  marche  n.  266,  269  e  273  con  un  punto  siano 
semplici  sbagli  di  stampa  della  zecca.  Non  sarà  certamente 
priva  di  interesse  la  circostanza  che  delle  migliaia  di  varianti 
delle  porte  della  fortezza  di  PROVIDENTIAE  AVG&  (CAESS), 
si  trovano  nel  nostro  tesoro  unicamente  8  varianti,  e  preci- 
samente 3  in  Crispo,  negli  altri  vi  sono  tutte. 

Sirmium.  —  Dalla  serie  dei  fini  conii  di  Sirmio  va  tolto 
certamente  quello  di  Maurice,  2  em.,  I,  i  (busto  di  Costanzo 
a  destra)  che  manca  nel  nostro  tesoro  e  che  Voetter  e  Win- 
dischgraetz  non  ricordano. 

Thessalonica.  —  Nella  tavola  presentiamo  tre  monete 
rare  della  madre  e  della  moglie  di  Costantino    col    titolo  di 


(i)  Nuni  Chronicle^  1900,  pagg.  331. 

(2)  Per    l'interpretazione    di   VOT    PR   cfr.    CohEiN^    [Conslaìitinus\ 
n.  717;  VOTA  ORBIS  ET  VRBIS  SEN   ET    PR   XX  I  XXX  |  AVG- 

hidica  l'adesione  di  tutto  il  mondo  romano. 

(3)  P.  Franchi  de'  Cavaliert.    Il  labaro  descritto    da  Eusebio    (Studi 
romani,  1),  pag.  163. 


125 

niobilissima)  i(emtna)  (v.  tav.  nn.  6,  7,  io  ;  nn.  286-287)  ^^^• 
I  nostri  esemplari  sono  degni  di  venire  riprodotti  per  la  fi- 
nezza del  loro  stile  e  per  la  insolita  bellezza,  e  forse  aiute- 
ranno altri  a  risolvere  la  questione  se  siano  stati  coniali  in 
pili  zecche?  Aggiungo  alcune  mie  osservazioni: 

a)  gli  esemplari  che  finora  ebbi  occasione   di    vedere 
si  possono  suddividere  in  tre  categorie  : 

T.  marca  ---   Elena:  v.  tav.  n.  9   (Coli.  Voetter,  Vienna). 
TSA 

Fausta  :    v.  tav.  n.  5  (Vienna,  n.  26927  a). 

2.  senza  marca  di  zecca.  9  —  La  ghirlanda    è   composta 

di  foglie  di  alloro  e  di  pino.  &  —  Il  busto 
di  Elena  è  piìi  piccolo  che  sugli   esemplari 
segnati  con   TSA,  ma  come  stile  gli  è  simile: 
Elena  :   v.  tav.  n.  8  (Vienna,  n.  24700). 
Fausta  :  Vienna,  n.  26927  e,  consunta. 

3.  senza  marca  di  zecca.  R)  —    La   ghirlanda    è    fatta    di 

semplici  foglie  di  alloro,  come  sulle  meda- 
glie con  TSA,  ma  è  facilmente  distinguibile 
dall'altra.  Lo  stile  dei  busti  ricorda  gli  esem- 
plari angusta  delle  zecche  occidentali  (per 
es.  di  Sirmio)  ;  caratteristici  a  questo  ri- 
guardo il  fine  taglio  del  viso  e  il  modo  di 
indicare  il  globo  dell'occhio.  E  vero  che  il 
drappeggiamento  che  osserviamo  su  di  un 
esemplare  di  Fausta  (v.  tav.  n.  6)  si  trova 
anche  su  di  un  esemplare  colla  marca  di 
zecca  da  noi  riprodotta;  è  vero  anche  che 
la  chioma  di  Elena  (v.  tav.  n.  io)  la  quale 
è  fatta  in  una    maniera    completamente    di- 


fi)  L'essere  di  Elena  11.  f.  loniiò  recentemente  oggetto  di  vivace 
polemica.  Maurice,  cioè  (t.  II,  pagg.  451-456)  riaffacciò  l'opinione  che  si 
tratti  della  moglie  di  Crispo.  P  II.  Wehb.  invece,  condivide  l'opinione 
di  Cohen  W  H.  Wkbb,  Num.  CJiromcle,  1908,  pag.  82;  J912,  pag.  352; 
'9^3>  P^"-  377  J  '9^5,  P'^ri-  132.  Spink  (S:  Son's,  Xtun.  Circitlcw^  voi.  XXVII, 
(1919),  pagg.  183-J86.  Mauuice,  Num.  Chrouicle^  1914.  P<T?:g-  314-329.  Vedi 
ancora  Cohen,  2»  ed.,  S.  VII,  pag.  333,  nota  i.  VoetTkk,  Mofiaishlatt, 
1898,  pag.  188  ;  Num.  Zeitschr.,  1909,  pag.  7.  H.  Goodacrk.  Spink  cV  .Scìn's. 
Num.  Circular,  XXVII  (  1919).  pag.  1 11  115,  407-40B. 


120 


vergente  da  quella  usata  in  Thessalonica 
—  su  un  pezzo  del  Gabinetto  di  Vienna 
(n.  37104)  viene  raffigurata  nella  forma  di 
quest'  ultima  zecca  —  pure  sembra  che 
questo  gruppo  non  sia  di  origine  tessalonica. 
Mi  pare  verosimile  che  questo  gruppo  sia 
quello  ritenuto  dal  Percy  A.  Webb  di  pro- 
venienza trevirese  : 

Elena  :  tav.  n.  io  (ripostiglio  di  Nagytétény). 
Fausta:     ,,     „  6e  7         .,  .,  ). 

b)  per  la  datazione,  possiamo  prendere  in  considera- 
zione che  la  corona  e  la  stella  sono  inseparabili  in  questo 
periodo  dalle  feste  dei  voti  periodici  degli  imperatori.  Lo 
stesso  rovescio  si  trova  per  esempio  su  una  siliqua  di  Co- 
stanzo Gallo  che  è  anche  senza  leggenda. 

e)  Maurice  li  descrive  come  più  piccoli  e  piij  leggeri  dei 
piccoli  bronzi  contemporanei  (i),  unendoli  alle  piccole  monete 
commemorative  coniate  in  occasione  della  seconda  guerra 
di  Licinio.  Un  tale  errore,  insolito  in  Maurice,  è  spiegabile 
appunto  colla  loro  rarità;  ma  nella  tabella  di  Dattari  ag- 
giunta al  III  volume  appaiono  riabilitati,  appunto  come 
esempi  di  "  PB  ,,. 


La  moneta  al  n.  295  (v.  tav.  n.  21)  facilita  la  soluzione 
di  un  problema  sorto  di  recente.  O.  Voetter,  cioè,  scoprì  il 
seguente  piccolo  bronzo  : 

9    -    CAESARVM  NOSTRORVM,  nella  ghirlanda:  VOT  V. 
B'  -   IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  <2)  (BMd). 

Di  questo  esistono  nel  nostro  tesoro,  quattro  esemplari 
(n.  294,  V.  tav.  n.  20).  Il  rovescio  eterna  i  quinquennalia  di 
Crispo  e  di  Costantino  il  Giovane.  A  Voetter  diede  talmente 


(i)  t.  I,  pag.  90,  127;  t.  II,  pag.  441. 

(2)  Voetter,  Constaiiiinns  junior,  Taf.  6;  Ntini.  Zeilschr.,  1909,  pag.  7. 


127 

nell'occhio  raccoppiamento  di  questo  rovescio  col  diritto  del 
loro  fratello  minore,  da  indurlo  a  supporre  nel  diritto  non 
il  giovane  Cesare,  ma  un  fratello  trascurato  di  suo  padre, 
cioè,  Giulio  Costanzo.  Egli  espose  più  tardi  quest'ipotesi  in 
un  articolo  (0  nel  quale  egli  si  riferisce  anche  ad  uno  scrit- 
tore cristiano,  il  quale  afferma  che  Costantino  fece  Cesare 
anche  il  fratello  Giulio  Costanzo  e  proprio  all'epoca  della 
caduta  di  Licinio. 

I  suoi  argomenti  per  dimostrare  che  questa  moneta  non 
può  essere  del  giovane  Costanzo  II  sono  i  seguenti:  i.  Manca 
il  nome  F\(aviics).  Nel  nostro  ripostiglio  esiste  un  esemplare 
—  unico  finora  —  che  toglie  questa  mancanza  (n.  295,  v.  tav. 
n.  21).  —  2.  C*ostanzo  II,  appare  nelle  prime  sue  monete,  in 
tutte  le  zecche,  raffigurato  di  solito  con  un  piccolo  busto  che 
guarda  a  sinistra.  Nell'atlante  di  "  Constantinus  junior  „  la 
PROVIDENTIÀECAESSdiThessalonica  è  indicata  così:  (BMLs) 
(v.  tav.  n.  6).  Ma  si  tratta  di  uno  sbaglio  di  stampa,  perchè 
in  realtà  il  busto  è  grande  ed  è  rivolto  a  destra  (^)  (v.  ta- 
vola n.  22).  —  3.  Dice  inoltre  che  questo  rovescio  è  troppo 
antico  per  poter  servire  anche  a  Costanzo  II  ;  segue  da 
Voetter  una  bella  ed  istruttiva  tabella  per  dimostrare,  tra 
l'allontanamento  dei  Licini  e  l'apparizione  del  nuovo  Cesare, 
quante  serie  siano  ancora  state  adoperate  nelle  zecche  di 
Siscia  e  di  Aquileia.  Ma  è  chiaro  che  le  molte  serie  non  in- 
dichino periodi  lunghi  bensì  che  le  zecche  data  la  immensa 
produzione  di  monete,  voluta  dai  bisogni  degli  eserciti,  cam- 
biassero più  di  frequente  le  marche  di  controllo. 

Questa  moneta  è  dunque  ibrida  e  indica  che  i  V0T(<7)  V 
festeggiati  nel  321-322  ricorrevano  sulle  monete  anche  sul 
finire  del  324.  È  data  inoltre  il  termine  ad  qìieni  dell'uso 
della  serie  di  marche  che  comincia  con  TSÀ  VI.  Il  numero  VI 
non  indica  —  come  si  è  creduto  —  valore,  perchè  sugli 
esemplari  fratelli  c'è  la  serie  che  segna  con  VII  (TSA  VII,  ecc.), 
e  precisamente  in  antecedenza  (sK  La  presenza  di  Costantino 
il  Grande  a  Thessalonica    sarà    stata    la    causa    che    questa 


(i)  Nuin.  Zeitschtift,  19 16,  pag.  19811'. 

(2)  Esattamente  Maurice,  op.  cit.  (t.  II,  pag.  461),  II,  3;  pi.  XIV,  n.  9. 

(3)  Pubblicata  da  Voetter,  Constantinus  junior.  Tal'.  6. 


128 


jzecca  abbia  prevenuto  le  altre  col  conio  delle  monete  del 
nuovo  principe  ereditario.  La  naturale  spiegazione  di  queste 
monete  ibride  si  è,  che  l'officina  €,  la  quale  aveva  battuto 
fino  allora  questo  tipo  col  nome  di  Licinio  II,  caduto  lui,  ot- 
tenne per  breve  tempo  l'effigie  del  nuovo  Cesare,  fino  a 
tanto  che  il  tipo  PROVIDENTIAE  CAESS  non  ebbe  sostituiti  i 
modelli  antichi. 

I  nn.  299-315  presentano  la  serie  TSA,  ecc.,  colle  sue 
differenti  punteggiature.  In  questo  riguardo  è  bene  rappre- 
sentata la  VICTORIA  AVG-G-  NN  (CAESS  NN)  specialmente  tes- 
salonica.  Maurice  le  assegnò  all'emissione  317-320,  ma  se 
gettiamo  un  solo  sguardo  a  CLARITAS  REIPVBLICAE  (op.  cit., 
Tomo  II,  tav.  XIII,  n.  17),  vediamo  che  il  vicmo  esemplare 
colla  Vittoria  è  molto  più  piccolo.  Risulta  chiaramente  dal 
tesoro  di  Nagytétény,  che  i  coni  in  parola  sono  di  eguale 
esecuzione  e  provengono  dalle  stesse  officine,  come  1  tipi 
VOT  V  MVLT  X  CAESS  —  VOT  XX  MVLT  XXX  e  quelli  rari 
VIRT  EXERC,  ciò  che  illustriamo  con  un  esempio  sulla  no- 
stra tavola  (v.  tav.  nn.  17,  18,  19)  d).  Questo  parallelo  di- 
mostra, che  la  VICTORIA  AVGG-  NN  non  indica  una  vittoria 
'Sul  nemico,  ma  la  Vittoria  che  accompagna  sempre  i  de- 
cennali (Confrontabile  colle  monete  delle  zecche  occidentali 
VICTORIAE  LAfTAE  PRINC  PERP,  VOT  PR,  qui  però  i  voti 
sono  eternati  con  rovesci  speciali). 

Heraclea  Thraciae.  —  Nella  7  emissione  del  Maurice  la 
lèttera  situata  nel  campo  sembra  una  lamda  greca  (A)  (nn.  361, 
364).  Il  rovescio  a  tre  torri  di  Costantino  II  (n.  372,  dopo 
le  guerre),  finora  era  noto  soltanto  con  Costanzo  (n.  373); 
sembra  che  Crispo  non  sia  più  arrivato  ad  ottenere  un  tanto. 

Nicomedia.  —  Degno  di  menzione   il   n.  431,    nel    quale 
vediamo  sulla  testa  di  Costantino  II -un  nastro-diadema  liscio. 
•      Interessanti  dati  riguardanti  il  lato    tecnico    della  conia- 
zione ci  fornisce  un  pezzo  di   Siscia  (Maurice,  9  em.,  XIII,  i), 
la  sigla  del  quale  (ASIS^^^)  venne  battuta  due  volte  sul  rove- 


(I)  Seguì  que.^ta  suddivisione  anche  Voettek,    Monai'sblatt  d.  mini. 
Ges.  in  Wién,  1898^  pagg.  I99  ff.  ;  Atlas^  Taf.  io  {Fausta  und  He/ene,  ecc.). 


R.   I.   N.    lir-  IV"    trim.    1921. 


.<^^ 


5  0 


IS  19 

ANDREA  ALFÒLDI 


Il  Tesoro  di  Nagytétény. 


129 


scio:  cioè  prima  sul  posto  solito  e  poi  di  rimpetto  a  questo 
sopra  la  rosetta  della  ghirlanda  tagliando  la  leggenda.  Da 
questo  fatto  risulta  chiaramente,  che  la  sigla  di  zecca  non 
veniva  incisa  nel  conio,  ma  bensì  applicata  dall'impiegato  di 
controllo  per  mezzo  di  un  apposito  timbro. 


Segue  il  catalogo  del  ripostiglio  in  base  all'opera  del 
Maurice  e  citando  da  per  tutto  le  sue  identificazioni.  In  mar- 
gine trascrissi  la  sua  cronologia,  eccezione  fatta  per  i  casi 
trattati  nel  testo. 

Accanto  ad  ogni  marca  di  zecca  indico  il  numero  degli 
esemplari  tra  parentesi  se  ignorato  dal  Maurice. 

Se  ne  togliamo  quelle  già  note  in  seguito  alle  pubbli- 
cazioni del  Voetter  (che  non  potemmo  indicare  separatamente 
per  mancanza  di  spazio),  otteniamo  circa  200  marche  o  sco- 
nosciute affatto  o  insufficientemente  pubblicate,  senza  contare 
le  molte  varianti  di  retti. 

Mi  servo  per  brevità  delle  sotto  segnate  abbreviazioni 
di  cui  indico  il  significato  : 

d  =  a  destra. 

s  =  a  sinistra. 

T  =  testa. 

R  =  corona  radiata. 

L  =  „         d'alloro. 

D  =  diadema. 

a  =  con  lo  sguardo  rivolto  all'alto. 

BC  =  busto  con  corazza  visto  davanti. 

BCd  =  „         „           „           „     di  dietro. 

BM  =  „         „     mantello  di  faccia. 

BMd  =  „         „            „         visto  di  dosso. 

M  =  manto  imperiale. 

EC  =  elmo  crestato. 

EL  =  „       laureato. 

EU  =--  „       crestato  con  umho. 


I30 

In  mano  all'imperatore  : 

Sp  =  impugnatura  di  spada  con  testa  d'aquila. 

Id  =  lancia  a  destra. 

Is  =         „  sinistra. 

Se  =  scettro. 

Sca  ==         „         con  aquila. 

V  =  vittoria  sul  globo. 

G  =  globo. 

S  =  scudo. 

F  =  fulmine. 

Spero  che  le  mie  comunicazioni  indurranno  altri  a  stu- 
diare questo  ricco  materiale  a  tutto  profìtto  della  scienza. 


TIPI    DEGLI    ALTARI 

(ved.  i  nn.  215-247). 


O         H         »^         »^^         <7         «^         '9         -^        "»         '-' 


fl 


,131 


ROMA  3.3-317. 

1. 1^  —   SOLI  INVICTO  GOMITI 

B'—  jMP  CONSTANTlfSVS  P  F  AVCr  (BMLd) 


c_LS 

RP     ' 


R  !  F 
RS      " 


R*T      ' 

RI  F 

X  L  (I)' 

RQ 

Maurice,  6  em.  I,  i. 


ROMA    320-324. 

2.  R}  —  CAESARVM   NOSTRORVM  ;  VOT  V 
B' —  CRISPVS  ISOB  CAES  (BMLdj 

-L3; 

RT  -^'  M.,  8  em.  I,  2. 

3.^-   CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

_i_  _, 

RS  ^'  M.,  8  em.  I,  2 a 


R6Q9CQ     ' 


4.3'-  LICINIVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

RQ  ^'^'  M.,  8  em.  I,  3. 

5.  I^  —  D  N  CONSTANTINI  MAX  AVG  :  VOT  XX 
^-    CONSTANTINVS  AVG  (MLd) 

-L(i)- 

RP  ^  ''  M.,  rov.,  8  em.  IV. 

6.  B'  —  (come  sopra)  (TLd) 

±27-     -L    q.         J-    ,.        J-ao. 

RP     ''     RS  "^^      RT      '      RQ     '^'  M.,  8  em.  IV.  i. 

RP   ^^' 


132 


8.91  - 


CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

D  N  LICINI  AV&VSTI  ;  VOT  XX 
IMP  LICINIVS  AVG  (TLd) 

I 


RS"' 


M.,  8  em.  IV,  3. 


M.,  8  em.  V. 


R6QPCQ 


(I); 


9.9  - 


ROMAE  AETERNAE  ;  XV 
CONSTANTINVS  AVG  (BMdLs  ;  Is  :  S) 
P  I  R 


M,  8  em.  VI,  i. 


10.^ —  (come  sopra)  (BC  ;  ECd) 


P  I  R 


2; 


P  I   R  ,.     P  I  R 


11.3^ 
14.  ^^ 


RP       '  RT?  RQ       '  M.,  8em.  VI.  2 

CRISPVS  NOB  CAES  (BMdLs:  Is;  S) 
P  i   R 
RT     ^'  M.,  8  em.  VI,  6. 


CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 
P  I  R 


RS 


I  ; 


M.,  8  em.  VI,  7. 


(come  sopra)  (BMdLd) 
P  I  R 
RT 

UCINIVS  IVN  NOB  C  (BMdLd) 

I 


M.,  rov.,  8  em.  VI. 


M..  8  em.  VI.  8. 


VIRTVS  AVGG  con  ali  di  porta  chiuse 
CONSTANTINVS  AVG  (BC  ;  ELd) 


P  I  R  P  I  R  P  I  R 

RP       '      RS       '       RT     '' 

16.  ^'—  LICINIVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


M.,  8  em.  IX  a),  i. 


P  I   R 
RP 


M.,  8  tm.  IX  rt),  6. 


(come  sopra)  senza  ali  di  porta 
CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

P  I  R 
RQ    '' 


M.,  8  em.  IX.  6. 


133 


i8.9  —  CAESARVM  NOSTRORVM;  VOT  X 
^'—  CRISPVS  NOB  CÀES  (TLd) 


RS  ^*  M.,  8  em.  XI,  i. 

RS     '^^' 


19.  B"  —  (come  sopra)  (BMLd) 

F 

20.  ^  -  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 

J_ 
RT 


RT  ^  '  M.,  8  em.  XI,  2. 


RT  ^  '  M.,  8  em.  XI,  6. 


RT   ^'>-' 
21.  ^  —  (come  sopra)  (BCLd) 

RÌ'  "^  '  M.,  8  em.  XI,  7. 

ROMA    324-326. 

22.9/  —  PROVIDENTIAE  AVGG 

ÌB'—  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

RP  ^'        RS  ^'  RQ^""^'    M.,  9  em.  I,  i. 

I 


9;     ^:;7=^  io; 


RQP^'    RPS 
23.  9  —  PROVIDENTIAE  CAESS 

^^  -  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 

RS  "^  '  M.,  9  em.  II,  i. 

•  •  •  • 

RT      '        RQ      ' 


?T  '  RQ 
24. -B'—  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLs) 


RPT  '  RQQ  ^' 


RT  ^  '         M.,  9  em.  II,  2. 


rt' 


'    xx; 


RQT 


RQT  ' 


134 


2S.i^—  FL  VAL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 


26.3'—  (come  sopra)  (BMdLd) 


R9Q      ' 

M.,  cf.  9  em.  II,  3. 


RQ  ^^^'  M.,  9  em.  II,  4. 


27.1^  —  SPES   REIPVBLICAE 

B'  —  FL  MAX  FAVSTA  AVG  (BM  ;  Td) 

RQ P  ""  ' 

28.  ^    -   SECVRITAS   REIPVBLICE 

.B'  —   FL  HELENA  AVOVSTA  [BM  ;  Td) 


RQS 


•1  ; 


M.,  9  cm.  Ili,  I. 


M.,  9  em.  IV. 


29.  P   -   D  N  CONSTANTINI   MAX  AVG  :  VOT  XXX 
ÌB'—  CONSTANTIiyVS  AVG  (TLd) 


RP  ^  '         RS   '  ■• 

M.,  9  em.  X. 

ROMA   326-33°- 

3o.^'- 

CONSTANTINVS  MAX  AV&  (BMDd) 

RFp("=                    RFT^^'' 

M.,  Il  em.  Ili,  2. 

31.9  - 

PROVIDENTIAE  CAESS 

ir  - 

CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLs) 

^RFTf  ^'^' 

M.,  IO  em.  I,  I. 

ROMA   330-333- 

32.9  - 

Vittoria. 

©-  — 

CONSTANTINOPOLIS  (M  ;  ELs  ; 

Se) 

RB€    '  M.,  II  em.  I. 

135 

33- 9^  —  La  Lupa  coi  Gemelli. 
B'  —  VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 

I      6- 
RFQ     '       M-,  II  em.  II. 

34.9  —  GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 

B'—  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 

I      j. 
RBP     '  M.,  II  em.  IV,  i. 

'      (4); 


RFP 

35.  ^'—  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 

I      _. 
RFS      '  M.,  II  em.  IV,  2. 

36.^—  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLd) 

J-i- 

RBT      '  M.,  cf.  II  em.  IV,  3. 

I 


RFT 


(6); 


AQVILEIA    317-320. 

37.9^   -   SOLI  INVICTO  GOMITI 

^  —  IMP  CONSTANTINVS  P  F  AVO  (BMLd) 

_L  X- 

AQP     *  M.,  5  em.  I,  i. 

AQVILEIA    320-324. 

38.  9  —  CAESARVM  NOSTRORVM  :  VOT  V 
B"  —  CRISPVS  NOB  CAES  (TLd) 

AQT      '  M.,  6  em.  I,  i. 

39.  ^  —  (come  sopra)  (BCLd) 

_J 

•AQS»  ^  '  M-»  cf.  6  em.  I,  i  a). 

40.  ^'—  (come  sopra)  (BMLd) 

— I-Q.       -J—    2- 

•AQS*  -AQT*      '  M,  6  em.  I,  10). 

4I.^'—  (come  sopra)  (BMLs) 

I        ,. 
•AQS»      '  M  •  6  ^"^-  ^'  ^ 


136 

42.  B'  —  LICINIVS  IVN  NOB  CAES  (BMLd) 


I 
ÀQT 


i; 


M.,  6  em.  I,  3. 


43.  ^^ 
44.^ 


CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


AQT« 


3; 


(come  sopra)  (BCLd) 


AQT 


i; 


M.,  6  em.  I,  4. 


M.,  6  em.  I,  4. 


•AQT» 


45.  ^  —  (come  sopra)  (BMLs) 


AQT* 


4; 


3; 


46.9 


DOMINI  •  N  •  LICINI  AVG  :  VOT  XX 
IMP  LICINIVS  AVG-  (TLd) 


2: 


AQS   ' 


M.,  6  em.  I,  5^ 


M..  6  em.  II. 


AQS« 


3: 


47.^ 


D  N  CONSTANTINI  MAX  AVG  :  VOT  XX 
CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 


AQP 

I 


4; 


M.,  6  em.  III. 


25; 


48.9 


49-^ 
50. 3^ 

51.^ 


•AQP* 

VIRTVS  EXERCIT  :  VOT  XX 

(come  sopra)  (BC  ;  ECd) 
SI  F 


AQP 


8; 


IMP  LICINIVS  AVG  (BC  :  ECdl 
S  1  F 

a1qs^' 

(come  sopra)  (TLd) 
SIF 


AQS 


6; 


M.,  6  em.  IV,  i. 


M,  6  em.  IV,  3. 


M.,  6  em.  IV.  4. 


CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs  :  Is  ;  S) 

^  I 
AQT    ^  '  M.,  6  em.  IV,  6. 


137 
52.^—  LICINIVS  IVN  NOB  CAES  (BCLs  :  V:  Sp) 

AQS       '  M.,  rovescio,  6  em.  IV. 

53.  RI  -    VIRTVS  EXERCIT  ;  VOT  X 

^  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs  :  Is  :  S) 

SJF^. 
AQT      '  M.,  6  em.  V,  6. 

54. -B" —  (come  sopra)  (BCLd) 

SlF  _. 

AQT  "^"  M.,  6  em.  V,  7. 

AQVILEIA  324. 

55.  ^   —   CAESARVM  NOSTRORVM  ;  VOT  X 
'^ —  (come  sopra)  (TLd) 

AQS       '  M.,  6  em.  Vili,  l. 

56.  ^  —  (come  sopra)  (BCLd) 

AQS       '  Voetter,  Const.  j.  T.  io. 

57.  ^'—  (come  sopra)  (BMLd) 

J—    12- 

•AQS*        '  M.,  6  em.  Vili,  2. 

M  f 

-  -        II  : 
AQS 

58.^—  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 

AQT       '  M.,  6  em.  Vili,  5. 

59.  ^  —  (come  sopra)  (BCLd) 


AQT    ^  '  M.,  6  em.  Vili,  6. 


60.  ^  —  (come  sopra)  (BMLd) 

I 


•AQT*  ^'  M.,  6  em.  Vili.  6. 


i 
61.  fJ^' —  (come  sopra)  (BMLs) 


AQT    '3- 


AQT»  ^'''  '        M-,  6  em.  Vili,  7. 


138 

62.  9  —  D  N  CONSTANTINI   MAX  AVG  ;  VOT  XX 
B"  —  CONSTANTINVS  AVO  (TLd) 

AQP         '  M.,  6  em.  IX. 


TREVIRI  317-320. 

63.91  —  SOLI  INVICTO  GOMITI 

^'—  IMP  CONSTANTINVS  AVO  (BCLd) 

B  T  R  ^  ^  '  M.,  5  em.  I,  2. 

64.  9  —  lOVI  CONSERVATORI  AVG 

^—  IMP  LICINIVS  AVG  (BMLs  :  Se:  F) 

_J 

STR  '  '  M.,  5  em.  III. 


TREVIRI  320-324. 

65.9/  —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP  :  VOT  P  R 
ÌB"—  IMP  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BC  :  ELd) 


STR 

_*_ 
•STR 


3; 
I  : 


ST  R     '  M.,  6  em.  I,  4. 

66.  9/  —  BEATA  TRANQVILLITAS  :  VOTIS  XX 
^—  CONSTANTINVS  AVG  (MLd  ;  Sca) 


PTR» 

I 

I 


STR      '  M.,  6  em.  V,  i. 

I  : 


•PTR* 

67.  ìB"  —  (come  sopra)  (MLs  ;  Sca) 


I: 


•  STR»      '  M.,  6  em.  V,  2. 


68.  ^  —  (come  sopra)  (BM  ;  ECs  :  Id) 


•PTRVJ  ^' 


i39 


69.  3^  —  (come  sopra)  (BC  ;  ECd) 


i; 


PTR     '  M.,  6  em.  V,  5. 


I  ;       «^^  2  ; 


PTR»  STR 

I         „  I 


•PTR»  ^'     •STR*  ^' 
^o.^-  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLs  :  V;  Sp) 

•STR* 
ViwB'—  (come  sopra)  (BMLs  ;  V:  Sp) 


PTR 


72.  ^  —  (come  sopra)  (MLd  :  Sca) 

•PTR^      '  M.,  6  em.  V,  34. 

73.^'—  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs  :  S:  Is) 

STR      '  M-.  6  em.  V,  23. 

74.  ÌB'  —  (come  sopra)  (BCLs  :  Id  ;  S) 

STR»      '  M.,  6  em.  V,  24. 

I         _.  I         _. 


•PTR»      '     •STR»      ' 

74^).^'  —  (come  sopra)  Sullo  scudo  Tlmp.  coi  suoi  due  figli. 

•PTR»  '^^  ' 
75.3^—  D  N  CRISPVS  NOB  CAES  (BCLd  ;  Id  ;  S) 

(I) 


PTR»  M.,  6  em.  V,  29. 

76.  ^   -  VIRTVS  EXERCIT 

^—  CONSTANTINVS  AVG  (BC  ;  ECd) 

JJ-?2- 

•  PTR      '  M.,  6  em.  VII,  i. 

*^(i); 
•PTR 

77-  ^^  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BC  :  ECd) 

STR  M.,  6  em.  VII,  5. 


140 


78.  ^  —  CONSTANTINVS  IVN  N  C  (BMRs) 

TI  F 


STR  ^'  M.,  6  em.  VII,  9. 

79.  91  —  VIRTVS  EXERCIT  ;  VOT  XX 
^  -  LICINIVS  P  AVG  (BC  ;  ECd) 

STR  ^  '  M.,  6  em.  Vili,  5. 

80.  B'  —  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs  ;  Is  :  S) 

(0; 


•PTR     ''  M.,  6  em.  Vili,  11. 

81.  &  —  CONSTANTINVS  IVN  N  C  (BMRs) 

•PTR  ^  '  M.,  6  em.  Vili,  13. 

82. 1$  —  CAESARVM  NOSTRORVM  :  VOT  X 
^—  IVL  CRISPVS  NOB  C  (TLd) 

PTR      '         STR  ^'  M.,  6  em.  X.  3. 

I        8.     .^„: 


PTRV^  STR^ 

83.  ^'—  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 

-Li-         ^3. 

PTR     '        STR  "*'  M.,  6  em.  X,  6. 

I        „  I 


3;    7r:;r;^^.  ^7 


PTR^  ^       STRv^ 

84.  9  —  SARMATIA  DEVICTA 

3^—  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 


PTR  STR     '         :^  TR      '         M.,  6  em.  XIII,  i. 

-^io;-i-6; 
PTRW       '  STR^     ' 


TREVIRI  324-326. 


85.9  —  PROVIDENTIAE  AVGO 

B*  —  (come  sopra) 

I 


PTR  ^'  M..  7  em.  1,  i. 

PTRO  STRO  ^  ' 


141 


86.  9  —  PROVIDENTIAE  CAESS 

^'—  FL  IVL  CRISPVS  NOB  GAES  (BMLd) 

STR     '  M.,  7  em.  II,  i. 

87.  B'  —  (come  sopra)  (BMdLd) 

PTR  M.,  rovescio,  7  em.  II, 


88.^'—  (coniti  sopra)  (BMLs) 


'  i:     -W. 


PTRO     "     STRO     '  M.,  7  em.  II,  2. 

89.^'—  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

STR      '  .          M.,  7  em.  II,  4. 
90.  ^  —  (come  sopra)  (BMdLd) 

-L(i)- 

STR       '  M.,  rovescio,  7  em.  II. 

91.^ —  (come  sopra)  (BMLs) 

— 1—   2-       ^— (I). 

PTRO     '    STRO  ^  ^'  M.,  7  em.  II,  5. 

92.  ^'—  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

PTRO  M.,  7  em.  II,  6. 

93.1^  —  SPES  REIPVBLICAE 

B  -   FLAV  MAX  FAVSTA  AVG  (BMTd) 

— i— I- 

•PTRO     '  M.,  7  em.  IV. 

94.  I^  —  SALVS  REIPVBLICAE 

B"  —  (come  sopra) 

STR   ^  '  M  ,  7  em.  V. 


STRO      ' 

95-  ^  —  SECVRITAS  REIPVBLICE 

^  —  FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 

1        .. 


STRO      '  M.,  7  em.  VI. 


,142 

TREVIRI  326-330. 

96.  ^  —  PROVIDENTIAE  AVG& 

ÌB"—  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

'        4;    J^.x- 


M.,  8  em.  I. 


3; 


•PTRE"^'     «STRE      ' 

97.  B*  —  (come  sopra)  (TDd) 

•PTRE    '   '  ^^'.  rovescio,  8  em.  I. 

98.  9  —  PROVIDENTIAE  CAESS 

iB'~  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLs) 


STRE      '  M.,  8  em.  II,  i. 

99.,©'-  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

PTRE      '       STRE  '^'  M.,  8  em.  II,  2. 

I         ,. 


•PTRE      ' 

100.  9  —  SECVRITAS  REIPVBLICE 

B'   -  FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 


PTRE      ' 

M..  8  em.  Ili 

TREVIRI  330-333. 

IDI.    9    - 

-  Vittoria. 

B"  - 

-  CONSTANTINOPOLIS  (M  ;  ELs  ; 

SO 

TRP*  ^'     TRS*  '^' 

^M.,  9  em.  I 

,'.„3; 

TR'P 

102.  9  —  La  Lupa  coi  Gemelli. 
B'  -  VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 

1       ..        I      _. 


TRP-      '     TRS*      '  ^^^  9  em.  II. 

I     ..  — L  -. 

TR«P      '     TR'S^' 


143 


I03-  ^  —  GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 

^'  —  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMLd)  e  (BMDd) 


TRS»      '                                 ìM.,  9  em.  Ili,  i. 

1                    1 
TR^P  "     TR.S  ^' 

104.  ^^  — 

CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 

1                 1 

'       i;        '2; 
TRP*           TRS*                                       M.,  9  em.  Ili,  2. 

TR*P  ^'     TR.S     ' 

105.  ^^ - 

FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BCLd) 

1 

1       I . 
TRS*      '                             M.,  cf.  9  em.  III,  3. 

'2;          1        3; 
TR*P          TR«S  ^' 

LONDINIVM  3i7?-324. 

106.  ^  —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP  ;  VOT  P  R 
^  —  CONSTANTINVS  AVO  (ELd) 


PLN      '  M.,  5  em.  IV,  i. 

107.^  —  IMP  CONSTANTINVS  AVG  (BM  ;  EUs;  Id  :  Sp) 


PLN  M.,  5  em.  IV,  6. 

108.  B"  -  IMP  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BC  ;  ELd) 


4; 


PLN  ^'  M.,  5  em.  IV,  9. 


LONDINIVM  320-324. 

109.  I^  —  VIRTVS  EXERCIT  :  VOT  XX 
ÌB'  —  CONSTANTINVS  AG  (sic!) 

PLN  ^  '  M.,  6  em.  II,  2. 

HO.  B'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMRs) 

PLN  M.,  rovescio,  6  em.  II. 


144 


III.  ^ 


BEATA  TRANQVILLITAS:  VOTIS  XX 
CONSTANTINVS  AVO  (MLs  ;  Sca) 


PLON 


(I); 


M.,  6  em.  IV,  2. 


112. /B'  —  CRISPVS  NOBIL  C  (BC  ;  ECs) 


113.  ^^  - 


114.  ^ 


115.^^ 


PLON      '  M..  6  em.  IV,  13. 

CONSTANTINVS  IVN  N  C  (BMRs) 


PLON  ^' 


M.,  6  em.  IV,  16. 


BEAT  TRANQLITAS:  VOTIS  XX 
CONSTANTINVS  AVG  (BCLd:  Sca) 

I 
i; 


PLON  ~  '  M.,  6  em.  V,  4. 

CRISPVS  NOBIL  C  (BCdLs:  Is;  S) 


(» 


PLON 
PLON  '^' 


M.,  6  e  in.  V,  16. 


ii6..B^ 


117.  ^^ 


118.  ^^ 


(come  sopra)  (BCd  :  ECs  :  Is  :  S) 

I       .. 

M.,  6  em.  V,  17. 


PLON 


2; 


[come  sopra)  (BC  :  ECs) 

I 


PLON 


I  ; 


M.,  6  em.  V,  21 


CONSTANTINVS  IVN  N  C  (BC  :  ECd) 
I       .. 


PLON      ' 


119.^  —  (come  sopra)  (BC  :  ECs) 

1        _. 


120.^ 


121.  9 


PLON  "" 
(come  sopra)  (BCRs) 

PLON^^' 


M.,  6  em.  V,  22. 


M.,  6  em.  V,  23. 


M.,  cf.  6  em.  V,  34. 


BEAT     TRANQILTAS  (sic)  VOTIS  XX 
(come  sopra)  (BMRs) 


PLON 


(0; 


M.,  cf.  6  em.  V,  24. 


145 


122.  9'  —  CAESARVM  NOSTRORVM  :  VOI  X 
ÌB'  -   IVL  CRISPVS  NOB  C  (ILcì) 


PLON^      '  M.,  6  em.  X,  i. 

LONDINIVM  324-326. 

123.  ^  —  PROVIDENTIAE  CAESS 

^^  —  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 

PLON   '  '  M.,  7  e.n.  II,  i. 

124.  ^^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMdLd) 

I  ; 


PLON  M.,  7  em.  II,  2. 

125.  9  —  SALVS  REIPVBLICAE 

^  —  FLAV  MAX  FAVSTA  AG-  (sic  !) 


PLON  M.,  7  em.  III,  2. 

LVGDVNVM  317-320. 

126.  9  —  VICTORIAE  LAET  PRINC  PERP  :  VOT  P  R 
^  —  CONSTANTINVS  AVO  (BC  ;  EUd) 

I 

M.,  5  em.  I,  I. 


127.  ^^  —  CONSTANTINVS  P  AVO  (BC  :  EUd) 

M.,  5  em.,  I,  3. 


128.  B'  —  D  N  CRISPO  NOB  CAES  (BCLd) 


i; 


Pi^&.L      '  M.,  5  em.  I,  9. 

129.  B^  —  D  N  CONSTANTINO  IVN  NOB  C  (BMLd) 

PÌ^Cl^'^'  M,  cf.  5  em.  I,  11. 

130.  B*  —  (come  sopra)  (BMdLd) 


Pw^&.L      '  M.,  5  em.  I,  11. 

LVGDVNVM  320-324. 

131-   y'   —   BEATA  TRANQVILLITAS  :  VOTIS  XX 
^  —  CONSTANTINVS  AVO  (TLd) 

-Li-         ^"i. 

PLG      '  PLG      '  M     6  (in    I,  i. 


lo 


146 

132.  B'  —  (come  sopra)  (BCLd) 

PLG    ^'  M.,  6  em.  I,  2. 

133-^  -  CRISPVS  NOB  CAES  (TLd) 

CJ_R.. 

PLG  M,.  6  em.  I,  12. 

134-  ^  —  (come  sopra)  (BCLd) 

CI  R^. 
PLG     '  M.,  6  em.  I,  13. 

135.  ^  —  (come  sopra)  (BC  :  ECd  :  Is  :  S) 

C  I  R  j. 
PLG      '  ^^,  ^^'  6  em.  I,  16. 

136.^  -  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMdLd) 

C  I  R  j. 
PLG      '  M  ,  6  em.  1,  27. 

137.  ^^  —  CONSTANTINVS  IVN  N  C  (BMdLd) 

C_LR  ^. 

PLG  M.,  6  em.  I.  32 

138.  ^^  —  D  N  CONSTANTINO  IVN  N  C  (TLd) 

PLG        '  M.,  6  em.  I,  42. 

139-  ^  —  VIRTVS  EXERCIT:  VOT  XX 
^  —  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 
C  I  R  j. 
PLG      '  M.,  6  em.  III.  i. 

140.  ^  —  (come  sopra)  (BC  :  KCd) 

PLG      '  M.,  6  em.  Ili,  3. 

141.  3^  —  D  N  CRISPO  NOB  CAES  (BC  ;  ECd) 

PLG'  M.,  6  em.  IH,  8. 

142-  91  —  SARMATIA  DEVICTA 

^  —  CONSTANTINVS  AVO  (TLd) 

PLG»^  ^'  M.,  6  em.  VI. 

143-  9  —  CAESARVM  NOSTRORVM  :  VOT  X 

^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 

I       ,. 
PLGC      '     M-,  6  em.  VII,  3. 


147 


144-  ^^  —  (cume  sopì  a)  (BMLs) 

•  I  • 


(3) 


PLGC        '   PLGC      '     M..  6  em.  VII,  4. 

LVGDVNVM  324—? 

145.  1^  —  PROVIDENTIAE  AVGG- 
^  —  COINSTANTlfSVS  AVG  (TLd) 

_L_  2- 

PLG  m.,  7  em.  I,  i. 

LVGDVNVM  330-333. 

146.  9  —  Vittoria. 

^  —  CONSTANTINOPOLIS  (M  :  ELs  ;  Se) 

-^    .; 

PLG  M,  8  em.  I. 

147.  R)  —  La  Lupa  coi  Gemelli. 
^  —  VRBS   ROMA  (M  :  ECs) 

PLG  M.,  8  em.  II. 

148.  1$  —  GLORIA   EXERCITVS  con  due  insegne. 
^  —  CONSTANTINVS   MAX  AVG  (BMl)d) 

PLG      '  M.,  8  em.  Ili,  i. 

149.  ^  —  CONSTANTIINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 

I      ,. 
PLG  ^  '  M.,  8  em.  Ili,  3. 

ARELATE  317-320. 

150.  ^  —  SOLI  mVICTO  GOMITI 

3^  —  IMP  CONSTANTINVS  P  F  AVG  (BMLd) 
ClS  j. 
PARL     '  M.,  3  em.  L  i. 

151.  I^  —  lOVI  COVSERVATORI  AVG 
^  —  IMP  LICINIVS  AVG  (BCLd) 

TARL  ^  '  M.,  3  em.  VII. 

152.  9  —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP  ;  VOT  P  R 
^  -  IMP  CONSTANTINVS  AVG  (BC  ;  ECd) 

-J-2.      -i-I.  I  ,. 

PARL      '     SARL      '     TARL  ^'  M.,  3  em.  X.  i. 


148 


(come  sopra)  (BM  :  EUs  :  Id  :  Sp) 


SARL  ^'     TARL  ^ 


M.,  3  em.  X,  2. 
154"^  —  II^P  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BC  ;  ECd) 


SARL      '     TARL      ' 

M.,  rovescio,  3  em.  X. 


ARELATE  320-324. 

155.  I^  —  CAESARVM  NOSTRORVM  :  VOT  V 
ÌB'  —  CRISPVS  NOB  CAES  (TLd) 


Ta^' 


fA^ 


M.,  4  em.  V,  I. 


T^A 
T^A^' 
156.  ^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 

QA     '  M.,  4  em.  V,  2. 


T^'        AR^ 


QWA 


5  > 


Q«^A 
157-^  —  LICINIVS  NOB  CAES  (TLd) 


AR 


I  ; 


qa3' 


M.,  4  em.  V,  3. 


Q^A     ' 

158.  1$  —  D  N  CONSTANTINI   MAX  AVG  :  VOT  XX 
^  —  CONSTANTINVS  AVO  (TLd) 


àr''     pa^' 


M.,  4  em.  VI. 


P^A 


6; 


P^A 


P*AR^' 


(3»; 


S*AR^' 


i 
ARLP 


(I); 


ARLS 


(3) 


149 


159-  9  —  D  N  LICINI  AVGVSTI  ;  VOT  XX 
^  —  IMP  LICINIVS  AVG  (TLd) 


SA  '^  '  M.,  4  em.  VII. 


S^A 


7; 


6; 


S\^A 

i6o.  9  CAESARVM  NOSTRORVM  :  VOT  X 
^  —  CRISPVS  NOB  CAES  (TLd) 

I    -. 


(I); 


?       '  T^A 

ARLT     ' 

fSÀR^-^^'Q^AR^'^' 

M.,  4  em.  XI,  i. 

i6i.  ^^   -  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 

'nMR^'^^'         M.,  4  em.  XI,  4. 
162.  B'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 


Q^*/A 

I 


5; 


Q*AR 

M.,  4  em.  XI,  6. 

163.  ^^  —  (come  sopra)  (BMLd) 

— L_6- 
Q*AR     ' 

M.,  4  em.  XI,  7. 

164.  9/  —  CAESARVI  hNOSTRORVM  (sic):  VOT  X 
^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

f^^'^'  M..  cf.  4em.  XI,  7. 

ARELATE  324-326. 

165.  e*  -   PROVIDENTIAE  AVGG 

^'  -   CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

'  4;         -'-6; 

PA^RL^      SAWRL  M,  5  em.  I,  I. 


•SA^RL 


P^AR      '     S*AR 


I50 


i66.  ^   -   PROVIDENTIÀE  CÀESS 

B'  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BCLd) 


T^I^AR     '  M,  5  em.  11,2. 
167.  B'  —  (come  sopra)  (BMLs) 

'       (o; 


TA^RL 

M  ,  rovescio,  5  em.  II. 

68.^  -  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 

l_ 

S*AR^'  M.  5  cni.  II,  4. 

169.3^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLci) 

-I— I- 

T^I^AR     '      M.,5em.II,6. 

170.^  —  (come  sopra)  (BMLs) 

QAV^RL^^' 

M..  5  em.  II,  7. 


171.  ^'  —  FL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMdLd) 

I 


(I); 


Q*AR 

M..  rovescio,  5  em.  II. 

172.  ÌB"  —  fi  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

QAWRL^^^' 

M.,  5  em.  II,  9. 

173-  ^  —  VIRTVS  AVGG-  con  ali  di  porta. 
^  —  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

I         3-  I         3. 

PAWRL"^'    SA^RL"^'  M..  5  em.  Ili,  i. 

174.  9  —  (come  sopra)  senza  ali  di  porta. 
/B"  —  (come  sopra) 

SVJAR     '  M.,  cf.  5  em.  Ili,  i. 

175.  9  —  VIRTVS  CAESS  senza  ali  di  porta. 

/B  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 

1        ^. 
TAWRL     ' 

\r.,  cf.  5  em.  IV,  3. 


I5T 


176.  9  —  (come  sopra)  con  ali  di  porta. 

:&  —  CONSTANTINVS  IVN   NOB  C  (BMLs) 


(2); 


QAWRL 

M.,  5  em.  IV,  6. 


177-  '^  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 


3; 


QA^RL 

. \ (X). 

M.,  5  em.,  IV,  7. 

178.  9  —  SPES  REIPVBLICAE 

B"  —  FLAV  MAX  •  FAVSTA  AVG  (BMTd) 

M.,  5  em.  VI, 

179.  9  —  SECVRITAS  REIPVBLICE 

^^  -  FL  AELENA  (sic)  AVGVSTA  (BMDd) 

— J— I. 

TA'w'RL     '   M.,  cf.5em.VII. 


T*AR     ' 

ARELATE  326-330. 

180.  9  —  PROVIDENTIAE  AVGG 

B"  —  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

PARL     '  M  ,  6  em.  I,  i. 

SIP  S  I  F 

I  ;  ~ —  2  : 


ARLP     '        ARLS 

181.  ^  —  (come  sopra)  (TDd) 

ARLS^  ^'  M.,  6  em.  I,  2. 

SIP      ^.       SIP      ^  . 
PCONST     '    SCONST     ' 

182.  R)  -   PROVIDENTIAE  CAESS 

.B'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLs) 
TIF      ^. 
PCONST     '  M.,  6  em.  Il,  i. 


183.  ^^  —  (come  sopra)  (BMLs) 


SiFi:  -S_LF, 


ARLP     '  ARLT     '  M..  6  em.  II,  i. 


152 

184.  B' 


185.  I^ 


FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

arlq"^' 

M.,  6  em.  II,  2. 

VIRTVS  AVG&  con  ali  di  porta. 
CONSTANTINVS  AVG  (TDd) 


i; 


ARLS     ' 
SI  F 
PCONST     ' SCONST 


SI  F 
ARLP 

SI  F 


M.,  6  em.  Ili,  i. 


I  ; 


186.^  —  (come  sopra)  (TLdj 


Si  F 


ARLP 


:.i; 


M.,  rovescio,  6  em.  IIL 


187.   I^ 
B' 


188.  5^' 


[come  sopra)  senza  ali  di  porta, 
[come  sopra)  (RMDd) 


PCONST^ 


M.,  et.  6  em.  Ili  (2). 


—  VIRTVS  CAESS  con  ali  di  porta. 

—  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLs) 

S  I  F     . 

M..  6  em.  IV. 


ARLT 
SI  F 
TCONST 


-  I  ; 


189.  B  — 


FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

S  ;  F 


ARLQ    ' 

M.,  6  em.  IV,  2. 

S  '  F 
QCONST 


I  ; 


190.  P  —   SECVRITAS   REIPVBLICE  (sic) 
^^  -   FL  HELENA  AVG-VSTA  (l^MOd) 

ARLT 


M..  6  em.  V. 


ARELATE  330-333- 

191.  9(  —  GLORIA   EXERCITVS   con  due  insegne. 
i&   -   CONSTANTINVS  MAX  AVG  iBMDd) 


PCONST 


I  : 


M.,  7  em.  I,  I 


153 


192.  B'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 

— *— I- 

SCONST     '  M.,  7  em.  I,  3. 

193.  9   —   Vittoria. 

^  —  CONSTANTINOPOLIS  (M  :  ELs  :  Se) 
*  I 


PCONST 


1; 


TICINVIVI  3i7?-324. 

194.  9  ~  VICTORIAE  LAETAE  PRINC   PERP  :  VOT  P  R 
^  —  IMP  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BC  ;  ELd) 

PT     '  ST     '  M.,  5  em.  V,  2. 

P 

tt'' 

PT  ST     '  TT 

Si; 

TT     ' 

195.  ^  -  FL  IVL  CRISPVS  NOB  C  (BMRd) 

PT     '  ST     '  M.,  5  em.  V,  3. 

196.  ^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMdRd) 

Tt""'  M.,  cf.  5  em.  V,  4. 


TICINVM  320-324. 

197.  R)  —  VIRTVS  EXERCIT  ;  VOT  XX 

ly  —  CONSTANTINVS  AVG  (BC  :  ECd) 

PT  ST"^*^         TT^'  M.,  6  em.  II,  I. 


P9|tT'' 


J-3; 


I 
I 


T»T 
198.  Jy  —  IMP  LICINIVS  AVG  (BC  :  ECd) 


TT  '  '  M.,  6  em.  II,  3. 


154 
199./^  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs:  Is  :  S 


PT^ 


TT 


T»T 


M.,  6  em.  II,  4. 


(2); 


200. /B'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLs  ;  V;  Sp) 

M.,  6  em.  II.  7. 


PT 


ST 


TT 


201.   9 


—  D  N  CONSTANTINI  MAX  AVG  :  VOT  XX 

—  CONSTANTINVS  AVO  (TLd) 


30; 
I  : 


34- 


_1 

PT  ""  ST 

PT 

pt'^^     sf^^ 
^(2);     3^(3); 


r" 

TT 
TT 


TT     -^ 


49 


M.,  6  em.  Ili,  i. 


^(58); 


202.^  —  (come  sopra)  (TRd) 

TT 
203.  ^  —  (come  sopra)  (BCLd) 


(I); 


M.,  6  em.  Ili,  2. 


TT      ' 


204.   9 


205.  9 


M.,  rovescio,  6  em.  III. 

D  N  LICINI   INVICT  AVG  :  VOT  XX 
IMP  LICINIVS  AVO  (TLd) 


TT 


M.,  6  em.  IV. 


DOMINORVM  NOSTRORVM  CAESS  :  VOT  V 
CRISPVS  NOB  CAES  (BCLd) 


_L 

PT 


J_ 
TT 


2: 


M.,  6  em.  V,  i. 


206.  ^^  -  CONSTANTINVS  IVN  NOB  CAES  (BMLd) 


_1 
ST 


TT 


M.,  6  em.  V,  2. 


207.   I^ 


DOMINOR  •  NOSTROR  •  CAESS;  VOT  V 
CRISPVS  NOB  CAES  (BCLd) 


ér^^'-^     fr^^^^ 


M. 


155 

208.  ^   -    DOMINOR  •  NOSTROR  •  CAESS  ;  VOT  X 
^  —  (come  sopra)  (TLd) 

PT^'^'  M.,  rovescio,  6  em.  VI. 

209.  r^  —  (come  sopra)  (BCLd) 


V^(»); 

M.,  6  em.  VI,  i. 

PT^'         ST^^         TT^^ 

.^T*^'' 

210.  ^' 

—  (come  sopra)  (BMLd) 

Jf(.., 

M.,  rovescio,  6  em.  VI. 

211.^' 

-   (come  sopra)  (BMdLd) 

p^(3); 

S<^'' 

M  ,  rovescio,  6  em.  VI. 


212.^  —  (come  sopra)  (BCdLs  ;  Is;  S) 

I 


ST  M.,  rovescio,  6  em.  VI, 


p^(x); 


213. 3"  -   CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


ST^'         TT'^'  M..  em.  VI,  2. 

:j^(3); 


PT^^'      ST      '        TT^'         QT 


214.  r^  —  (come  sopra)  (BMLs) 


TT  '  '  M.,  6  em.  VI,  3. 


S^^'^^ 


TICINVM  324-326. 

215.  ^    -    DOMINOR  •  NOSTROR  •  CAESS  :  VOT  XX 
^'  -   CRISPVS  NOB  CAES  (BCLd) 

PT^'^'  Vo.  C.  j.  T.  14. 


156 


2l6.   I^ 


217.  ^^ 


PROVIDENTIAE  CAESS 
CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 

ST    '  M.,  7  em.  II,  2, 

FL  IVL  CONSTÀNTIVS  NOB  C  (BMLs) 

sV^^^^ 


M.,  7  em.  II,  3. 


QT 


(2); 


(0; 


218.  i^ 


219.  9 


220.  9 


PfT      '        SfT'   ^'  QfT 

SPES  REIPVBLICAE 

FLAV  MAX  FAVSTA  AVO  (BMTd) 

SECVRITAS   REIPVBLICE 

FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 

I     ..  !..  I     ..  I 


(I); 


M.,  7  em.  III.  I. 


PWT 


S^T 


TWT 


2; 


QV^T 


M. 


em.  IV. 


221.    9 


D  N  CONSTANTINI  MAX  AVO;  VOT  XXX 
CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

PT  ^  '  ST     '  TT  "^  '  QT  ^  '  M.  7  em.  IV. 

_H_(i);      JlCO; 

ST  TT 

D  N  CONSTANTINI  MAX  AVG  porta  della  fortezza. 
CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

-J-i.     _L_i-     -^4-     -i--^- 

PV^T    '        S'^T     '        TV^^T^'        Q^T 


M.,  7  em.  VII. 


2; 


I  ; 


22^.  ^^ 


SfT     '        TfT*'        QfT     ' 
CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


PKjj  ^  ^  '                                                 M.,  rovescio,  7  em.  VII. 

SISCIA  3^3-314-                                     \ 

223.  ^ 

-   lOVI  CONSERVATORI 

^ 

-   IMP  LIC  LICINIVS  PF  AVG  (TLd) 

SIS    ' 

M.,  6  em.  I,  4. 

157 


SISCIA  317-320. 

224.  1^   -    PRINCIPIA  IVVENTVTIS 

^  -   CRISPVS  NOB  CAESAR  (BMLd) 


rsis^'  €sis^' 


M.,  8  eni.  IV,  2. 


SISCIA  320  7-324. 


225.  ^   -   VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP  :  VOT  P  R 
i&  -   IMP  CONSTANTINVS  AV(y  (BC;  EUs:  Id  :  S) 

altare  15  alt.  15, 22, 14 

ASIS*    '  '  BSIS*  M.,  8  em.  V,  2. 

226.  ^'  -  (come  sopra)  (BM:  EUs:  Id;  [Se]:  Sp) 

alt.  5  alt.  I  alt.  15 

BSIS*  '  '  ASIS*^'     €SIS^  ^  ' 

M.,  cf.  8  oni.  V,  3. 

227.  ^'  -   IMP  CONSTANTINVS  P  F  AVG-  (BC;  ELd) 

alt.  22  a.  1. 23  alt.  i 

ASIS*  ^  '  ASIS-  ^  '     €SIS*  ^  ' 

M.,  cf.  8  em.  V,  4. 

228. ^'  -   CRISPVS  NOB  CAESAR  (BMLd) 

alt.   4 
€SIS'^' 

M.,  8  em.  V,  5. 

229.  ^^  -   IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 

alt.  4   , 

ASIS»  M.,  rovescio,  8  em.  V. 

230.  fì"  —  (come  sopra)  (BCLs  :  Id  ;  S) 

s 

ASIS*  ^'        M.,  rov.  8  em.  V. 

231.  ^^  -   IVL  CRISPVS  NOB  CAESAR  (BMLd) 

mIi.   I 

BSÌS-  ^  '  M  ,  8  em.  V,  6. 

232.  ^^  -   CONSTANTINVS  IVN  NOB  CAES  (BMLd) 

alt.   14  alt.  I 

BSIS-  '  '  €SIS»^' 

M.,  8  em.  V,  8. 

S       x; 
€SIS-     ' 


I5B 


233  ^  -  LICINIVS  IVN  NOB  CAES  (BMLd) 
alt.  14     _     alt.  I,  15 

BSis*  '  '     rsis»  ^  ' 
234.,^  -   IMP  LIC  LICINIVS  P  F  AVG  (BCLd) 


M.,  8  em.  V,  9. 


alt.  is 


I  ; 


ASIS»     '  M.,  8  em,  V,  io. 

235.  9<  —  VICI  •  LAETAE  PRINC  PERP  ;  VOT  P  R 
^  -  CONSTANTINVS  AVG  (BC  ;  EUs;  Id:  S) 


ASiS 

I 


•ASiS* 


M.,  9  em.  I,  2. 


<i); 


ASIS^ 
236.3^  —  (come  sopra)  (BC;  ELd) 


•  rsis* 


I  ; 


BSIS*     '  ASIS* 

237.  ^^  -   IMP  CONSTANTINVS  AVG  (BC;  ELd) 


BSIS< 


M.,  9  em.  I,  I. 


i; 


•€SIS' 

M.,  rovescio,  9  em.  I. 


238.^  —  IMP  LICINIVS  AVG  (TLd) 


ASiS* 

S 
•ASIS- 

s 


(2); 


M.,  9  em.  I,  5. 


ASIS*     '  rSIS*     '      ASIS*     '     €SIS* 

239-3'  -  IVL  CRISPVS  NOB  C  (BMLdj 


I  : 


•€SIS«     ' 

M.,  9  em,  I,  7. 

^    3; 


rsis*        ASis*    '    €Sis*'^' 
240.  ^^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  CAES  (BMLd) 

(2); 


rSIS»  '  ''  M.,  rovescio,  9  em.  I. 

241.  ^   -  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


ASIS« 


i; 


iM.,  rov.  9  em.  i. 
•€SIS«     ' 


159 


242.^  —  LICINIVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

S 


ASIS*^ 


BSIS^ 


SISCIA  324. 

243-  9   —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP:  VOT  P  R 
^  —  IMP  CONSTANTINVS  AVG  (BC:  EUs;  Id;  S) 
a.    14  alt.  5 

BSIS  ^  '  €SIS 

M.,  9  em.  II. 

244.^  —  (come  sopra)  (BM;  EUs;  Id;  [Se];  Sp) 


alt.   =;  ^            alt.   7  ^  ^ 

Bsis''       rsis^' 

alt.  7     .  . 

ASIS*     ' 

245.^  —  (come  sopra)  (BC  :  ELd) 

alt.  7,   I  ^  .                                alt.  7 

ASIS  "'                      rsis^' 

a.  20 
€SIS^' 

M.,  9  eni.  II 

alt.    8 
^2; 

rsis* 


246.  ^^  —  IMP  CONSTANTINVS  PF  AVG  (BC;  ELd) 

a. 
3;      ^ 

M.,  9  em.  II. 


a.  12, 13, 17,7        alt.  5,  4  a.  1,5, 7,  20     ^     a.  20 

ASIS        '^'    BSIS  ASIS       ^'     €SIS 


a- 5,  7,8 
ASIS*  '^' 

247.  ^^  —  IMP  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BC:  ELd) 

rsis^  ^'  M.,  -      - 

248.  ^  —  CAESARVM  NOSTRORVM;  VOT  V 
^  —  IVL  CRISPVS  NOB  C  (TLd) 

rSIS  M.,  9  em.  VI,  i. 

I  I  I  I  I 

'3  ;    „^.^^    IO  ;    -— ~    15  ;    ,^.^^  6  ;     —— —  6  ; 


ASIS*     ^'     BSIS*        '     rSIS*     ^'  ASIS*     '     €SIS* 
249.  ^^  —  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (TLd) 

SIS    ^^'  M..  rovescio,  9  em.  VI. 


i6o 


250.  ^'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 


€SIS 


ASIS^ 


BSIS^ 


IO 


5; 


rSIS^"'     ASIS*^'     €SIS*     ^' 

M.,  9  ern.  VI,  2. 

251.  r^  —  LICINIVS  IVN  NOB  C  (TLd) 


ASIS 

I 


M,,  9  em.  VI,  3. 


4; 


252.  Vi 


ASIS* 

D  N  CONSTANTINI  MAX  AVG:  VOT  XX 
CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 


ASIS 


I  : 


_L 

BSIS 


M.,  9  em.  VII,  XIV. 


ASIS*     '  '     BSIS* 

__l 

BSISO 


13; 


rsis* 


4; 


ASIS*^'     €SIS* 


(2): 


ASISO 


(2) 


6SISO 


io: 


(I); 


2  : 


2; 


\ 

!_ 

ASisySi  "  BSisyS: 

I  .:  — i 

ASIS^«^  BSIS^«^ 


Bsisf    '     rsisf 


2; 


16 


31 


-:i7  14; 


rsisyS:'^  'ASisyH:      esisySi 


27; 


2; 


€SISs^ 


2; 


?     '  BsisQ"'      rsisQ'      ASIS9 

253.  I^  —  D   N  LICINI   AVGVSTI  :  VOT  XX 
^'  —  IMP  LICINIVS  AVG  (TLd) 

I 


2; 


I  : 


BSIS 

I 


M.,  9  em.  VIII. 


6; 


ASIS*  "  '        BSIS* 

254.  I^  —  VIRTVS  EXERCIT  ;  VOT  XX 

fB"  —  CONSTANTINVS  AVG  (BC  :  ECd) 

1  r... 


rsis*'*' 

M.,  9  em.  IX,  I 

^^^     2- 

ASIS*     ' 

Sl^    2: 
BSIS* 

SIF 

rsis*"*' 

SIF     ,. 
ASIS*     ' 

SF 

SF 

!K_     i; 

H.     i; 

ASIS* 

€SiS* 

S  F 

SIF 

K.      5; 

k     i; 

ASIS^ 

ASIS^ 

i6i 


255"^'  —   IMP  LICINIVS  AVG  iBC;  ECd) 


ASIS*     '  M..  9  em.  IX,  3. 

S  F  S  F 

!HL    2;  Ih.    2: 

ASIS*  6SIS* 

S;F 

Ih-   5; 

BSIS^ 
256.  ^'  -   IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs:  Is  ;  S) 


€SIS*  ^' 

M., 

rovescio,  9  ein. 

IX 

Is 

:  S) 

M 

,  9  eiii.  IX 

>  5 

257.  ^'  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs;  Is:  S) 

rsis*   ' 

258.  R)  —  VIRTVS  EXERCIT  :  VOT  X 

fi'  —   IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BCdLs:  Is:  S) 
S  I  F   ,  .         Sì  F 
ASIS*  "'         BSIS*     '  M.,  9  eni.  X,  i. 

SjF  SiF 

|H-    4:  Jk.    i; 

BSIS*  €SIS* 

259-^  —  (come  sopra)  (BCLd) 

S  1  F    ,. 


rSIS*  M.,  cf.  9  eiii.  X.  2. 


260.  ^^  —   CONSTANTINVS   IVN  NOB  C  (BCLs;  V;   Sp) 

€SIS* 

M.,  cf.  9  ein.  X,  3. 


AlF   ,.  s^^ 

BSIS*     '  €SIS*' 


F  SjF 

H.    2:  IK.    I 


Bsis*         rsis* 

S  F 


IK.    (2); 


€SISv^!t/ 
261.  rB'  —   CONSTANTINVS  IVN  NOB  CAES  (BMLs) 

€SIS^ 

M.,  rovescio,  9  eiii.  X. 


102 

202.  ,B^  —  LICINIVS  IVN  NOB  CAES  (BCLs;  V;  Sp) 

rSIS*      "  M.,  cf.  9  em.  X,  5. 

S|F 

Jh.  (7); 

ASIS^ 

263.  i&  —  (come  sopra)  (BMLs) 

ASIS*     '  M.,  9  em.  X,6. 

264.  ?l  -  CAESARVM  NOSTRORVM  ;  VOT  X 
i&  —  IVL  CRISPVS  NOB  C  (TLd) 

I       .       \ .  I ^.         I 

6;     r^^.^u.  5;  .^.^u.  ^; 


Asis*   '     Bsis*^'  Asis*   '  esis**^' 

M.,  9  em.  XUI,  i. 


3*  DOIO.a.         '  |-OIO.».3>  AOIO.^i'J' 


ASISO  BSISO  rSISO  ASISO 

'     48:  „^  '  ^  18;  --!— 17 17;  .^  '  ^  28:  —J— - 34; 


ASisySi^     BsisySi     '  rsisyS:  '    ASisyS:      €SisyHi 


ASisf    '     BSisf    '      rsisf    '    Asisf    '    esisf 


BSIS^ 


6  ;  PTrTTTTS  I  5 


ASISQ     '  rSISQ     '     ASISQ    '     €SISQ 

265.  ^'  —  CONSTANTINVS   IVN  NOB  C  (TLd) 

M.,  9  em.  XIII,  2. 
I        _.  I 


^ ;  .o.o». 7 ;    ^o.o.«. 4 ; 


BSISO  ASISO  '       €SISO 


ASisySi"  BSisyS:  "  rsisySi^^'^'ASisySi     '  esisyS: 

[_..        I       .     i_    .   L   .  l_-- 

ASisf    '     Bsisf '^'      rsisf^'    ASisf^'   €Sisf  ■" 

I     ,.  I     ,.      I     . 


BSISsis     '  ASIS3IS     '    €SIS3I©"' 

-i-li-  I        ,.  I        -.  I        ,. 

?      '  BsisQ   '      rsisQ^'    ASISQ   ' 

SISCIA  324—? 

266.  5(  —  PROVIDENTIAE  AVGG 

^^  —  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

BSIS     '  rSIS     '  M.,  IO  em.  I. 


i63 


•AsTs-  ^^  '   'Bsis^  ^^  ■    •  rsis"'    ^  '  Tasìs"*  ^  ' 


Il                  ili 
■^—  I  :   ■ —  147  ; 1^7  ;  ^  12  :  

?        AsiSt-?    "  bsisn=^  ^^''  ^sls^=^         ASis^ 

I 


ASIS' 


(2) 


267.  ,!>'  —  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 

ASIS^     ^'     BSTs^        '     rSIS«     '  M.,  rovescio,  io  em.  I. 

268.  R;  —  PROVIDENTIAE  CAESS 

,B'  —  IVL  CRISPVS  NOB  C  (TLd) 

rSISQ  M.,  IO  ein.  II,  i. 

8; 


•Asis*    '  «esis- 
269.  ^^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 


L, 


M.,  IO  em.  II,  2. 

I 


€SIS* 

1.0.  -^3 

?    ^'  €818  "^ 


i; 


•A8I8*    '-esis*  ^' 

I  I 

— —  s  ;   — ■ —  129  ; 
A8I8^^'    €8I8«      ^' 

270.  ^'  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

ASI8Q     '     M.,  ioem:Il,3. 


A8I8     ' 


ASIS< 

I 


138; 7^7^  i; 


A8l8s^    "      €8I8« 


271.  1^  —  SECVRITAS  REIPVBLICE 

^'  —  FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 


'  M.,  IO  em.  III. 

IO  :  — -T—  IO 


rsi8 

_  i_ 
•  r'8i8« 

^ 26  ;  ! —  27 

rsis»wj  €sis^ 


164 


272.  9  —  SPES   REIPVBLICAE 

i&  —  FLAV  MAX  FAVSTA  AVO  (BMTdj 


BSISQ 


'ASIS< 


^3  5 


(2); 


IO  ; 


M.,  IO  eri).  IV. 


•ASIS»  ^  ' 


•BSIS 

SISCIA  330-333. 

273.  9.  —  GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 
^  —  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 


ASIS 


213; 


•ASiS 


ASIS' 


185; 


— L-(2);      — ^(11); 
ASIS      "      €SIS^     ^' 

M.,  II  CHI.  I,  I. 


6; 


•€SIS« 

M.  (12  CHI.  !). 


274.  ^^  -   CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 


ASIS 

I 


ASIS 


209; 


€SIS 

M.,  II  eni.  I,  3. 


•ASIS--'  .ASis-''^'  -esis.^^^' 

M.  (12  em.!). 

275-  '^'  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BCLd) 

_J 207  ;  J_ 

ASIS  (sic)  €SIS 

M.,  II  eiii.  I,  2. 

_J 223;  ' ,^. 

•ASIS  (sic) 


3; 


276.  ^  —  Vittoria. 

rè'  —  CONSTANTINOPOLIS  'M;  ELs;  Se) 


BSIS 


203 


311 


B' 


•BSIS' 

277.  I§  —  La  Lupa  coi  Gemelli, 

VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 

I 
2 

rsis 

•TsTs^ 


131  : 


•€SIS*     ' 

IM.  (12  ein.  :). 


M..  TI   cm.  II. 

' : 

M.,  II  em.  in. 

M.  (12  em.  !). 


i65 


278.  9  —  (Incusus). 

^^  —  FL   IVL  CONSTANTIVS   NOB  C  (BCLd) 

SIRMIVM    — ?— 324. 

279.  Ri   —  ALAMANNIA  DEVICTA 

,£^  -   FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (TLd) 


•SIRM-       '  M.,  I  em.  I,  i. 

280.  ,B'  —   CONSTANTINVS  IVN  NOB  CAES  (BMLd) 


•SIRM*     '  M.,  I  em.  I,  2. 

281., !>'  —   CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 
I        _. 
•SIRM*  "^'  M.,  I  em.  I.  3. 

282.  FÒ   -   SARMATIA  DEVICTA  (TLdj 
^'   -   CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

33; 


SIRM^^''  M-,  I  em.  Il,  i. 

SIRMIVM  324-326. 

283.  ^   -   PROVIDENTIAE  CAESS 

^'  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

-'        8- 

SIRM     '  M.  2  em.  I,  2. 

284.  1$  ---  SECVRITAS   REIPVBLICE 

^^  —  FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 

-J-3- 

SIRM"^'  M.,  2  em.  II. 

285.  19  —  SALVS   REIPVBLICAE 

^B'  —  FLAV   MAX   FAVSTA  AVO  (P>M  ;  Td) 

-J— 6- 

SIRM     '  M.,  2  em.  III. 

ZECCA  INCERTA  (Sirmium?). 

286.  Ip  —  Stella  in   o^hirlanda. 

<B'  —  FAVSTA  N  F  (BM  ;  a  destra)   (pesi   gr.  2.88  e  3). 

il- 2. 

'  M.,  7  em.  XIII,  2  (Thessalonica). 

287.  ,iy    -    HELENA   N  F  (BM  ;  a  destra)  (peso  gr.  3.30). 

—      '  AI.,   7  cm.  XIII,  I  ('riicssaioiiic.i;. 


i66 


THESSALONICA   320-324. 


288.  9'  —  CAESÀRVM  NOSTRORVM  ;  VOT  V 
ÌD'  —  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 


TSAVÌ  ^°'M..  7^-111.  I,  I 
TSAVI     ' 


s89.,B'  —  CRISPVS  NOB  CAES  (TLd) 


TSAVII         M.,  7cni.I,2. 


290.  !>'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (TLd) 

(Di 


TSBVI  ^     '  M.,  7  ^>n.  I,  3. 

291.,^'  —  (come  sopra)  (BMLs) 

i 

II  ; 


M.,  7  eni.  I,  4. 


fsévT.^^^' 


292.  ^'  —  LICINIVS  IVN   NOB  CAES  (BMLs) 

TS6VI     ' 

M.,  7  eni.  I,  5. 

TS6VI     ' 


293.  ^  —  (come  sopra)  (TLd) 


TS€VII  ^  ^ 


M.,  7  eni.  1,  6. 

294.^  —  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLd) 


TS€VI^^^' 

Vo.   C.  j.   Taf.  6. 

295.  ^'  —  FL   IVL   CONSTANTIVS   NOB  C  (BMLs) 

-J-(i); 

M.^  _  Vo.  _ 

296.  I^^  —  D  N  CONSTANTINI  MAX  AVG  ;  VOT  XX 
^   -  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 

66; 


TSAVI  ^'   TSBVI  '    TSrVI   '  TS6VI 

M.,  7  ein.  Ili, 


167 


297-  y*   —   D  N  LICINI  AVG;  VOT  XX 
^  —  IMP  LICINIVS  AVO  (TLd) 


TSAVI     '  M.,  7  em.  IV. 

— L-id; 

TSAVII  ^     ' 

298.  :^  —  D  N  LIC  LICINI  AVGVSTI  ;  VOT  XX 

r^  —  (come  sopra) 

TSAVI  ^'  M.,  7  em.  VI. 

299.  I^  —  VOT  •  V  •  MVLT  •  X  •  CAESS 

^'  —  CRISPVS  NOBILISS  CAES  (BMLd) 

M.,  7  em.  VII,  I. 

300.  r^  —  D  N  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 

I 


(2); 
M.,  7  em. 

301.^  —  (come  sopra)  (BMLs;  Id;  Sp) 


TS«€* 

M.,  7  em.  VII,  3. 


(I); 


TS»€* 

M.,  cf.  7  cm.  VII,  4. 


302.  ^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 


(6) 


TS»B»        '  M.,  7  em.  VII,  5. 

I         .. 


•TS'B*     ' 
303.  ^'  —  LICINIVS  IVN   NOB  CAES 

(I) 


TS«A»^     '  M.,  7  em.  VII,  8. 

304.  I^  —  VOT  XX   MVLT  •  XXX  • 

i&  —  CONSTANTINVS  AVG  (BCLd) 

TS-'r»  ^^^  '       TS"-a'»  ^^^  '  M.,  7  em.  Vili.  i. 

•TS«r«     '  •TS«A«     ' 

305.  ^'  —  (come  sopr:))  (BMLs;   Id  ;   Sp) 

Vjs^f*  ^^^'  M.,  cf.  7  em.  Vili,  2. 


i68 


306.  a^  —  IMP  CONSTANTINVS  ÀVG  (BM  ;  EUs  ;  Id  ;  Sp) 

1 


TS»r»  M.,  rovescio,  7  em.  Vili. 

307.  ,5>^  —  IMP  CONSTANTINVS  P  F  ÀVG  (BC  ;  ELd) 


(I); 


TS»A»  M-,  7  em.  Vili,  4. 


08.  ^  -  (come  sopra)  (BCLd) 


TS*A« 

M.,  rovescio,  7  em,  Vili. 

309.  ,!>'  —  IMP  LICINIVS  AVG  (BCLd) 

TSA^^'  M.,  7  em.  Vili,  5. 

(6); 


TS«A- 
•TS'A* 

310.  1>  —  VICTORIA  AVGG  NN 

rJ^  —  CONSTANTINVS  AVG  (BCLd) 

1       _  _  I 


•  TS-r»     '         •TS»A»  ^  '       M-.  6  em.  V,  i. 

.      \ (i); 

•T«s»r»  (sic) 


311.,©^  —  (come  sopra)  (BMLs  ;  Id  ;  Sp) 


(I) 


TS«r«  ^^'  M.,  6  em.  V,  2. 


•TS*r-    ' 

312.  ,1^'  —  IMP  LICINIVS  AVG  (BCLd) 


•  TS«A«     '  -^^,  6  em.  V,  3. 

313.  Kl  —  VICTORIA  CAESS   N  N 

,B'  —  D  N  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 


3; 


•TS«€- 

M.,  6  em.  VI,  2. 


314.  ,D'  —  CONSTANTINVS  IVN   NOB  C  (BMLd) 


'         6; 


TS»B»     '  M.,  6  em.  VI,  3. 


169 
LfCINIVS  IVN   NOB  CAES  (BMLd) 


•TS«A»     '  ^I-,  6  em.  VI,  4. 

316.  Ijii   —   VIRTVS   EXERCIT;   VOT   XX 

fB'  —  CONSTANTINVS  AVO  (BC  ;  ECd) 

S  i  F  S  I  F  _  . 

•TS«r*    '  «TS-e  " 

M.,  7  eiii.  X.  I. 

317.  ,D'  —    IMP  LICINIVS   AVCt  (BC;  ECd) 
S!  F    ^. 

•TS»A»     '  M-?  7  em.  X,  2. 

318.  ^  —  LICINIVS  iVN   NOB   CAES  (BMLs) 
SIF 

•TS'A»     '  M.,  7  em.  X,  3. 

319.  ,&  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 

S  I  F      . 
•TS'A»"^'       M.,  7em.  X,  4. 


320.  (&  —  (come  sopra)  (BCLd) 


S  i  F     ^  .  S  1  F    ^ 


•TS«A»  *'        •TS«€»     ' 

M.,  rovescio,  7  em.  X. 


321.  i&  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLs) 

^S»B«     '  M..  7  em.  X,  5. 

322.  9   —   CAESARVM   NOSTRORVM  ;  VOT  X 
r^  —   FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 


TSAVI^^'      M.,  7em.XI,  I. 


323.  .B'  —  IVL  CRISPVS  NOB  C  (BCLd) 


<2);     ^^rw7<0; 


TSrVI        '       TSAVI 

M.,  rovescio,  7  e!ii.  XI. 


324.  ,ìy  —  CONSTANTINVS  IVN   NOB  C  (BMLs) 


-  -'    -    66;  ^ (2); 

TSBVI  TSAVI      ^' 


.M.,  7  em.  XI,  2. 


lyo 


THESSALONICA   324—? 

325.  9  —  PROVIDENTIAE  AVGG 

^'  -   CONSTÀNTINVS  AVO  (TLd) 


I    ..        I  •    ....        I  •    -..         I  •    ,.,.        I  •   ...        i  * 

'  SMTS( 
M.,  8  em.  I,  i. 


-      4  : ' 140  :  — — !-  —  71  ;  ' i^i  :  21  :  - — 11 1 

?    ^'SMTSA         'SMTSB^    '  SMTSr    "^       SMTSA      '  SMTS6 


326.  ^  —  (come  sopra)  (BMDd) 


A  j..  I  r   ^.  ^.. 


SMTS  SMTS  SMTS 

M.,  8  em.  I,  2. 

(37);  ^,  '  *   (19);  c>..lo^(^5); 


SMTSA      '    '  SMTSr      '  SMTS6 

327.  ^'  —  CONSTÀNTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 

SMTSA  M..  rovescio,  8  em.  I. 

'*(n; 


SMTS 


328.  I^  —  PROVIDENTIAE  CAESS 
fì'  —   IVL  CRISPVS  NOB  C 


";  ^^.  (0; 


SMTSr  SMTS6 

M..  8  em.  II.  i. 


329.  .B^  —  CONSTÀNTINVS  IVN  NOB  C  (BMLs) 

M.,  8  em.  II,  2. 


SMTSB  ■^'^'  SMTSA  ^^'^'  SMTS€^^^' 


SMTS 


"6; 


330.  ,B'   -    FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLd) 

I  ....  I  o.  1 


107;  ^^.-r^.    »i     ^iTTiT-r^^    ^3 


SMTSB      "  SMTSA     '  SMTS6 


M.,  8  em.  II,  3. 


I  %  «; 


SMTS 


331.  9'   -    SECVRITAS  REIPVBLICE 

3'  -   FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 

I  I  I  I  I 


SMTSA    "    SMTSB     '    SMTSr  SMTSA     '    SMTS6 

M..   8  em.  III. 


171 

332.  9   -   SPES  REIPVBLICAE 

3'  -   FLAV  MAX  FAVSTA  AVG  (BM  ;  Td) 


SMTSA  SMTSB^"  SMTS€ 

M.,  rovescio,  8  eiii.  IV. 

333-  9   -   SALVS  REIPVBLICAE 
3'  —  (come  sopra) 

SMTSA  ^'     SMTSB^'^'  SMTS6^^^' 

M.,  8  em.  V. 

THESSALONICA   330-333. 

334-  9'   —   Vittoria. 

^'  -   CONSTANTINOPOLIS  (M  ;  ELs  ;  Se) 

80 


SMTSA  M..9em..I. 

335-  9'  —   ^-a  Lupa  coi  Gemelli. 
^'  -   VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 

'         6,; 


SMTS6 

M.,  9  em.  II. 

336.  9/  -   GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 
^  -   CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 

SMTSA    ^'  M.,  9  em.  Ili,  i. 

337.  ;D'  -  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 


SMTSA '''  SMTSB      '    SMTSf''  M.,  9  em.  Ili,  2. 

338.  ^'   -    FL  IVL  CONSTANTIVS   NOB   C  (BCLd) 

SMTSB    ^^'  Sivjfsr    °'  M.,  9  em.  III.  3. 

CONSTANTINOPOLIS  324?-326. 

339.  1$  —  PROVIDENTIAE  AVGG 

^  ~  CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 
Al       „.   Bi_ 
CONS        CONS  M.,  I  em.  1,  i. 

340.  J^  —  SECVRITAS  REIPVBLICE 

3'  —  FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 

B  I 
CONS^^  ■  M.,'  1   em.  III. 


172 


CONSTANTINOPOLIS  326-330. 

341.  i^  —  PROVIDENTIÀE  CAESS 

i&  —  CONSTÀNTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


j\I.,  2  em.  II,  I. 


CONS       CONS       CONS 

342.  (&  —  (come  sopra)  (BCLd) 

ri 

CONS  ^  "  ^52  eni.  II,  i. 

343.  ^  —   FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLd) 

Sj  __. 
CONS"" 

M.,  2  eni.  II,  2. 
SI 


344.  i&'  —  (come  sopra)  (BCLs) 


Al 
CONS 


(2    : 


r  I 


CONS 


(2) 


CONS* 


M.,  rovescio,  2  em.  II. 


345.  9  —  GLORIA   EXERCITVS   l'imp.  in   piedi. 
,iy  —  CONSTÀNTINVS  MAX  AVG  (TDd) 


CONS 


CONS 


4: 


M.,  2  eni,  IV. 


346.  ,B'  —  (come  sopra)  (TLd) 


4: 


CONS  '  '  M.,   t.  II,  pi.  XV,  n.  5. 

347.  Ij^  —  GLORIA   ROMANORVM  siede  a  sin. 
,i^'  —  (come  sopra)  (TDd) 


CONS 


3; 


Zi 


CONS 


348.  ,&  —  (come  sopra)  (TLd) 

CONS 

349-  t^   -   LIBERTAS  PVBLICA 

,iy  —  (come  sopra) 


B 


3; 


CONS 

350.  I>'  —  (come  sopra)  (TDd) 

Bl 


CONS  ' 

M.,  2  em.  V,  I. 


M.,  rovescio,  2  em.  V. 


M..  2  em.  VI,  I 


CONS 


4: 


CONS 


9: 


M.,  2  em.  VI,  2. 


173 


351.  9  —   CONSTANTINIANA  DAFNE 
fÓ"  —  (come  sopra)  (BMDdj 

Al  B  !        ^  Al  6  I  ZI 


3:;s^I7^4:  ^^r.^  ^o^  ;.-:;^T^  9  : 


CONS^    CONS  CONS        CONS^  CONS  ' 

M..  2  em.  Vili.  I. 


CONS*     ■  CONS* 

-^-^—(2):  ^-^(i) 

CONS*  CONS-  ^ 


352.  ^  —  (come  sopra)  (TDcì) 


CONS      CONS  CONS 


M.,  cf.  2  em.  Vili,  2. 


353.  ^'  —  (come  sopra)  (TDa 


Al     ,,AL^,,n^,,AL.^Al^,,sA^, 


CONS       CONS      CONS       CONS"    CONS       CONS"    CONS 

I\I.,  2  em.  Vili,  2. 


CONSTANTINOPOLIS  330-333. 

354-  ^  ""  Vittoria. 

^  —  CONSTANTINOPOLI  (M  ;  ELs  ;  Se) 


CONSZ 

M.,  3  em.  I. 


355-  -^  —  ^^  Lupa  coi  Gemelli. 
3'   -   VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 

I 


C0NS6     "      iM,  3  em.  II 


CONSIA  M.  (4  em.!l 

356.  I^  —   GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 
^'  -    CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 
I        ...       I        ,  I        . 


^4;^^^.^»  5: 


CONSA    ^'CONSB  '  CONSA  ^  M.,  3  em.  IH,  i. 

I         _.        I     . 


D 


CONSH 

357"^'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 

_J 

CONSr^'  M..  3  em.  Ili,  2. 

CONSe^       CONSI^^ 


174 
358.  ^^  -   FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLd) 

CONSA  ^^^'  CONSS  ^^  ' 

M.,  3  em.  Ili,  3. 

coNse       coNsr' 


HERACLEA  315-317. 

359'  ^  —  PROVIDENTIAE  AVGG  con  tre  torri. 
^  —   IMP  LICINIVS  AVG  (BMLs  ;  G  ;  Se  ;  F) 

I 


4;        uTi^S:        Tr-ri:^'^ 


HTB"'  HTr"  HTA"'  HT€" 

M..  6  em.  II.  i. 


HERACLEA  317-320. 

360.  9  —   PROVIDENTIAE  AVGG  con  tre  torri. 
(^  —  IIVIP  LICINIVS  AVG-  (BMLs;  G  ;  Se  ;  F) 


1    „. 

'1       >    ^ 

1       . 

MHTA  " 

MHTB'         MHTr^ 

MHT£ 

i        ,. 

M.,  7  CÈii.  1,  I 

SMHA  " 

'          fil- 

1  . 

•SMHB^" 

SMHA*' 

1  • 

1  •    ^. 
SMHA     ' 

I.  i£y  —  (come 

sopra)  (BMLd  ;  G  ; 

Se; 

F) 

SMHA  ^^' 

SMHB     "■ 

M.,  7  em.  I,  2 

362.  .B'  —  IMP  CONSTANTINVS  AVG  (BMLs;  G  ;  Se  ;  F) 


MHTB     ^'  M.,  7  em.  I,  3. 

•SMHB 

I     • 

8; 


SMHB 


175 

363.  9  —  PROVIDENTIAE  CAESS  con  tre  torri. 

/^  —   D  N  VAL  LICIN  LICINIVS  NOB  C  (BMLs;  G;  Se;  F). 

I 


MHTA  ^^' 

M.,  7  em.  II,  I. 

MHTA*  '' 

1         .. 

•MHTA  "' 

SMHA  ^' 

.SMHr^^^^ 

sJhc'''^ 

364.  (B'  —  (come  sopra)  (BMLd  ;  G  ;  Se  ;  P^) 

_LA(iq). 

SMHr  M.,  rovescio,  7  em.  II. 

365.  ^B"  —  D  N  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs  ;  G;  Se;  F). 

'         14: 


MHTr     ^'  M..  7  em.  II.  2. 

I 

I  ; 


SMHr 

I 


2  : 


•SMHr 
SMHT^ 


(2) 


SMHr 
366.  ^^  —  DNFLCLCONSTANTINVSNOBC(BMLs;G;Sc;F) 

i 


io; 


MHT€ 

M.,  7  em.  II,  3. 


(I) 


•SMHA 

I  •  6- 
SMH€     ' 

HERACLEA   324. 

367.  5/  —  DOMINOR  •  NOSTROR  •  CAESS  ;  VOT  V 
^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  iBMLd) 

SMHr  M..  9  em.  I.  2. 

SMHr    '    smha''' 


176 


368.  1^1  —  D  N  CONSTANTINI  MAX  ÀVG  ;  VOT  XX 
;&  —  CONSTANTINVS  AVG-  (TLd) 


SMHA 


49 


SMHB 


53 


(17);^       -  (16) 


(I); 


SMHA 
SMHA< 


32: 

(4); 


*I..  9em.  II, 

(I); 


SMHe 

Vo.  C.  j.  T.  5. 


>SMHB< 


369.  r^  —  (come  sopra)  (TLDa) 


SMHA 


(I): 


(I): 


SMHÀ 

M.,  rovescio,  9  enr  II. 


370.  9'  —  DOMINOR  •  NOSTROR  •  CAESS  ;  VOT  X 
ré'  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 


371.  ^' 


SM  H  B  "  ■ 

SMHB^'     SMHP 
(come  sopra)  (BCLd) 


y..,  9  em.  Ili,  I. 


1^ 

SMHB 


M.,  9  em.  HI,  I. 


372.  ]>  —  PROVIDENTIAE  CAESS  con  tre  torri. 
<B'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


3; 


•SMHA*  •SMHr«"         M.,  rovescio,  9  em.  IV 

373-  ^'  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

•SMHB*^'  M.,  9  em.  IV.  i.^ 

374.  p  —  (come  sopra)  con  due  torri. 
fì'  —  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 

SMHf  ^^'  M.,  9  em.  V,  i. 

375- ^'  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 


'      SMHB^"      SMHr^^"    SMHA^^'      SMH6 


2; 


SMHA 

_J 

SMHA< 

»  I  .  _^,_ 

SMHA  ^^"  SMHB  "^^  ' 


9; 


SMHB' 


SMHT' 


7; 


SMHA 


SMH€ 


3; 


-i-7 


SMHA 


12; 


*  I 


SMHr  ^''    SMHA 

*  I        _.       *  i        .. 


SMHB 


SMHr 


SMHA 


SMH€ 
SMH€ 


32; 
8: 


M.,  9  em.  \',  2. 


177 


376.  ^'  -   FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 


'        6:      -1-     30:    -^    M  : 


SMHB  SMHr  "        SMHA     ^      SMH€     ' 

M..  9  em.  V,  3. 

-    '  I-     -    I  V    _>-       X6--J-      12-  '  s- 

SMHA*         SMHB*"^'    SMHr-        '  SMHA-         SMH€'^' 

•  I  •  I       ^  •  I  •  I  •  I 

—  1  : —    8  :       ^ —  20;    ^ —  22;      ■ 12: 

SMHA  SMHB  SMHT      '    SMHA       '      SMH€       ' 

SMHB     '      SMHT^^'      SMHA     '       SMHC"^' 
377.  i>  —  SECVRITAS  REIPVBLICE 

^^  -   FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 

I        ...  I      .. 


SMHB        '  SMHA     '       SMH€ 

M.,  9  em.  VI. 

I 


8; 
I. 
6; 


SMHB-     '  SMH6- 

-J— 14; 
•SMH6    ^' 


378.  9  —  SPES  REIPVBLICAE 

^  —  FLAV  MAX  FAVSTA  AVO  (BM  ;  Td) 

(7);  7::z^3', 


SMH6     ' 


SMHA"    '  SMHA'''       M,  9em.VII. 

L_    -. 

SMHA'^' 
379.  I^  —  D   N   CONSTANTINI  MAX  AVO;  VOT  XXX 
fB"  -   CONSTANTINVS  AV&  (TDd) 

SMHA^'      SMHB^'      SMHT^'      SMHA^*' 

M.,  cf.  9  t  ni.   Vili,  I. 

T^'  -sMnA^^'-SMns^^'  -SMHr^'  «smha  '°' 
380. 3'  —  (come  sopra)  (TDa) 


SMHA^'    M..9em.VlII.  I. 


I         ..  I         p.     _J ,.  I         ^. 

7 j   .^„L.a s ;    .rs>^...- 5 :   rxTTrrr 7 ; 


•SMHA'      -SMHB     '     •SMHT'  •SMHA 
381.,©'  —  (come  sopra)  (TLd) 

SMHA^'      SMHB^'      SMHr^'  SMHA  "'  M.,  9eni.  VIir.2. 

SMHA^^°'  SMHB-  ^^'  SMHr-"^'  SMHT- ^  * 

_.         I  ^  I  _  I 


•SMHA-     '«SMHB^        -SMHT-     '  «SMHA*     '  (cf.M.4serieI). 

12 


178 


382.  ^^  —  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 


SMHA 


(I); 


?    ^'  «SMNA^'    «SMHB 

1  ..         I 


3: 


•SMHr     '    «SMHA 


II  : 


4; 


M..   9  eni.  Vili.  3. 

8; 

I 


8 


2; 


*SMHA""*SMHB        *SMHr^'*SMHA     '  *SMH€     ' 


HERACLEA  330-333- 


383.  ^  —  La  Lupa  coi  Gemelli. 
^  —  VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 


3: 


SMH€ 

M.,  IO  em.  I. 

(9); 


•.SMH€» 


384.  l^  —  Vittoria. 

^'  —  CONSTANTINOPOLI  (M  ;  ELs  ;  Se) 


SMHA    ' 

I 

3; 


•SMHA 


•SMHA» 


7; 


SMHA 


M.,  loeiii.  II. 


385.  9  —  GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 
^'  -  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 


SMHA 

I 


8; 


SMHB 

I 


D  1 


•SMHA     '    «SMHB     ' 


•SMHA« 


(2); 


>SMHB< 


(6); 


SMHr 

1 


(4); 


SMHA 


•SMHB*     '   «SMHr^     ' 
'   *   *   3; 


SMHB 


M.,  IO  eni.  Ili,  I. 


179 


386.  ^'  —  CONSTAINTINVS  IVN   NOB  C  (BCLd) 


I      .-  ' 


SMHr     '      SMHA^'  M.,  ioem.!II.2. 


•SMHA 

'      I  .  . I__^ 

•SMHA'^'  -SMHr-  ^'' 

•   •   • 

387.  ,B^  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLd) 


SMHA^'     M.,  ioem.111,3. 


•SMHA     ' 

>_J '      I 

-SMHA*     '  -SMHr*'' 

•  •  • 


SMHr 


CYZICVS  317-319. 

388.  ^  —  lOVI  CONSERVATORI  AVGG 

^  —  IMP  LICINIVS  AVG-  (BMLs  ;   G;   Se  ;  F) 

ii'6.2J_A,^.9lB      QjLr^^.QiA      2J^€^.9ls^^.2J^^. 

SMK    ^  SMK     ''SMK      'SMK      'SMK     'SMK      'SMK     ' 

SMK        '     M.,   7  eni.  I,  i. 
389.,^'  —  IMP  CONSTANTINVS  AVG  (BMLs;   G  ;  Se  ;  F) 

Q_|A       QJLBg.  ?±r,o.^-^Q.  91  €      QIS       9IZ 
SMK^'   SMK     '   SMK      'SMK^'    SM  K  ^  '  SM  K  "^     SM  K     ' 

SM  K     '  M..  7  em.  I,  2. 

390.  ^  —  lOVI   CONSERVATORI   CAESS 

^^  —  D  N  VAL  LICIN  LICINIVS  NOB  C  (BMLs;  G;  Se;  F) 
±1.  2_LB^.  ^Lr^.  ^1^..  2±ix.2is      QAJ,. 

?       '  SMK"^'   SMK     '  SMK'^'  SMK       SMK"^'   SMK     ' 

SMK'        M.,  7  em.  II.   i. 

391.  ,^'  —  D  N  FL  IVL  CRISPVS  NOB   CAES  (BMLs;  G;  Se;  F) 

SMK     '  SMK^'   SMK"^      SMK'^'SMK'^' 

QJ_H,. 
*  SMH     '        M.,  7  em    II   2. 


i8o 

392.  B'  —  D  N  FL  CL  CONSTANTIVS  NOB  C   BMLs;  G;  Se;  F) 

91A  §_^.    g     €_9    s 

SMK     '  SIIK"^'    SMK       SMK     ' 

M..  7  cm.  IL  3. 

393.  B'  —  IMP  LICINIVS  AVO  (BMLs  ;  G  :  Se  :  Fi 

9-^rii-  ^^  I  • 

SMK  SMK        *    M^  rov.  7  erri.  II  :  dir.  I.  I. 

CVZ.^  .  ^  31^324- 

394.  lì  —  lOVI   CONSERVATORI 

B   —  D  N  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  <BMLd) 


\\v 


I  ; 


SMKr  M-,  3  era.  I, 


CYZICVS  324— 


395.  ^   —   PROVIDENTIAE  AV&G-  con  due  torri. 
B  —  CONSTANTINVS  AVO  ^TLd 


13-   -^„-,io- 


SMKA    "     SMKB  SMKf  SMKA 


SMKS  M^  9  cm.  I,  1. 


SMKA*        SMKB*        SMKF*^    SMKA*^^    SMK€* 

SMKS*^^ 

•SMKr-         -SMKA-"^ 

'_ _        »    I        ^,     ^ .      •_ .    I 

SMKA'     SMKB"'     SMKr*°*      SMKA  ^^      SMK€^' 

396.^  —  (come  sopra)  (TDd) 


SMKA*        SMKB*        SMKf*  SMKA*"       SMK€* 

I        , 
SMKS*^' 

397.  B    -   CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd 


5>; 


6: 


SMKA  ^  '  SMKB^       SMKf  SMKa  SMK€ 

SMIcS^'       M,  9eiii.I, 


i8i 
398.  !&  —  (come  sopra)  (TLd) 


SMKr^'       SMKA^' 

1    -z 


SMKS     '        M.,  9  ein.  I,  3. 

399.  I^  —  PROVIDENTIAE  CAESS 

rB"  —  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 

SMKA     '     SMKB     '     SM  Kf     '  M ,  9  em.  II,  1-2. 

SMKA*     '   SMKB* 

-I  I 


•SMKr-'"'  -SMKA»     ' 

400.  ^^  —  CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLs) 

I        8-  '        6-     —Li-      — L    "•      — L^. 

SMKA     '     SMKB     '     SM  Kf    ^'      SMKA^'       SMK€^' 

SMKS     '    M.,  9  em.  11,3-4. 


SMKA*        SMKB-        SMKf*    ^'    SMKA*     "   SMK€* 

SMKS*  '' 

!  I 

(5); 


SMKA  ^  '  SMKr  ^^^  ' 

401.^  —  (come  sopra)  (BCLs) 


SMKB^'     SMKr^'  SMKe^' 


SMKS     '    iM.,  rov.  9  em.  II, 


402.  ^^  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 


SMKA     '     SMKB     '     SMKf^'       SMKA^'        M.,  9  em.  II.  5-6. 
'       ^5;  ^Lttt  ^8;  —-L-  14;    L^  16;  '       - 


SMKA*    ""SMKB*      'SMKf*    ^'    SMKA*      '    SMK€*      ' 

SMKS*^'' 

I 


8;  ....^7T-7; 


•SMKr*     '   *SMKA 
SMKB     '  SMKA 


l82 

403.  ^  —  (come  sopra)  (BCLs) 


SMKA  ^^■^^    M.,  rov.  9  em.  II. 


404.   5.'   —  SECVRITAS  REIPVBLICE 

&'  —  FL  HELENA  AVG-VSTA  (BMDd) 


SMKA     '     SMKB     '     SMKf     '       SMKA     '  M.,  9  cui.  III. 

8;  — 7-— i;    ^,,;, ,    3;    ^„..^   i; 


SMKA-^'SMKB*     'SMKf*     '     SMKA*     '     SMKe* 


SMKS< 


•SMKr*^'    •SMKA-"" 


405.  I^   -   SPES  REIPVBLICAE 

3'  —  FLAV  MAX  FAVSTA  AVG  (BM  ;  Td) 


!..  .  ; 


SMKB     '     SMKr     '       SMKA     '  M.,  9  cin.  IV 


SMKA-     '  SMKB-^ 

\ ..   — 1—  7- 

•SMKr»-^'    -SMKA*^' 

CYZICVS  330-333- 

406.  9  ~  La  Lupa  coi  Gemelli. 
^  —  VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 


SMKr^'      SM'ka^'  M.,  io  cm.  I. 


•SMKA'' 

407.  9  —  Vittoria. 

^'   -   CONSTANTINOPOLI  (M  ; 

1    ,.      1         ,. 

KLs; 

Se) 

?       'SMKA?     ' 

SMK€^' 

M.,  IO  em.  II,  1-2. 

•SMKB     '  -SMKr     ' 
408.  ^  —  (come  sopra)  (M  ;  ECs  ;  Se) 


SMKA  M.,  rov.  io  em.  II. 


i83 


409.  I^  —  GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 
^'  -   CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMLd) 


SMKr     '  M.,  IO  em.  Ili,  3. 

410.  ,B'  —  CONSTANTINVS  IVN   NOB  C  (BCLd) 


I  ; 


•SMKA     '  «SMKr^'  M..  IO  em.  Ili,  5. 

410  a  ÌQ'  —  (come  sopra)  (BMLd) 


'   3= 


SMKA"  SMKA 

I 


SMKS       M.,  IO  em.  Ili,  6-7. 

1        ,. 


•SMKS     ' 
41 1.^'  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BCLd) 

(0;  ^ '...  (I); 


•SMKr        '  •SMKC 

M.,    IO  em.  Ili,  8. 

412.3"  —  (come  sopra)  (BMLd) 

^-i.      ^i-  -i-I.       -Li- 

SMKA     '     SMKB     '  SMKA     '       SM  K€     ' 


9      ^'  .CMU-A'^^' 


SMKS     '    M..  IO  em.  Ili,  9. 
I 
•SMKA 


NICOMEDIA. 

413.  Iji  —  lOVI  CONSERVATORI  AVGG- 

^  —  IMP  LICINIVS  AVO  (MLs;  G  ;  Se  ;  F) 

\lA,.MB..Mr^.^lA      :\L€   .  ^isMz^. 

SMNSMN'SMN     'SMN"^'SMN''SMN^'SMN     ' 

M.,  7  em.  I,  i. 

414.  i&'  —  (come  sopra)  (MLs  ;  G  ;  F) 

Mr  ^ .  \]j  j .  ^_Lz    . 

SMN     '  SMN     '  SMN'^' 

M.,  et'.  7  em.  I,  I. 

415.  3^  —  IMP  CONSTANTINVS  AVG  (MLs;  G;  Se;  F) 
?       'SMN     'SMN"^'  SMN     '  SMN     'SMN 

iM.,     7     CHI.     I.    li. 


i84 


416.   T(i  —  PROVIDENTIAE  CAESS  Tuppiter. 

^^  —  D  N  VAL  LICIN  LICINIVS  NOB  C  (BMLd) 

MA,.  ìli..  iLiì,.  M  V,.  ^;€     ^  s  ^^;z 

SMN     'SMN^'SMN     'SMN''SMN     'SMN     'SMN^^' 

M.,  7  em.  Ili,  I. 

417.^  —  (come  sopra)  (BMLs  ;  G;  Se;  F) 

SMN     ' 

M.,  7  eni.  Ili,  2. 

418.  3^  —  DN  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLd) 


MAj. 

SMN     ' 


SMN     ' 


MS 


SMN     ' 

M.,  7  em.  Ili,  3. 

419.  .B'  —  D  N  FL  CL  CONSTANTINVS  NOB  C  (BxMLs;  G;  Se;  F) 

SM  N  M.,  7  em.  III.  5. 

420.  ÌB'  —  (come  sopra)  (BMLd) 

SMN^' 

M.,  7  cm.  III.  6. 


NICOMEDIA  324. 

421.  ^   -   PROVIDENTIAE  AVGCr  porta  della  fortezza. 
i&  —  CONSTANTINVS  AVG  (TDd) 


?    ^'SMNA  "'  SMNB  ^^'  SMNT  ^^'  SMN  A  ^^'  SMN€  '^'  SMNS^' 

M.,  9  em.  I,  I. 

422.^  —  (come  sopra)  (TLd) 
16;— rb^7;   ;^7^^3: 


4; 


9; 


2; 


SMNA      'SMNB"  SMNr^     SMNA^'   SMN€^'  SMNS     ' 

M.,   et'.  9  em.  l,  I 


15; 


MNA    "'      MNB 

1     8- 
NÀ^' 


MNA     '       MN€ 
NA      ■  '        N€     ' 


/  ? 


423  ^'  —  (come  sopra)  (TDd) 


(I); 


SMN€ 

M.,  cf.  9  em.  I,  I. 


i85 


424.  .&   —  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 


SMNB     '   SMNr     '  SMNA     'SMN€^'     M, 96111.1,3. 
425.^  —   FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

NA     '      AL,  rov.  9  ein.  I;  dir.  II,  4. 

426.  y»  —  PROVIDENTIAE  CÀESS  porta  della  fortezza. 
B'  —   FL  IVL  CRISPVS  NOB  C  (BMLs) 

SMNB     '  M.,  9  tm.  II,  i. 

I 

IO  : 

MNB       ' 

427.  ^'  —  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 


SMNB     '  M.,  9  em.  II,  2. 

428.  i&  —  CONSTANTINVS  IVN   NOB  C  (BMLs) 

I      0. 
SMNr     '  M.,  9  em.  II.  3. 

429.  ,B^  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 

•      4; 


SMNA^'  M.,  9  em.  II,  4. 

^4=  -^5;  ^--■. 

MNB^  MNA^'  MNS 

430.   ^  —  PROVIDENTIAE  CAES  • 

i&  —    CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BMLd) 

MNT^^^'  MNS^'^' 


M.,  9  em.  Ili,  3. 


±5 

Nr^ 


431.  ^^  —  (come  sopra)  (BMDd) 


I       ,.  I      ..        I 


3;  T^r.T^A 


SMNA     '   SMNB     '  SMNC"^'    SMNS 

M.,  cf.  9  em.  Ili,  3. 

432.  rB'  —  FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 


SMNA"'    SMN€     '  SMNS"' 

ìM  ,  9  em.  Ili,  4. 

7;     k-kTV^;    .-m.^3;  I/m\^9 


MNB  "      MNr     '    MNA    ^'  MNS^' 

Wb^'^'  ìL^'^'  rrs<3" 


i86 


433.  gi  —   PROVIDENTIAE  CAES  (senza  punto!) 
^^  —   FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 


SMNA 


3; 


SMNS 

M.,  cf.  9  eiii.  III. 
I       .. 


434-  9  —  SALVS  REIPVBLICAE 

^  —  FLAV  MAX  FAVSTA  AVG  (BM  ;  Td) 


SMNA 

I      . 


(I); 


MNS    ' 


M,,  9  eni.  IV 


MNA     ' 

435.  9(  —  SPES  REIPVBLICAE 

^'  —  (come  sopra) 


MN€ 


(I) 


MNf 

436.  R)   -   SECVRITAS  REIPVBLICE 

rB^  —  FL  HELENA  AVGVSTA  (BMD) 


(I); 


I  ; 


MN€     '     M.,  9  em.  V. 


SMNf 


7; 


MNr  MNA 

NA 


M.,  9  em.  VI. 
MNS^ 


NICOMEDIA  330-333. 

437.  9  —  GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 
^'  —  CONSTANTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 


SMNr^'  SMNA  ■"' 


M.,  IO  em.  I,  I. 


438.3'  —   CONSTANTINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 


SMNr 


i; 


2; 


SMNS 

M..  IO  em.  I.  2. 


439-  ^  —  Vittoria. 

i&  —  CONSTANTINOPOLI  (M  ;  ELs  ;  Se). 


SMNA     '   SMNB 


2; 


M.,  IO  em.  II. 


i87 


440.  1$  —  La  Lupa  coi  Gemelli. 
f^'  —  VRBS  ROMA  (M  ;  ECs) 

-• (o)  ■  • I  • 

SMNB^'^^'  SMN€     '  M.,  io  eni.  III. 

ANTIOCHIA   317-319. 

441.  9'  —  lOVI  CONSERVATORI  AVGG 

3'  -   IMP  CONSTANTINVS  AVO  (MLs  ;  G  ;  Se  ;  F) 
I     S 
SMANT^^^'  M.,  7  em.  I,  i. 

442.3'  —  IMP  LICINIVS  AVO-  (MLs;  G  ;  Se  ;  F) 

I  A  .    :  B     !  r     I  A     le 


4;  ^^MA^,-r3;     ^n^TTTT^^;  ^,^^^.^1;  ^.,,,.^2; 


SMANT    SMANT"   SMANT  '  SMANT  '  SMANT 


SMANT  "^"         SMANT'"        M,  7  em.  1,  2. 

443.  y   -   lOVI   CONSERVATORI  CAESS 

3'  —  D  N  FL  IVL  CRISPVS   NOB  CAES  (MLs;  G;  Se;  F) 


SMANT  SMANT 

M.,  7  eiiK  li,  I. 

444.  3^  —  D  N  VAL  LICIN  LICINIVS  NOB  C  (MLs;  G;  Se;  F) 
I     A_  I     r^.         1     A 


3  ;  7i^)rz,^  3  ;    e>.>i.*...-r  2  ; 


SMANT^'  SMANT"      SMANT 

I      S,.  I      Z^.  I      H 

SMANT^'     SMANT     '     SMANT^^'  M.,  7  em.  II,  3. 

ANTIOCHIA  324—? 

445.  I^  —   PROVIDENTIAE  AVGG  eon  due  torri. 
f&  —  CONSTANTINVS  AVO  (1  Ld) 


SMANTA     'SMANTB'^'SMANTr^'SMANTA'^'SMANTe     ' 

M.,  9  em.  I,  I. 
•  •  •  • 

3  ;  ^^M^K.-r-r.  3  ; 


SMANTA"'SMANTB"'SMANTr     '  SMANT6 

A  •  € 

4  ;  ^--i-..^  I  ; 


SMANTS      SMANTZ"'  SMANT 

446.  (D'         (comu  sopra)  (TDd) 

f*    ^'  SMANTr^'  SMAflTc"*' 

SMANTZ     '  M.,  9  em.  I,   i. 


i88 


447.  9    —  PROVIDENTIAE  CAESS  con   due  torri. 
^^  -   FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 


SMANTZ 


3; 


SMANT€" 

M.,  9  em.  II,  I. 


SMANTA 

448.  ^^  —  CONSTÀNTINVS  IVN   NOB  C  (BMLs] 

\ (,). 

SMANTr^  ^' 


SMANTS 


M.,  9  eni.  II,  2. 


SMANTB 

5  ; 


(0; 


SMANTA 

3; 


7; 


SMANTS"'  SMANTH"'  SMANTI 

449.^  ~   FL  IVL  CONSTANTIVS  NOB  C  (BMLs) 


SMANTH     ' 


450.  V^  —  SALVS  REIPVBLICAE 

i&  —  FLAV  MAX  FAVSTA  AVG  (BM  ;  Td) 


SMANTI     ' 

M.,  9  eni.  II,  3. 


SMANTI 


i; 


SMANT6   ^^' 

M.,  cf.  9  ei7i.  III,  I. 


451.   ^   -   SPES  REIPVBLICAE 
,^  —   (come  sopra) 


452.   l^   -   SECVRITAS   REIPVBLICE 

,^  -   FL  HELENA  AVGVSTA  (BMDd) 

I 


SMANT€^'^' 

M.,  cf.  9  em.  IV,  i. 


SMANTS 


M.,  9  em.  V. 


•SMANTB 


i; 


I    A€ 


SMANT       SMANTI 

ANTIOCHIA  330-333. 

453-  ^   -   GLORIA  EXERCITVS  con  due  insegne. 
,^  -   CONSTÀNTINVS  MAX  AVG  (BMDd) 


i; 


SMANA  SMANB 


SMANA     '     M.ioem.  I,  I 


i89 

454.  ^'  -   CONSTANTIINVS  IVN  NOB  C  (BCLd) 

SMANS  ^ ' 

455.  Ri  —   Vittoria. 

fy   -    CONSTANTINOPOLIS  (M  ;   ELs  ;  Se) 


SMANI^' 

M.,  IO  em.  III. 


ALEXANDRIA   313-314. 

456.  li   -   lOVI  CONSERVATORI  AVGG- 

^'  -   IMP  C  VAL  LICIN  LICINIVS  P  F  AVG  (TLd) 


ALE  M,  5  em.  II,  i. 

ALEXANDRIA    317-319. 

457.  y>   —  (come  sopra) 

,B^  -   IMP  LICINIVS  AVG  (MLs  ;  G  ;  Se  ;  F) 
^^_^A^.       ^J    B^. 
SMAL     '        SMAL     '  M.,  7  em.  I,  i. 

458.  ^^  -    IMP  CONSTANTINVS  AVG-  (MLs;  G;  Se;  F) 

SMAL     '  M.,  7  em.  I,  2. 

459.  I^  -   lOVI  CONSERVATORI  CAESS 

r^  -   D  N  VAL  LICIN  LICINIVS  NOB  C  (MLs  ;  G  ;  Se  ;  F) 

v^  I  B  ^. 

SMAL     '  M.,  7  em.  IL  i. 

460.  ^'   -   D  N  FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (MLs;  G;  Se;  F) 

v-M_A_j. 

SMAL     '  M.,  7  em.  II,  2. 

ALEXANDRIA   324. 

461.  li;   -    PROVIDENTIAE  AVGG- 

rD'  -   CONSTANTINVS  AVG  (TLd) 


3; 


SMALA '^       SMALB  "  M.,  9  em.  I,  i. 

462.   i>    -    PROVIDENTIAE  CAESS 

fiy   -   FL  IVL  CRISPVS  NOB  CAES  (BMLs) 

SMALA     '     SMALB     '  M.,  9  em.  II,  i. 


463. 3"  -   CONSTÀNTINVS  IVN   NOB  C  iBMLs) 


SMALB     ' 

M.,  9  em.  II,  2, 

9  1    1,. 

SMAL     ' 

464.  9  - 

SALVS  REIPVBLICÀE 

FLAV  MAX  FAVSTA  AVGVSTA  (BM 

'             2- 

;  a  destra) 

■ 

SMALB     ' 

M.,  9  eni.  Ili,  I. 

465.  9  - 

SPES  REIPVBLICÀE 

^  - 

(come  so[)ra) 

SMALB  ^' 

M.,  9  em.  IV. 

466.  R)  — 

SECVRITAS   REIPVBLICE 

FL  HELENA  AVGVSTA  (BiMDd) 

:a^' 

SMAL 

M,  9  em.  V, 

FALSIFICAZIONI    SINCRONE    BARBARICHE. 
1    TIPI    CONTRAFATTI: 

467.  I^   —  D  N  CONSTAIMTINI   MAX  AVG  ;  VOT  XX     5  pezzi. 

468.  ^  —  CAESARVM   NOSTRORVM  ;  VOT  V  (X)  5  pezzi. 

469.  9  —    PROVIDENTIAE   AVGG  (CAESS)  4  pezzi. 

piij   I   pezzo  fuso. 

470.  9  —  VICTORIAE  LAETAE  PRINC  PERP;  VOT  PR  3   pezzi. 

471.  ^  —   VIRTVS   EXERCIT;   VOT   XX  i   pezzo. 

472.  ^  —  BEATA  TRANQVILLITAS  ;   VOT  XX  2  pezzi. 

Pezzo  ibrido  sopr  ab  attuto. 

a  l^  —  Non  è  visibile. 

,^  - LICIN (ECs) 

^^^'  ]  b  1^  ~   CAESARVM   NOSTRORVM  ;  VOT  X 
:&   -  CONSTÀNTINVS  AVG  (TLd) 

^- 

Budapest,  Dicembre  1920. 

Andrea  Alfoldl 


LA    MONETAZIONE   NELL'ITALIA 
BARBARICA 

{CoHiinuazione:  vedi  voi.  Ili,  3»  e  4°  trimestre  1920). 

Parte  II.    —   La  legislazione  monetaria 


II. 

I  TIPI   E  LE  EMISSIONI  MONETARIE 
DEI    LANGOBARDI    E    DI    CARLO    MAGNO. 

La  questione  che  ora  debbo  trattare,  il  variare  cioè  dei 
tipi  e  delle  emissioni  monetane,  è  fra  le  pila  oscure  ed  in- 
tricate, anche  perchè  presuppone  in  un  certo  qual  modo  la 
conoscenza  di  tutta  la  politica  monetaria  del  tempo,  cono- 
scenza che  trova  le  sue  basi  d'altra  parte  in  questa  prima 
analisi  e  differenziazione  delle  emissioni.  Questo  studio  non 
può  essere  quindi  se  non  sommario  e  provvisorio,  prima 
raccolta  di  materiali  preparati  per  una  successiva  elaborazione. 

Quando  i  Langobardi  invasero  l' Italia  si  trovarono  da- 
vanti al  circolante  bizantino:  impadronitisi  delle  zecche,  vi 
coniarono  delle  rozze  imitazioni  dell'aureo  imperiale,  pren- 
dendo a  modello  i  tipi  di  Maurizio  Tiberio  e  dei  suoi  suc- 
cessori. Parlare  di  emissioni  in  questo  primo  stadio  è  certo 
fuori  di  luogo:  si  coniava  a  casaccio,  per  opera  di  rozzi  ed 
inesperti  artefici,  sì  che  ogni  esemplare  dei  prodotti  usciti 
dalle  barbare  officine  si  differenzia  sempre,  almeno  per  qual- 
che dettaglio,  da  tutti  gli  altri;  tal  che  non  è  possibile  stabi- 
lire una  qualsivoglia  classifica  scientifica.  Solo  in  epoca  re- 
lativamente avanzata  cominciano  a  comparire  delle  lettere 
nel  campo,  davanti  al  busto  del  sovrano:  procedimento  che 
meglio  ricorda  la  contemporanea  monetazione  di  Eraclio  che 
non  l'antica  segnatura  delle  zecche  imperiali  romane. 


192 


La  monetazione  ufficiale  dei  Langobardi  comincia  con 
Rothari  (636-652).  Una  moneta  aurea  di  largo  modulo,  già 
nella  collezione  dell' Erba  (D,  reca: 

^^  —   DM   ROTE  PPV  busto  a  destra. 

9^    —  Vie  ROTAVTORII  vittoria;  esergo  lONOI. 

Se  la  moneta  è  autentica  ed  è  stata  ben  letta,  essa  segna 
rntrapasso  fra  la  coniazione  di  pura  imitazione  bizantina  e 
quella  propria  del  regno,  introducente  il  nome  del  sovrano 
langobardo  al  posto  di  quello  dell'imperatore  d'Oriente.  In- 
fatti è  evidente  il  confronto  con  le  monete  contemporanee 
di  Foca  coniate  a  Ravenna,  che  hanno  : 

^  —  DN  FOCAS  PER  AVG-  busto. 

I^    —  VICTORIA  AVGG-  vittoria  ;  esergo  CONOB. 

E  notevole  il  fatto  che  il  langobardo  prenda  quale  pro- 
totipo della  sua  monetazione  l'aureo  di  Foca  (602-610)  e  non 
quello  del  contemporaneo  Eraclio  (610-61 1)  o  quello  di  Co- 
stanzo Il  (641-663),  i  quali  portano  non  l' immagine  della  vit- 
toria, ma  la  croce  su  tre  scalini. 

Un  nuovo  passo  verso  l'indipendenza  del  conio  (e  questa 
volta  definitivo)  fa  in  seguito  Rothari  con  la  coniazione  di 
un  aureo  che  porta  (2)  : 

^'   —   DM  AOTMAIV  IVTOR  III    vittoria   di  faccia  con  croce 

a  lunga  asta  ;  esergo  lONOI. 
I<)    —   MARINVS  MON  retrogradata,  attorno  al  monogramma 

di  Marinus. 

11  diritto  evidentemente  presenta  una  barbarica  grafia 
per  DN  ROTHARI  VICTORIA  ;  deriva  dunque  dalle  monete  bi- 
zantine sostituendo  la  figura  della  vittoria,  che  su  queste  sta 
al  rovescio,  al  busto  del  sovrano  che  non  appare  sull'aureo 
langobardo.    Il  rovescio    poi    è    significativo:    l'apparire    del 


(i)  Collection  de  AI.  le  chevalicr  dell' Erba.  Parigi,  1900,  11.  558;  non 
vidi  la  moneta. 

(2)  Cai.  Morbio.  Milano,  1857;  Brambilla,  Tremissi  di  Rotati,  iSS'j,  ecc. 
CNI,  IV,  pag.  455,  n.  i.  Esemplare  al  Museo   di  Brescia. 


193 

nome  del  monetario  attorno  al  suo  monogramma  mostra, 
ricordando  le  forme  della  monetazione  merovingica,  che  il 
diritto  regio  della  moneta  non  era  ancora  stato  sancito  :  il 
nostro  aureo  può  forse  ritenersi  coniato  avanti  la  promul- 
gazione dell'editto.  Oppure  che  il  monetario  fosse  funzionario 
regio  e  il  suo  nome  garantisse  la  bontà  della  moneta. 

Ai  regni  successivi  di  Rodwald  (652),  Aripèrt  I  (653-661), 
Perctarit  e  Godepert  (661-662),  Grimwald  (662671)  si  attri- 
buiscono generalmente  le  imitazioni  degli  aurei  di  Costanzo  II 
(641-668).  Vi  sarebbe  dunque  un  passo  indietro  nel  processo 
evolutivo  della  regalità  monetaria.  Però  sotto  Aripert  ab- 
biamo due  monete  che  portano  il  nome  regio  ;  quella  già 
studiata  del  duca  IfFo  e  una,  già  nella  raccolta  Gnecchi  (i), 
•che  reca  : 

/B"  —  DM  ARIP€RT  RGX  busto  del  re  a  destra  ;  sul  palu- 
damento M. 

9(  —  VIVITklORVI  VMTORIAAI  vittoria  di  faccia  col  globo 
crucifero  ;  esergo  COMOR  ;  nel  campo  +. 

La  lettera  M  che  appare  al  diritto  non  è  una  marca  di 
emissione,  ma  un  segno  di  zecca,  cioè  o  il  nome  Mediolanum 
o  r iniziale  del  monetario  come  meglio  vedremo   in  seguito. 

A  Grimwald  si  attribuisce  (2)  una  moneta  d'oro  di  un 
tipo  che  esce  assolutamente  da  quelli  usati  nella  serie  lan- 
gobarda  :  esso  porta  sia  da  un  lato  quanto  dall'altro  un  mo- 
nogramma formato  con  gli  elementi  del  nome  9R"^0ALDVS 
REX.  Qui  manca  assolutamente  ogni  segno  di  zecca  o  marca 
d'emissione. 

Al  suo  successore  Perctarit  (secondo  regno  672-688)  si 
attribuiscono  delle  monetine  d'argento  che  hanno  al  diritto 
le  lettere  PE  in  legatura  seguite  da  RX  pure  in  legatura,  e 
col  rovescio  o  recante  un  busto,  oppure  vuoto.  Il  tipo  è  noto 
in  infinite  varianti,  ma  l'attribuzione  è  per  me  incertissima. 
Sino  al  ritrovamento  in  un  ripostiglio   sicuro   non    le   credo 


(i)  Catalogo  Gnecchi,  n.  3956. 

(2)  Ipotesi  emessa  da  Boyne,  Annuaire  Soc.  frane,  de  Numism.,  X, 
1886,  pag.  461.  La  lettura  RECIMPER///S  emessa  da  Sambon,  Rev. 
Numismatiquey  1898,  pag.  303  è  inainissibile. 


194 

langobarde.  È  con  Cunincpert  (688-700)  che  finalmente  en- 
triamo in  un  campo  più  sicuro:  di  questo  re  si  conoscono 
molte  monete  che  possono  essere  divise  in  due  tipi  : 

a)  quello  con  la  vittoria    al    rovescio,    di    derivazione 
bizantina  ; 

b)  quello  con  l'arcangelo  al  rovescio,  tipo  che  diverrà 
canonico  nella  serie  langobarda. 

Il  primo  tipo  così  può  essere  descritto  : 

^  —  +  DN  CVNINCPERT  oppure  +  DN  CVNINCPERT  REX 
attorno  a  un  busto  a  destra  ;  sul  busto  RX  o  le 
stesse  lettere  in  legatura  ft  ;  nel  campo  davanti 
al  viso  la  lettera  M  oppure  T. 

9  —  +  DN  CVNINCPERT  REX  seguito  da  f  o  FI  o  da  I 
o  II,  il  tutto  attorno  alla  figura  della  vittoria. 

Le  lettere  che  appaiono  alla  fine  della  leggenda  del  ro- 
vescio potrebbero  essere  dei  segni  di  officina  e,  prendendo 
la  r  nel  suo  valore  numerale,  dare  l  =  i;  Il  =  2;  r  =  3; 
n  =  3  n  I  =  4.  È  questa  un'  ipotesi  soltanto,  basata  come 
si  vede  su  un  indice  assai  poco  sicuro,  ma  che  può  trarre 
appoggio  dal  confronto  con  la  monetazione  bizantina. 

Il  secondo  tipo  delle  monete  di  Cunincpert  presenta  in 
confronto  col  precedente  la  variazione  del  rovescio  ove  alla 
vittoria  bizantina  è  sostituita  la  rappresentazione  del  santo 
protettore  dei  langobardi,  l'arcangelo  Miciiele. 

^^  —  DN  CVNINCPER  oppure  CVNINCPEft  attorno  al  busto 

a  destra. 
1?    —  SCS  MIHAHIL  attorno  alla  figura  dell'arcangelo. 

Molte  volte  sia  nel  campo  avanti  al  volto  del  Sovrano 
quanto  sul  suo  paludamento  sono  delle  lettere.  Lo  stesso 
tipo  si  riproduce  sotto  Liutpert  (700),  sotto  Aripert  II  (701- 
712)  e  sotto  Liutprand  (712-744).  Non  si  conoscono  monete 
per  i  regni  di  Raginpert,  Ansprand  e  Hildeprand.  Tutte  le 
lettere  isolate  o  i  gruppi  di  lettere  che  appaiono  su  queste 
monete,  al  di  fuori  delle  leggende,  non  possono  essere  dei 
segni  di  emissione:  esse  sono  troppo  numerose,  compren- 
dendo non  solo  tutti  i  segni  dell'alfabeto  ma  anche  dei  nessi 


195 

che  non  si  possono  ricondurre  a  numerali  (Rr,  PL,  L  '•* ,  ecc.)» 
Debbono  quindi  indicare  qualcosa  d'altro,  delle  zecche  o  dei 
monetari. 

Con  Ratchis  (744-749)  siamo  davanti  ad  una  nuova  tra- 
sformazione del  tipo.  Una  prima  moneta  di  questo  sovrano  ('> 
può  essere  così  descritta  : 

-B^  —  DM  RATCHIS  {M  e  R  in  legatura)  attorno  al  busto 
del  sovrano  di  faccia  ;  nel  campo  a  s.  A  e  a  d.  Tt 
sul  manto  a  s.  A^T  e  a  d.  HI,  sul  petto  Br. 

^  —  SCS  IIIIIL  (alterazione  di  SCS  MIHAIL)  attorno  alla 
figura  dell'arcangelo  ;  in  basso  a  d.  nel  campo 
una  stella  a  cinque  punte. 

A  questo  tipo  ne  succede  un  altro,  rivelatoci  dal  ripo- 
stiglio di  Mezzomerico.  La  moneta  reca  : 

B"  —  +  DN  RATCHIS  PRIN   attorno    al    monogramma  (^9r 

sotto  la  seconda  lettera  del  quale  sta  +D. 
9    —  SCS  llllll  ^v  attorno  alla  figura  dell'arcangelo  (fig.  6). 


Fij 


La  moneta  apre  un  problema  assai  importante  :  perchè 
Ratchis  vi  si  intitola  principe  e  non  re?  Si  sa  che  Ratchis, 
duca  del  Friuli,  fu  acclamato  re  dei  Langobardi  alla  morte 
di  Hildeprand  nel  744,  ma  già  nel  749  doveva  abdicare  in 
favore  del  fratello  Ahistulf,  ben  viso  al  partito  nazionale. 
Dal  chiostro  dove  si  era  ritirato,  tentò  ritornare  al  potere  ai 
tempi  di  Desiderius  e  dal  dicembre  756  al  marzo  757  tiene 


(i)  Ruggero,  in  là'v.  It.  di  Ntnii.,  1908,  pag.  137. 


196 

la  Tuscia  e  il  palatium  di  Pavia.  E  a  questo  secondo  periodo 
che  attribuisco  la  moneta  in  quanto  essa  riproduce  un  tipo 
diffuso  sotto  Ahistulf  e  Desiderius:  se  fosse  stata  coniala 
nel  primo  periodo  di  Ratchis  questi  vi  si  sarebbe  intitolato 
francamente  Rex.  Ora  l'unica  carta  a  noi  giunta  del  secondo 
periodo,  la  pisana  del  febbraio  757  (i)  reca  la  sola  dicitura 
"  Guvernante  domno  Ratchis  „  :  probabilmente  egVi  non  era 
stato  riconosciuto  per  re  dopo  la  fuga  dal  chiostro  e  il  titolo 
non  osò  mettere  sulla  moneta  accontentandosi  di  uno  ben 
minore.  È  questa  la  sola  spiegazione  che  so  dare  e  sulla 
quale  ad  ogni  modo  credo  sarà  bene  richiamare  l'attenzione 
degli  storici,  sperando  ne  trovino  una  migliore. 

Il  titolo  di  "  principe  „  dato  ad  un  duca  langobardo  ap- 
pare nella  Vtfa  Cor  bimani  episc.  Baiuwariortim  ove  al  §  16 
è  ricordato  come  nel  castrum  di  Trento  governasse  "  Hu- 
"  singus  Longobardorum  rege  ibi  constitutus  princeps  „, 
mentre  al  §  22  lo  dice  "  comis  tribunus  „,  probabilmente  da 
leggersi  "  comes  Tridenti  „.  La  vita  contratta  che  pur  sempre 
chiama  Husingus  col  titolo  di  comes  una  volta  pure  lo  dice 
princeps  (§  xvi).  Siamo  davanti  ad  un  testo  della  seconda 
metà  del  secolo  Vili  (l'autore,  il  vescovo  Arbeone,  morì 
nel  783)  sul  quale  però  bisogna  osservare  che  Tautore  chiama 
princeps,  princeps  totius  gentis,  princeps  summus  anche  il 
re  Langobardo,  come  lo  stesso  titolo  usa  per  il  duca  di  Ba- 
viera o  per  il  maggiordomo  di  Francia.  È  vero  che  m  una 
carta  della  fine  del  periodo  langobardo  il  dux  di  Cremona 
è  chiamato  princeps  :  ma  essa  appartiene  al  più  che  sospetto 
gruppo  delle  dragoniane.  Solo  nel  IX  secolo  il  titolo  è  usato 
per  il  duca  del  Friuli  da  Andrea  Bergomate  (ma  prima  ri- 
corre di  regola  nella  Lex  romana  raetica  curiensis  che  tanti 
stretti  rapporti  ha  col  Friuli)  e  per  il  duca  Boso  da  papa 
Giovanni  Vili  nel  suo  epistolario.  Ma  qui  siamo  troppo  lon- 
tani dall'epoca  che  ci  interessa. 

Gli  stessi  duchi  di  Benevento  pur  così  potenti  e  prati- 
camente indipendenti,  non  si  fregiarono  del  titolo  di  principe 
se  non  dopo  lo  sfasciamento  del  regno  langobardo  :   il    che 


(i)  Trova,  Cod.  Dipi.,  n,  707. 


197 

affermano  parecchi  testi,  dicendo  che  solo  Arichi  II  osò  pren- 
dere quel  titolo  (i). 

La  nostra  moneta  non  può  quindi  esser  spiegata  se  non 
in  due  modi  :  o  la  batte  Ratchis  quando  era  duca  del  Friuli 
prima  dell'elevazione  al  regno  e  allora  rappresenta  l'unico 
esempio  del  titolo  di  principe  dato  a  un  duca  ;  oppure  la 
battè  durante  il  suo  secondo  breve  ritorno  al  potere  e  allora 
resta  sempre  a  spiegarsi  perchè  usò  il  titolo  di  principe  e 
non  quello  di  re. 

Malgrado  il  problema  che  si  deve  ancora  risolvere  credo 
la  seconda  ipotesi  preferibile  alla  prima. 

Ritorniamo  dunque  un  passo  indietro  ad  Ahistulf  (749- 
756).  Con  lui  si  inaugura  il  tipo  che  vediamo  poi  adottato 
da  Ratchis,  cioè  : 

^  —  +  DN  AISTVLF  REX  intorno  al  monogramma  9*  ^ 
9Br  in  legatura.  Alcune  volte  sotto  il  monogramma 
vi  è  +  o  una  stella,  oppure  M  oppure  T  oppure  ÀV. 
Una  volta  il  monogramma  sembra  formato  da 
9Br  alla  quale  seconda  lettera  è  collegata  una  C 

9  —  SCS  IlillL  (o  varianti  grafiche  dell'iscrizione)  attorno 
alla  figura  dell'arcangelo;  nel  campo  sotto  l'ala,. 
o  un  punto  o  una  stella  o  •*•  o  una  croce,  oppure 
anche  la  lettera  M. 

Un  secondo  tipo  di  Ahistulf  è  quello  che  i  documenti 
chiamano  "  stellato  „  : 

^  —  DN  AISTVLF  RCX  attorno  a  croce  potenziata. 

1$    —  +  FLAVIA  LVCA    oppure    +  FLAVIA  PIhA  C   attorno 

alla  stella. 

Ma  il  re  langobardo  conia  un'altra  serie  di  monete  tutto 
affatto  indipendente  dalle  precedenti  e  derivata  dai  prototipi 
bizantini  (fig.  7)  forse  a  Ravenna  : 

-f^'  —  DN  AISTVLF  Rr  (o  con  varianti  grafiche)  attorno  al 
busto  del  sovrano,  di  faccia,  che  alza  con  la  de- 
stra il  globo  crucifero. 


(i)  Cfr.  la  Chronica  Sancii  Benedicti  Casincnsi  e  la  Croii  aca  di 
S.  Sofia  di  Benevento,  oltre  che  le  sue  monete  che  portano  appunto 
nel  secondo  periodo  (dopo  il  774)  il  titolo  di  principe. 


198 


^    —   i.^  variante.  VICTORIA  SA  attorno  ad  una  croce  po- 
tenziata   con    A    legata    nell'asta    verticale;    nel 
campo   2. 
2.*  variante.  VICTORIA  SA^    attorno  a  croce  poten- 
ziata, nel  campo  H  e  all'esergo  CONOB. 


Desiderius  (757-774)  continua  i  due  primi  tipi  di  Ahistulf. 
Ha  cioè  una  moneta  rivelataci  dal  ripostiglio  di  Mezzome- 
rico  con  : 

^  .—  +  D  •  N  DEC/5IDERIVS  RX   attorno   al    monogramma 

9R'  sotto  al  quale  è  una  croce. 
1^    —  SCS  UHI  ^^  attorno  alle  figure  dell'arcangelo. 

Ha  poi  la  seconda  serie  delle  monete  coi  nomi  delle 
zecche,  gli  stellati,  abbondanti  sia  per  nome  di  zecche  quanto 
per  varianti,  differenziando  i  tipi  con  variazioni  grafiche  o 
con  r  inserzione  di  segni,  cioè  punti,  gruppi  di  punti,  stelle, 
segni  lunati.  È  il  tipo  che  si  ripeterà  sulla  monetazione  di 
Carlo  Magno. 


*  * 


Esposta  così  per  sommi  capi  la  tipologia  delle  monete 
regie  langobarde,  cerchiamo  le  ragioni  fondamentali  delle 
loro  variazioni. 

Se  con  Rothari  comincia  una  monetazione  regia  (e  la 
prova  l'abbiamo  non  nella  sua  sola  moneta  ma  ancora  nel 
testo  dell'editto),  fino  a  Cunincpert  regna  una  incertezza  nella 


199 

•monetazione:  fino  a  lui  ed  ancora  ai  primi  tempi  del  suo 
regno  è  il  tipo  bizantino  della  vittoria  che  si  ripete.  Ad  un 
certo  punto  si  sostituisce  il  tipo  dell'arcangelo:  metto  ciò  in 
rapporto  con  la  sollevazione  di  Alahis,  duca  di  Trento,  e 
con  la  repressione  del  moto.  E  noto  come  la  sollevazione 
coinvolgesse  non  solo  i  Langobardi  del  ducato  trentino,  ma 
ancora  quelli  di  Brescia,  di  Vicenza,  di  Treviso  ed  in  un 
certo  qual  modo  anche  quelli  di  Cividale  che  furono  al  campo 
di  Coronate  pur  senza  combattere  contro  il  re.  Un  moto 
così  vasto  deve  aver  avuto  delle  ripercussioni  anche  dopo 
la  sua  fine  e  generata  la  necessità  di  una  revisione  in  tutto 
Tordinamento  del  regno,  aver  cioè  anche  avuto  il  suo  aspetto 
monetario  come  ebbe  quello  commerciale,  se  può  essere  ri- 
tenuta fondata  l'ipotesi  del  Troya  che  attribuisce  ai  tempi 
di  Cunincpert  l'ordmamento  per  il  commercio  di  Comacchio, 
confermato  in  seguito  da  Liutprando  CO.  E  probabile  anche 
una  trasformazione  nell'organizzazione  delle  zecche,  come 
vedremo  in  seguito. 

Le  monete  del  secondo  tipo  di  Cunincpert,  quelle  di  Ari- 
pert  (II)  e  di  Liutprand,  portano  molte  lettere  sia  nel  campo 
quanto  fra  gli  ornamenti  del  paludamento:  ma  esse,  ad  una 
analisi,  si  palesano  distintivi  di  zecca  e  non  di  emissione, 
giacché  manca  una  serie  progressiva  di  numerali  o  anche 
solo  gli  elementi  che  la  lascino  intravvedere.  Altrettanto  può 
dirsi  per  la  monetazione  di  Ratchis,  mentre  invece  il  primo 
tipo  di  Ahistulf  coi  suoi  segni  -,  .*.,+,*  mostra  embrio- 
nalmente qualcosa  di  ciò  che,  per  una  più  tarda  monetazione, 
i  francesi  chiamano  "  un  dififérent  „.  Questi  ancora  si  pale- 
sano nel  secondo  tipo  di  Ahistulf:  prendiamo  gli  stellati  di 
Lucca  e  vi  vedremo  oltre  un  variare  della  grafia,  un  variare 
del  numero  dei  punti  o  segni  e  della  loro  posizione.  Ripro- 
duco per  esemplificazione  le  diciture  del  diritto  : 

DN  AISTVLF  R€X 

DN  Al  •  STVLF  R6X 
+  D  •  N  Al  •  STVLX  R€ 
+  D  •  N  AISTVLXP  R€ 

A  •  N  •  AITTVLFV 
+  VN  AISTVLXF   R€ 

(i)  Trova,  Della  condizione  de'  Romani,  pag.  Ii8. 


200 


Quando  avvenne  il  passaggio  dal  I  al  II  tipo  non  sap- 
piamo dirlo  :  forse  può  essere  messo  in  rapporto  con  la  di- 
sfatta del  754  e,  visto  che  il  tipo  è  limitato  alle  sole  zecche 
della  Tuscia,  ad  un  movimento  autonomistico  di  questo  ducato. 

Il  III  tipo,  prettamente  bizantino,  può  quasi  certamente 
esser  messo  in  rapporto  con  la  conquista  di  Ravenna,  e  ri- 
tenersi che  la  serie  sia  stata  coniata  dai  monetari  di  quella 
città. 

Nella  monetazione  degli  stellati  di  Desiderio  oltreché 
ripetersi  le  medesime  varietà  di  punti  o  altri  segni  diversa- 
mente distribuiti  nelle  leggende  del  diritto,  abbiamo  ancora 
dei  gruppi  di  lettere  che  seguono  il  nome  della  zecca  al» 
rovescio  : 


FLA/^IA  TICINO  C 
FLAVIA  TICINO   €  oppure 
FL- An  •  A   S  •  €BRIO   I 
FL-A-   S6PRIOU5 
FLAVIA  S6BRI0  S 
FLUA/IA  S€BRIO  T 
FL- AVIA   S6BRIO   9 
FL-A  S6BRI0  PA/ 
FL  •  A  •  DAC6NTI  AG 
FLV>0/INC€NCIA   F9 
FLA/IA  TARCISIO  C 
FL- AVIA  TAR/ISIO  CI 
FL- AVIA  RITA   CI 
FLvA   PL-VMBIA   H, 
un  tratto  orizzontale 
THI  in  legatura. 
FL-A   PLVMBIA  TE 
FL-A   FL- VMBIA  TI 


oppure    TI    legati   da< 
in    modo  da  formare 


Se  si  può  ritenere  sicura  la  spiegazione  già  data  del 
nesso  A6  (Augusta)  per  le  monete  di  Piacenza,  e  proba- 
bile quella  di  C  o  CI  (civitas)  per  Ticinum,  Treviso  e  Pisa, 
oscuro  ci  rimane  il  significato  delle  lettere  che  seguono  il 
nome  delle  altre  città.  Pensare  a  numerali  di  officina  o  di 
serie  è  assurdo:  il  problema  dovremo  riprenderlo  trattando 
in  seguito  l'ordinamento  delle  zecche. 


20I 

Osservo  che  nelle  monete  di  FLAVIA  NOVATE  il  nome 
non  è  invece  seguito  da  nessuna  lettera  e  lo  stesso  avviene 
per  quelle  di  FLA(via)  MEDIOLANO. 

Osservo  ancora  che  le  varianti  d'emissioni  nella  serie 
di  Desiderius  sono  marcate  con  punti  o  segni  speciali  nelle 
leggende;  gli  aurei  di  Milano  hanno  ad  esempio: 

+  FL  •  A'^MCDIOLANO  (AM    AN   in   nesso) 

+  FL  •  AM  :  DIOL  •  ANO 

+  FL'^AM  :  DIOL  •  AN3 

+  FL  •  AMDIOL  •  ANO 

+  FL  •  AM  :  DIOL  :  ANO  • 

+  F  •  L  •  AM  :  DIOI  •  AN  :  O 

Ma  SI  appalesa  anche  un  altro  procedimento  :  il  nome 
del  sovrano  è  scritto  al  diritto  attorno  ad  una  croce  poten- 
ziata :  generalmente  gli  angoli  fra  le  braccia  della  croce  sono 
vuoti,  ma  alcune  volte  (come  si  osserva  nelle  monete  di  Pavia, 
Sebrio  e  Treviso  del  ripostiglio  di  Ilanz,  n.  9,  11,  17,  18, 
26,  e  in  una  di  Milano  del  ripostiglio  di  Mezzomerico),  vi 
sono  dei  tratti  diversamente  disposti,  o  dei  punti  sopra  le 
braccia  della  croce  (fig.  8).  E  un  procedimento  che  qui 
appare  allo  stato  embrionale  ma  che  avrà  non  poca  diffu- 
sione nel  medio  evo. 

Fig.  8. 

Nella  monetazione  aurea  di  Carlo  Magno  in  Italia  ve- 
diamo ripetersi  gli  stessi  procedimenti  che  qui  sopra  abbiamo 
elencato:  nulla  quindi  è  il  caso  di  dire.  Una  sola  osserva- 
zione dobbiamo  fare:  le  monete  d'oro  coniate  in  Pavia  re- 
cano la  dicitura  abituale  FLAVIA  TICINO,  mentre  tutte  le  mo- 
nete d'argento  che  il  re  e  iniperetore  [)oi  conierà  nella  stessa 
zecca  portano  il  nome  PARIA. 

Osserviamo  che  il  termine  Papia  già  sostituisce  nella 
datazione  e  nel  testo  quello  di  Ticino  anche  nei  primi  di- 
plomi che  Carlo  rilascia  dopo  la  conquista:  ricordo  quello 
del  19  febbraio  774  e  i  successivi    del  5  giugno  e  16  luglio 


202 


dello  stesso  anno,  nonché  quello  dell'S  giugno  781  (i).  Così 
una  lettera  di  Cathaulfus  del  775  chiama  la  città  Papia  (2)  e 
lo  stesso  nome  sta  suirepitaffio  di  Adelaide  figlia  di  Carlo 
Magno  morta  nel  774  e  scritto  certamente  poco  dopo  il  de- 
cesso. Anche  i  testi  del  Codice  Carolino  mostrano  chiara- 
mente il  trapasso:  l'epistola  XX  (forse  del  760)  e  la  XXVI 
(aa.  764-766)  hanno  ancora  Ticinum,  mentre  la  XLIX  e  la 
LV,  rispettivamente  del  774  e  775,  hanno  Papia.  Non  mi 
baso  sui  testi,  prima  perchè  non  sono  documenti  ufficiali, 
poi  perchè  sugli  scrittori  l'influsso  classico  ha  fatto  conti- 
nuare l'uso  di  Ticinum  al  posto  del  nome,  che  possiamo  ri- 
tenere divenuto  ufficiale  della  città  con  la  conquista,  di  Papia. 
Ora  abbiamo  osservato  come  le  monete  d'oro  continuassero 
a  portare  Ticino,  come  d'altra  parte  tale  nome  si  riscontra 
nelle  carte  private  relativamente  lontane  dal  cauìbiamenlo  del 
nome  ufficiale:  ricordo  ad  esempio  il  documento  del  792(3). 

L'osservazione  mi  sembra  abbia  una  certa  importanza 
per  questo  fatto:  non  troveremo  fra  tutte  le  monete  d'ar- 
gento dei  primi  tempi  del  dominio  di  Carlo  in  Italia  (almeno 
fino  all'anno  787  come  poi  dirò)  alcuna  che  possa  attribuirsi 
sicuramente  alla  zecca  di  Papia  :  quindi  se  è  accettata  l'af- 
fermazione del  cambiamento  di  nome  ufficiale,  dovremo  at- 
tribuire ad  altra  città  che  non  sia  Ticinum  le  monete  che 
portano  la  semplice  lettera  T  e  dovendo  scegliere  la  lettura 
fra  i  pochi  nomi  di  zecca  che  sappiamo  funzionanti  in  quegli 
anni,  accetteremo  l'interpretazione  di  Treviso. 

Ma  della  monetazione  argentea  di  Carlo  Magno  in  Italia 
ora  dovremo  parlare  distesamente. 


*  * 


La    coniazione    dell'argento    di    Carlo    Magno    in    Italia 
presenta  dei    problemi    non    ancora    risoluti    e    di    una    certa 


(1)  M.  G.  IL,  Dipi.  Karoliìi.,  un.  79,  80,  81,  133. 

(2)  M.  G.  H.,  Epist.  Karol.,  II,  ep.  7,  pag.  502. 

(3)  Porro,  Cod.  Dipi.  Lang.,  n.  66.  Il  nome  di  Papia  appare  perla 
prima  volta  all'inizio  del  VI  secolo  nel  Cosmografo  ravennate:  qui  in- 
tendo solo  stabilire  quando  divenne  definitivamente  ufficiale. 


203 

importanza.  Due  tipi  fondamentali  dei  suoi  denari  si  hanno 
da  noi,  come  in  Francia,  lasciando  da  parte  alcuni  tipi  par- 
ticolari di  cui  dovrò  dire  in  seguito.  Il  primo  di  cui  debbo 
occuparmi  offre  da  un  lato  la  leggenda  CAROLVS  scritta  su 
due  linee  ed  ha  dei  rovesci  diversi. 

Il  più  semplice  di  questi  rovesci  reca  la  leggenda  ftp 
cht^  non  può  essere  letta  se  non  rex  francorum  ;  molte  volte 
è  sola,  altre  con  lettere  e  monogrammi  che  sono  : 

P-R 

i)  la    dicitura     A     che  ci  indica  chi?.ramente  la  zecca 
M 
di  Parma  ; 

2)  la  lettera  E  avanti  (i)  ; 

3)  la  lettera  V  nel  mezzo  ; 

4)  la  lettera  T  dopo  la  F; 

5)  le  lettere  ME  in  nesso  fra  loro  e  con  la  R  (2); 

6)  le  lettere  C  e  E  poste  una    avanti    e    l'altra   in  se- 

guito della  ft  ; 

7)  le  lettere  RR  in  legatura,  che  seguono  la  F(3); 

8)  le  lettere  ME  in  legatura,  fra  loro    e    con    la    ft  (4)  ; 

la  moneta  ha  una    grandezza    ed    uno    stile   di- 
verso di  quella  a  sigle  analoghe  al  n.  5. 

9)  le  lettere  MED  in  legatura  fra  loro  e  con    la  Rr  LS)  ; 
io)  le  lettere  LR  in  legatura  fra  loro  e  avanti  alla  Rr  (6). 

Cerchiamo  la  spiegazione  di  queste  lettere.  Il  tipo  fon- 
damentale ci  ha  dato  la    lettura    "  Rex    francorum  „  ;    credo 


(i)  Ixevue  Num.  frane. ^  1856,  tav.  V,  io  e  1868,  tav.  XIV,  14. 

(2)  In  un  denaro  di  questo  tipo  della  collezione  Gonaux,  disegnato 
nella  Revue  Numismaiiqiie^  1856,  tav.  V,  io  e  1868,  tav.  XIV,  14,  si  po- 
trebbe leggere  solo  E  :  ma  ritengo  tale  denaro  eguale  al  n.  103  del  ri- 
postiglio di  llanz,  che  mi  serve  di  base  per  la  descrizione.  Cfr.  anche 
Ilanz,  n.  102. 

(3)  Sarzana,  Cai.  Remedi,  n.  2998;  /\ev.  Ntifìi.,  1915,  n.  895  a.  Dia- 
metro maggiore  dei  tipi  precedenti. 

(4)  Ilanz,  nn.  96-101,  104-105;  Sarzana,  Cut.  Remedi,  nn.  3000-3005; 
Prou,  Monn.  Car.,  n.  895,  tutte  di  diametro  maggiore  dei  tipi  1-5. 

(5)  Ilanz,  nn.  92-93;  Sarzana,  (ai.  Reineiii,  n.  2999.  Sempre  di  dia- 
metro grande. 

(6)  Ilanz,  un.  94-95.  Sempre  di  diametro  grande. 


204 


che  il  n.  io  vada  letto  "  Rex  francorum  (et)  langobardorum  „. 
e  il  n.  7  '^  Rex  francorum  (et)  romanorum  „. 

Il  n.  I  va  evidentemente  letto  Parma;  i  nn.  2,  3,  4,  penso 
indichino  le  zecche  di  Eporegia,  Vincencia  e  Tarvisio  per 
la  loro  esistenza  già  in  epoca  langobarda;  i  nn.  5,  8  e  9  mi 
indicherebbero  la  lettura  Mediolanum. 

Il  n.  6  mi  lascia  molto  dubbio:  le  lettere  CE  furono 
lette  Cenomani  e  si  pensò  alla  zecca  di  Brescia,  il  che  è 
assurdo  visto  che  il  nome  del  popolo  primitivo  non  aveva 
più  alcun  valore  legale  nel  secolo  Vili.  Meglio  pensare  al 
nome  di  qualche  città  ducale  langobarda,  perchè  evidente- 
mente le  zecche  di  Carlo  furono  in  un  primo  tempo  le  stesse 
che  esistevano  nel  regno  langobardo:  probabilmente  Ceneda. 


Ad  un  secondo  periodo  appartengono  dei  denari  sui  quali, 
al  rovescio,  appare  il  nome  della  zecca,  scritta  in  modi 
diversi. 

Il  primo  che  voglio  ricordare  è  quello  trovato  a  Grono 
in  Val  Mesocco  (i)  che  reca  il  nome  della  zecca  di  Seprio, 
già  zecca  langobarda,  scritto  in  monogramma  cruciforme, 
forma  piuttosto  rara,  ma  già  nota  sia  alla  monetazione  visi- 
gota quanto  alla  merovingica  (fig.  9). 


Fig.  9. 

Ma  più  importanti  sono  i  tipi  di  cui  dobbiamo    parlare. 
Alcuni  denari  di  Carlo  Magno  coniati   a   Lucca  presen- 
tano uno  stile  così  diverso  da  tutte  le  altre    monete  italiane 


(i)  Non  Grosso  come  scrive  Hahn  in  Revue  Nuinism.  Suisse^  1912, 
pag.  89.  Il  denaro  è  al  Landes  Musenni  di  Zurigo  e  non  è  ricordato 
nel  CNl. 


205 

contemporanee,  da  insospettire  ^li  studiosi.  Così  il  Kunz(i) 
pubblicando  uno  di  questi  pezzi  lasciava  ben  intendere  che 
egli  vi  sospettava  la  falsificazione.  La  moneta  sta  nella  rac- 
colta di  Brescia:  al  diritto  essa  porta  la  leggenda  CARO  LVS 
in  due  linee,  separate  da  un  arabesco  formato  da  una 
serie  di  punti  terminati  ad  ogni  estremità  da  una  decorazione 
che  fa  sembrare  il  tutto  T  immagine  di  una  doppia  ancora. 
In  alto  è  una  piccola  croce  fiancheggiata  da  quattro  punti  e 
sotto  è  il  segno  ~D  che,  come  vedremo  ha  una  notevole  im- 
portanza. Al  rovescio  è  un  quadrato  a  linee  curve  terminate 
ad  ogni  angolo  da  una  specie  di  giglio  di  Firenze:  corri- 
spondono ai  quattro  lati  le  quattro  lettere  del  nome  della 
zecca  LVCA.  Tanto  al  diritto  quanto  al  rovescio  molti  punti 
sono  sparsi  per  tutto  il  campo  della  moneta  (fig.   io). 


Fio.  IO. 

Il  prototipo  di  tale  moneta  bisogna  cercarlo  fuori  d'Italia, 
•non  nella  moneta  carolingica  d'oltre  alpe  come  ci  si  atten- 
derebbe che  essa  non  conosce  un  tipo  analogo,  bensì  nella 
monetazione  anglo-sassone  e  piìi  specialmente  in  quella  di 
'Offa  re  di  Mercia,  contemporaneo  a  Carlo  Magno.  La  mo- 
neta del  Gabinetto  di  Brescia  è  assolutamente  identica  a  tre 
denari  che  per  il  re  di  Mercia  ha  coniato  il  monetario 
Alhmund  (2).  Non  si  può  pensare  aU'emJgrazione  del  mone- 
tario anglo-sassone    in    Italia,    prima    perchè    conosciamo    il 


(i)  KuNZ  C,  Opere  Niimismaticlie.  Milano,  1906,  pag.  136  e  tav.  XII,  1. 

(2)  Cfr.  R.  C.  LocKETT,  The  Coinage  of  Offa^  in  The  Numismatic 
Chronicle,  1920,  tav.  Vili,  4,  5,  6.  Il  primo  e  l'ultimo  esemplare  sono 
conservati  al  British  Museum,  il  secondo  sta  nella  collezione  deirautore. 
Presentano  qualche  leggera  dififerenza  di  conio.  Essi  sarebbero  stati 
-coniati  vivente  l'arcivescovo  laenberht,  cioè  innanzi  l'anno  790-91. 


2o6 

nome  dei  vari  monetari  lucchesi  dell'epoca  di  Carlo  Magno 
(Perisindo  nel  767,  Grasolfo  nel  768,  Alperto  nel  773,  Agi- 
frido  nel  780,  Teudipert  nel  782,  Succulo  nel  796,  Raprando 
nel  798,  Asperto  nel  813),  e  il  nome  del  nostro  non  si  trova, 
poi  perchè  un  dettaglio  della  moneta  lucchese  dà  la  prova 
vidente  della  copia. 

Trascrivo  qui  a  fianco  le  leggene  del  diritto  lucchese  e 
del  rovescio  anglo-sassone  : 

+  + 

CARO  TCLH 

LVS  MUN 


11  segno  che  si  vede  sotto  il  nome  Carolus  non  è  pro- 
prio spiegabile  se  non  pensando  che  l'incisore  italiano  avente 
innanzi  a  se  l'esemplare  anglo-sassone  non  ha  compreso  il 
(1  corsivo  e  rovesciato  che  termina  il  nome  Alhmund  e  l'ha 
copiato  come  un  ornamento. 

Così  al  diritto  le  tre  monete  anglo-sassoni  portano  le 
leggende  O  F  ft  M,  oppure  O  F  Rr  CO,  oppure  O  F  A  Rr  ; 
cioè  quattro  lettere,  alle  quali  è  stato  facile  sostituire  le 
quattro  di  LVCA. 

Il  motivo  decorativo  che  sta  al  rovescio  del  denaro  luc- 
chese si  riscontra  anche  su  altre  monete  anglo-sassoni,  oltre  le 
tre  citate:  così  su  una  quarta  dello  stesso  monetario  Alhmund 
ma  che  ha  un  rovescio  diverso,  su  una  del  monetario  Babba, 
su  due  di  Eadhun,  su  una  di  Ealmund,  su  otto  di  Ibba,  su 
una  di  Oethelred,  su  una  di  Wihtred,  su  quattro  di  Winoth  e 
su  altre  monete  (i),  con  la  variante  di  sostituire  qualche  volta 
la  croce  allo  pseudo  giglio  di  Firenze.  Il  motivo  deriva  dal 
quadrato  a  linee  curve  che  si  trova  su  alcune  monete  di 
Offa  (2),  e  che  non  è  se  non  l'alterazione  stilistica  della  croce 
celtica  assai  frequente  (3). 


(i)  LocKETT,  Op.  cit.,  tavv.  Vili.  7;  VI,  3;  VII,  11,  12;   Vili,  3;  X. 
5-12;  XI,  4  (cfr.  mia  figura  2  d.)  ;  XII,  3;  XII,  7-10;  VII,  io  e  XII,  2. 

(2)  LocKETT,  Op.  cir.,  tav.  VIII,  2;  Vili,  11. 

(3)  LocKETT,  Op.  cit.,  tavv.  V,  4;    VI,  i;    VII,  5;    Vili,  12,  13;    IX. 
8:  X,  i|;  XI,  9-11,  16.  Tale  croce  si  trova  anche  su  molte  sceatta. 


207 


La  stessa  origine  ha  il  motivo  decorativo  che  sta  al 
diritto  del  denaro  lucchese,  che  ho  definito  una  doppia  an- 
cora; esso  si  trova  non  solo  sui  denari  di  Offa  del  mone- 
tario Alhmund  (i)  che  già  ci  ha  dato  il  prototipo  della  de- 
corazione del  rovescio,  ma  anche  su  quello  del  monetario 
Dud,  che  lo  presenta  tanto  al  diritto  quanto  al  rovescio  (2)  e 
su  molte  altre  (3)  (fig.   11). 


V\<y.   II. 

Tutto  considerato  il  denaro  di  Carlo  Magno  per  Lucca 
conservato  al  Museo  di  Brescia  deve  essere  considerato  come 
una  imitazione  del  denaro  anglo-sassone  di  Offa  battuto  dal 
monetario  Alhmund  avanti  l'anno  790-91. 


(i)  LocKETT,  Op.  cit.,  tav.  vili,  4-5-6. 

(2)  LocKETT,  Op.  cit.,  tav.  VII,  4. 

(3)  L.ocKKTT,  op.  cit.,  tavv.  V,  1-3  (cleirarcivescovo  laenbcrht)  ;  IX, 
12;  X,  3;  XII,  9. 


208 

Stabilita  questa  derivazione  ci  sarà  più  facile  riconoscere 
quella  di  altri  denari  della  stessa  zecca,  conservati  il  primo 
nella  collezione  Vaticana  (0,  il  secondo  già  nella  collezione 
Fusco  (2)  e  due  altri  in  quella  privata  di  Sua  Maestà.  I  vari 
esemplari  presentan  fra  loro  delle  leggere  varianti.  Recano 
al  diritto  la  leggenda  C/ROLWS  su  due  righe  divise  da  una 
linea  di  punti  terminata  ad  ogni  estremità  da  due  croci  for- 
mate da  cinque  punti;  molti  altri  punti  sono  sparsi  per  il 
campo  della  moneta.  Al  rovescio  le  quattro  lettere  di  LVCA 
sono  scritte  nei  quattro  angoli  compresi  fra  le  braccia  di 
una  croce  di  punti,  partente  da  un  circoletto  centrale:  le 
braccia  della  grande  croce  terminano  pure  con  delle  crocette 
e  molti  punti  sono  sparsi  per  tutto  il  campo  ffig.   12). 


Fi»    12. 

Qui  il  confronto  con  le  monete  anglosassoni  di  Offa 
se  pur  è  meno  preciso  che  non  nel  caso  precedente,  è  non 
di  meno  convincente.  Già  una  moneta  di  Ecgbeorht  re  di 
Kent  (763-791)  mostra  le  quattro  lettere  del  nome  del  mone- 
tario Babà  scritte  fra  i  quattro  bracci  di  una  croce  che  ha 
molta  somiglianza  con  quella  dei  denari  lucchesi  (3);  ma  più 
sicuro  confronto  si  ha  con  le  monete  di  Offa  di  Eadbert, 
Etilred  e  Osmod  (4).  Una  croce  tutta  a  punti  sta  su  una  mo- 


(i)  Massagli,  in  Memorie  Lucchesi,  XI,  tav.  IV,  4. 

(2)  Massagli,  Op.  cit.,  tav.  IV,  5;  Cai,  Fusco,  n.  566.  Questo  esem- 
plare è  poi  emigrato  nella  collezione  Gariel. 

(3)  LoCKETT,  Op.  cit.,  tav.  VI,  6.  Cfr.  anche  una  del  monetario  Eoba 
edita  da  Grantley  in  Numism.  Chron.,  1900,  pagg.  148  e  segg. 

(4)  LocKETT,  Op.  cit.,  tavv.  VII,  7-8;  Vili,  14  e  XI,  6.  Il  nome  di 
Eadbert  è  seguito  dalla  sigia  6P;  siamo  cioè  innanzi  non  a  un  nome 
di  monetario,  ma  a  quello  del  vescovo  di  Londra  morto  fra  il  787  e 
il  789. 


209 

neta  di  Eoba  (i)  ne  altri  tipi  di  croce  sono  infrequenti  sui 
tJenari  di  Offa  (2).  Anche  il  dividere  le  due  righe  dell'iscri- 
zione al  diritto  con  linea  a  due  croci,  come  riscontriamo  sui 
denari  lucchesi,  si  osserva  su  monete  di  Offa  battute  da 
Ethelvald,  Wilhun  e  Winoth  (3). 

Anche  un  rarissimo  denaro  di  Carlo  Magno  per  Parma  (4) 
ha  le  quattro  lettere  PARM  poste  nei  quattro  angoli  compresi 
fra  le  braccia  di  una  croce,  questa  volta  tracciata  a  linee 
piene,  partendo  dagli  angoli  di  un  quadratalo  centrale:  il 
tipo  ci  riconduce  alla  stessa  fonte.  Dobbiamo  escludere  l'in- 
flusso delle  monete  del  conte  Milo  e  di  Carlo  Magno  per 
Narbonna  (5),  fondamentalmente  perchè  il  tipo  della  croce  è 
tutto  affatto  diverso,  poi  perchè  tale  monetazione  non  ebbe 
se  non  valore  locale,  senza  forza  d'espansione;  come  dob- 
biamo escludere  l'imitazione  del  tipo  carolingico  che  porta 
una  croce  semplice  al  rovescio.  Tale  tipo  è  assai  diffuso  in 
Provenza;  lo  troviamo  infatti  nelle  zecche  di  Avignone,  di 
Marsiglia  (6),  di  Besiers  (7),  a  Magon  (8),  a  Usez  (9),  nella 
enigmatica  zecca  che  segna  AR  DIS  (^°):  ma  non  manca  nep- 
pure nella  regione  renana,  a  Worm  ("),  a  Magonza  (12)^  a 
Verdun  (^3)  e  anche  nella  Neustria,  a  Rennes  (m)  e  in  Aqui- 


(i)  LocKETT,  Op.  cit,,  tav.  IX,  4. 

(2)  Cfr.  LocKETT,  Op.  cit.,  tavv.  XII,  i;  Vili,  8  ;  IX,  3  ;  X,  13  ;  una 
doppia  croce  alle  tavv.  VII,  5;  VIII,  14,  XI,  6.  Il  tipo  si  ritrova  anche 
nelle  monetazioni  di  Coenwulf  e  di  CoelwuIfT,  I,  successori  di  Ofta. 

(3)  LoCKETT,  Op.  cit.,  tavv.  X,  4;  XII,  5,  6  e  XII,  14.  Cfr.  anche  la 
doppia  linea  su  un  denaro  di  Eoba,  tav.  IX,  io. 

(4)  Cerexhe,  n.  80  ;  Engel  et  Serrure,  I,  fig.  390.  Per  l'esemplare 
del  Museo  di  Berlino  cfr.  Amtliche  Berichle,  19 10-19 11,  fig.  146, 

(5)  Prou,  Cat.  monti,  car.,  n.  834. 

(6)  Prou,  Op.  cit.,  un.  851  e  884-885;  Gariel,  V,  10-13;  Vili,  76-79. 

(7)  Cit.  da  Engel  et  Serrure,  I,  pag.  206. 

(8)  Nevue  Niim.  Fraiic.^  1860,  pag.  465;  Gariel,  Vili,  75.  L'attribu- 
zione non  è  certissima. 

(9)  Gariel,  XI,  147. 

(io)  Prou,  Op.  cit.,  nn.  887-890;  Jecklin,  Ilanz,  nn.  73-74;  la  seconda 
moneta  ha  una  croce  a  globnli,  come  le  lucchesi  di  cui  ho  parlato  innanzi, 
(li)  Prou,  Op.  cit.,  n.  941  ;  JECKLl^,  Op.  cit.,  n.  83. 

(12)  Gariel,  tav.  Vili,  96. 

(13)  Prou,  Op.  cit.,  n.  143. 

(14)  Gariel,  tav.  IX,  iii. 


2IO 


tania  a  Santa  Croce  di  Poitiers  ('^).  A  queste  monete  caro- 
lingiche  possiamo  trovare  i  prototipi,  se  pur  anche  rari,  nella 
monetazione  merovingica.  La  disposizione  della  leggenda 
nella  moneta  di  S.  Croce  di  Poitiers  richiama  molto  quella 
delle  monete  di  Chalons,  alle  quali  si  avvicina  anche  la  stessa 
disposizione  dei  quattro  punti  negli  angoli  fra  le  braccia 
della  croce  (2).  Per  le  altre  monete  richiamo  il  confronto  con 
le  merovingiche  di  Treviri,  di  Limoges  e  del  suo  pago  (3)  ed 
alcune  di  località  indeterminate  (4).  Ma  lo  stile  è  tutto  affatto 
diverso  da  quello  della  moneta  parmense,  dove  la  croce  de- 
riva dal  prototipo  celtico,  quale  figura  sui  denari  anglo-sas- 
soni, di  molto  però  smagrita. 

Le  nostre  monete  lucchesi  certamente  e,  con  meno  si- 
curezza la  parmense,  derivano  da  prototipi  anglo-sassoni. 
Come  possiamo  spiegarci  storicamente  tale  imitazione? 


(i)  Garip:l,  tav.  IX,  116  e  Rev.  Nuni.  frane,   1915.    Ho  raggruppati 
alcuni  di  questi  tipi  nella  fig.  13. 


Fig.  13. 

(2)  Prou,  Calai,   monti,    inérov.^    tav.  IV,  [12-14;    Touvaille  de  Bais^ 
nn.  24-27.  Cfr.  però  anche  Lockett,  Op.  cit.,  tavv.  Vili,  8;  IX,  3. 

(3)  Prou,  Op.  cit.,  tavv.  XV,  6;  XXVIII,  8,  15,  30;  XXIX,  18;  Troti- 
vaille  de  Bais,  nn.  133  e  138. 

(4)  Cfr.  Trouv.  de  Bais^  n.  280;  Prou,  Cai.  tìionn.  niér.,  XXXIII,  29 
Dove  però  non  è  un  nome  di  zecca)  e  XXXVI,  9. 


211 

Una  via  si  presenta  chiara  e  sicura,  i  pellegrinaggi  che 
dai  paesi  anglo-sassoni  si  indirizzavano  a  Roma,  pellegri- 
naggi tanto  frequenti  che  quando  un  anno  passava  senza  che 
una  diretta  comunicazione  avesse  avuto  luogo  fra  le  isole 
britanniche  e  Roma,  sembrava  cosa  tanto  notevole  da  men- 
zionarla nelle  cronache  (D:  numerosi  tanto  che  S.  Bonifacio, 
Tapostolo  della  Germania,  scrivendo  all'arcivescovo  di  Can- 
terbury^ deve  chiedergli  di  frenare  l'entusiasmo  di  pellegri- 
naggio nelle  sue  pecorelle  (2).  Partivano  in  generale  dalle 
rive  del  Kent  (3),  la  dove  il  canale  è  più  stretto,  sbarcavano 
a  Quentovic  o  sulle  spiaggie  del  Ponthieu  e  per  le  vie  le 
più  diverse,  secondo  i  luoghi  santi  che  intendevano  visitare, 
si  indirizzavano  alle  Alpi.  Sia  che  entrassero  in  Italia  dalla 
Borgogna  per  il  S.  Bernardo,  sia  che  vi  arrivassero  dall'Ale- 
magna,  le  due  diverse  vie  che  percorrevano  nella  valle  pa- 
dana venivano  a  congiungersi  a  Piacenza:  di  la  per  il  monte 
Bardone  scendevano  a  Sarzana,  poi  passavano  per  Lucca  e 
di  la  andavano  a  Roma.  L'itinerario  è  sicuro  e  ci  è  noto 
per  molte  fonti  in  ogni  suo  dettaglio.  Non  solo  Lucca  è  sulla 
via  che  percorrono  normalmente  i  pellegrini  anglo-sassoni, 
ma  anche  le  sue  origini  episcopali,  nel  VI  secolo,  sono  le- 
gate al  nome  di  S.  Frediano  che  la  tradizione  vuole  esser 
stato  uno  scoto  (4).  Intorno  alla  chiesa  da  lui  fondata  sorse 
nel  VII  secolo  un  monastero,  che  porta  i  due  nomi  di  S.  Fre- 
diano e  di  S.  Vincenzo,  e  di  cui  il  primo  abate  noto,  nel 
685-686,  ha  il  nome  anglo-sassone  di  Babbino    o   Babino  (5). 


(i)  Cfr.  W.  D.  D.  CuNNiNGiiAM,  The  Groivth  of  Englisìi  Imiiistry  and 
commerce  dtiring  the  early  and  middle  ages.  Cambridge,  1905,  I,  pag.  85. 
Alcune  notizie  e  fonti  sni  viaggi  liegli  aiiglu-sassoni  e  degli  irlandesi  in 
Italia  durante  l'alto  medio  evo,  le  ho  raccolte  nel  mio  studio:  L'orga- 
nizzazione  industriale  dell'Italia  langobarda.  Milano,  1919,  pagg.  7680. 

(2)  M.  G.  H.,  Epist.,  III.  pagg.  354  e  segg. 

(3)  Cfr.  GouGAND,  Les  chrétientés  celtiques.  Parigi,  191 1,  pag.  162. 

(4)  Le  fonti  agiografiche  sono  oltre  a  S.  Ghigorio  pp.,  Dial..,  111,9 
(P.  L.  LXXVII,  233,  236)  le  vite  edite  in  Colganus,  Acta  Ss,  Hiherniae, 
pagg.  634-641  (sulla  data  di  alcune  cfr.  Seeuass,  in  Zeilsch.  f.  Kirchen- 
gescìi.y  XIV,  1894,  437-438)  e  Anal.  Boll.,  XI,  262-263,  78. 

(5)  Meni.  docc.  lucchesi,  IV,  docc.  32-33.  Bethmann,  M  Archiv.,  Ili, 
239,  n.  29.  I/arrhivio  di  S.  Frediano  andò  bruciato  ne!  1596,  quindi, 
male  oggi  possiamo  conoscerne  la  stoiia. 


212 


Nel  secolo  Vili  un  re  anglosassone,  San  Riccardo,  in  pel- 
legrinaggio verso  Roma,  morì  il  7  febbraio  722  in  Lucca  e 
fu  sepolto  nella  chiesa  di  S.  Frediano  (i).  Le  due  tombe  ri- 
chiamano maggiormente  i  pellegrini  delle  isole  britanniche, 
e  nel  782  troviamo  una  carta  lucchese  (2)  dalla  quale  risulta 
che  il  chierico  Magniprando  vende  ad  Adeltruda  saxa  Dei 
anelila  filia  Adelwaldi  qui  fuit  rex  Saxonum  ultramarino,  la 
chiesa  di  S.  Dalmazio  in  Lucca  ove  ella  si  stabilisce.  Adel- 
wald  era  stato  re  di  Mercia  e  fu  ucciso  nel  757.  E  quindi 
un  nuovo  focolare  di  rapporti  fra  Lucca  e  la  Mercia.  Nel 
secolo  Vili  ed  al  principio  del  IX  il  nome  Saxo  o  Saxa  di- 
viene abbastanza  frequente  come  nome  proprio  nelle  carte 
lucchesi,  segno  che  l'afflusso  dei  pellegrini,  e  con  loro  me- 
scolati i  mercanti  (3),  si  fa  pii^i  intenso;  pellegrini  e  mercanti 
sono  il  tramite  logico  per  il  quale  i  denari  della  Mercia  ar- 
rivavano a  Lucca. 

L'unico  ricco  ripostiglio  langobardo  che  noi  ben  cono- 
sciamo, quello  di  llanz,  databile  del  regno  di  Carlo  Magno, 
contiene  un  denaro  di  Egeberht  re  di  Kent  e  due  di  Offa 
re  di  Mercia,  e  tutti  e  tre  appartengono  a  quei  tipi  crociati 
che  abbiamo  presi  come  esempi  al  principio  di  queste  note. 
Una  moneta  di  Offa  fu  anche  trovata  a  Baggiovara  nel  Mo- 
denese (4).  E  conosciutissimo  poi  il  ricco  tesoro  anglo-sassone 
trovato  a  Roma  nell'atrio  delle  Vestali. 

La  genesi  dei  denari  lucchesi  diventa  così  evidente. 

In  seguito  Lucca  ebbe  essa  pure  il  denaro  carolingico 
col  nome  LVCA  scritto  su  una  sola  linea  al  rovescio;  rientra 
cioè  nel  tipo  comune  della  monetazione  di  Carlo  Magno. 


(i)  Cfr.  i  testi  raccolti  in  Aa.  Ss.  Boll.,  11  febbr.,  pagg.  69-81. 

(2)  Barsocchini,  in  Meni,  e  docc,  lucchesi,  V,  2  p.,  n.  186. 

(3)  Suirintruffolaisi  dei  mercanti  fra  le  schiere  dei  pellegrini  oltre 
ai  testi  in  Inama-Sternegg,  D.  \V.  G.  1-,  593,  nota  2,  ctr.  M.  G.  H.  Epist., 
IV,  145,  dell'anno  796.  Tanta  era  l'abbondanza  dei  mercanti  anglo-sassoni 
in  tutta  Europa,  che  per  antonomasia  il  terniine  Saxa  finì  col  significare 
semplicemente  mercante:  così  presso  i  fiumi.  Cfr.  Jacob,  Der  nordiscìi- 
òaltische  Handel  der  Araber,  pag.  112.  Per  l'abbondanza,  sul  continente, 
di  donne  anglo-sassoni,  che  esercitavano  il  meno  onesto  mestiere  di 
meretrici,  cfr.  l'epistola  di  Boniiazio  del  747,  M.  G.  H.  Eptst.,  Ili,  pa- 
gina 355. 

(4)  Riv.  della  niimism.  antica  e  moderna,  A^ti  1864,  p.ig.  83. 


213 

Nella  monetazione  della  Tuscia  durante  il  regno  del 
primo  Carolingio  si  possono  osservare  vari  fatti  che  è  ne- 
cessario raggruppare  : 

i)  la  coniazione  di  monete  d'oro  di  tipo  langobardo 
senza  nome  regio  ma  con  un'iscrizione  fittizia  e  coi  nomi 
delle  zecche  espresse  o  con  un  monogramma  o  con  le  di- 
citure : 

FLAVIA  LVCA  ; 

FLAVIA  PIhA  oppure  GLORIOSA  PISA  : 

FLAVIA  PISTVRIA  o  col  nome  alterato  : 

FLAVIV  CLIV  ; 

FLAVIA  9TVNA. 

2)  la  coniazione,  nella  serie  delle  monete  auree  di 
Carlo  Magno  a  Lucca,  di  un  tipo  particolare  ed  unico  in 
Italia,  dove  la  dicitura  DN  CARLVS  REX  circonda  il  busto 
del  sovrano. 

3)  la  mancanza  nella  serie  dei  denari  aventi  il  rove- 
scio RrF,  di  quelli  che  portino  un  segno  di  zecca  tale  che 
permetta  di  attribuirli  a  Lucca  o  ad  altra  città  della  Tuscia 
langobarda. 

4)  la  coniazione  di  denari  di  Carlo  Magno  in  Lucca 
di  tipo  completamente  diverso  da  quello  delle  altre  zecche 
italiane  e  diversificati  dai  prototipi  carolingi,  rialtaccantisi 
invece  a  quelli  anglo-sassoni.  Quest\iltimo  fatto  è  più  signi- 
ficativo a  Lucca  che  non  a  Parma,  a  Seprio  o  a  Treviso 
dove  pur  si  verifica  una  deviazione  dalla  serie  canonica:  in 
quanto  le  zecche  di  Parma  e  di  Seprio  hanno  avuta  lieve 
importanza  e  breve  durata,  ed  i  tipi  che  riscontriamo  a  Tre- 
viso sono  quasi  una  serie  di  tentativi  nel  passaggio  fra  i  due 
fondamentali,  da  quello  con  Carolus  su  due  linee  a  quello 
detto  del  monogramma.  E  in  quest'ultimo  caso  una  semplice 
evoluzione  stilistica,  mentre  per  la  Tuscia  ci  troviamo  da- 
vanti ad  una  serie  di  fatti  che  fanno  pensare  ad  una  certa 
libertà  monetaria. 


214 


Quello  che  in  Francia  è  il  rovescio  comune  dei  denari 
con  CAROLVS  in  due  linee,  cioè  il  nome  della  zecca  scritto 
su  una  o  su  due  righe,  è  assai  raro  in  Italia.  Lo  troviamo 
solo  a  Lucca,  a  Parma  'v)  e  a  Milano  (2).  Debbo  escludere  il 
denaro  con  la  dicitura  FLORENT  che  ritengo  una  falsifica- 
zione (3),  come  pure  quello  con  SEN  che  non  ha  nulla  a  che 
vedere  con  Siena  e  nasconde  probabilmente  una  ign(jta  zecca 
lana  la  quale  altre  volte  scrive  il  suo  nome  SENNES. 

I  denari  della  zecca  di  Treviso  hanno  invece  un  tipo 
tutto  affatto  particolare:  scrivono  cioè  il  nome  della  zecca 
in  cfrcolo  attorno  ad  una  croce  centrale  dapprima,  poi  in 
seguito,  mantenendo  questo  rovescio,  mutano  il  diritto  ed 
invece  del  nome  CAROLVS  scritto  su  due  righe,  presentano 
il  monogramma  imperiale.  Questi  denari,  per  il  loro  peso  fra 
gr.  1,20  e  gr.  1,32,  a[jpai  tengono  sempre  al  primo  periodo, 
anteriore  cioè  alla  riforma  monetaria:  è  da  1  reviso  dunque 
che  il  tipo  fu  imitato  nelle  zecche  francesi  e  specialmente  a 
Melle  dove  lo  troviamo  in  oboli  che  pesano  fra  gr.  0,75  e 
gr.  0,94,  appartenenti  quindi  alle  emissioni  posteriori  alla  ri- 
forma monetaria  (4). 

L'attaccamento  di  Treviso  a  questo  tipo  dal  grande  mo- 
nogramma si  dimostra  dal  fatto  che  lo  conserva  in  un  primo 
tempo  dopo  la  riforma  monetaria,  intercalando  fra  le  braccia 
del    monogramma  carolingio  le  lettere  R€X  FR  (5). 


(i)  Noto  in  due  soli  esemplari:  Uanz,  n.  79  e  spiagfiia  di  Doiiibourg 
Bui/.  Mensitel  d'archéol.  et  de  ntun  ,  1884,  tav.  V,  io. 

(2)  Un  solo  esemplare,  llanz,  n.  77. 

(3)  Edito  da  Tonini,  Reviie  Niim.,  1863,  pag.  124. 

{4)  Prou,  op.  cir.,  nn.  703-708,  che  li  attribuisce  a  Carlo  il  Calvo; 
più  rettamente  Blanchet,  Manuel.^  pag.  348  li  da  a  Carlo  Magno;  Com- 
BROUSE,  tav.  158,  6  e  30  bis,  6,  pubblica  un  denaro  dello  stesso  tipo  al 
diritto,  con  un  rovescio  in  tre  linee  illeggibile  e  tav.  158,  8  e  30  bis,  8, 
ne  pubblica  un  altro  col  Tnonogramma  capovolto  al  diritto  e  al  rovescio 
in  circolo  +  VCRIA^IERI  non  da  il  peso  ne  altro  ho  potuto  sapere 
intorno  a  questi  denari  enigmatici.  Il  monogramma  al  ^  si  trova  anche 
sulle  monete  di  Usez  e  su  quella  già  citata  di  AVRODIS. 

(5)  Esemplare  del  Museo  di  Trieste  di  gr.  1,60  (perciò  posteriore 
alla  riforma)  in  Perini,  Monete  di  Treviso,  n.  6.  Unico  confronto,  ma 
assai  vago,  lo  trovo  nel  denaro  del  I  tipo  col  rovescio  +  ARFIVF  m 
Prou,  op.  cit.,  n.  6. 


215 


Le  zecche  dunque  di  Carlo  Magno,  anteriormente  alla 
riforma,  fino  ad  ora  note  in  Italia,  con  coniazione  argentea 
sono  : 


Tipo  con 
Kex  francorum 

Tipi  varii 

Tipo  normale 
nome  della   zecca 

Tipo  di  transizione 
al    denaro 

in  monogramma 

cruciformi 

in  una  o  due   linee 

a   monogramma 

V(icenza) 

T(reviso) 

— 

— 

Treviso 

CEf....?) 

— 

— 

— 

PARMA 

Parma 

Parma 

— 

IVI(ilano) 

— 

Milano 

— 

— 

Seprio 

— 

— 

— 

Lucca 

Lucca 

— 

E(poregia) 

— 

— 

— 

Da  questo  specchietto  risulta  evidente  un  fatto  assai 
notevole,  la  mancanza  cioè  di  denari  coniati  a  Pavia,  cosa 
assai  strana. 


In  un'epoca  che  cercheremo  in  seguito  di  precisare 
Carlo  Magno  modifica  il  peso  ed  il  tipo  delle  sue  monete: 
esse  portano  d'ora  innanzi  al  diritto  +  CARLVS  REX  FR  scritto 
in  circolo  attorno  ad  una  croce,  e  al  rovescio  il  nome  della 
zecca  scritto  pure  in  circolo  attorno  al  monogramma  impe- 
riale. Le  monete  di  questa  nuova  emissione  escono  da  cinque 
zecche,  Pavia,  Milano,  Treviso,  Lucca  e  Pisa. 

A  questo  periodo,  sia  per  il  peso  sia  per  la  presenza 
del  monogramma,  appartiene  un  curioso  denaro  di  cui  la 
leggenda  comincia  al  diritto  con  +  CARLVS  REX  FR  attorno 
al  monogramma  imperiale,  e  continua  al  rovescio  con  +  ET 
LAN&  AC  RAT  ROM  attorno  a  un  altro  monogramma  che 
non  si  è  mai  potuto  decifrare  con  sicurezza  (^). 

I  denari  imperiali  di  Carlo  (posteriori  cioè  certamente 
all'anno  800)  sono  rari  in   Italia:  si  usa  attribuire  alle  nostre 


(i)  Pkou,  n.  896. 


2l6 

zecche  quelli  che  hanno  al  diritto  +  DN  KARLVS  IMP  AVO- 
REX  F  ET  L  attorno  al  busto  del  sovrano,  e  al  rovescio 
XPICTIANA  RELIGIO  attorno  alla  figura  del  tempio  (J),  per  la 
presenza  della  dicitura  "  et  langobardorum  „.  Ma  faccio  os- 
servare che  essa  si  trova  proprio  anche  su  un  denaro  di 
Carlo  imperatore  coniato  ad  Arles  (2).  Sono  certamente  ita- 
liani i  denari  dallo  stesso  rovescio  e  che  hanno  al  diritto 
KAROLVS  IMP  AVG  attorno  al  busto  del  sovrano,  sotto  il 
quale  sta  una  delle  tre  lettere  M,  V,  F.  Sono  esse  certamente 
le  iniziali  del  nome  delle  zecche:  ma  quali  queste  siano  non 
è  facile  dirlo.  M  con  quasi  assoluta  certezza  è  Milano,  V  fa- 
rebbe pensare  a  Venezia  sottomessa  da  Pipino  (3),  F  fu  vo- 
luta l'iniziale  di  Firenze,  cosa  assai  dubbia  visto  che  questa 
zecca  non  era  apparsa  con  sicurezza  prima  né  apparirà  mai 
pili  per  molti  secoli. 

Le  diverse  emissioni  dei  denari  di  Carlo  Magno  al  mo- 
nogramma si  diversificano  con  punti  o  segni  come    era    già 
in  uso  nelle  zecche  langobarde  da  tempo.  Prendiamo,  ad  es.^ 
la  zecca  di  Pavia:  in  essa  riscontriamo  le  varianti: 
-I-  PAPIA        -I-  PAP  •  lA     -J-  X  PARIA     -I-  PAP  :  :  lA 
+  PAPIA      +  PAPI -A     +     PAPIA      -I-  PA  :  :  PIA 
+  PA^PIA      -I-  PAPIA"      -h  PAPIA  ^      +  P-^APIA 
+  PAPIA      -H  PAPIA-      +PAPI^A     +  P  /  APIA  / 

A  ognuna  di  queste  diciture  possono  corrispondere  di- 
verse varianti  del  diritto:  così  la  forma  +  PAPIA  può  avere 
+  CARLVS oppure  anche  +  CARL  •  VS e  così  via. 

Nelle  zecche  francesi  ciò  non  si  osserva.  È  vero  che 
Arles  ha  le  varianti  +  ARELATO  ;  +  A  •  R  •  EL  •  ATO  ;  +  AR  • 
E  •  LATO  e  -«-  AR  •  ELATO  (4)  :  +  AR  •  E  •  L  •  ATO  (5).  Ma  ciò 
avviene  probabilmente  per  influsso  italiano. 

Altri  segni  si  trovano  ancora  sulle  monete  delle  zecche 
italiane:  un  denaro  di  Milano  (6)  ha  un  punto  nel   primo  an- 


(i)  Cfr.  Prou,  n.  982. 

(2)  Gariel,  tav.  V,  9  ;    per    una    moneta    d'oro    del    tipo  cfr.  Revite 
Numism.y  1837,  tav.  Vili,  8. 

(3)  Venezia  conia  per  i  successori  di  Carlo. 

(4)  Prou,  op.  cit.,  nn.  852-855. 

(5)  Gariel,  187. 

(6)  Catalogo  della  race.  Romussi,  n.  3. 


217 

golo  della  croce  del  diritto;  un  altro,  conservato  in  doppio 
esemplare  nella  raccolta  di  Sua  Maestà,  lo  ha  invece  nel 
secondo  angolo,  e  così  via.  Questo  modo  di  differenziare 
le  emissioni  si  osserva  anche  nella  zecca  di  Dorstat:  già  un 
denaro,  se  veramente  appartiene  a  Carlo  Magno,  ha  la  croce 
con  quattro  punti  triangolari  (i),  il  che  fa  presupporre  anche 
il  tipo  normale  di  una  croce  senza  punti.  Più  sviluppato  il 
metodo  lo  troveremo  sotto  Hludovicus  con  le  varianti  che 
raggruppo  nella  fig.  14  (2).  Anche  il  tipo  XPICTIANA  RELIGIO 

•%•   «rP    *    ^ 

Fig.   14. 

ha  alcuni  esemplari  con  un  punto  nel  secondo  angolo  della 
croce.  Ora  tutte  queste  coniazioni,  posteriori  alle  italiane, 
dimostrano  come  già  sotto  Carlo  il  metodo  comune  nelle 
nostre  zecche  si  diffondesse  nel  resto  dell'Impero. 

*    * 

Il  problema  importante  da  risolvere  è  l'epoca  del  tra- 
passo dal  primo  al  secondo  tipo  dei  denari  di  Carlo  Magno. 
II  punto  di  partenza  generalmente  accettato  è  il  §  9  del  Ca- 
pitolare di  Mantova:  esso  deve  essere  datato  dall'anno  781  (3) 
e  come  già  ho  accennato  nel  precedente  capitolo  non  può 
assolutamente  servire  allo  scopo. 

Le  ragioni  fondamentali  sono  le  seguenti  : 

i)  il  trapasso  dalla  circolazione  aurea  di  tipo  lango- 
bardo  a  quella  argentea  del  denaro  carolingico,  quello  natu- 
ralmente del  primo  tipo,  ci  è  testificata  dal  documento  ber- 
gamasco dell'anno  785,  di  cui  parlai  nel  I  capitolo  di  queste 
note,  il  quale  prova  che  il  fenomeno  non  era  avvenuto  molti 
anni  prima  della  data.    Nelle  altre    città    la    data  finora    ac- 


(i)  Prou,  n.  62. 

(2)  Esemplari  a  Parigi,  Prou,  1111.  66-66  e    Berlino,  Menadier.  .hn- 
tliche  Berichte,  cit.,  col.  272,  fìij:.  159. 

(3)  BoRETius  A.,  Die  Capitnlarien  im  Langobardenrcich^  Malie,  1864, 
pagg.  108  e  segg.  La  data  è  accettata  anche  da  BOhmer-MDhlh,  Regesta. 


2l8 

certata  è  più  recente  :    Asti  788,    Milano    789,    Lucca    forse 
787  ma  certo  798. 

2)  i  denari  col  monogramma,  cioè  del  secondo  tipo, 
sono  chiamati  "  novi  denari  „  nel  §  5  del  Capitolare  di 
Francoforte,  che  è  dell'anno  794,  e  nello  stesso  modo  da 
Alcuino  nel  796  :  le  due  date  sono  troppo  lontane  da  quella 
che  si  deve  attribuire  al  Capitolare  di  Mantova,  perchè  i 
denari  possano  essere  chiamati  nuovi  in  quegli  anni. 

3)  è  poco  prmia  del  794  che  Carlo  Magno  riforma  le 
misure  di  capacità;  il  già  citato  Capitolare  di  Francoforte 
parla  di  un  "  modium  publicum  et  noviter  statutum  „  (i). 

4)  se  l'ipotesi  emessa  da  Guilhiermoz  (2)  è  accettabile, 
come  a  me  pare,  la  modifica  del  moggio  non  può  essere 
anteriore  all'anno  787,  e  deve  essere  stata  in  rapporto  con 
la  modifica  della  libbra. 

Per  queste  ragioni  credo  che  si  debba  logicamente  de- 
sumere che  il  Capitolare  di  Mantova  si  riferisce  alla  demo- 
netizzazione del  circolante  langobardo  (3):  che  il  trapasso  dal 
primo  al  secondo  tipo  di  Carlo  Mag-no  è  avvenuto  dopo 
l'anno  787  e  prima  del  794. 

Osserviamo  ancora  che  il  trapasso  dal  primo  al  secondo 
tipo  va  di  pari  passo  con  una  riforma  dell'organizzazione 
monetaria,  nel  senso  cioè  che  non  tutte  le  zecche  che  hanno 
coniato  il  primo  conieranno  anche  il  secondo,  mentre  delle 
nuove  zecche  si  aggiungono  dopo  la  trasformazione. 

Inoltre  mentre  durante  tutto  il  tempo  in  cui  si  è  coniato 
il  primo  tipo  una  certa  qual  larghezza  era  possibile  nella 
zecca  che  sceglieva  o  variava  a  suo  piacimento  (in  Italia 
specialmente)  il  disegno  della  moneta,  con  l'introduzione  del 
denaro  a  monogramma  vediamo  imperare  la  piii  rigida  uni- 
formità da  un  capo  all'altro  dell'Impero.  Tutto  quindi  è  col- 
legato in  una  vasta  riforma  di  cui  più  tardi  preciseremo  la 
data  chiusa  nei  limiti  sopra  fissati. 

Ugo  Monneret  de  Villard. 


(1)  M.  G.  H.  Condì. ,  II,  pag.  166;  Capii.,  \,  pag.  74. 

(2)  Bibl.  Écol.  des  Charles,  1906,  pagg.  223  e  segg.,  §  61,  62. 

(3)  E'  l'ipotesi  già  emessa  dal  Boretius,  op.  cit.,  pagg.  110-I12. 


RITROVAMENTI 


Nuovo  ripostiglio  di  bronzi  imperiali  romani 
rinvenuto  in  Sardegna. 

Un  nuovo  ripostiglio  è  venuto  in  luce  in  Sardegna  nella 
silvestre  Ogliastra,  in  località  detta  Sa  Sogargia,  presso 
Talana,  tra  i  monti  che  si  elevano  dalle  spiagge  del  Tirreno 
verso  il  massiccio  del  Gennargentu,  lontano  dai  centri  mag- 
giori della  civiltà  romana  nell'isola.  La  scoperta  è  perciò 
di  qualche  interesse  a  documentare  la  penetrazione  della  ci- 
viltà romana  anche  in  quella  parte  delT  isola  che  è  meno 
ricca  di  avanzi  e  di  elementi  attestanti  la  grande  domina- 
trice. 

Il  ripostiglio,  quale  fu  consegnato  alle  autorità,  si  com- 
pone di  676  monete,  in  genere  di  non  buona  conservazione, 
per  la  natura  del  terreno  granitico  in  cui  erano  celate,  anzi  un 
centinaio  circa  di  esse  erano  consunte  ed  indecifrabili.  Quelle 
però  che  si  poterono  esaminare  abbracciano  un  periodo  di 
tempo  abbastanza  ampio,  come  avviene  per  altri  ripostigli 
sardi,  da  Traiano  a  Gallieno,  e  si  riferiscono  ad  una  trentina 
di  imperatori,  con  ima  varietà  abbastanza  grande  di  coni. 
In  genere  però  sono  tutti  molto  comuni;  ricorderemo  solo 
qualche  buon  esemplare  di  Filippo  Padre,  di  Erennio,  di 
Ostiliano,  di  Emiliano  ed  una  Consecratio  di  Mariniana 
(Cohen,  n.  7). 

Come  in  altri  ripostigli  imperiali  romani,  il  più  grande 
numero  di  esemplari  è  dato  da  Alessandro  Severo,  da  Gor- 
diano, da  Filippo  padre,  da  Traiano  Decio;  abbondano  anche 
gli  esemplari  di  Treboniano,  di  Volusiano,  di  Massimino  e 
di  Otacilia;  degni  di  nota  anche  i  grandi  bronzi  di  Gallieno 
e  di  Salonina. 


220 


Presento  qui  un  particolareggiato  elenco  dei  tipi  ricono- 
sciuti nel  ripostiglio,  disposti  secondo  il  rovescio  e  con  rife- 
rimento alla  classifica  del  Cohen. 


I. 

TRAIANO,  rappresentato  in  i   moneta  consunta 

.     . 

I 

2. 

ADRIANO,                ,;                  4 

n 

. 

4 

3- 

ANTONINO  PIO.    1>  Moneta  Augusti  (Cohen 

n 

556). 

I 

■ 

L                               „   Temporum  F elici tas 

(C, 

n. 

8.3). 

I 

■ 

*                                     rovesci  consunti 

18 

4- 

FAVSTINA.  9  limoni  Reginae  (C,  n.  2: 
rovesci  incerti     .... 

(6) 

1 
2 

5- 

MARCO  AVRELIO.   rovesci  incerti      .     . 

6 

6. 

FAVSTINA   IVNIORE.  I^   limo  (C,   I2i)  . 
rovesci  incerti 

■  •  ■ 

2 
6 

7- 

COMMODO. 

5 

8. 

CARACALLA. 

. 

I 

9- 

GIVLIA  MAESA. 

r 

IO. 

ALESSANDRO  SEVERO. 

\jt  Aequitas  Aug.          (Cohen, 

n. 

20) 

I 

,;  Annona  Aug.           ( 

■» 

36) 

3 

„  lovi  Conservatori    ( 

» 

74) 

I 

„  Mars   Ulior               ( 

}) 

763) 

6 

„  P.M  Tr.  Fot.    VI    ( 

» 

326) 

I 

VII   ( 

>f 

342) 

I 

viin 

tt 

390) 

I 

idem             ( 

f) 

393) 

I 

XI     ( 

)) 

429) 

3 

XII   ( 

» 

412) 

2 

XIII  { 

» 

454) 

2 

„             „     data  incerta 

•       5 

„  Frovidentia  Aug.     ( 

ff 

493) 

•       3 

idem                  ( 

V 

504) 

•      3 

„             idem                  ( 

V 

513) 

2 

„  Spes  Fublica             ( 

n 

547) 

5 

„  Securitas  Ferpeiua  ( 

)) 

538) 

I 

rovesci  incerti 

• 

•     . 

.    22 

a  riportare 

112 

221 


riporto     112 

11.  GIVLIA  MAMMEA. 

^  Fecunditas  Aug,  (Cohen,  n.     8) 
„  Felicitas  Pnhlica  (         „  7) 

„    Venus  Felix  (         „  69) 

,;    Venus   Vidrix       (         „  78) 

„    Veneri  Felici         (         „  66) 

.    Vesta  (         „  83) 

rovesci  incerti      .... 

12.  MASSIMI  NO.     f$  Fides  Militum      (Cohen,  n.  io) 

„   Pax  Aug.  (         „  34) 

„  Providentia  Aug.  (         „  76) 

,;  Salus  Aug.  (         „  88) 

>,  idem  (         „  92) 

„    Victoria  Aug.        (         „         100) 
„    Victoria  Germ.  (C,  variante  n.  109) 

rovesci  incerti      .... 
P  Pietas  Aug.  (Cohen,  n.     5) 

,;  Principi  luvent.     (         „  12) 

rovesci  incerti     .... 
9  Concordia  Aug.  (Cohen,  n.     4) 
R)  Pax  Publica  (Cohen,  n.  23) 


13.  MASSIMO. 


14.  BALBINO 

15.  PVPIENO. 

16.  GORDIANO  PIO. 

9  Aequitas  Aug. 
„  Aeternitati  Aug. 
„   Concordia  Aug, 
„  Felicitati  Temporiim 
yy  Felicit.   Tempor, 
yy  Fides  Militum 
„  Fortuna  Reduci 
„  Jovi  Statori 
yy  Laetitia  Aug. 
„  Libertas  Aug. 
yy  Mars  Propugnai, 
yy  Pax  Aeternae 
„  P.  M.    Tr.  P.  II 
III 


(Cohen,  n.     26) 

•       3 

(            ,;                 44) 

.     14 

(            .                 56) 

2 

(            .                 82) 

I 

(            V                 73) 

•      5 

(         .            88) 

I 

(         .             99) 

4 

(              V                 III) 

•      19 

(             V               132) 

.        IO 

(             ,;                153) 

•      5 

(              .                 156) 

•       3 

(              .                 169) 

•      3 

(             V               209) 

I 

(               V                 231) 

•      3 

a  riportare 

251 

222 


riporto     251 


17- 


(segue  G-ORDIÀNO  PIO). 

^  P.  M.  Tr.  P.  Ili  (Gordiano)  ( 

Cohen, 

n.  241)  . 

I 

ly            ( 

ff 

251)  . 

3 

„             ,;              IV  (Gordiano)    ( 

V 

254)  • 

4 

„           „            V                     ( 

V 

262)  . 

6 

„             „               V  (Gordiano)     ( 

» 

266)  . 

3 

VI                        ( 

}f 

273)  • 

2 

VII                     ( 

V 

280)  . 

I 

data  incerta   . 

2 

„  Providentia   Aiig.                        ( 

V 

300)  . 

I 

V                      ìì                                                y 

V 

304)  • 

I 

„  Salus  Aug.                                 ( 

V 

320)  . 

I 

„  idem                                              ( 

n 

324) 

I 

„  Securitas  Perpet. 

f 

329) 

4 

„  Securitas  Aug, 

» 

332)  . 

2 

„    Victoria  A  eterna 

\                  V 

354) 

4 

„    Virtits  Aug. 

■f 

384) 

2 

I  ovesci  incerti 

6 

FILIPPO  PADRE. 

yi  Adventus  Augg. 

(Cohen, 

n.       6) 

2 

„  Aequitas  Aug. 

i                  V 

13) 

1 1 

„  Aeterniias  Aug. 

'                    M 

18) 

•       4 

,y  Annona  Aug. 

\                   f> 

20) 

.      11 

„  Felicitas   Temp. 

\                   '> 

44) 

•       3 

„  Felicit.    Temp. 

(                   ^ 

45) 

•       7 

„  Fides  Exercitus 

\                   >f 

51) 

2 

j,  Fides  Militum 

\                   ìì 

59) 

•       4 

„  Fortuna  Redux 

\            n 

67) 

2 

„  Laetitia  Fundata 

\            n 

73) 

•       3 

„   Liheralitas  Aug. 

\            » 

88) 

•       3 

„   Pax  Ai' terna 

\            }} 

105) 

•       4 

„  idem 

\                   V 

no) 

.       3 

„  P.  M.   Ir.  P.  II 

\            » 

121) 

•       3 

III 

\             » 

125) 

2 

mi 

\            >f 

138) 

5 

V 

\             f) 

148) 

I 

„              „               data  incerta   . 

. 

. 

2 

ì)              '/ 

a 

riportare 

767 

;23 


(segue  FILIPPO  PADRE). 
9  Saeadares  Aug. 

(lupa) 
„  Saectilum  Novum 
„  Salits  Atig. 
„  Seciiritas  Orbis 
„    Victoria  Aug. 

rovesci  incerti 
i8.  OTACILIA.        I^  Concordia  Aug. 
„  idem 

„  Pietas  Aug. 
„  Pudicitia 
„  Saeculares 

19.  FILIPPO  FIGLIO. 

1>:  Liheralitas  Aug. 
„  Liberalitas  Aug.  Ili 
„  Pax  A  eterna 
„  Principi  luvent. 
„  Saeculares  Aug. 
„    Virtus  Aug. 

20.  TRAIANO  DECIO. 

^  Dacia  scettro  a  testa  d'asino 
„  idem  (insegna) 
,;   Genius  Illyrici 
„  Genius  Eserc.  Illyrician. 
„  Pannoniae. 
„  Pax  Aug. 
„  Securitas  Aug. 
„    Victoria  Aug. 


riporto     367 


Cohen,  n.  172; 

179) 
«  201) 

206) 
216) 
232) 


[Cohen,  n. 


'Cohen,  n. 


5.) 

IO) 

40) 

65) 
65) 

15) 
18) 

25) 
55) 
73) 
89) 


Cohen,  n.  14) 
28) 

47) 

59) 
87) 

93) 
(variante  n.   103) 

(  ,;  Ilo' 

rovesci  consunti 

21.  ETRVSCILLA.   H'  Fecunditas  Aug.     (Cohen,  n.       9) 

„  Pudicitia  Aug.        (         „           122) 
rovesci  consunti 

22.  ERENNIO.  r^  Pietas  Aug 

„  Principi  Juvnitiitis      (Cohen,  n.  3) 

23.  OSTILIANO 

I^  Principi  luventutis.  Apollo  (Cohen,  n.  31) 
„  idem                      Ostiliano  (         „          35) 
rovesci  consunti 


a  riportare 


•24 


riporto 

511 

24. 

TREBONIÀNO.  9'  ^4pollo  Saliitaris 

(Cohen, 

n.     21)  . 

I 

„  Felicitas  Publica 

(     „ 

40)  . 

I 

„  lunoni  Martiali 

( 

52). 

4 

„  Liberalitas  Aug. 

I 

„  Ltbertas  Aiig. 

7 

„  P«a;  ^w^. 

{     „ 

78). 

5 

■ 

^^H                              „     P/>/<75    Aìlgg. 

(     ., 

86) 

6 

■ 

^^H                   „  Roma,  e  Aeternae 

(     „ 

106) 

2 

■ 

^^H                   „  SecnrUas  Aìig. 

(     „ 

123)  . 

2 

1 

^^H                   „  Saliis  Aìig. 

(     „ 

115) 

I 

-m 

^^"                    „    Virttis  Aiig. 

( 

134) 

•       3 

rovesci  cons 
VOLVSIANO.  9  Aeqiiitas  Aitgg. 

unti , 

6 

25- 

(Cohen, 

n.       9) 

I 

„   Concordia  Augg. 

(         „ 

26) 

2 

„  Felicitas  Publica 

( 

36) 

4 

„  lunoni  Martiali 

(         „ 

4O 

5 

„  Liberalitas  Augg. 

(         „ 

49) 

I 

„  Ltbertas  Augg. 

(         „ 

56) 

.       4 

„  p.  M,  Tr.  p.  un  ( 

96) 

r 

„  Pax  Augg. 

( 

74) 

.       8 

„  Salus  Augg. 

(         „ 

120) 

1 

rovesci  consunti  .     . 

6 

26. 

EMILIANO.   ^   Votis  Decennalibus 

(Cohen, 

n.     65) 

I 

27. 

VALERIANO.  9'  Concordia  Exercitus  (Cohen 

n.     40) 

2 

„    Victoria  Augg. 

(     „ 

2j8) 

2 

„    yirtus  Augg. 

(     „ 

269) 

3 

28. 

MARINIANA.  ,!>'  Diva  Mariniana 

5^  Consecratio,  pavone 

di  fronte  (Coli.,  7, 

)       I 

29. 

GALLIENO  9   Concordia  Augg. 

(Cohen, 

n.     118) 

I 

„   Securitas  Augg. 

f 

969) 

I 

„    Victoria  Augg. 

(         . 

1140) 

I 

„    Votis  Decennalibus 

(         „ 

1342)  . 

3 

rovesci  consunti  . 

3 
I 

30. 

SALONINA.  9  luno  Regina  (Cohen,  n.  62) 

. 

Monete  consunte  ed   indecifrabih 

•     74 

. 

Totale     676 


Cagliari. 


Antonio  Taramelli. 


NOTIZIE   VARIE 


Il  ricupero  delle  Medaglie  e  Placchette 
rubate  al  Museo  di  Schifanoia  in   Ferrara. 


II  Corriere  della  Sera  del  15  dicembre  1921  dava  la  se- 
guente notizia  :  "  Come  fu  ricuperata  a  Berlino  una  colle- 
zione di  medaglioni  italiani  rubata  „. 

Berlino,  14  dicembre,  notte. 

(A.  M.).  "  Una  collezione  italiana  di  medaglioni  rubata 
a  Ferrara  tempo  fa  è  stata  scoperta  a  Berlino  col  concorso  di 
un  famoso  ex-commissario  americano  di  polizia,  Dougherty. 
Dougherty,  arricchitosi  in  America,  è  venuto  a  passare  T  in- 
verno in  Europa,  e  si  trova  da  qualche  tempo  a  Berlino  ove 
ha  fatto  visita  ai  suoi  ex-colleghi  della  polizia  tedesca.  Uno 
di  essi,  il  commissario  criminale  Trettin,  invitò  il  milionario 
americano  a  prestargli  il  piccolo  servigio  di  fingersi  amatore 
di  collezioni  antiche,  avendo  egli  ragione  di  ritenere  che  i 
medaglioni  di  Ferrara  si  trovassero  a  Berlino.  Dougherty 
aderì  e  allora  il  commissario  tedesco  fece  spargere  m  certi 
circoli  sospetti  la  voce  che  un  milionario,  abitante  all'albergo 
tale,  era  un  appassionato  collezionista  e  comprava  senza  ba- 
dare troppo  all'origine  delle  cose  propostegli.  Nello  stesso 
tempo  fece  pubblicare  annunzi  sui  giornali. 

"  Si  presentarono  poco  dopo  all'americano  due  signori 
a  descrivergli  una  collezione  di  medaglioni  di  cui  dispone- 
vano: chiedevano  750.000  marchi.  L'americano  si  disse  di- 
sposto a  giungere  sino  a  mezzo  milione.  Volle  però,  come  è 
naturale,  vedere  la  collezione.    Partirono   dunque  insieme  in 

15 


220 


automobile.  Ad  una  certa  distanza  seguiva  quella  della  po- 
lizia in  cui  si  trovavano  il  commissario  e  qualche  agente. 
Dougherty  salito  all'appartamento  dei  due  collezionisti  diede 
ad  un  certo  momento  il  segnale  convenuto  accendendosi  una 
sigaretta  alla  tìnestra.  Gli  agenti  penetrarono  nell'abitazione, 
arrestarono  i  due  ladri  e  sequestrarono  la  collezione  che  era 
intatta  nei  suoi  3000  pezzi  e  più  „. 


Ci  siamo  rivolti  immediatamente  all'  egregio  senatore 
Pietro  Niccolini,  direttore  del  Museo,  per  avere  notizie  più 
precise  ma  lo  stesso  per  quanto  si  sia  rivolto  ed  al  Sotto- 
segretario alle  B.  A.  e  al  nostro  Ambasciatore  a  Berlino 
non  ha  ancora  ricevuto  alcuna  conferma  del  ricupero. 

La  notizia  come  è  data  dal  Corriere  ci  farrebbe  supporre 
si  tratti  del  ricupero  non  delle  sole  medaglie  e  placchette 
rubate  a  Schifanoia  ma  anche  delle  altre  collezioni  di  monete 
forse  rimaste  sino  ad  oggi  miracolosamente  unite. 


ATTI 


DELLA 

SOCIETÀ    NVMISMATICA    ITALIANA 


(Estratto  dai  verbali). 
Assemblea  ordinaria  del  3  aprile  1921. 

Convocata  dal  Consiglio  della  Società,    1*8  marzo    1921 
per  le  ore  15  del  3  aprile  nei  locali  sociali  col  seguente 

ORDINE    DEL    GIORNO  '. 

I.  —  Lettura  del  verbale  dell'Assemblea  del  25  gennaio  1920; 

II.  —  Presentazione  del  conto  consuntivo  al    31  dicembre  1920    e   pre- 

ventivo 1921  ; 

III.  —  Nomina  di  tre  Consiglieri  in  sostituzione  dei  signori  Marco  Strada 

e  Guglielmo  Grillo  scaduti  per  anzianità  e    rieleggibili;  Lodovico 
Laffranchi  dimissionario  ; 

IV.  —  Relazione  in  merito  ai  crediti  della  Società  ed    eventuali  azioni 

per  il  loro  ricupero; 

V.  —  Eventuali. 

Alle  ore  16  il  Presidente  dichiara  aperta  TAssemblea. 
Sono  presenti  i  Soci  Strada  con  procura  Ricci,  Johnson  con 
procura  Corradini,  Gavazzi  con  procura  Vicenzi,  Tribolati 
con  procura  Cramer,  Cag7ioni,  Grillo,  Bosco,  Del  Corno  e 
Sola  Cablati. 

I.  —  L'Assemblea  delibera  all'unanimità  di  approvare  il  verbale  del- 
l'ultima Assemblea  del  25  gennaio  1920  omettendone  la  lettura 
essendo  già  stato  pubblicato  per  intero  sulla  Rivista  dei  MI  fa- 
scicolo 1920  ; 


228 


li.  —  Il   Tesoriere  presenta  il  conto  consuntivo  al  31  dicembre  1920  ed 
il  preventivo  1921  come  segue: 

Situazione  patrimoniale  della  Società  al  31  Dicembre  1920. 

Atiività  :  Cassa  esistenza L.  7. 574.85 

Mobiglie ^  1.220. — 

Biblioteca 7.838  60 

Raccolta  Monete ^  i.ooo. — 

Pubblicazioni  sociali „  i.ooo.— 

Scorta  carta  e  clichés ,  2.64780 

Quote  sociali  arretrate ,        560. — 

Crediti  vend.  pubbl.  e  abbon.  arretrali  ..."  2411.55 

L.  24  252.80 

Passività:  Contributi  anticipati  Soci L.  120. — 

„  ^         speciale 200. — 

Abbonamenti  alla  Rivista ,,  89. — 

Riserva  per  svalutazione  e  quote  inesigibili     .       „  842.55 

I-     i-25io5 
Patrimonio  sodate  netto    L.  23001.25 

L.  24.252.80 

Rendiconto  dell'esercizio  1920. 

Entrata:  Contributi  Soci  annuali L.  1.270.— 

„            anticipati 120. — 

„            arretrati „  310  — 

Contributo  speciale  del  sig.  StefaiiO  Carlo  Johnson      ^  2.450. — 

^                   „         anticipato .,  200  — 

!..  4-350>- 

Abbonamenti  Rivista „  2.525. — 

„  anticipati 89. — 

,  arretrati „  I-354-— 

L.     3968.— 

Vendita  libri L.  25. — 

^          pubblicazioni  sociali ^  1.018.30 

„          monete ^  5.840.30 

Realizzo  mobili 130. — 

L.     7.01360 

Interessi  su  depositi L.       345.25 

Sopravvenienze  attive .,  5.10 

Totale  generale    L.  15.681.95 


li 


Uscita 


Rivista  ed  estratti   . 
Stampati  sociali 
Affitto  ed  illuminazione  Sede 
Spese  postali     .... 
Sconti  a  Librai  .... 
Spese  generali  .... 
Acquisto  mobili 

»         libri  e  rilegature    . 
Spese  anticipate  Rivista. 
Regolamenti  Fornitori  1919  . 


229 

1  .     9.112.20 

330-30 
267.95 

421.85 
211.80 
872.95 
220. — 
838.60 
„     2.647.80 
.;     I-330-— 
L.  16.25345 

Eccedenza  uscita     L.       571.50 
L.  15.681.95 

Bilancio  preventivo  1921. 

Entrata:  Contributo  Soci L.  2.000.— 

„             arretrati _  200. — 

Abbonamenti  Rivista >  2.000. — 

„             arretrati 300. — 

Vendita  pubblicazioni i.ooc.— 

„         monete „  500. — 

Interessi  su  depositi 300. — 

Tota/e  entra/a    L.  6.300. — 

Uscita  :  Rivista  ed  estratti L.  5.000. — 

Affitto „      300.— 

Spese  postali „      3oo. — 

„       generali „      500.— 

Totale  uscita     L.  6.300. — 


Tanto  il  consuntivo  1920  come  il  preventivo  1921  vengono  appro- 
vati all'unanimità; 

III.  —  Vengono  acclamati  Consiglieri    i    sigg.   Strada   e  Grillo  scaduti 

per  anzianità,    e  Vicenzi  in    sostituzione   del   dimissionario    La/- 
f ranchi-, 

IV.  —  Il  Presidente  prega  Gavazzi  di  riferire  sulle  pratiche  dallo  stesso 

esperite  per  il  ricupero  dei  crediti.  Gat/a^f^ri  riferisce  lungament< 
Cagnoni  presenta  il  seguente  ordine  del  giorno  :  "  L'Assemblea 
della  Società  Numismatica  impressionata  dal  ritardo  che  subisce  il 
ricupero  dei  crediti  della  Società  rinnova  il  ^jitt  ampio  mandato  al 
Presidente  per  sollecitarne  la  soluzione  valendosi  di  tutti  quei  mezzi 
che  crederà  pili  opportuni  ^.  L'ordine  del  giorno  Cagnoni  viene 
approvato  airiinaniiiiità  ; 


230 

V.  —  Cagnoni  propone  un  sincero  voto  di  plauso  alla  Presidenza  per 
la  sua  opera  costantemente  indirizzata  al  miglioramento  della 
Società  e  raccomanda  ai  Soci  di  trovare  proseliti  per  rafforzare 
la  compagine  sociale.  L'Assemblea  unanime  si  unisce  al  Cagnoni 
nel  plauso. 

Alle  ore  17.15  la  seduta  è  tolta. 

Il  Presidente  11  Segretario 

Marco  Strada  G.  Cornaggia. 


NUOVI    SOCI. 


15  dicembre  1920  —  Negriolli  Guido. 

„  „  ,;      —  Lentati  Giuseppe. 

„  „  „       —  De  Vitt  Francesco. 

,,  „  „      —  Stassano  Luigi. 

„  „      —  Vita  Michele. 

„  ,,  „      —  Rosasco  Giuseppe  fu  Ag."° 

8     marzo  1921  —  Vicenzi  dott.  Carlo. 

„  „  „       —  Santamaria  P.  e  P. 

„  „  „      —  Fiorani  Gallotta  dott.  Pier  Luigi. 

„  „  „      —  Boschi  avv.  Antonio. 

„  „  „      —  Pogliani  gr.  uff.  Angelo. 

29  ottobre         „      —  Catemario  di  Quadri  duca  Enrico. 
—  Mucci  avv.  Giovanni. 


DONI    RICEVUTI  AL  30  NOVEMBRE  1921 
PUBBLICAZIONI. 

Vittorio  Giuseppe  Salvaro.  —  La  moneta  veneziana  in  Vrrona  dal  1421 
al  149S'  Estratto  dagli  Atti  dell'Accad.  d'Agricoltura,  Scienze  e  Let- 
tere di  Verona.  Serie  IV,  voi.  XXII,  anno  1920,  pagg.  22.  Verona, 
1920.  —  Dono  dtXVautore. 

Istruzione  antiquaria  numismatica  o  sia  Introduzione  allo  studio  delle 
antiche  medaglie  in  due  libri  proposta  dall'Autore  deW Istituzione  An- 
tiquaria-Lapidaria. Roma,  1772,  illustrato.  —  Dono  del  socio  Sola 
Cahiati. 


231 

LuciEN  Naville.  —  Fragments  de  Metrologie  Antique,  Estratto  RSN. 
tomo  XXII,  pagg.  20.  Genève,  1920.  —  Dono  dé[Vautore. 

Carlo  Arno.  —  Antichità  Mandtirine.  Catalogo  descrittivo  e  illustrativo 
della  mia  collezione  di  oggetti  di  scavo  a  cui  fa  seguito  quello  delle 
monete  antiche  greche  e  romane.  130  pagg.  con  XVI  tavole.  Lecce, 
1920.  —  //  IV  Centenario  della  morte  di  Raffaello  Sanzio.  16  pagg. 
Lecce,  1920.  —  Doni  déiVaulore. 

G.  Majer.  —  Le  medaglie  battute  dai  Veneziani  per  le  alleanze  coi  Cri- 
gioni.  Estratto.  Misceli.  Numismatica,  anno  II,  pagg.  4.  Napoli,  1920. 
Nuovo  contributo  alla  medaglistica  del  periodo  napoleonico.  Londra, 
Spink  &  Son  LTD,  1920,  pagg.  6.  —  Le  Monete  di  Venezia  descritte 
ed  illustrate  da  Nicolò  Papadopoli-  Aldobr andini.  Parte  III,  da  Leo- 
nardo Dona  a  Lodovico  Manin  (i6o6-iypy).  Estratto  dal  N.  C.  1921. 
Londra,  1921.  —  Doni  àeWautrice  socia. 

Luca  Beltrami.  —  Leonardo,  Cecilia  e  la  "  Destra  Mano  „  a  proposito 
di  una  Nota  Vtnciana  del  prof.  Antonio  Favaro.  Milano,  1920.  — 
Dono  doWauiore. 

G.  Castellani.  —  Zecchieri  di  Fano  e  loro  sigle  dal  carteggio  di  Maffeo 
Barberini  Governatore  di  Fano  (i;g2-iJ9^).  Estratto.  Misceli.  Num., 
anno  II,  Napoli,  1921,  pao^g.  4.  —  Dono  deWautore  socio. 

Mons.  Giuseppe  De  Ciccio.  —  Di  un  tetradramma  Siracusano  di  Eucleida. 
Estratto.  Boll.  Circ.  Num.  Nap.,  anno  1921.  Napoli,  pagg.  8  con  ta- 
vola zinc.  —  Dono  óeWautore. 

Lorenzo  Ravajoli.  —  Di  un  nuovo  quattrino  di  Astorgio  Manfredi  di 
Faenza.  Estratto  dal  III  voi.  degli  Atti  e  Memorie  dell' Istit.  Ital.  di 
Numismatica,  pagg.  8  con  ili.  Roma,  1919.  —  Dono  àtWautore  socio. 

Conte  Alessandro  Magnaguti.  —  Le  Medaglie  Mantovane  descritte  e  com- 
mentate per  opera  del  conte  Alessandro  Magnaguti,  pagg.  192.  Man- 
tova, 1921.  —  Dono  d^Wautore  socio. 

L.  Laffranchi.  La  translation  de  la  monnaie  d'  Ostie  a  Arles  dans  la 
Typologie  Nitmisntatiquc  Constantinienne.  Estratto  dalla  RBN.,  1921, 
pagg.  16.  —  Gli  ampliamenti  del  Pomerio  di  Roma  nelle  testimo- 
nianze numismatiche.  Estratto  dal  Bull,  della  Comm.  Arch.  Com. 
1919,  pagg.  32  con  tavola  zinc,  Roma,  1921.  Doni  deW autore  socio. 

Bassano  Martani,  —  Catalogo  del  Museo  Storico  Artistico  di  Lodi  com- 
pilato con  prefazione  e  schiarimenti  epigrafici  dal  segretario  della  De- 
putazione Bassano  Martani.  Lodi,  1883,  P^'^gg-  84.  —  Dono  del  socio 
dott.  P.  L.  Fiorani  Gallotta. 


MONETE. 

16  falsificazioni  di  bronzi  romani,  i  falsificazione  di   moneta   d'argento 
romana  ed  i  di  piombo.  —  Doni  del  socio  Lodovico  Laffranchi. 


232 


6o  falsificazioni  di  bronzi  romani  (i  gb.  di  Brittannicoj,  7  falsificazioni 
di  monete  d'argento  romane  e  i  falsificazione  di  moneta  d'argento 
medioevale.  —  Dono  del  socio  dott.  Pompeo  Bonazzi. 

I  falsificazione  di  moneta  coloniale  romana  in  argento,  —  Dono  del 
signor  Ottavio  Cornaggia. 

17  falsificazioni  di  monete  greche  e  romane  (4  in  bronzo  e  13  in  ar- 
gento). —  Dono  del  socio  Gianluigi  Cornaggia. 

I  medaglia  satirica  austriaca  in  metallo  bianco.  —  Dono  del  signor 
Giorgio  Provenzali. 


J 


INDICE    METODICO 

D  E  L  l'  A  N  N  O      I  9  2  T 


NVMISMATICA   ANTICA- 

Iconografia  numismatica  ciei  tiranni  sicelioti    (con  24  illustra- 
zioni). Salvatore  Mìrotte ^<'g'  5 

Una  moneta   d'oro    inedita    di    Leontini    (con  2  illiistraziciii). 

Silvio  Sboto „  65 

Ritrovamento  di  monete  consolari  a  Orzivecchi  (Brescia).  P.  B.  „  67 

Ritrovamenti:  Lucerà „  68 

Il  tesoro  di  Nagj'-tétèny  (con  tavola  eliotipica),  ^«tìfr^rt  Aljùldi  „  113 

Nuovo  ripostiglio  di  bronzi  imperiali  rinvenuto  in  Sardegna. 

Antonio   Taramelli  .........       219 


NVMISIVIATICA  MEDIOEVALE. 

Monete  Saluzzesi  della  collezione  di  S.  E.  il  marchese  Marco 
di  Saluzzo  (con  37  illustrazioni).  Barone  A.  Cunieiii- 
Gonnet Pag.    31 

Le  prime  monete    e  i  primi    "  aspri  „    dell' impero    ottomano 

(con  22  illustr.).  Colonnello  Aly »        11 

Una  nuova  moneta    della    zecca  di  Solferino    (con  4  illustr.). 

Guglielmo  Grillo ,,107 

La  monetazione  nell'Italia  Barbarica:  Parte  li.  La  legisla- 
zione monetaria.  II.  I  tipi  e  le  emissioni  monetarie  dei 
Langobardi  e  di  Carlo  Magno  (con  9  illustr.).  Ugo  Moit- 
neret  de  Villard 191 


TESSERE. 

Le  tessere  veneziane  dell'olio  (con  16  illustr.).  G.  Majer        .    Pug.    94 


234 


MEDAGLISTICA. 


Le  rivendicazioni  Italiane  del  Trentino  e  della  Venezia  Giulia 
nelle  medaglie.  Parte  III.  L'Italia  in  guerra  (1915-1918) 
(seguito)  (con  115  illustrazioni).  S.  C.  Johnson.  Appendice 

da  pag.  209  a  pag.  266 

Idem,  Parte  IV.  L'armistizio  (novembre  1918-dicembre   1920) 

(con  98  illustr.).    S.  C  Jolinson.    Appendice    da  pag.  267  a  pag.  304 


Bibliosr: 


BIBLIOGRAFIA. 

ibliografia Pag.    69 

Bibliografia  Numismatica  delle  Zecche  Italiane.  Casale  (se- 
guito), Casanova,  Cascia,  Casole,  Castel  di  Monte,  Castel 
Durante,  Castel  Genovese  o  Castelsardo,  Castelleone, 
Castello  della  Fava,  Castel  Seprio,  Castel  Vetrajo,  Ca- 
stiglione de'  Gatti,  Castiglione  del  Lago,  Castiglione  delle 
Stiviere,  Castro,  Catabiasco,  Catania,  Catanzaro,  Cattaro, 
Cefalonia,  Cellamare,  Ceva,  Chambery,  Charleville  o  Car- 
lopoli,  Chiarenza  (segue).  Appendice  da  pag.  81  a  pag.  96 


MISCELLANEA. 

Vendite:  Roma,  Monaco Pag 

Notizie  Varie:  Roma,  Milano,  Bruxelles,  Parigi        .         .        .       „ 

„  ;  Il  furto  al  Museo  di  Schifanoia  in  F'errara      .  „ 

„  ;  Il  ricupero  delle  medaglie  e  placchette  rubate 

al  Museo  di  Schifanoia  in  Ferrara „       225 


Atti  della  Società  Nvmismatica  Italiana        ....    Pag.  227 


RoMANENGHi  Angelo  Francbsco,  Gerente  responsabile. 

Industrie  Grafiche  AMEDEO  NICOLA  &  C*  -  Milano- Varese. 


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CJ  Rivista  italiana  di   nuinisma« 

9  tica  e  scienze  affini 

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